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Madre.

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Bisognerebbe anche non dimenticare l’attesa della madre e il suo volto come specchio del mondo.

Bisognerebbe non confondere la madre con il seno, non confondere la soddisfazione dei bisogni con il dono del segno d’amore, non confondere le sue cure con una tutela senza ossigeno.

Bisognerebbe non pensare solo alla sua onnipotenza oscura, ma anche alla sua mancanza.

Bisognerebbe provare a essere giusti con la madre e riconoscere nelle sue mani un’ospitalità senza proprietà di cui la vita umana necessita.

Bisognerebbe rintracciare nel suo dono del respiro la possibilità che la vita abbia un inizio e che possa ogni volta ricominciare.

Massimo Recalcati, Le mani della madre, Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, p., 184, 2015 , Feltrinelli Editore.
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Credo di credere.. Suscitare un’azione tramite il processo di Persuasione.

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Ci troviamo a vivere in un periodo storico complesso e pluristratificato. Non si tratta (più) soltanto del riferimento alla pandemia, quanto piuttosto all’essere calati in una società/realtà dai confini sempre più labili. Con l’intento di abolire le differenze se ne creano di converso altre ben più marcate e subdole. Ciò che ci cinge intorno come una cintura sempre più stretta potrebbe essere il derivato di messaggi sempre più confusi/confusivi ai quali si decide di credere anche quando non ne siamo completamente convinti. Spesso tali messaggi vedono l’uso di immagini forti (si pensi alle foto sui pacchetti delle sigarette o alle tac mostrate per rafforzare i messaggi sulla pandemia). Questa è davvero la strategia migliore?

Carl Hovland dell’Università di Yale decise durante la II Guerra Mondiale di studiare la persuasione. Con tale termine si intende quel processo secondo cui, tramite atti di comunicazione, si arriva alla formazione rafforzamento o modifica degli atteggiamenti. Il processo fu studiato andando a “valutare” i soldati utilizzando a tal proposito documentari o filmati didattici. Di ritorno dalla guerra, l’equipe che si era occupata di tale studio continuò le ricerche cominciando a delineare le prime caratteristiche che rendono persuasivo un messaggio, andando a diversificare i fattori connessi alla fonte della comunicazione, al contenuto del messaggio, al canale di comunicazione e all’audience.

McGuire e gli studiosi di Yale elaborarono le fasi del processo di persuasione nel “Paradigma dell’elaborazione dell’informazione” differenziando le seguenti fasi:

  1. esposizione del soggetto al messaggio
  2. attenzione al medesimo
  3. comprensione dei suoi contenuti
  4. accettazione della posizione in esso contenuta
  5. memorizzazione della stessa
  6. azione

Parallelamente a questi studi condotti a Yale, che vedevano il ricevente del messaggio come un soggetto passivo, i ricercatori della State University dell’Ohio (ideatori dell’approccio della risposta cognitiva), consideravano il ricevente del messaggio come una parte attiva del processo di persuasione in quanto fermamente convinti dell’importanza dell’opinione di colui che era sottoposto al messaggio. Ciò che veniva messo in evidenza era la componente secondo cui se un messaggio era chiaro (ma non convincente), diventava così facile controbattere da rendere nullo il potere persuasivo del messaggio. Se di converso gli argomenti risultano convincenti, le opinioni sono più favorevoli e la persuasione più probabile. L’approccio della risposta cognitiva aiuta a capire perchè la persuasione funziona più con alcune situazioni che con altre.

Due sono i modelli sviluppati all’interno di questo approccio: il modello della Probabilità di Elaborazione (EML) di Richard Petty e John Cacioppo e il modello Euristico sistematico di Alice Eagly e Shelly Chaiken. Entrambi i modelli (che considerano l’essere umano un economizzatore di risorse cognitive), prevedono due vie e considerano la motivazione e le abilità cognitive del soggetto come fattori fondamentali. Le differenze tra i modelli, risiedono nel rapporto tra le due vie: nell’ELM sono alternative mentre nel modello euristico sistematico le due modalità di elaborazione non si escludono ma si potenziano reciprocamente in caso di accordo oppure tendono ad attenuare gli effetti del processo persuasivo in caso di discordanza.

Spostiamo l’attenzione sull’ELM poichè è tutt’ora uno dei modelli maggiormente accreditati in merito agli studi sulla persuasione.

La via centrale nell’ELM è un processo di elaborazione sistematica e attenta delle informazioni contenute nel messaggio persuasivo. Questo processo comporta un’attenta valutazione delle informazioni fornite dal messaggio tanto da rapportarle con le informazioni che già sono in possesso, in merito allo specifico argomento. Se le argomentazioni sono forti e convincenti, è probabile che persuadano; di converso se le informazioni risultano (paragonandole con quelle già in possesso) deboli, il messaggio perderà la sua portata persuasiva.

Tuttavia la portata degli argomenti contenuti in un messaggio, non è la sola componente importante; è ciò che accade – ad esempio- se non si è particolarmente motivati oppure se si è distratti e non ci si può concentrare sul messaggio. In tal caso è la via periferica alla persuasione ad essere coinvolta: ci si focalizza sugli aspetti superficiali del messaggio che sono quelli che portano ad una scelta non mediata dalla riflessione. In questo caso ad avere maggior presa sono le affermazioni familiari o facilmente comprensibili. Questa via è quella che viene preferita ad esempio dai pubblicitari. Durante la spesa o una pubblicità, se si vuole portare il consumatore ad acquistare un prodotto tedesco (ad esempio una birra) è molto probabile che il tutto sia accompagnato da una musica tipica tedesca così come una musica francese può invece indurre il “consumatore rilassato” verso l’acquisto di un formaggio francese.

Analogamente esser o meno colpiti da un certo tipo di messaggio piuttosto che un altro (vedi il riferimento precedente alla tac) risiede nel aver maggiormente “attivata” la via centrale o periferica. I due fattori chiave che determinano la scelta dell’una o dell’altra via sono la motivazione(la rilevanza che ha per noi l’argomento del messaggio) e l’abilità cognitiva (si intende sia l’intelligenza del soggetto sia l’assenza di condizioni di disturbo e distrazione).

I ricercatori hanno in definitiva compreso che le due vie portano a cambiamenti diversi. La via centrale conduce a un cambiamento più duraturo rispetto alla via periferica. Quando infatti le persone pensano attentamente ed elaborano mentalmente delle questioni non diviene più importante solo il contenuto del messaggio quanto piuttosto il quantitativo di riflessione a cui le persone devono abbandonarsi. Quando infatti qualcosa ci spinge a pensare profondamente tanto da intaccare anche i nostri atteggiamenti, è più probabile che il cambio di atteggiamento persista tanto da resistere a futuri attacchi volti a scardinarlo .

E voi? siete più tipi “di pancia” o siete maggiormente predisposti all’uso della via centrale?

Finisce bene quel che comincia male.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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I Vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’apprendimento.

Il gioco è essenziale per lo sviluppo intellettivo dei bambini. Attraverso il gioco e la fantasia i bambini hanno l’opportunità di conoscere il mondo che li circonda e quindi sarà più semplice per loro ricercare il loro posto nel mondo. Dedicare un tempo non strutturato al gioco libero, può contribuire a rendere i bambini più felici, creativi e socievoli.

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In alcuni studi è stato dimostrato che le situazioni “fantastiche” create dai bambini e per i bambini possono aiutare a potenziare l’apprendimento. Nel 2015 negli Stati Uniti hanno svolto uno studio su 154 bambini provenienti da scuole per l’infanzia (Dipartimento di Psicologia della Pennsylvania – Deena Weisberg). Il gruppo dei 154 bambini è stato diviso a metà; ad un gruppo sono stati letti dei libri realistici su argomenti reali e quotidiani (cucina, agricoltura..); ad un’altra metà sono stati letti dei libri di fantasia (con draghi e castelli). Durante la lettura sono state insegnate ai bambini parole nuove. Dopo ogni sessione di lettura è stata data la possibilità ai bambini di dedicarsi a giochi di finzione con oggetti e giocattoli, che rappresentavano alcuni elementi e personaggi incontrati nei libri. Alla fine è stato verificato l’apprendimento delle parole nuove. Il risultato è stato che entrambi i gruppi di bambini hanno imparato parole nuove, ma il gruppo che ha ascoltato le storie di fantasia aveva imparato più parole. Probabilmente nel vocabolario utilizzato per le storie di fantasia ci sono cose più interessanti, che hanno fatto si che l’attenzione dei bambini alle nuove parole fosse maggiore.

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Questo studio, insieme ad altri, rivelano  che la fantasia può contribuire positivamente all’apprendimento dei bambini. Inoltre un ambiente irrealistico (in cui avviene qualcosa o viene raccontato qualcosa) o una storia che si discosta dal reale e dalla routine, predispone i bambini a determinati tipi di pensieri e comportamenti, che faciliteranno l’attenzione. I bambini, infatti sanno che in una situazione “ordinaria” e conosciuta, sanno di non dover aspettarsi nulla. Mentre in una situazione straordinaria, sono predisposti ad aspettarsi qualcosa e fanno molta attenzione alla “novità” e all’eccezionalità di ciò che accadrà. Infatti saranno più coinvolti e preparati mentalmente ad apprendere. In tal senso, si potrebbe dire che gli scenari irrealistici aiutano i bambini a vedere le possibilità intrinseche della realtà. Infatti è probabile, in base ai risultati di questi studi che i bambini vadano a cercare gli eventi impossibili, non per usarli come guida diretta alla realtà, bensì per pensare a possibilità irrealistiche che possono, in contrasto con la realtà, aiutarli a modulare una visione della realtà e del mondo reale coerente con la loro futura personalità.

Le nuove scoperte indicano che per troppo tempo si è sottovalutato il potere della fantasia nei bambini. Infatti la capacità e l’abilità nel fantasticare sarebbe particolarmente utile in determinati contesti didattici. Ad esempio nello studio della Fisica ( ma anche di altre materie che tendono a discostarsi dalla visione statica e oggettiva della realtà per come la percepiamo, come ad esempio la filosofia, la psicologia) un pensiero fantasioso è indispensabile per sondare, studiare, analizzare situazioni complesse, come particelle invisibili, gravità, velocità.

Se gli elementi fantastici sono particolarmente utili per l’apprendimento, si potrebbero incoraggiare i bambini al gioco basato sulla fantasia. Stimolare i bambini a osservare gli aspetti impossibili di questi giochi e racconti, condurli a comprendere cosa può o non può accadere nella realtà potrebbe preparare il terreno all’apprendimento futuro.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi
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LO SAPEVO GIA’! A CHE SERVE LA PSICOLOGIA?

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Lo so da sempre: la psicologia è semplice senso comune o c’è qualcosa in più?

E’ spesso capitato – da chi scrive o dai suoi colleghi- di leggere o sentire provenire dall’opinione comune, tutta una serie di “idee” in merito ad alcune ricerche o studi condotti dall’ambiente “psy”. La maggior parte dei luoghi comuni si divide tra chi immagina che gli psicologi siano essi stessi i primi ad aver bisogno di una terapia “sicuramente quel dottore è pazzo!” e tra chi suppone che in tutti gli esperimenti condotti, venga fatto uso delle scosse elettriche (che sadici questi psy!). La carrellata di idee, supposizioni e affermazione su questa bizzarra figura che è lo psicologo ahimè, non terminano qui. Un’altra delle ipotesi -per meglio dire bias- che colpisce il senso comune, risiede invece nel pensare che la maggior parte dei fenomeni studiati e indagati, fossero già noti… in sostanza: “lo sapevo già! non c’era mica bisogno della psicologia per sapere ciò!”.

C’è da dire che gran parte dei processi studiati in particolare dalla psicologia sociale sono presenti nella quotidianità delle persone. Il legame con qualcosa di così concreto e vicino alla quotidianità, potrebbe trarre in inganno tanto da far supporre che gli studi condotti, siano in realtà densi di banalità. Questi atteggiamenti che- badate bene- potrebbero essere interpretati come una sorta di difesa o fantasia messa in atto, traggono spunto un pò da quella che è la storia circa l’indagine “dell’animo umano”. In sostanza già nel corso dei secoli, poeti o filosofi hanno provato a definire e descrivere l’essere umano incorrendo, nel tempo, in una sorta di bias che vede “l’uomo” come qualcosa di facilmente e rigidamente etichettabile in una qualche categoria sia essa umana, diagnostica e così via.

Il problema è che già strizzando l’occhio all’etimologia della parola psicologia, scopriamo che la psiche è tutto fuorché “qualcosa” di etichettabile. Psiche significa infatti “soffio vitale” e presso i Greci designava l’anima che in origine veniva identificata con quel respiro. Nella psicologia moderna invece, specie in quella che è la psicologia sociale, si parla maggiormente dello studio scientifico, pertanto di come le persone e i gruppi percepiscono e pensano gli altri, li influenzano e vi si pongono in relazione.

Le difese messe in atto (il lettore mi perdonerà, ma da psicologa non posso non interpretare la chiusura che spesso vedo verso la mia professione, come una meccanismo di difesa) si allacciano con uno dei fenomeni indagati proprio dalla psicologia sociale.

Il filosofo Kierkegaard sostenne che “la vita è prima vissuta e dopo compresa” ed è un pò quello che accade dopo che alcune ricerche vengono diffuse. Si tratta di ciò che prende il nome di “bias della retrospezione” o “fenomeno dell’io lo so da sempre” ovvero la tendenza ad esagerare, dopo che si è verificato un evento, la propria abilità nell’averlo previsto come qualcosa che si sarebbe verificato. Questo fenomeno può avere effetti sorprendentemente nefasti. Siccome le conseguenze degli eventi sembrano spesso predicibili, spesso si commettono errori di comprensione, interpretazione, presa di decisione e scelta del comportamento da mettere in atto.

Ammetto di essermi un pò lasciata andare, e di aver provato a scherzare con il lettore irritando (probabilmente) qualche collega, ma senza rischi e senza tentativi, nella vita si resterebbe statici, fermi su se stessi.

Ecco.. questo è un pò quello che succede nel momento in cui si decide di procedere con un percorso di supporto psicologico o con una psicoterapia. Si sceglie.. si sceglie di non restare più fermi su se stessi e magari.. nonostante il perdurare di iniziali difficoltà o resistenze messe in atto, si decide di rischiare e provare. La passione che continuo a sentire per questo lavoro risiede un pò in tutto questo, nella possibilità offerta dalla psicologia di modificarsi scegliendo se restare se stessi o cambiare forma; nella possibilità di sperimentarsi e sperimentare.

https://ilpensierononlineare.com/2018/09/16/nelle-stanze-della-psicologia-a-colloquio-con-lo-psicologo/

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Musical/Mente: gli effetti delle musica sui bambini.

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La vita dell’essere umano è scandita fin da subito (dall’esperienza intrauterina), dalla presenza del ritmo. Le esperienze prenatali includono infatti la regolare presenza del battito cardiaco e del respiro materno; esperienze a cui seguirà dopo la nascita l’uso di tutta una serie di “suoni” che chi si prende cura del bambino, userà per comunicare con quest’ultimo/a. Tra i primi suoni utilizzati per comunicare o attirare l’attenzione del bambino, abbiamo l’uso delle filastrocche o ninnenanne.

Le filastrocche o comunque tutte quelle canzoncine usate, sono di solito caratterizzate da elementi comuni ovvero: estrema regolarità, semplicità e ripetitività. Si tratta in sostanza di canzoncine molto semplici (sia dal punto di vista ritmico che melodico), che riescono a creare come una sorta di sospensione, di attesa, un “prima o poi qualcosa accadrà”, che riesce a tenere i bambini calmi e sereni, analogamente a quanto accadeva quando nell’esperienza intrauterina erano cullati e coccolati dal suono della voce materna.

Numerose ricerche hanno affrontato il tema poc’anzi esposto. In generale si potrebbe dire che tutti nasciamo con una “certa” predisposizione ai suoni (proprio in vista delle esperienze intrauterine vissute), tuttavia i ricercatori hanno deciso di indagare ulteriormente la questione. Si è quindi deciso di valutare se, in qualche modo, essere sottoposto a giochi o attività musicali abbastanza precocemente possa rendere successivamente più bravi a distinguere/riconoscere i suoni oppure a percepirne la loro regolarità/irregolarità. La domanda a cui provare a rispondere diventa pertanto se l’allenamento possa essere un valido aiuto nello sviluppare la capacità di elaborazione dei suoni, oppure se solo chi in partenza ha una sensibilità più spiccata è poi successivamente più propenso a dedicarsi alla musica.

Christina Zhao e Patricia Kuhl, dell’Università di Washington, hanno distinto le due possibilità dividendo circa 40 bambini di nove mesi in 2 gruppi e facendoli poi giocare per un mese con i genitori: un gruppo ha ascoltato musiche complesse (ad esempio un Valzer) aiutando i genitori a batterne il ritmo mentre l’altro gruppo si è dedicato a giochi come quello delle macchinine; gioco simile a quello dell’altro gruppo (in termini di intensità e interazione di movimenti), ma senza musica.

Lo step successivo è stato far ascoltare altre musiche dai ritmi simili ma con anomalie e interruzioni del ritmo. I successivi esami dell’attività cerebrale (magnetoencefalografia) hanno mostrato che chi aveva ascoltato musica attivava di più le aree uditive e la corteccia prefrontale in risposta alle anomalie; si dimostrava pertanto una maggior capacità di attenzione e analisi dei suoni. Il dato interessante fu tuttavia un altro, ovvero che questi bambini erano anche maggiormente capaci di attivare una “risposta” in seguito all’ascolto di una lingua straniera.

“L’ascolto musicale precoce sembra migliorare la capacità dei bambini di decodificare suoni complessi individuandovi regolarità, un aspetto importante nella comprensione del linguaggio, e quindi potrebbe favorire anche l’apprendimento linguistico”, Zhao et Kuhl, “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

L’importanza dell’educazione all’ascolto musicale fu compresa anche da Maria Montessori che nel suo testo “Il metodo della pedagogia scientifica”, comprese come “la musica aiuta e potenzia capacità di concentrazione, ed aggiunge un nuovo elemento alla conquista dell’ordine interiore e dell’equilibrio psichico del bambino” evidenziando inoltre come questa capacità fosse di sostegno allo sviluppo del linguaggio e all’ampliamento del vocabolario.

Da musicista e psicologa ho sempre sostenuto l’importanza della musica. Credo sia fondamentale potenziare l’educazione all’ascolto; la capacità di concentrazione e sintonizzazione sul proprio e altrui Sè, che ascoltare un qualsiasi pezzo musicale richiede, è un potente mezzo nonchè una potente risorsa che l’essere umano ha. Investiamo tanto tempo nella velocità del nostro tempo moderno, dimenticando di fermarci ogni tanto, anche solo per una piccola pausa. E’ la musica che ce lo insegna.. ogni tanto prendiamo un piccolo respiro, un piccolo silenzio tra le mille note che riempiono la nostra giornata e impariamo ad ascoltare.. più intensamente. Di più.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.
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Informazione e fake news. C’è un modo per non cadere nella trappola della disinformazione?

In un epoca dove tutto ciò che succede passa da internet e dai social, siamo continuamente pervasi da innumerevoli informazioni, provenienti da diversi “mittenti” più o meno affidabili e conosciuti. Molte volte queste informazioni che (passivamente) riceviamo si rivelano essere false e inaffidabili. Perché facciamo fatica ad arginarle?

C’è un modo per poter imparare ad acquisire una buona autonomia mentale e maggior spirito critico ?

A volte se proviamo ad esercitare uno spirito critico e portiamo avanti un nostro pensiero senza un metodo si rischia di cadere facilmente nella credulità.

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Vi porterò un piccolo esempio; se siamo convinti di un probabile complotto, che riguarda un qualsiasi evento che ci colpisce molto emotivamente, saremo portati a concentrarci solo su uno – due elementi dell’evento, senza provare ad analizzare tutte le possibili spiegazioni di ciò che è successo. Il nostro sguardo e la nostra attenzione sarà solo per gli elementi che affermano la nostra idea e che quindi confermano l’idea che ci sia un complotto.

Ma anche chi accetta passivamente qualsiasi spiegazione  senza riflettere minimamente, non ha per nulla spirito critico, anzi risulta essere un vero e proprio “credulone”, perché per una sorta di “pigrizia” mentale eviterà di confrontare la stessa notizia con altre fonti.

Il dubbio e la curiosità invece sono fondamentali e possono essere la via verso uno sviluppo delle conoscenze e verso una buona autonomia mentale.

Ci sono almeno tre condizioni pregiudiziali, (legati a fattori temporali, spaziali, sociali e fisici) che limitano in maniera inconsapevole la nostra mente quando riceviamo delle informazioni.

I pregiudizi dimensionali: non ne siamo consapevoli, ma ci arrivano solo alcune informazioni, rispetto ad una esperienza che stiamo vivendo, che possono variare sia in base al nostro “punto d’osservazione”, sia all’ambiente sociale.

I pregiudizi culturali: spesso interpretiamo le informazioni condizionati da diversi stereotipi incastonati nella nostra cornice culturale.

I pregiudizi cognitivi: gli automatismi del nostro cervello nei ragionamenti a volte ci conducono inevitabilmente ad errori (ad esempio il bias dell’ottimismo ci conduce a sovrastimare le nostre competenze).

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In generale siamo sempre e comunque condizionati dal nostro background culturale, sociale e cognitivo quando dobbiamo interpretare delle informazioni, difficilmente potremmo essere obiettivi.

Questo sistema di rappresentazioni  “facilita” le interpretazioni del mondo in cui viviamo, ma il ricorso a metodi, automatismi e strategie mentali, nei ragionamenti, può indurci a commettere errori di valutazione. 

Ad esempio, esiste un errore molto comune, quello di confondere correlazione e causalità. Questo tipo di errore potrebbe ritrovarsi in questa situazione di vita quotidiana (a me non è mai capitato, ma potrebbe capitare..): trovarsi a fare due esami all’università nella stessa sessione e riuscire a prendere due 30 e notare che in entrambe le occasioni, a distanza magari di un mese, ci si renda conto di aver indossato la stessa camicia; in questo caso si avrebbe la tendenza a credere che questa casualità sia una coincidenza vincente e che quindi quella camicia porti sicuramente fortuna. Si andrebbe così a sperimentare una vera e propria credenza illusoria o superstizione

Un altro errore cognitivo è noto come bias di conferma: fa in modo che ci accordiamo in maniera più o meno sistematica alle informazioni che confermano una nostra opinione preesistente.  Altro bias molto comune è quello della sovrastima delle piccole probabilità (fenomeno legato ad esempio alla sovrastima di molte persone della pericolosità maggiore dell’aereo rispetto agli altri mezzi di trasporto) e una maggiore sensibilità ai costi che ai benefici (avversione alle perdite).

Insomma tutti questi “errori” di valutazione pare siano inevitabili.

https://ilpensierononlineare.com/2019/01/16/non-ci-riesco-self-serving-bias-e-errori-al-servizio-del-se/

Quindi come possiamo analizzare in maniera più critica una nuova informazione, evitando di esporci a tutti questi “errori”?

Innanzitutto bisogna valutare e chiederci se le informazioni che ci stanno arrivando possano essere in qualche modo distorte dalla nostra “posizione” nello spazio fisico e sociale ( i nostri amici e colleghi di social non hanno forse la tendenza a riferire solo certi tipi di informazione? Probabilmente abbiamo l’abitudine a leggere e a informarci esclusivamente da alcune fonti, legate alla nostra cultura e al nostro pensiero politico ). Bisogna quindi, in alcuni casi, mettere in discussione le nostre intuizioni (spesso falsate dagli errori e pregiudizi come detto prima). Dovremmo prenderci un po’ di tempo, sospendere il giudizio e magari analizzare in maniera più approfondita l’informazione che riceviamo. Col tempo questo modo di approcciarsi alla notizia diventerà un automatismo e ci permetterà di non emettere un giudizio e crearci un’idea con troppa leggerezza.

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In un mondo in cui la maggior parte delle informazioni è veicolata da internet e dai social, diventa davvero necessario che questo “allenamento” allo spirito critico e al dubbio e quindi all’approfondimento sia innanzitutto appreso nelle scuole.

La diffusione sempre più capillare del senso critico, del dubbio e del libero pensiero, può aiutare anche nella lotta al pregiudizio. Lo studio, l’apprendimento e l’esperienza e la conoscenza delle diversità, sono la chiave per la libertà di pensiero.  

“Finisce bene ciò che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

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Ottimismo irrealistico vs. Pessimismo difensivo.

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Alla scoperta di due approcci alla vita che muovono lungo un continuum che li vede agli antipodi. L’uno “ottimismo irrealistico” che fa sentire come Polyanna immersi in un mondo roseo, l’altro il “pessimismo difensivo” che prova a salvarci dalle possibili insidie dell’ottimismo irrealistico.

“Le visioni del futuro sono così rosee che farebbero arrossire Polyanna”

Shelley E. Taylor, Positive Illusions, 1989.

L’ottimismo predispone l’essere umano a un approccio positivo alla vita. E’ ottimista colui che tende a considerare solo i lati migliori della realtà in cui è calato; colui che sa valutare e/o attendersi solo sviluppi favorevoli circa il corso degli eventi che gli si pongono innanzi.

Tuttavia molti di noi possiedono ciò che il ricercatore Neil Weinstein definisce un “ottimismo irrealistico nei confronti degli eventi futuri della vita”. E’ interessante a tal proposito, citare i dati di una survey condotta tra il 2006 e il 2008 in cui molte persone dichiararono di aspettarsi un miglioramento della propria vita (di qualsiasi aspetto) nei prossimi 5 anni, maggiore di quanto fosse successo nei 5 anni appena trascorsi (Daron, 2010). Il miglioramento che i soggetti intervistati sembravano aspettarsi, è particolarmente interessante visto che la survey è stata condotta nel pieno del periodo della recessione economica che ha colpito il mondo.

Come provare a leggere o interpretare questi dati?

Linda Perloff (1987) sostenne che l’ottimismo illusorio potesse aumentare la nostra vulnerabilità in quanto potenzialmente deleterio: ma in che modo? l’ottimista a tutti i costi, tende infatti a sottostimare la possibile negatività di un evento o la possibilità che qualcosa possa andare storto con l’inevitabile risultato che non vengano prese delle precauzioni di fronte a quello che potrebbe essere invece un potenziale pericolo.

In un sondaggio condotto tra la Scozia e gli Stati Uniti, i ventenni hanno valutato di avere molte meno probabilità dei loro compagni di essere infettati dal virus dell’AIDS (Abrams,1991; Pryor e Reeder, 1993). Allo stesso modo i giocatori d’azzardo ottimisti, tendono a persistere ostinatamente (più dei pessimisti) nel loro gioco anche dopo che hanno accumulato perdite su perdite (Gibson e Sanbonmatsu,2004).

Gli studiosi sono ancora impegnati nello studio dell’ottimismo in quanto consapevoli del fatto che essere ottimisti comporti miglioramenti nella gestione della vita (promozione del senso di autoefficacia; promozione della salute fisica; promozione nel benessere dell’individuo). Tuttavia è molto più probabile che la “virtù stia nel mezzo”.

Julie Norem (2000) definisce il pessimismo difensivo come “un valore adattivo legato all’anticipazione di problemi e al controllo dell’ansia da parte della persona motivata a compiere azioni efficaci”, in sostanza il pessimismo difensivo piò salvarci dalle insidie dell’ottimismo irrealistico.

Da studi condotti (Robins e Beer, 2001), è emerso che gli studenti che iniziano il proprio percorso universitario considerando “troppo” la propria preparazione/capacità accademica, tendono poi ad avere (durante il percorso di studi), gravi danni alla propria autostima poichè incapaci di fronteggiare lo stress dovuto a qualche piccolo – spesso inevitabile- fallimento. Ciò che invece sembrerebbe fare il pessimismo difensivo, è anticipare i possibili problemi/ostacoli, puntando a fare leva su una risoluzione efficace.

Se prima di un esame, colloquio di lavoro o qualsiasi evento di vita (anche una convivenza), mi prendo del tempo per meditare e vagliare le possibili conseguenze della mia azione/strategia, applicando anche quel pizzico di pessimismo difensivo “questa cosa potrebbe andare male se..”, molto probabilmente aumenterò la possibilità che di converso quella data cosa finisca bene, in quanto sarò più pronto ad attuare delle strategie maggiormente adattive anche in caso di errore o fallimento.

In un tempo sempre più veloce dove l’essere umano sembra perdere ogni giorno sempre più il legame con il proprio desiderio, abbandonarsi alla riflessione sembra oggi più che mai, uno dei modi per recuperare e riuscire laddove fino a poco prima si falliva.

“Finisce bene ciò che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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IL TEMPO DELL’INCERTEZZA

Il tempo è il protagonista nel bene o nel male della nostra esistenza, ma come facciamo a riferirci ad esso come a qualcosa di reale?

L’unica cosa ad essere reale è la nostra idea di tempo, perché il tempo non è altro che una concettualizzazione mentale di un qualcosa di astratto. È l’idea sostantivata che designa l’alternarsi regolare del giorno e della notte dovuto alla rotazione della terra sul proprio asse; un modo per definire quel fenomeno dell’invecchiamento che è di tutta la materia vivente e non; è un tentativo patetico dell’uomo di dare un senso e una regola a tutto ciò che pensa di conoscere.

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In virtù di tale definizione, mi sembra abbastanza evidente che la nostra paura di qualcosa di intangibile di cui conosciamo nulla o che ci illudiamo di conoscere almeno in parte e in qualche modo di controllare, è lecita. Anche e in particolar modo quando la nostra capacità e libertà di scelta nel presente ci viene preclusa da vincoli che possono essere di natura soggettiva o ambientale. In tal modo la nostra già sbiadita immagine del nostro presunto futuro svanisce, allora tutte le nostre convinzioni scandite da obbiettivi e previsioni cadono inesorabilmente, quindi abbiamo paura.

Questa paura deriva dal fatto che la stessa natura umana è portata a vivere disseminando per strada continui appoggi che si basano sulla nostra capacità predittiva, che a sua volta deriva dalla nostra esperienza; venuti a mancare tali appoggi che derivano quindi da una mancata attività esperienziale in quel campo, senza rendercene conto cadiamo nel baratro delle incertezze e quindi nel terrore verso l’avvenire.

L’uomo ha bisogno di certezze perché spesso senza di esse sopraggiunge l’ansia che prelude all’incertezza e allo sconosciuto. Se queste certezze non si possono avere spesso ci rivolgiamo alla fede o in qualunque cosa possa dare un senso al non senso.

Passato, presente e futuro nel bene e nel male sono persistenti nella nostra vita, sono caratterizzanti e significativi rispetto al nostro vissuto con il susseguirsi di problemi, opportunità e soluzioni.

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Ad esempio, un problema che caratterizza il futuro, nell’epoca che viviamo, risulta essere abbastanza comune nella generazione dei giovani molto sensibile alla attuale instabilità del sistema sociale, economico e sanitario mondiale.

https://ilpensierononlineare.com/2019/09/26/leta-in-divenire-ladolescenza-come-terra-di-mezzo-tra-linfanzia-e-la-vita-adulta/

La sorta di insicurezza nella quale ci troviamo a vivere può creare nevrosi collettive e individuali, che alimentano timori e paranoie nei singoli e nei gruppi che nel peggiore dei casi possono sfociare in estremismi verbali e comportamentali più o meno gravi che a volte condizionano moltissime persone e popoli interi.

Il problema del passato invece può avere un peso specifico più determinante. Ad esempio, un rifiuto e una negazione di esso, nella visione psicologica e psicoanalitica, potrebbe derivare da traumi più o meno gravi. Per trauma intendo inquadrare tutta una serie di situazioni che possono aver inciso in modo distruttivo sulle certezze, sulla morale, sull’esperienza e sulla coscienza dell’individuo inteso, ovviamente, nel suo contesto ambientale ed esperienziale. Il rifiuto del passato è sintomo di una carenza, di una mancanza che genera una falla in un sistema chiaramente precario.

Le nostre certezze riguardo il tempo si rivolgono unicamente al passato, in quanto tangibile e osservabile nell’ immenso scorrere dei fotogrammi dei nostri ricordi; il futuro non esiste in quanto esso è continuamente soggiogato dal presente che è l’attimo irrisorio che esiste e poi muore cedendo all’ incombenza del passato.

Enzo Avitabile feat Pino Daniele “E’ ancora tiempo” – Album “Black Tarantella”

“Finisce bene ciò che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

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“Finisce bene quel che comincia male!”

Immagine Personale.

Oggi è con il pensiero del grande Totò, che vogliamo iniziare la nostra giornata.

“Finisce bene quel che comincia male” è un pò il mantra con cui da oggi, decidiamo di concludere, salutare e accompagnare tutti coloro che con tanto affetto, ci stanno seguendo. E’ un augurio, una speranza, una frase aperta e densa di significato.

Si tratta di una frase prospettica con cui tutti ci auguriamo di “truvà pace / trovare pace”, come invece Eduardo De Filippo, ci ricorda.

Ognuno nella vita ha calpestato strade dissestate; ha seguito percorsi dagli incomprensibili segnali. Ostacoli si frappongono quasi quotidianamente tra noi e i nostri obiettivi e la paura spesso aleggia sulle nostre scelte, ma nonostante tutto, non molliamo!

E’ proprio questo il messaggio che da oggi, decidiamo più che mai di voler condividere.. anche il peggiore degli inizi, può generare una magnifica gemma che se sapientemente coltivata, potrà dare vita a solidi rami e magnifici fiori.

Finisce bene ciò che comincia male, allora! e… Buona fine!

Dott. Gennaro Rinaldi Dott.ssa Giusy Di Maio

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La memoria e l’indifferenza

La società contemporanea soffre di un male: l’indifferenza.

Indifferenza alla memoria, alla storia, agli eventi e alle loro conseguenze.

L’uomo contemporaneo nonostante l’expertise di secoli e di svariati eventi continua sistematicamente a persistere negli stessi errori a distanza di tempo.

La sua bramosia di potere politico ed economico spinta da un pizzico di eccessiva presunzione, mette a riposo la memoria di un recente passato ricadendo inevitabilmente nel vorticoso labirinto di un errore, dal quale non sarà facile uscirne.

<< La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente >> (Hosbsawm).

Questo potrebbe essere l’errore reale della nostra società?

I giovani perdono interesse nella memoria storica perché stanchi di una realtà già vissuta, già vista, già studiata, che non appartiene più al loro mondo impregnato fin troppo nel benessere e nella velocità.

Un mondo a parte, un’ isola felice in mezzo ad un mare sconosciuto e percepito come buio e profondo. Il mondo delle connessioni estemporanee, veloci, sintetiche. Un mondo in cui la percezione del tempo è relativa e confusa.

Quindi la sensazione è che la memoria storica sia diventata solo una grande cassaforte il cui contenuto è conosciuto solo in parte. Essa viene aperta solo quando è necessario per far cronaca. Il suo contenuto è troppo ingombrante e poco conveniente, lo si osserva da lontano, forse da troppo lontano e si dimentica troppo in fretta quello che si è visto.

Il futuro è in balia di una corrente che gira sempre in tondo.

Dobbiamo ricordare che Noi siamo attori protagonisti, autori del nostro futuro, ma soprattutto contenitori del ricordo e della memoria.

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Il Carceriere invisibile. Coronavirus: Psicologia di un isolamento sociale obbligato.

Il virus si è insinuato silente nelle nostre vite e ne ha modificato radicalmente gli aspetti senza che noi potessimo far nulla. Un nemico invisibile, straniero, aggressivo. L’unica possibilità di fermarlo, ci hanno detto, agli esordi della pandemia, era di fermarci.

Il virus non può sopravvivere a lungo se non gli si offre l’opportunità di moltiplicarsi servendosi di altri organismi. Quindi il distanziamento sociale e fisico è l’unico modo (in assenza di terapie efficaci e vaccini) di tagliare le gambe al virus.

Immagine google

L’uomo da essere sociale ha dovuto disabituarsi d’improvviso alle sue routine e svestirsi delle relazioni sociali, amicali e lavorative consuete e abituarsi a un nuovo modo di interpretare le sue relazioni, il suo lavoro ed infine il suo tempo.

I social e le tecnologie, insieme alla musica da balcone, in un primo momento sono sembrati essere un’arma efficace contro la “solitudine da quarantena”. Uno strumento più che mai utile a farci sentire meno soli e molto efficace per creare “ponti e connessioni” con tutte le persone che volevamo raggiungere da casa, senza rischiare contagi.

Ma possono queste nuove connessioni e relazioni, nuove abitudini didattiche e lavorative (smart working) sostituirsi e compararsi alle “vecchie” senza conseguenze?

Probabilmente no. Ci saranno delle conseguenze sia negative sia positive.

Coronavirus

L’uomo ha bisogno per vivere di relazionarsi ed è difficile che si “accontenti” solo di contatti virtuali. Il rischio è sentirci in trappola a casa nostra.

Il nostro carceriere invisibile, costringendoci a casa, ci rende ansiosi, tristi, annoiati, impauriti, insicuri, angosciati, ma “l’uomo, per fortuna, ha la capacità di attingere alle tante risorse personali per venire fuori da situazioni difficili. Una delle più importanti è la capacità di essere resiliente. Questa caratteristica permette di arricchirci utilizzando le esperienze e le emozioni vissute, anche se traumatiche e angosciose. La paura può diventare un’emozione positiva se riusciamo a comprenderla e ad affrontarla.

È importante ripartire adattandosi ai cambiamenti e ri – costruirsi dandosi la possibilità di farlo e il giusto tempo per farlo”

Sotto il link di una mia breve intervista su Informa Press

https://informa-press.it/quarantena-psicologo-ripartire/

dott. Gennaro Rinaldi

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Ho paura “di”… Che cos’è l’ipocondria.

Fonte Immagine “Google”.

Il termine di derivazione greca “ipocondria”, stava inizialmente ad indicare un malessere anticamente collocato nella fascia addominale. Se inizialmente la cura a questa patologia era pertanto legata ai malori addominali, ben presto si comprese che la causa di questo malessere era invece collegata ad aspetti psicologici dell’individuo.

Colui che è affetto da ipocondria, manifesta una continua preoccupazione legata alla paura/convinzione di avere una grave malattia, spesso derivata dall’erronea interpretazione di uno o più segni/sintomi fisici. Le preoccupazioni possono riguardare le funzioni corporee (controllare continuamente il battito cardiaco); alterazioni fisiche di lieve entità (un raffreddore o un mal di gola); sensazioni fisiche non ben definite (sentirsi affaticato o perennemente stanco).

Colui che presenta questi “sintomi”, attribuisce queste sensazioni ad “una data malattia”; la persona comincia così ad entrare in un meccanismo di preoccupazione continua (a tratti incessante) dove anche il più banale degli eventi (ad esempio fare uno starnuto) è avvertito come prova di avere quella malattia (talvolta anche il solo sentir parlare di una data malattia, basta ad innescare una preoccupazione).

La preoccupazione e il pensiero continuo “potrei avere.. potrei ammalarmi di..” spinge queste persone a sottoporsi a visite continue (tipico è incominciare a girare tra diversi specialisti e il sottoporsi alle indagini mediche più disparate e costose, nell’idea di dover trovare quella certa malattia). La convinzione di essere malati è così forte, che la persona arriva a sostenere di non aver ricevuto le cure adeguate “quel medico non capisce niente“, e a rifiutare l’aiuto di uno specialista psicologo “non sono pazzo, ho davvero una malattia“.

I tentativi che il soggetto mette in atto nell’idea di doversi così curare (visite ripetute, continui check-up del proprio corpo o la ricerca incessante ad esempio online, di informazioni sulle malattie), più che un tentativo di cura, diventano modi per incentivare la spirale di preoccupazione (spesso vera ossessione) di essere malati.

L’ipocondria è spesso assimilata al disturbo ossessivo compulsivo (ossessioni del paziente legate alla malattia) pertanto nei casi più gravi si sottopone il paziente a terapia farmacologica (antidepressivi ad azione serotoninergica), o nel caso di forme più lievi si tende ad utilizzare le benzodiazepine.

In ogni caso è bene tener presente che la sola terapia farmacologica non si presenta come la cura del disturbo (che ha spesso, invece, radici relazionali ben più profonde), ma si presenta solo come un primo approccio volto a ridurre l’ansia o le ossessioni presenti; l’ausilio della psicoterapia si presenta invece come un supporto utile alla comprensione delle reali e profonde radici del disagio.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’età in divenire: l’adolescenza come “terra di mezzo” tra l’infanzia e la vita adulta.

L’articolo che desidero condividere oggi, si presenta come l’inizio di quella che vorrei fosse una (piccola) sezione (in crescita), un po’ come appare l’adolescenza ai nostri occhi. L’adolescente che muove lungo le linee del “..non sono più… forse sarò.. oppure sono?”, ha messo – chi scrive- di fronte al fatto che (troppo) poco e male, si parla di adolescenza.

Salvo specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

La psicoterapeuta Carla Candelori nel 2013, ricorda come l’adolescenza sia una fase ” caratterizzata soprattutto da profonde trasformazioni riguardanti il corpo (sia in termine di immagine fisica, che sessuale), dal significato che l’adolescenza assume in termini sociali (per il gruppo sociale di appartenenza), ma soprattutto per il difficile processo di separazione- individuazione che il giovane adolescente deve compiere, separandosi dagli oggetti genitoriali, per raggiungere e definire la propria identità”.

Si tratta pertanto, come Peter Blos (1970) aveva indicato, di una fase che intensifica sia le pulsioni libidiche che aggressive; intensità (agita o subita) che guiderà il giovane adolescente ad uscire da quella delicata fase del ciclo di vita in cui non si sente più un bambino, non è ancora adulto, ma presto (probabilmente) lo sarà.

La cronaca o la quotidianità (spesso raccontata) da genitori oppure insegnanti che non ne” possono più”, evidenziano un aumento di alcune condotto sempre più aggressive, messe in atto dagli adolescenti. Sembra infatti che i nostri giovani provino un malessere crescente, un malessere che ormai non può più essere nascosto, celato (magari scritto su pagine di diari tenuti segretamente nascosti, oppure rigettato dentro di sé, con le cuffiette di un cellulare che isola dal mondo e che tiene protetti, chiusi e forse un po’ confusi).

I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza (aggiornamento dati a Febbraio 2019), parlano chiaro; vi è un aumento di adolescenti che usano le armi (7%), che partecipa a risse (20%) o che aggredisce intenzionalmente solo per il gusto di voler fare del male (10%). Se pertanto come Anna Maria Nicolò (2006) evidenzia, in una adolescenza “normale”, l’uso dell’aggressività può essere utile ad esempio ad integrare una sessualità adulta, per autoaffermarsi o per negare momentaneamente la dipendenza che tanto spaventa, dove si situa il limite, in un’età che proprio dai limiti vuole liberarsi?

E’ nel 2013 che Renè Kaës evidenzia come il crollo di quelli che sono definiti “garante metasociale e garante metapsicologico, possano portare l’adolescente a “delirare tutto ciò che l’ambiente primario di provenienza non è riuscito a elaborare” (Kaës, 2013) sfociando anche in possibili condotte aggressive o violente. Secondo Kaës il mondo moderno e ancor di più il mondo ipermoderno, portano l’essere umano a scontrarsi con una serie di sconvolgimenti che intaccano la base narcisistica nella misura in cui il contratto intersoggettivo e intergenerazionale è sconvolto o distrutto; il riferimento è a quel contratto che assicura attraverso l’investimento collettivo e gruppale il nostro posto in un insieme.

Ciò che appare in crisi e in difficoltà, è sia il legame che gli individui intessono con le diverse sfaccettature della vita culturale e sociale, quanto il legame tra gli individui stessi. Le società attuali, ipermoderne e caotiche, appaiono come continuamente avvolte in una spirale votata al cambiamento; spirale che sembra coinvolgere anche quel caos identitario e quei difetti di simbolizzazione che Kaës ha individuato come caratterizzanti il malessere contemporaneo.

Immagine Personale ” Palmengarten , Giardino botanico Francoforte, 2018″.

Cos’è pertanto più nel dettaglio ,questo malessere contemporaneo? quali caratteristiche mostra? E cosa lega il malessere contemporaneo e l’adolescenza?

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2019/02/13/preadolescenza-limportanza-di-appartenere-per-separarsi/

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2018/10/01/non-voglio-uscire-non-posso-uscire-ritiro-sociale-e-adolescenza/

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Paranoie e Paranoici. Tra pensiero e personalità.

Oggi il termine Paranoia è spesso utilizzato in maniera errata,(rispetto al suo reale significato), in particolar modo nel gergo giovanile dove il termine sembra essere spesso utilizzato come rafforzativo di noia o in maniera imprecisa, per evidenziare una personale situazione di ansia, forte stress, paura e angoscia, dovuta a situazioni spiacevoli personali (andare in paranoia, cadere in paranoia, stare in paranoia) e a condizioni passeggere di alterazioni mentali legate all’assunzione di droghe o alcol (“questa roba mi fa andare in para”).

Il termine Paranoia (in psicologia e psichiatria) in realtà indica uno stile pervasivo del pensiero legato a un sistema di convinzioni, spesso a tema persecutorio che però non corrispondono alla realtà. In realtà il significato del termine ha subito numerose variazioni nel corso degli anni e dell’evoluzione degli studi clinici in psicologia e psichiatria. Inizialmente, infatti il termine “paranoia” (utilizzato già in greco, con il significato di “follia”), venne ripreso dallo psichiatra Emil Kraepelin per indicare generalmente disturbi psichiatrici caratterizzati da deliri e credenze illusorie, senza la compromissione delle facoltà cognitive, e anche da Freud tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, per indicare deliri e presenza di voci interiori in alcuni casi di psicosi da lui trattati.

Immagine google – the telegraph

Oggi il termine in sé, viene essenzialmente usato per indicare uno stile di pensiero caratterizzato da una serie di credenze a tema persecutorio. Il pensiero paranoide e i deliri paranoidei, ad esempio, caratterizzano alcuni disturbi e quadri clinici più complessi, come le psicosi (schizofrenia), episodi psicotici correlati all’uso di sostanze o in alcuni casi, le demenze.

Il pensiero paranoide è uno stile pervasivo di pensare e relazionarsi agli altri particolarmente rigido ed ego sintonico che caratterizza quello che nei principali manuali diagnostici Psichiatrici e Psicologici-Psicodinamici (Dsm IV – V, ICD 10, Gabbard e Pdm) come Disturbo di Personalità Paranoide.

L’ ICD 10 ne dà questa definizione :“Disturbo di personalità caratterizzato da eccessiva sensibilità ai contrattempi, da incapacità a perdonare le offese, da sospettosità e tendenza a distorcere l’esperienza interpretando azioni neutrali o amichevoli di altri come ostili e offensive, da sospetti ricorrenti, ingiustificati, riguardo alla fedeltà sessuale del coniuge o del partner sessuale, e da un senso tenace e combattivo dei diritti personali. Vi può essere inclinazione a dare eccessiva importanza alla propria persona e vi è spesso eccessivo autoriferimento” F 60.0 (ICD 10, 2011).

Immagine google.

Le persone con questo disturbo di personalità generalmente sono alla costante ricerca di lati oscuri e tracce della verità che viene loro celata e che va oltre l’apparente significato della situazione che hanno vissuto. Sono praticamente incapaci a rilassarsi perché sono quasi sempre iperattivati a causa della loro indole al controllo e alla sospettosità dilagante. Questo loro atteggiamento, generalmente li porta ad una distorsione del “significato” della realtà ( ma non della sua percezione). Dal punto di vista psicodinamico si può dire che la persona resta nella posizione schizoparanoide, scinde e proietta nel mondo esterno la “propria cattiveria”; in questo modo la persona vivrà in un mondo di relazioni in cui il proprio ruolo sarà quello della vittima alle prese, costantemente, con aggressori o persecutori esterni (i due meccanismi di difesa principali sono quelli della proiezione e della identificazione proiettiva)

Questo può seriamente compromettere la maggior parte delle relazioni, che saranno discontinue, perché la persona si approccerà a tutte le relazioni con il sospetto e l’idea che “prima o poi finirà o succederà qualcosa che mi deluderà”. Può capitare in tal senso che la persona si trovi a vivere una costante angoscia legata alla convinzione che il mondo sia popolato da potenziali nemici bugiardi, ipocriti, inaffidabili. Questo li spinge ad essere molto controllanti, ma con una stima deficitaria di se stessi, che però possono compensare con sentimenti di grandiosità.  Inoltre sono terribilmente preoccupati che persone rappresentanti l’autorità li umilino o si aspettino di vederli sottomessi. Una paura ricorrente è quella di dover essere soggetti al controllo esterno. Ad esempio, in contesti lavorativi, possono temere che chiunque cerchi di avvicinarli (per qualunque motivo) stia segretamente tramando di sopraffarli.

immagine google.

Per le persone con un Disturbo Paranoide di Personalità è davvero molto utile la Psicoterapia, infatti, nonostante sia complicato l’instaurarsi di un buona alleanza terapeutica con il terapeuta, dopo il paziente può cominciare a trarne grossi benefici. La Psicoterapia può infatti aiutare la persona a distinguere e discernere, tra aspetti legati alle emozioni e quelli legati alla realtà. Inoltre, il fatto di contenere i sentimenti piuttosto che agirli, in terapia, può offrire al paziente la possibilità di una relazione d’oggetto nuova che con il tempo può essere interiorizzata. Inoltre, una nuova visione e prospettiva può garantire un cambiamento del modello relazionale e comunicativo della persona. Il paziente, infatti, giunge a un “dubbio creativo” sulle proprie percezioni del mondo. Ciò porta ad un lento e graduale cambiamento in positivo, per il paziente, per la famiglia e le relazioni. ��

dott. Gennaro Rinaldi

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Resilienza.. resistere trasformandosi.

Vorrei che provaste ad immaginarvi ed immedesimarvi in una persona che in un determinato momento della sua vita prende una decisione, suo malgrado, perché in qualche modo costretto a farlo. Questa decisione è drastica, di rottura. È successo qualcosa nella sua vita che lo ha portato ad allontanarsi dalla sua casa, dalla sua famiglia, dal suo mondo. Improvvisamente tutto è cambiato e quella persona si sente sola (forse lo è davvero). Uno straniero in un luogo sconosciuto. 

Immagino che, in una situazione simile, una persona si senta come una pianta sradicata dal quel terreno dove presumibilmente è nata, cresciuta e dove si è nutrita.

Come può sopravvivere questa pianta?

fonte: google

La situazione descritta brevemente può accumunare l’esperienza di molte persone. Somiglia innanzitutto all’esperienza dei migranti e dei nostri emigranti italiani.

Quando viene sradicata, una pianta, per far si che sopravviva e che cresca, bisogna ripiantarla in un altro terreno. Le piante sono molto “resilienti”. Riescono ad affrontare un evento così traumatico e improvviso, “riadattandosi” al nuovo terreno, al nuovo luogo, fino a giungere ad un nuovo equilibrio. Sfruttando al massimo il nuovo “ambiente”, usufruendo del supporto e dell’aiuto di chi gli ha offerto l’opportunità di “mettere radici” in un luogo estraneo (il contadino, il giardiniere).

La psicologia ha preso in prestito il concetto di “resilienza” da un’altra disciplina, la fisica. In fisica il concetto di resilienza indica la capacità e la forza che un corpo, generalmente un metallo, ha di resistere agli urti improvvisi senza spezzarsi.

L’urto (nel caso della pianta lo sradicamento)  genera un evento improvviso (stressante). La pianta riesce ad essere abbastanza resiliente e resiste allo stress dello sradicamento dal suo vecchio ambiente riadattandosi e sfruttando al massimo quel cambiamento. Riuscendo finanche a crescere più rigogliosa.

In effetti, potremmo pensare alla resilienza come una capacità innata di ogni essere vivente. Noi tutti abbiamo la potenzialità innata di sfruttare le nostre capacità resilienti.


I “sistemi” stessi che viviamo sono anch’essi capaci di resilienza. Un Sistema Familiare, ad esempio, può contare sulla propria capacità di resilienza per far fronte ad eventi critici di crisi o conflitti, interni  o esterni. Può, infatti, sfruttando anche la propria flessibilità, riuscire a riadattarsi e quindi riassestarsi, dopo il cambiamento, ristrutturandosi internamente e affrontare al meglio le crisi future caratteristiche del proprio sviluppo vitale.    

Insomma, potremmo considerare la resilienza come la capacità umana di affrontare gli avvenimenti dolorosi e risorgere dalle situazioni traumatiche o meglio: “la resilienza corrisponderebbe alla capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato” (Grotberg, 1996).  

Sembra però che ci siano persone non capaci di attingere dal proprio bagaglio di esperienze per sfruttare al meglio la propria capacità di resilienza, ma ci sono sicuramente possibilità concrete di acquisire la capacità di guardare e attingere alle risorse personali e sociali, in stato di latenza,  e ri-costruire le proprie strategie di resilienza. Spesso i motivi di tale incapacità riguardano da vicino la propria storia familiare e personale e quindi attraverso l’aiuto di uno Psicologo o di uno Psicoterapeuta, questo è possibile iniziando percorsi personali, familiari o di gruppo. Ovviamente tali strategie e abilità di resilienza devono poter attingere anche da un “terreno abbastanza fertile” di autostima positiva, legami significativi, creatività, curiosità,  una buona rete sociale di appartenenza, una cultura personale che consenta di dare un senso al dolore e diminuire gli aspetti negativi di una situazione, permettendo la ricerca di alternative e soluzioni davanti alla sofferenza.

Per concludere, ricollegandoci alla situazione della persona di cui vi ho chiesto di vestire i panni, possiamo quindi dire che è sempre possibile continuare a nutrire le proprie radici, anche in un terreno straniero, purché quella persona conservi il “nettare” del nutrimento della terra natia e sfrutti tutte le sue capacità per adattarsi, ricostruirsi e trasformarsi attraverso la propria capacità resiliente.    

dott. Gennaro Rinaldi

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PERCHE’ IL PENSIERO NON LINEARE.

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“Il pensiero non lineare” nasce dalla collaborazione tra uno psicologo e una dottoressa in psicologia, accomunati (con le dovute eccezioni), dalla stessa passione e visione d’insieme. L’intento del blog è spingere alla riflessione andando oltre ciò che è immediatamente visibile, per offrire al lettore la possibilità di provare a guardare gli eventi, da un altro punto di vista.

Si tratta di uscire da una visione rigida e lineare (causa-effetto), per cogliere tutte le sfumature e le connessioni, che una visione più ampia può offrire.

Dott. Gennaro Rinaldi e Dott.ssa Giusy Di Maio.

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