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Aggressività e apprendimento sociale

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

Albert Bandura nella sua teoria dell’apprendimento sociale sostiene che i bambini possono apprendere l’aggressività sperimentandone le gratificazioni ma anche osservandola negli altri. Bandura sostiene infatti, che come per gli altri tipi di comportamento sociale, anche l’aggressività si può acquisire osservando il comportamento degli altri e le sue conseguenze. (nella teoria dell’apprendimento sociale Bandura sostiene che gli esseri umani apprendono il comportamento sociale per osservazione e imitazione e mediante un sistema di ricompense e punizioni).

L’esperimento di Bandura: la bambola Bobo

La scena sostanzialmente è questa: viene portato un bambino in età prescolare in una stanza. La stanza ha diversi elementi di svago. Il bambino comincia ad interessarsi ad un’attività artistica. Nella stessa stanza, ma da un’altra parte, ci sono delle costruzioni, un pupazzo di gomma gonfiabile e una mazza e c’è anche un adulto. L’adulto in questione gioca contemporaneamente al bambino usando le costruzioni per circa un minuto. Si alza, prende la mazza e per un bel po’ di minuti comincia a picchiare il pupazzo, colpendolo anche con dei calci e con dei pugni e gridando “colpiscilo sul naso, più forte…buttalo giù…un calcio!”. Il bambino assiste a questa scena dalla sua postazione. Viene poi accompagnato in un’altra stanza dove ci sono altri giocattoli molto attrattivi. Dopo circa due minuti entra nella stanza lo sperimentatore, interrompe il gioco del bimbo dicendogli che deve accompagnarlo fuori perché quelli sono i migliori giocattoli che ha e deve conservarli per altri bambini. Il bimbo viene quindi accompagnato in un’altra stanza dove sono presenti tanti altri giocattoli, ma alcuni sono stati ideati per il gioco “violento” e altri no. Tra questi ci sono ancora una volta il pupazzo di gomma e la mazza.

L’esperimento è stato condotto su diversi bambini. Divisi in tre gruppi (uno di controllo, quelli che avevano assistito alla scena dell’ “adulto violento” e quelli che invece non avevano assistito a questa scena). Il risultato è stato che i bambini che non avevano assistito alla scena violenta nella prima stanza, per quanto un po’ frustrati giocavano con tranquillità e raramente mostravano un linguaggio aggressivo; i bambini invece che avevano assistito alla scena si mostravano più aggressivi e addirittura raccoglievano la mazza e si avventavano sul pupazzo, spesso riproducendo anche gli stessi atteggiamenti e parole dell’adulto.

L’osservazione del comportamento aggressivo aveva in qualche modo ridotto le loro inibizioni e insegnato al bambino due modi per aggredire: a livello verbale e a livello fisico.

Le immagini dell’esperimento di Bandura

Bandura attraverso la sua teoria ritiene che possa essere la famiglia, l’ambiente socio-culturale e anche l’influenza dei mass-media ad esporre il bambino all’aggressività.

Ad esempio, alcuni ricercatori hanno osservato (Patterson et al,.1982 – Bandura 1979) che in genere i bambini che risultano fisicamente più aggressivi, in famiglia hanno avuto, molto probabilmente, genitori che adottavano modalità educative violente e aggressive (urla, schiaffi, percosse, offese), che potevano arrivare a veri e propri maltrattamenti. Si è potuto osservare che circa il 30% dei bambini maltrattati diventavano a loro volta maltrattanti, avendo quindi molte possibilità di diventare a loro volta genitori violenti.

Prendendo invece in considerazione l’ambiente culturale e sociale di riferimento, i bambini che vivono in contesti e comunità, immerse in sottoculture violente o in senso più ampio, vivono in un paese governato da un conflitto bellico o in uno stato caratterizzato da forti disparità economiche e sociali, saranno più predisposti ad adottare comportamenti aggressivi.

I mass media infine hanno anch’essi un ruolo rilevante nello sviluppo dell’aggressività. I media in generale hanno la facoltà di incrementare la probabilità del verificarsi di comportamenti aggressivi tra i giovani. Craig Anderson (Psicologo Sociale, 2001) afferma che l’esposizione a questa violenza veicolata dai media provoca significativi incrementi dei comportamenti aggressivi.

Bambola Bobo

Bandura sostiene che le azioni aggressive possono essere motivate da un’ampia gamma di esperienze avversive: frustrazione, insulti, dolore. Queste esperienze sollecitano a livello emotivo. I ricercatori hanno convenuto sul fatto che non è tanto la visione della scena violenta a generare violenza, ma la sollecitazione emotiva individuale e le conseguenze apprese. E’ più probabile che si generi aggressività quando si è provocati o quando una risposta di tipo aggressivo pare più sicura e gratificante.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Sull’Addio..

Immagine Personale.

“Non c’è niente di male nell’andarsene, Giusy…”

“Sì, ma”.. risposi

La frase citata mi fu detta durante una conversazione con una collega, in merito ad un caso che avevano seguito insieme.

Quanto può far male un addio?

Questo divenne il quesito del giorno. La mia collega (parecchio più grande di me), sosteneva che alla fin fine, un addio è un addio “arrivederci e grazie” in sostanza, e tutto torna -più o meno- come prima.

Nella mia opinione invece l’addio non è un “chi s’è visto s’è visto”; l’addio ha a che fare con l’assenza, con la sparizione, con il dolore, con la solitudine e quindi con il lutto.

L’addio fa sperimentare un crollo già avvenuto in uno stadio precedente nella vita del soggetto, analogamente a quanto Winnicott sostenne con “la paura del crollo” (ad esempio in merito agli attacchi di panico), dove la paura è -appunto- il ritorno di una paura già in precedenza sperimentata. Questa paura è inconscia in quanto si tratta di un evento passato che resta lì, come sull’uscio della porta pronto ad entrare; di questo evento (già sperimentato in passato), si ha paura, non lo si vuole ripetere anche se, non vi sono tracce di esso nella memoria (essendo relegato nell’inconscio).

Addio, non è Ciao. Ciao (ri)apre a un ritorno; è un “poi ci rivediamo, ci sentiamo”.. in sostanza è l’apertura, il tappeto che conduce alla porta che si riaprirà..

Addio è invece la serratura a cui è stato messo un lucchetto di cui non si conserva la chiave.

L’addio fa schifo, non ci sono altri termini e/o considerazioni.

Ma lo zero pulsionale non esiste; la pulsione anche quando è distruttiva e mortale è pur sempre una forza che spinge verso qualcosa.

Allora anche un Addio può trasformarsi in un nuovo “Ciao” che possiamo nuovamente offrire..

E che sia Ciao.. per tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Il giocattolo preferito..

Fonte Immagine “Google”.

“Il volto umano è il giocattolo preferito dai bambini; si muove, è colorato, è simmetrico, è tridimensionale, è caldo o freddo, si tocca, si lecca, si bacia e resiste agli attacchi che il bambino fa”.

Questo è un concetto – da me esteso- espresso da un mio Professore. Il viaggio di oggi ci porterà alla scoperta della vista e all’importanza che questa ha, nello sviluppo dell’essere umano.

Buona Lettura.

E’ opinione comune che i bambini alla nascita siano ciechi ovvero, che i bambini non siano da subito capaci di distinguere forme, colori o geometrie. Alla nascita, il sistema visivo appare anatomicamente e fisiologicamente completo; l’occhio infatti, cresce principalmente durante la gravidanza (nella vita intrauterina) al pari del cervello, mentre nello sviluppo successivo (rispetto ad altre parti del corpo), avrà uno sviluppo minore.

Il sistema visivo quindi, seppur formato è – alla nascita- ancora immaturo. Il neonato ad esempio, non ha la capacità di accomodare il cristallino per mettere a fuoco gli oggetti che siano a distanze diverse mentre può avere una immagine chiara a circa 20 cm di distanza; distanza questa che è pari alla “lontananza” esistente tra il neonato e chi si prende cura di lui (chiunque abbia in braccio il bambino).

Il neonato osserva il mondo esterno attraverso quella che è la visione periferica ovvero, attraverso le cellule a bastoncelli attraverso cui percepisce differenze di luce e buio fumando i contorni degli oggetti. La macula (atta alla visione centrale- coni), inizia a svilupparsi intorno al primo mese per concludere tale sviluppo intorno all’ottavo; in tal modo il bambino riesce a distinguere anche oggetti molto piccoli e le sfumature, il bambino può poi percepire – in tal modo- anche la profondità.

La possibilità di avere un volto vicino, offre al neonato l’opportunità di discriminare tale persona dagli estranei e ha il grande potere di iniziare a presentare al bambino le differenze i movimenti e le emozioni.

I bambini infatti, nascono equipaggiati per avere elle specifiche preferenze. Grazie alla tecnica della preferenza visiva (Fantz,1961) è stato dimostrato che i neonati prediligono oggetti tridimensionali a quelli bidimensionali e che siano in movimento; figure a sfondi omogenei e linee curve a quelle dritte (il cerchio è meglio del quadrato) vengono preferite infatti figure che non siano spigolose ma armoniche e tondeggianti; a un mese si preferiscono figure poco complesse, mentre con il crescere dei mesi aumenta l’interesse per quelle più complesse.

Secondo Johnson e Morton (1991), vi è un meccanismo innato di rilevazione del volto; tale meccanismo è sintonizzato sulle tre macchie che sono rappresentate dagli occhi e la bocca. I due autori ritengono che si possano individuare due stadi nello sviluppo della percezione del volto:

  1. un riflesso innato che induce il lattante a voltarsi e osservare forme che riproducono un volto
  2. dopo molte settimane di esposizione al volto, i bambini diventano in grado di discriminare e spostare l’interesse sulle parti interne del volto stesso; si riesce così a discriminare volti diversi.

La crescita e lo sviluppo del sistema visivo va quindi di pari passo con l’adattamento che il bambino fa al proprio ambiente di provenienza e allo sviluppo cognitivo. Quello che è interessante è che man mano che si procede con lo sviluppo, la componente innata e la predisposizione all’elaborazione dell’informazione che questa comporta, lascia spazio a quella che sarà l’esperienza (e il suo consolidarsi), e la memoria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“Tanto succederà sempre uguale…”

Vi è mai capitato nella vostra vita di sentirvi a pezzi, perché vi è successo qualcosa di inaspettato che vi ha “ferito” ? (ad esempio: siete stati lasciati improvvisamente, traditi da un amico, avete fallito un esame) Poi magari, ancora intontiti da quella brutta esperienza, cominciate a pensare che è inutile perseverare in quella cosa che tanto vi “stava a cuore”, ma che poi vi ha fatto davvero male.

Comincerà a ronzarvi in testa la convinzione che “tanto succederà sempre uguale”.

Probabilmente se vi è capitata una cosa del genere, sarete pervasi da pensieri del genere: – non sarò mai capace di ridare quell’esame, probabilmente non sarò capace di studiare quella materia, sono un incapace; – non troverò mai più un amore che mi faccia appassionare come quello che ho perso, una persona così non la incontrerò mai più, non proverò mai più le stesse emozioni; – se questo amico mi ha tradito non mi fiderò mai più di nessuno, non troverò mai più una vera amicizia -.

Immagine personale – Il mare di Napoli

In italiano esiste un vecchio modo di dire che riassume questo atteggiamento piuttosto comune: “fare di tutta l’erba un fascio”. Succede che siamo portati a generalizzare eccessivamente una cosa accaduta per poi trovare a tutti i costi elementi che confermano questa idea errata, in modo da auto rassicurarci e quindi evitare di affrontare il “peso” e il probabile dolore di una nuova sconfitta relazionale o emozionale.

“E’ una follia odiare tutte le rose perché
una spina ti ha punto, abbandonare tutti
i sogni perché uno di loro non si è realizzato,
rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito.

E’ una follia condannare tutte le amicizie perché
una ti ha tradito, non credere in nessun amore
solo perché uno di loro è stato infedele,
buttare via tutte le possibilità di essere felici
solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto.

Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia,
un altro amore, una nuova forza.

Per ogni fine c’è un nuovo inizio.”

Il piccolo principe – Antoine de Saint-Exupéry

Il Piccolo Principe – immagine google

Non possiamo accontentarci delle nostre idee, delle nostre convinzioni e restare fermi ad aspettare che succeda qualcosa di diverso da quello che ci aspettiamo. Per far in modo che qualcosa cambi e che ci sia “un nuovo inizio” bisogna fare qualcosa, muoversi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Sul senso di solitudine.

Fonte Immagine Google.

“Chi nun cunusce ‘o scuro nun po’ capì a luce

nisciuno sape a n’ato ognuno è sulo”

Mane e mane, Enzo Avitabile.

Nel piccolo viaggio che stiamo percorrendo insieme tra le strade della psicologia e i suoi numerosi vicoli e vicoletti che, a loro volta aprono ad ulteriori percorsi, desidero soffermarmi un po’ sul senso di solitudine.

Per senso di solitudine – in questo caso- non riferiamo alla situazione oggettiva di chi si trova privo ad esempio, di compagnia; ma a quel senso di solitudine più profondo che è quello interiore.

“Mi sento solo, Dottorè.. anche tra dieci, cento, mille persone.. Anche in famiglia.. anche tra gli affetti più cari..”

Secondo Melanie Klein, questo stato di solitudine interna dipende dall’aspirazione che tutti nutrono per una condizione irraggiungibile che è la perfezione interiore.

Il senso di solitudine può, per l’essere umano, essere inteso come un sentimento doloroso che si associa a stati interni di isolamento o abbandono, oppure come spazio di introspezione e di espressione della propria soggettività.

Se per la Klein il senso di solitudine affonda radici nella nostalgia che si prova per aver perso l’originaria sintonia tra inconscio della madre e inconscio del bambino, sintonia che rende possibile una comprensione profonda anche in assenza di parole (da qui poi la teoria diventa piuttosto complessa confluendo nelle due posizioni denominate Posizione schizoparanoide e depressiva), per Winnicott invece, la questione è diversa.

Winnicott sostiene che il senso di solitudine derivi da un difetto nell’esperienza di essere stato solo in presenza di un altro significativo. L’autore pone maggiormente l’accento sul versante positivo di tale capacità, considerandola una tappa importante nello sviluppo emozionale; ciò che è rivelante è che tale capacità si regga su un paradosso: per Winnicott il bambino deve “imparare” ad essere solo in presenza della madre.

La solitudine spaventa e spaventa ancor di più il sapersi pensare soli; l’immaginare cosa “potrebbe essere se”.. l’abbandono, il restare senza un sostegno.. percepire il mondo come trasparente intorno a sè e di converso, la paura di sentirsi trasparenti.

Nel temere di sentirsi trasparenti ed evanescenti, finiamo per cedere ed essere fagocitati dal buio..

“Intorno a me non c’era più niente, Dottorè.. Solo buio che mi tirava giù”.

Le parole con cui ho iniziato il tempo che oggi, stiamo trascorrendo insieme, a mio avviso ben riassumono quel che penso.

Il buio spaventa.. azzera i colori, la percezione.. altera lo spazio.. Al buio si perdono i punti di riferimento.. i confini della stanza o del posto dove siamo.. La testa gira.. strizziamo gli occhi cercando di accomodarli alla (non) luce.. Ma dal nulla nascono le cose.. dall’incertezza, dall’errore, dallo spaesamento.. lì germoglia il coraggio,

Chi non conosce il buio non può capire la luce.

Enzo Avitabile, un cantante che a mio avviso si presenta come suono puro che cammina.. per stasera può tenerci compagnia https://www.youtube.com/watch?v=pBCX2edxEPo

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Disamistade e dolore psichico.

Immagine Personale.

“E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”

Disamistade, De Andrè.

Ascoltavo questo incredibile pezzo e riflettevo..

Il dolore – specie quando è di natura psichica- che appartiene all’Altro, è sempre un dolore a metà.. una sorta di non dolore.

Tutto ciò che rimanda alla paura, al non conosciuto, all’oscurità si presenta come un evento perturbante. Il perturbante -in senso Freudiano- è qualcosa che in precedenza era familiare nella vita psichica, che poi è stato estraniato dal soggetto tramite il meccanismo di difesa della rimozione; è qualcosa di rimosso che ritorna..

Il tuo dolore, nel gioco della specularità che mi si apre innanzi dove “Io” è necessariamente “un Altro”, in quanto nell’ambiente primario di provenienza (la famiglia) mi è stato detto “questo sei tu”, conferendomi uno stampo in cui una prima identità liquida, è stata calata, mi (ri) presenta in faccia il dolore.

Nessuno ha voglia di sperimentare di nuovo qualcosa che lo ha in precedenza terrorizzato, tanto da doverlo rimuovere.

Faber può accompagnarci, stasera… https://www.youtube.com/watch?v=BOMjJvJMx-E

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Il processo di identificazione

Cos’è l’identificazione? Qual è il processo che porta all’identificazione?

L’identificazione è un termine che indica il processo attraverso cui una persona assimila uno o più tratti di un’altra persona, modellandosi su questa.

(Premetto che ci sono diverse disquisizioni in psicologia e molte teorie che trattano quest’argomento. Ci sono inoltre teorie più recenti che parlano dell’evoluzione del processo di identificazione. Io personalmente qualche anno fa (2012) trattai quest’argomento in un mio lavoro di tesi intitolato “La digitalizzazione dell’identità: un approccio psicoanalitico alla strutturazione della personalità nell’era del digitale” ).

L’identificazione può essere inoltre considerata come il normale processo di acquisizione di un ruolo sociale che caratterizza l’infanzia, attraverso l’osservazione degli adulti di riferimento, che diventeranno quelli con cui ci si identifica. Può essere considerata come una forma di apprendimento attraverso l’esperienza altrui.

Secondo Freud, le prime identificazioni, quelle più primitive, generano effetti che risulteranno essere persistenti. La prima e più importante identificazione (che sembra, a detta di Freud non essere conseguenza di un investimento oggettuale) è infatti con i genitori, sarà poi questa la premessa alla formazione dell’ideale dell’Io. Questa prima forma di identificazione (primaria) con il “padre della preistoria personale” riguarda, secondo Freud, entrambi i sessi e riunisce nell’imago paterna entrambe le figure dei genitori al di là della loro differenza sessuale. Si tratta, insomma, di una identificazione di base con chi agli occhi dell’infante rappresenta la specie cui esso appartiene. Quasi contemporaneamente si instaura una relazione oggettuale con la madre, che origina dal seno materno. Tale relazione sarà alla base di una scelta oggettuale “per appoggio” futura.

L’identificazione reciproca è la base per la formazione del noi.

https://ilpensierononlineare.com/2020/11/22/lidentita/

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Linguaggio: sviluppo e sua comprensione.

Fonte Immagine “Google”

Molti genitori vivono il momento della “prima parola” detta dai propri figli, come un momento denso di apprensione. Mamme, papà e nonni vivono talvolta con ansia il momento in cui il proprio bambino dirà la fatidica parolina magica “mamma”.

Molti pensano che il proprio bambino sia un genio “com’è precoce.. come è avanti con lo sviluppo”.. altri di converso vivono con timore il fatto che “questo/a ancora non parla”..

Come si sviluppa pertanto il linguaggio nei bambini? Scopriamolo insieme.

Buona lettura.

Lo sviluppo del linguaggio nei bambini sembra essere una capacità così precoce, tale da evidenziare una predisposizione biologica nello sviluppo di tale funzione.

Sin dalla nascita, infatti, il neonato riesce a cogliere la simmetria esistente tra i suoni uditi e i movimenti delle labbra di colui che emette il suono. In una ricerca del 1979, Dodd evidenziò come i bambini fossero capaci già a 3 mesi, di distogliere lo sguardo ogni volta che si trovavano innanzi una persona che pronunciava delle parole a cui, non corrispondevano i movimenti delle labbra; è emerso inoltre che i bambini – nello stesso periodo di sviluppo- , tendano a preferire l’ascolto di una persona che nel parlare mantiene le normali caratteristiche del linguaggio parlato (in termini di pause e intonazione), piuttosto che un tipo di linguaggio meno regolare e di converso più confuso.

Intorno ai 6 mesi di vita il bambino riesce a discriminare tutti i contrasti fonetici, anche quelli non presenti nella lingua madre. Questa abilità però dopo gli 8 mesi viene persa poichè il bambino sarà più portato a discriminare i suoni della lingua madre a cui è esposto. A tal proposito- ad esempio- studi sui bambini cinesi dimostrarono che questi bambini dopo gli 8 mesi, non sono più in grado di discriminare la r dalla l in quanto nella loro lingua madre non v’è distinzione tra i due fonemi.

La comprensione del linguaggio ne precede la sua produzione: prima di parlare infatti, comprendiamo.

Secondo Markman (1980) nel procedere con la comprensione di una parola, un bambino costruisce e segue tutta una serie di ipotesi che sono biologicamente predeterminate. All’inizio il bambino procede seguendo l’oggetto interno per cui apprenderà che un “nome di”, riferisce a quell’oggetto nella sua globalità; dopo aver appreso il nome, si passa alla generalizzazione secondo cui quel nome non è legato solo a quel dato oggetto, ma a tutti gli oggetti a lui simili. Successivamente si passerà a discriminare e ampliare attraverso sinonimi o classi quella parola appresa da altre che possono poi significare altre cose:

La parola margherita indica inizialmente quello specifico fiore indicato così dagli altri (oggetto interno); successivamente con la generalizzazione, il termine margherita viene estesa a tutto ciò che essa circonda “erba, terreno” a tutto ciò che con essa si può fare “profumarla, regalarla” e a tutti gli altri fiori che le somigliano. Con la discriminazione il bambino capirà che “margherita” non sostituisce la parola “fiore”, ma che la comprende così come “infiorescenza”.

Secondo gli studiosi (Markman e Hutchinson, 1984), queste capacità non sono apprese tramite le osservazioni, ma sono inscritte nei geni e si sono evolute insieme all’uomo stesso.

Se noi siamo pronti ad ascoltare, i bambini parlano… eccome se parlano!

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Mare.

Immagine Personale.

“Son nato a Napoli.. perciò mi piace il mare..”

Cantava Pino Daniele. Il mare per me è sempre stato fondamentale. Non potrei concepire un mondo che non sia circondato da una distesa d’acqua; tutte le città che preferiscono hanno qualcosa in comune con l’acqua.. che sia il più ampio mare o un fiume che le attraversa: senza acqua non so stare.

Riflettevo mentre asciugavo i capelli, su quanto mare ci sia spesso stato tra me e le persone. Il mare connette, rende possibile l’unione e separa.

II mare fa viaggiare.. fa andare in vacanza.. è pieno di sogni e possibilità: sa di enigma pertanto di infinito.

L’acqua trova sempre un modo.. scorre anche se viene bloccata.. mal che vada crea un ingorgo e trovata la via di sfogo, cede alla sua irruenza.

Il mare sa essere sereno e pacifico.. beato.. quieto..

Il mare sa essere aggressivo e impetuoso; sa assumere mille sfumature dello stesso colore di base. Il mare sa chi è.

Tanto mare mi ha spesso diviso dalle persone; tanto mare ha saputo connettermi alle persone. Migliaia di onde e pensieri si sono fusi e confusi nel marasma della schiuma cerebrale che mi porto dietro.

Il mare manca anche se è lì e ti guarda..

Il suono delle onde, resta per me, il più bello mai ascoltato.. prima di lui.. solo un altro suono…

Mal di te https://www.youtube.com/watch?v=FGSlO5Ph6es

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Paura e panico.

Oggi voglio parlarvi della paura e del suo esito più estremo il panico (approfondirò poi in un prossimo articolo il disturbo da attacchi di panico). Potremmo considerare il panico come quella sensazione di paura incontrollabile che può prenderci alla sprovvista e che ci rende impotenti. Spesso questa sensazione può avere delle connessioni con fattori oggettivi esterni, ma tante volte può alimentarsi con fattori interni all’individuo. La paura può infatti essere condizionata anche dall’interpretazione falsata di segnali esterni. La persona che la prova, per esempio, percepisce come pericolosi segnali che per altre persone risultano innocui e decisamente affrontabili.

Una crisi di panico può verificarsi sia in situazioni oggettivamente critiche e pericolose (incidenti, disastri, incendi…) sia in situazioni legate a luoghi della quotidianità (in supermercato, in ascensore, al cinema, in auto, per strada..), “l’elemento comune è che la persona perde il dominio di sé, dei propri atti e pensieri e cade sotto il dominio delle percezioni trasmessele dal contesto: spazio, rumori, luci, ombre. Si tratta […] di un disturbo che nei casi più gravi porta le persone che ne sono afflitte a non uscire di casa e/o ad avere sempre bisogno di una presenza rassicurante accanto a sé.” (Anna Oliverio Ferraris)

In alcuni studi e ricerche i ricercatori hanno potuto osservare che per far si che una situazione di ansia o paura si tramuti in panico in genere la persona si deve sentire anche psicologicamente isolata, senza riferimenti e magari in presenza di altre persone molto spaventate, impotenti e incapaci di dare sostegno o aiuto.

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Quindi ciò che può predisporre una persona al panico, è un sentimento e un vissuto personale di impotenza e solitudine, oltre alle situazioni oggettive che si possono vivere in prima persona e che possono fungere da innesco al panico. Il fatto di sentirsi soli, senza una via di scampo e senza il possibile sostegno o il conforto di qualcuno, provoca una sensazione di smarrimento che quindi porta ad uno degli esiti più estremi della paura.

Questa emozione così forte e così dissestante ha una funzione originaria totalmente diversa. Essa preparava e organizzava la risposta personale e adattiva attraverso l’istinto di sopravvivenza, ad un evento reputato come potenzialmente pericoloso. La risposta poteva essere di difesa, attacco o fuga.

La paura è una emozione primaria importantissima e funzionale alla propria sopravvivenza e alla sopravvivenza degli altri, perché è facilmente riconoscibile dagli altri(se mi spavento per qualcosa allerterò gli altri, che se potenzialmente in pericolo potrebbero salvarsi). La paura si può quindi considerare come una emozione positiva (anche se è sempre vista nella sua accezione negativa).

Chi non ha paura?

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dott. Gennaro Rinaldi
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“Pronto.. Dottoressa..”

Fonte Immagine “Google”.

La telefonata della Signora Concetta arriva durante una conversazione che si stava tenendo tra colleghi.

In un momento di relax, prendo la cornetta del telefono e avverto un silenzio seguito da un profondo sospiro :

“Ponto.. sono la signora … La contatto su invio della scuola … per mia figlia Maria..”

Accolgo la telefonata per poi girare le informazioni alla collega psicoterapeuta.

La signora Concetta arriva presso il consultorio dell’Asl in seguito all’invio da parte della scuola frequentata da sua figlia Maria. Secondo le insegnanti Maria è perennemente assente in classe, sempre distratta e assorta in chissà quali pensieri, mostra gravi lacune scolastiche. Maria è una nuova alunna; ha infatti chiesto il trasferimento dalla scuola precedente e si è inserita in una seconda liceo (in una classe già formata), cambiando anche l’indirizzo scolastico..

Maria giunge in studio accompagnata da entrambi i genitori. Il padre ingegnere si presenta curato e molto giovanile nel suo abbigliamento (si presenta vestito in tuta e scarpette da ginnastica), la madre casalinga appare come una donna molto semplice e emotiva.

Maria è una ragazzina molto curata (spicca lo smalto rosso sulle lunghe unghie) ma piuttosto “piccola”. Nonostante i -quasi- 16 anni è bassina, magrolina e con una postura rigida e chiusa. Appare spaesata, timida, introversa e sembra non comprendere quello che le viene chiesto. Mostra difficoltà a comprendere la più banale delle domande come “che giorno è oggi?”; sembra non conoscere la differenza di alcune parti anatomiche del corpo; mostra lentezza e ritardo nella lettura; si mostra come un corpo vuoto, senza peso specifico seduto su una sedia.

Maria ti guarda in maniera triste; sembra attraversarti con uno sguardo che chiede.. Gli occhi castani di Maria sembrano dirti “no so cosa ci faccio qui”.

La ragazzina sembra una stanza vuota; pareti vergini su cui provi ad appendere quadri che creano crepe non appena il chiodo sfiora l’intonaco. L’intonaco esterno di Maria è coriaceo ma al contempo, fragile tanto da emettere una nuvola di polvere al cui soffio, nulla resta.

Il lavoro clinico con bambini o ragazzini che presentano gravi problematiche, si presenta piuttosto difficile. Si tratta di un lavoro che mette a dura prova la capacità di tenuta del clinico stesso; in queste situazioni è molto difficile saper tollerare la frustrazione e la confusione generate dalla possibilità che questi bambini o ragazzini ti tirino giù verso un vortice buio da cui è difficile uscire.

La difficoltà di muoversi tra il desiderio di aiuto e di contenimento e l’impossibilità di arrivare al dolore celato, è forte.

Anne Alvarez (1992) afferma come talvolta si può sentire il bambino come terribilmente lontano tanto da avere la sensazione di dover attraversare distanze enormi. Soprattutto nei casi più gravi (ad esempio gravi nevrosi fino ad arrivare a quadri autistici o borderline), è importante saper usare una funzione di richiamo che sappia destare curiosità e interesse.

E’ inoltre importante sapersi presentare come un momento in cui si offre al piccolo paziente un contenimento tale da saper dare forma, contenuto e soprattutto parola ai pensieri.

Il lavoro con bambini e ragazzini (fino all’adolescenza) è bello ma intenso e difficile. Ci si muove continuamente lungo un continuum che va dal desiderio di dare protezione fino all’odio per un ambiente che non ha saputo accogliere (ma talvolta) ha solo saputo agevolare il disagio.

Anche il clinico vive la difficoltà di dover mettere da parte preconcetti personali per saper tendere una mano che tuttavia non necessariamente riceverà, dall’altro capo, risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Amore e Psiche

“L’amore infantile segue il principio; amo perché sono amato. L’amore maturo segue il principio: sono amato perché amo. L’amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L’amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo.”

E. Fromm

Secondo Fromm ci sono elementi comuni a tutte le forme dell’amare. Questi elementi sono: la premura, la responsabilità, il rispetto e la conoscenza.

Les Amants – Magritte

La premura, secondo Fromm è una caratteristica prevalente, nell’amore della madre per il Figlio e può essere sicuramente anche una caratteristica comune nell’amore per gli animali o per le piante e la natura. Amare è quindi “interesse attivo per la vita la crescita di ciò che amiamo”. Dove viene meno questo interesse per la vita dell'”altro”, non c’è amore.

Cura ed interesse implicano un altro elemento quello della responsabilità. Fromm si sofferma su questo concetto riflettendo sul significato moderno della parola, che spesso viene intesa come dovere, come imposizione. In effetti il concetto di responsabilità è spesso travisato. In realtà la responsabilità è un atto strettamente volontario che risponde ad un bisogno espresso o inespresso di un’altra persona. Significa essere più o meno pronti e capaci di rispondere ad un bisogno. Essere responsabili di se stessi e di qualcun altro; “nell’amore tra gli adulti, si riferisce principalmente ai bisogni psichici dell’altro“(E.Fromm).

L’elemento della responsabilità potrebbe in qualche modo prendere una forma diversa e divergere verso il senso di possesso e dominio. In questo caso subentra un altro elemento il rispetto. Anche questo concetto a volte viene travisato e inteso nella sua accezione negativa di timore verso qualcun altro. In realtà rispetto ( che deriva dalla parola respicere = guardare) la capacita di vedere una persona per come è, conoscerla veramente e comprenderla. Rispetto significa quindi desiderare che l’altra persona cresca e sia libera di crescere per quello che è. Se amo una persona mi sento come lei e non pretendo che lei si adatti a me. Il rispetto sostanzialmente esiste solo se c’è libertà.

Altro elemento fondamentale è la conoscenza, che alimenta il rispetto e che è direttamente collegata dall’interesse. La conoscenza dell’altro va oltre la superficie, va molto in profondità tanto da riuscire a percepire realmente come è fatta l’altra persona. Conoscere l’altro significa anche superare la barriera del proprio narcisismo e del proprio egoismo

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Sei più intelligente di uno scimpanzè?

Fonte Immagine “Google”.

L’approfondimento che voglio proporvi oggi, concerne dei famosi studi condotti nell’ambito della psicologia della Gestalt da Wolfgang Kohler.

Gestalt significa “buona forma” è infatti un termine tedesco usato per indicare una specifica corrente psicologica (psicologia della forma o della rappresentazione-Gestaltpsychologie) i cui studi si focalizzarono in particolare sugli aspetti percettivi e del ragionamento/risoluzione di un problema. La Gestalt contribuì con i suoi studi, ad ampliare le teorie concernenti l’apprendimento, la memoria e il pensiero.

Cosa c’entra allora uno scimpanzè?

Buona lettura.

Kohler tra il 1913 e il 1917 decise di sottoporre delle situazioni problematiche a degli scimpanzé, per vedere se e come, le scimmie riuscissero a risolvere tali situazioni.

L’esperimento consisteva nel mettere una banana fuori dalla gabbia di uno scimpanzé che, nel caso specifico, si chiamava Sultan. La banana si trovava ad una distanza superiore a quella del braccio dell’animale.

Sultan comincia con diversi tentativi, a provare ad avvicinarsi alla banana; resosi conto che questa è troppo lontana, comincia a guardarsi intorno. All’interno della gabbia ci sono una serie di canne di bambù; Sultan decide di infilare le canne l’una dentro l’altra fino a quando – ottenuta una canna abbastanza lunga – non decide di usarla per arrivare alla banana.

L’esperimento fu ripetuto anche con altri oggetti, ad esempio una cassa su cui salire. Kohler ritenne che i tentativi di Sultan non fossero casuali, ma tentativi intelligenti in quanto derivati dopo l’osservazione, da parte dell’animale, dell’ambiente circostante. In tutti i casi, infatti, Sultan riusciva ad arrivare alla banana comprendendo che uso fare dell’oggetto a disposizione.

L’apprendimento avviene quindi per insight ovvero dopo una improvvisa scoperta di un “nuovo” modo di interpretare la realtà e il mondo circostante. L’insight è pertanto una scoperta di nuovi rapporti tra gli elementi; rapporti che sono ora diversi rispetto a quelli precedenti. Ciò però che i gestaltisti evidenziano è che l’insight non nega l’esperienza e le soluzioni passate; nei casi in cui la situazione non consente l’uso di nuove strategie, il soggetto ricorre a ciò che è già noto.

L’insight definisce quindi una intuizione nella sua forma immediata e improvvisa.

Dal minuto 1:02 l’esperimento della banana. https://www.youtube.com/watch?v=6-YWrPzsmEE

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Dipingere e forare il proprio Sè.

Fonte Immagine “Google”.

“Sto meglio col piercing qua.. o qua.. ” Disse – riferendosi all’amica- la ragazza, mentre indicava il labbro superiore e il mento..

“Vabbè allora mo che vado a casa me lo faccio qua”.. Chiosò indicando il labbro inferiore.

Queste due frasi echeggiavano nel corridoio dell’ASL mentre due ragazzine attendevano il proprio turno.

La pelle è l’organo più vasto del nostro corpo e in un certo senso, quello che ci appartiene di più; è quello visibile; il mezzo che contiene (e protegge) l’interno dall’esterno: filtro omeostatico tra il me e il non me.

Questa terra di confine può essere sperimentata come un luogo di incontro con l’altro o di converso come un guscio protettivo che tiene e contiene.

Spesso accade che coloro che decidono di ricorrere a modificazioni corporee estreme, sentano il bisogno di identificarsi come diversi da; potrebbe essere il bisogno di sentirsi autentici verso se stessi, un desiderio di rimarcare che “un altro non può essere me”.

Il corpo, la nostra tela natale, sente chiede e domanda; reagisce quando la psiche soffre (pensiamo a tutte le malattie psicosomatiche esistenti).. dà prurito, brucia, si arrossa e si lacera parimenti al nostro apparato psichico che “prude, brucia e si sente lacerato”, ma non trovando sfogo .. “sfoga” sulla pelle.

Alcuni sentono il bisogno dopo eventi profondamente significativi (ad esempio in seguito a gravi malattie o ad eventi altamente traumatizzanti), di recuperare il contatto con il proprio corpo e lo fanno proprio ricorrendo all’uso di tatuaggi, piercing o modificazioni corporee più ampie. Si tratta di fantasie di rivendicazione in cui il “mio” corpo sofferente, toccato, abusato, tagliato, sopravvissuto.. torna da me e a me con i confini che Io decido di ridare lui.

Anzieu nel 1985, suggerì che l’io è un Io pelle

“una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentarsi se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo” (Anzieu, 1985, p.56).

L’autore sostiene che il bambino acquisisce la percezione di una superficie corporea attraverso il contatto con la pelle della madre nel momento in cui viene accudito, accarezzato, lavato. L’Io pelle ha pertanto origine nella pelle condivisa nell’immaginario tra madre e figlio, ciò che Anzieu definisce “pelle comune”.

La rinuncia a questa pelle comune seppur dolorosa, permette l’interiorizzazione e identificazione con una parte della madre che sostiene lo sviluppo fisico e psichico del bambino; quell’oggetto di supporto a cui il bambino si stringerà e sorreggerà.

La pelle pertanto parla; la pelle dice di noi e per noi. Tatuaggi, piercing, impianti sottocutanei sono parole dette, non dette, sussurrate o urlate di un corpo (sempre più sofferente) che non trovando corpo, “si dice” con un linguaggio tutto suo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Vicinanza reale e vicinanza social

Siamo proprio certi che le nuove tecnologie, che i nuovi mezzi di comunicazione, ogni anno sempre più raffinati e potenziati siano veramente in grado di “avvicinarci” ?

Tra “me” e l’altro si è in maniera prepotente inserito un mezzo tecnologico che promette di far “rete”, di creare connessioni. La questione è che le persone comunicano tra loro non solo attraverso le parole, ma anche attraverso la comunicazione “analogica” (non verbale). Lo stare insieme, vicini, sentire la presenza reale dell’altro è un’esperienza che difficilmente può essere sostituita. Il rischio, in “assenza di presenza”, che si corre è quello di alimentare il senso dell’assenza con un’inebriante illusione della presenza. Essere solo in presenza degli altri, gruppi di persone anonime e distanti.

Le persone costrette all’uso smodato dell’intermediario tecnologico, perdono la loro abilità sociale, quel senso del reale, dello stare assieme a livello umano, emotivo, psicologico.

“L’incontro con l’altro, o con gli altri, è sempre stata l’esperienza comune e fondamentale per il genere umano “

Ryszard Kapuscinski

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Cos’è il Burnout ?

In questi mesi a causa dell’emergenza sanitaria, abbiamo purtroppo visto spesso immagini e interviste di operatori sanitari oberati di lavoro e sempre più stanchi. Costretti ad affrontare tutti i giorni turni massacranti, in una condizione di continua attivazione, costretti a scelte difficili e con la persistente paura di essere contagiati e poter contagiare.

Lavorare con questo continuo carico di stress può portare a quella condizione di logorio psicofisico chiamata sindrome di burnout (crollo, esaurimento, surriscaldamento).

Il burnout è una condizione per cui l’eccessivo stress legato al lavoro porta a una situazione psicologica, emotiva e fisica in cui ci si sente come “bruciati”, “fusi”. Una delle sensazioni è quella di sentirsi a pezzi, “sbriciolati” a livello psicofisico, per cui non si riesce più ad andare avanti sia per la stanchezza sia ed ancor più per la confusione mentale che ne deriva. Le persone che arrivano a questo livello di stress, si sentono demotivati e delusi, perché non si sentono più in grado di recuperare, non vedono una via di uscita dai propri problemi e dalla situazione che li ha portati a stare così male.

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Inizialmente questa condizione era riconosciuta, in particolar modo, per quelle categorie lavorative legate alla sanità e all’assistenza alle persone. Adesso il burnout è riconosciuta anche per altre posizioni lavorative, in particolare quelle di responsabilità. Può anche essere legata a una situazione lavorativa poco soddisfacente, mal ricompensata, con troppe are lavorative e poco spazio personale.

Questa particolare forma di distress pare quindi essere sempre più diffusa, sia in questi mesi a causa dell’emergenza sanitaria, ma anche precedentemente si rivelava essere una delle principali forme di malessere individuale.

L’aspetto preoccupante di questa sindrome è legato al fatto che può condizionare in negativo diversi aspetti della vita, delle relazioni e personali: a livello psicologico ed emotivo (distacco emotivo, trascuratezza individuale e per le relazioni familiari e sociali, irritabilità, difficoltà di concentrazione); a livello fisico (senso di debolezza, insonnia, poco appetito, emicrania, disturbi gastrointestinali); a livello comportamentale (assenteismo, aggressività, e in alcuni casi abuso di alcol o sostanze).

Non si devono sottovalutare i primi segnali legati a questa sindrome, e quindi farsi aiutare da uno specialista, il rischio è quello di assistere ad una escalation in cui la persona farà più fatica a recuperare. Ma bisognerebbe addirittura agire all’origine, prevenendo almeno una parte delle cause scatenanti del burnout; evitando ad esempio di sovraccaricare di lavoro e responsabilità i lavoratori e gli operatori sanitari, valorizzando il loro lavoro in tutti i sensi.

Per approfondire l’argomento potete leggere anche il post della dott.ssa Giusy cliccando sul link sotto:

https://ilpensierononlineare.com/2018/12/10/sono-esausto-quando-lavorare-diventa-una-forma-di-disagio-a-tutti-gli-effetti/

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Getta l’amo nell’inconscio.

Fonte Immagine “Google”.

“Bisogna offrire un amo al silenzio”

A.A. Semi.

Nella mia formazione questo – ogni giorno- continua ad essermi insegnato. Le persone non si riempiono di parole; non si soffocano di concetti e interpretazioni. Il dolore, non si tappa. Si resta lì, in silenzio… e si aspetta.

Si impara a tollerare lo sconforto di un silenzio spesso imbarazzante. Si impara a tollerare uno sguardo vuoto, perso, rancoroso ma desideroso di sapere.

Si impara a tollerare il tuo sentirti perso, vuoto, rancoroso e desideroso di sapere.

Si impara a non avere fretta.

Si impara l’attesa.

Ti fai pescatore e sapientemente getti un amo nel silenzio dell’altro nell’attesa che qualcosa abbocchi e, vincendo la paura dell’asfissia, emerga e sopravviva alla nuova boccata d’aria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Mio figlio non mi ascolta…

Immagine Personale: “La mia famiglia”.

“Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare ad occuparsi dei genitori”.

John Bowlby.

Capita sempre più che i genitori arrivati presso una consultazione, lamentino un “mancato ascolto” da parte dei propri figli “Mio figlio non mi sente”.. dice la signora M… “sta sempre con la testa da un’altra parte”.. sostiene L…

Giovanna, 45 anni, chiama presso il Consultorio dell’Asl in una fredda mattinata di Dicembre. Dal tono della voce si evidenzia subito uno stato di urgenza e ansia; si percepisce inoltre spavento e angoscia per una situazione che non “riesce più a controllare”.

“Mio figlio”, dice, “è un disastro, si ribella di continuo non segue i nostri ordini e le direttive familiari; fa sempre di testa sua è scontroso e aggressivo. Da poco ha cominciato a girare con un coltellino in tasca e io non so più cosa fare”.

Michele ha 13 anni ed è il classico pre adolescente. Alla ricerca della propria identità in divenire (come in divenire è il momento della vita che si trova a vivere, essendo l’adolescenza una fase di passaggio in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno ancora adulti), sperimenta con l’abbigliamento (giudicato dai genitori inopportuno) e sfidando l’autorità (rispondendo male e in maniera provocatoria) “chi sono”.

Senza entrare nel dettaglio della storia (i cui nomi è bene sottolineare, sono di fantasia), già dal primo colloquio è emerso che la situazione familiare appare piuttosto caotica, rigida e “mortificante”.

Il padre di Michele è un esponente delle forze dell’ordine: appare rigido e fermo sulle sue posizioni che sono “sempre giuste e sicure” : “a casa comando io”.

La madre è una casalinga che vive costantemente soggiogata dalle decisioni prese da un marito “freddo e che non è mai stato partecipe della vita familiare”, in sostanza il marito non c’è mai ma pretende che le sue decisioni siano legge.

La sorella di Michele di 3 anni più piccola, è trattata come una bambolina/trofeo; oggetto d’amore della madre viene costantemente riempita (fino a strabordare) di proiezioni, dimenticando che anche lei – Valentina- ha una sua personalità in costruzione. Riempita fino all’orlo di proiezioni materne Valentina ha smesso di mangiare: troppo piena di cose altrui per riempire lo stomaco di cibo; ha inoltre cominciato da poco a vomitare (il surplus emotivo) ciò che non riesce più a contenere con il suo esile corpo.

Il breve estratto del caso citato, vuole evidenziare come spesso ci soffermiamo sulle problematiche dei bambini, degli adolescenti o dei giovani adulti dimenticando l’importanza del contesto in cui loro sono (stati) calati : la famiglia.https://ilpensierononlineare.com/2019/06/26/pavor-nocturnus-terrore-notturno-e-bambini/ https://ilpensierononlineare.com/2019/09/26/leta-in-divenire-ladolescenza-come-terra-di-mezzo-tra-linfanzia-e-la-vita-adulta/

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Il bambino, l’ambiente, l’handling e l’holding.

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo?

Secondo un noto psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (morto nel 1971), il ruolo della madre (le prime cure) e dell’ambiente è fondamentale per lo sviluppo del bambino e per lo strutturarsi del suo Sé.

La funzione naturale della madre, chiamata da Winnicott “preoccupazione materna primaria” offre al suo bambino quel sostegno necessario all’integrazione tra psiche e soma (personalizzazione), allo strutturarsi di una vera relazione oggettuale e di un senso di realtà. Questo sostegno (holding) insieme alla manipolazione (handling – lavare, nutrire, accarezzare, coccolare) sono essenziali all’instaurarsi di una buona relazione madre-figlio. Il bambino sarà allora in grado di superare una serie di angosce “impensabili”.

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Winnicott aveva inoltre sottolineato anche l’importanza dell’esperienza e delle relazioni reali con l’ambiente per lo sviluppo maturativo del Sé. In modo da dare la possibilità di promuovere la crescita del bambino tollerando le “immaturità” che permetterebbero di conservare l’originalità, la creatività, la ricchezza e il loro processo naturale.

L’ambiente sarà positivamente decisivo alla crescita personale del bambino purché sia disponibile e facilitante, contenga l’aggressività e dia amore permettendo però al potenziale del bambino di emergere e realizzarsi e quindi diventare indipendente.

Winnicott definiva questo tipo di ambiente familiare “good enough” (abbastanza buono, più o meno buono). Secondo Winnicott non è quindi necessario un ambiente perfetto e privo di problemi (che tra l’altro probabilmente non esiste), ma un ambiente vivo, aperto al confronto, pronto ad accogliere e sostenere il bambino con i suoi desideri, le sue paure, i suoi misteri e le sue esigenze fisiche, emotive, cognitive, sociali.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Scorciatoie della mente.

Immagine Personale.

Nei vari approfondimenti che sto condividendo con voi, ho spesso citato o evidenziato il fatto che il nostro sistema cognitivo sia un economizzatore di risorse. Il tempo in cui ci troviamo a vivere la nostra quotidianità è sempre più veloce, caotico e per nulla favorevole alle decisioni lente e meditate.

Ciò che oggi vi presenterò è un modo che il nostro sistema cognitivo ha di agire in maniera veloce ed essenziale (il che però non vuol dire privo di errori), ovvero le euristiche.

Buona lettura.

“Linda 31 anni, single schietta e molto intelligente, ha studiato filosofia; da studentessa era molto coinvolta in tutto ciò che era legato all’ambito sociale e delle discriminazioni. Partecipava alle manifestazioni antinucleare e amava vestirsi con abiti lunghi a fiori”.

Basandosi su tale descrizione, è più probabile che Linda sia:

1- Una cassiera in una banca

2- La cassiera in una banca e sia anche attivista in un gruppo femminista.

La maggior parte delle persone pensa che Linda sia una femminista attivista in quanto la sua descrizione si presta meglio all’idea, alla “rappresentazione” che nell’immaginario ha una donna attivista. Per giudicare qualcosa comparandolo intuitivamente alla rappresentazione mentale che si considera di “una certa categoria”, usiamo l’euristica della rappresentatività.

Tale euristica si basa sulla rilevanza degli attributi di una persona considerata come criterio per poter considerare la persona stessa come membro di una certa categoria. Si tratta di giudicare l’appartenenza di una persona a una categoria, sulla base della considerazione di quanto quella persona incarni il prototipo della categoria stessa. Con questa euristica le persone giudicano in modo veloce in quale categoria inserire gli altri.

“Ha più abitanti Mosca o Madrid?”

Probabilmente abbiamo risposto sulla base di un veloce sguardo mentale circa la grandezza delle due città e sulla loro successiva comparazione. Si tratta dell’euristica della disponibilità ovvero la tendenza a giudicare la frequenza o la probabilità di un evento o situazione, sulla base di quanto è facile pensare esempi di quel dato evento o situazione. Ciò che è rilevante non è tanto il contenuto del ricordo, quanto la facilità con cui un contenuto è ricordato o immaginato.

Una delle problematiche legata all’uso di tale euristica concerne però il fatto che si tende ad attribuire peso eccessivo a una situazione più recente e vivida rispetto ad una meno recente. Se “un certo giorno” ascoltiamo al telegiornale che ci sono state delle sparatorie nelle scuole, alcuni giorni dopo saremo portati a considerare il fenomeno della violenza e delle sparatorie nelle scuole, come più radicato e forte di quanto nella realtà, non sia. Ciò che tale euristica evidenzia è che le persone sono lente a dedurre casi particolari da una verità generale, ma sono incredibilmente veloci a dedurre una verità generale da un caso vivido.

Gli eventi facilmente immaginabili (quelli cognitivamente più disponibili) influenzano anche la sensazione di colpa, rimpianto, frustrazione e sollievo. Se la nostra squadra perde o vince una gara importante all’ultimo minuto, successivamente cominciamo ad immaginarci come sarebbe potuta andare “se”..

Immaginare alternative migliori e meditare quello che potremmo fare la prossima volta per avere un risultato migliore, ci aiuta ad arrivare meglio preparati al futuro. Si tratta dell’euristica della simulazione o pensiero controfattuale, secondo cui ci si può immaginare scenari e risultati alternativi. Tale euristica ha come risvolto il poter vivere di rimpianti o attribuire eccessiva importanza alla fortuna.

Quando dobbiamo emettere un giudizio in una situazione di incertezza, riduciamo l’ambiguità ancorandoci a un punto di riferimento stabile, facciamo dei progressivi aggiustamenti e prendiamo la decisione. L’euristica dell’ancoraggio e adattamento stima (partendo da un valore inziale cui ancorarsi), un qualche valore a cui viene accomodato un nuovo oggetto. Se ad esempio chiedo ad una persona “pensi che io sia alto meno di 1,75 cm?” la persona in questione ha un ancoraggio a “,meno 1,75” pertanto darà un valore molto vicino a quel numero dicendo magari “sì, credo tu sia alto 1,74” Il rischio in questo caso può essere sottostimare o sovrastimare la persona o l’oggetto considerati.

Le euristiche sono state considerati da molti studiosi, un “modo sciocco” di pensare che porta solo l’essere umano ad incorrere in errore, dimenticandosi di connettersi con il proprio mondo interno e la propria capacità riflessiva.

L’essere umano infatti – nonostante alcuni approcci teorici- non è qualcosa di rigidamente prestabilito e non funziona con modalità “input/output”. Se in certi casi le euristiche si sono mostrate come un modo freddo, veloce e rapido di prendere una scelta (ad esempio in caso di pericolo per la propria o altrui sicurezza), spesso riflettere e meditare evita fraintendimenti ed errori di cui, nel futuro, potremmo pentirci.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Le responsabilità

“La maggior parte delle persone non vuole veramente la libertà, perché la libertà comporta responsabilità, e molte persone hanno paura della responsabilità.”

Sigmund Freud

Immagine personale

Chi vuole un po’ di liberta in cambio di qualche responsabilità?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Padrone o schiavo?

Immagine Personale.

“Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla”.

S.Freud.

Personalmente: una schiava libera.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Tu sei uno scienziato.

Fonte Immagine “Google”.

L’approfondimento di oggi vuole presentare il pensiero dello psicologo statunitense George Kelly, ideatore di un’importante approccio (scientifico), allo studio della personalità.

Il pensiero di Kelly è un pò diverso da quelli che abbiamo avuto modo di conoscere fino ad ora; ho voluto infatti cominciare a presentare delle prospettive che seppur lontane dal modo che ho personalmente di intendere la psicologia (considerandola nella sua globalità), sono ugualmente ricche di spunti di riflessione e di parti all’interno della macro-teoria, che ritengo utili e degne di nota.

Buona lettura.

Kelly muove dalla considerazione dell’individualità nel suo complesso e non dal considerare la persona come sminuzzata in tante parti diverse; il clinico -in sostanza- non frammenta il paziente per ridurre il problema ad un’unica questione, ma deve andare a considerare più prospettive allo stesso tempo.

Lo psicologo parla di “cognitivr” ovvero cerca di individuare i modi con cui percepiamo gli eventi e il modo con cui li interpretiamo, in relazione a strutture già esistenti; successivamente a ciò va ad indagare come ci comportiamo in relazione a queste interpretazioni. Per Kelly infatti un costrutto è un modo per percepire e interpretare gli eventi, ad esempio: “buono/cattivo” è un costrutto usato dalle persone per considerare ed interpretare un evento in maniera piuttosto rapida.

Secondo Kelly ogni persona è uno scienziato. Egli sostiene infatti, che lo scienziato tenta di controllare e prevedere i fenomeni (cosa che, nella sua concezione, fanno anche gli psicologi) ma ciò che l’autore sostiene è che anche i soggetti funzionino come scienziati. Per Kelly gli scienziati hanno teorie, verificano ipotesi e soppesano le evidenze sperimentali, cosa che a suo avviso fanno anche le persone comuni.

Quello che Kelly vuole evidenziare è che le persone sono orientate al futuro e che hanno la capacità di rappresentarsi l’ambiente, anziché rispondere semplicemente in maniera passiva agli stimoli che questo invia; le persone inoltre, possono interpretare e reinterpretare, costruire e ricostruire i propri ambienti. Tuttavia le persone possono percepire gli eventi ma interpretarli solo nei limiti delle categorie (costrutti) che hanno a disposizione; ne deriva che siamo liberi di costruire gli eventi ma al contempo, siamo limitati dalle nostre costruzioni.

Gran parte del pensiero di Kelly si basa sulla posizione filosofica dell’alternativismo costruttivo secondo cui non vi è una realtà oggettiva o una verità assoluta da scoprire, ma esistono tentativi di costruire gli eventi e interpretare i fenomeni per comprenderli; vi sono pertanto (sempre) costruzioni alternative tra le quali scegliere. Secondo Kelly l’impresa scientifica non è nella scoperta della verità ma nel cercare di elaborare sistemi di costrutti utili per prevedere gli eventi, ne deriva che un’ipotesi non vada affrontata come un fatto, ma dovrebbe permettere allo scienziato di seguirne le implicazioni come se fosse vera.

Kelly parla pertanto di costrutto indicando con tale termine un modo di costruire o interpretare il mondo; è un concetto che l’individuo usa per classificare gli eventi e tracciare una linea di condotta. Una persona pertanto sperimenta gli eventi osservando modelli e regolarità e facendo ciò, nota che alcuni di questi eventi sono accomunati da caratteristiche. Ne deriva che gli individui percepiscano somiglianze e contrasti e proprio per questo motivo, arrivano alla formazione di costrutti: senza di essi la vita sarebbe caotica.

L’approccio di Kelly si presenta come un pò più schematico rispetto a quello psicanalitico classico. La sua teoria dei costrutti ha avuto implicazioni anche nell’ambito psicopatologico; l’autore ad esempio considera il suicidio (teoria dei costrutti personali) come un atto volto a riconoscere il valore della propria vita o come atto di abbandono. Per Kelly causa del suicidio sono il fatalismo e l’angoscia totale. Se il corso degli eventi è così evidente è inutile aspettare gli esiti (fatalismo) o se tutto è imprevedibile l’unica cosa è abbandonare la scena. Inoltre secondo lo psicologo l’ostilità non è parte integrante del suicidio, ma la considera come centrale nel funzionamento umano dove è presente l’ostilità (nasce quando gli altri non si comportano nel modo in cui noi desideriamo) e aggressività (non interferisce con il comportamento di altre persone).

Grazie per l’attenzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Cchiù pallone ca guaglione

Immagine Personale.

Un altro ricordo.. un altro pensiero a te perchè ” ‘o ssaje comme fa ‘o core”

La passione non si sceglie, l’amore non si sceglie: entrambe si vivono. Quello tra il mio popolo e te.. questo è stato.. Amore fluido e passione travolgente.. come quando fai l’amore tutto d’un fiato tanto da restarne senza.. e quello che ti resta è una faccia da ebete.. una gioia insensata.. gli occhi che brillano e tu che tremi come un cretino.

Tutti abbiamo tremato anche solo vedendo anni e anni dopo le tue giocate.

Tutti abbiamo visto un uomo diventare erba, pallone, sudore e maglietta. I lacci slacciati che non ti hanno mai impedito di correre e palleggiare..

La tua vita mille volte impigliata in quei lacci.. non si è mai fermata.

I tacchetti ti hanno perforato più e più volte e noi per questo, ti abbiamo amato.

Sei stato più bambino che uomo, mi verrebbe da dire.. sei diventato un simbolo indelebile della napoletanità.. perchè Napoli accoglie.. Napoli è mamma e come una mamma puoi provare a distruggerla.. provi a scappare da lei.. la accusi, la maledici.. la abbandoni.. Ma da mamma puoi sempre tornare; mamma una coperta calda per gli inverni freddi, te la offre sempre.

Hai compreso la vera identità di un popolo.. quella di un sud “sano” che si sentiva finalmente parte integrante e chiamato in primo piano in qualcosa di gigante.. enorme…

Di gigante non resta solo il murales che ti è stato dedicato.

Resti tu, tutti i bambini che si chiamano come te. I palloni che abbiamo bucato (sì..pure io ca so femmena) giocando, rivedendoci nelle tue gambe.. nei tuoi riccioli e nel tuo sorriso da bambino.

Un bambino che non ha mai smesso di giocare e amare il pallone.

Un bambino che non smetteremo mai di amare.

Cià guagliò!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Ho visto Maradona…

Sono Napoletano e in quanto napoletano ho dentro di me un legame stretto con Maradona. Sono nato l’anno in cui lui è venuto a Napoli.

Sono cresciuto percependo la storia che si stava scrivendo, assorbendo il significato delle sue gesta sportive. Sono cresciuto ascoltando i cori a lui dedicati, sono cresciuto vivendo la leggenda nel momento stesso in cui si stava scrivendo.

Diego é molto più di un calciatore, è molto più dell’essenza stessa del calcio. Non è solo il Migliore di tutti i tempi, il D10S del calcio, l’inarrivabile. La sua figura è trasversale ed è rappresentativa dell’umiltà di popoli che sentivano addosso lo spettro dell’emarginazione e dell’oppressione. Si era fatto portavoce della voglia di rivalsa della gente e attraverso la sua concezione irrazionale della fisica della sfera e della gravità, era capace di invertire i poli. Il sud diventava nord. Napoli si rispecchia in lui quasi si guardasse allo specchio. Un Argentino Napoletano, un Napoletano Argentino.

D10S

La gente vive il suo mito, perché lui è diventato parte della nostra storia personale e ha scolpito la sua immagine nella “genetica” della cultura e della società del popolo Napoletano.

Napoli perde un altro simbolo. Se ne va un altro pezzo di Napoli, se ne va un altro pezzo di eternità..

Grazie Diego..

Jovine – O’ reggae ‘e Maradona
Manu Chao – La vida tombola

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Violenze domestiche: conseguenze psicologiche e fisiche.

Il fenomeno della violenza domestica ha a che fare con una serie di azioni che hanno luogo all’interno della relazione che partono dal passato e arrivano al presente. Questa serie di condotte e azioni riguardano l’aspetto psicologico, economico, fisico e sessuale. Nel tempo le conseguenze di questi atti possono portare a danni di natura fisica e psicologica.

La violenza psicologica è moto subdola e può riguardare tutta una serie di atteggiamenti intimidatori, vessatori, denigratori. Sono subdoli perché spesso non esplicitati e di difficile comprensione da parte delle persone estranee alla coppia. Il partner tende infatti a mettere in atto tutta una serie di “strategie” di isolamento, limitazione dell’espressione personale e terrore, nei confronti dell’altro partner. Attuando ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni nel privato e nel pubblico, umiliazioni e denigrazioni. Spesso l’ “efficacia” pervasiva di questi atti porta ad un vero e proprio “lavaggio del cervello” e la sensazione da parte delle vittime, di vivere sempre con la paura che possa succedere qualcosa di molto grave. La continua esposizione a queste condizioni portano le donne (che nella maggior parte dei casi sono le vittime delle violenze domestiche) ad avere gravi danni sul piano psicologico.

La conseguenza di queste situazioni porta la donna vittima di violenza a colpevolizzarsi continuamente, portando dentro di sé una sensazione costante di inadeguatezza. Entra così in un circolo vizioso di accondiscendenza e sottomissione alle richieste del maltrattante, così da risultare il più possibile adeguata alle sue richieste, per non farlo adirare.

Si crea così una sorta di perversa dipendenza psicologica dall’aggressore maltrattante.
La maggior parte delle donne che denunciano il partner che le maltratta, spesso non hanno intenzione di lasciarlo, ma solo di contenerlo e controllarlo. Capita che una volta subite le prime violenze le donne, loro malgrado, interpretano il ruolo di vittima. La serie di atti prima descritti e la pressione psicologica generata dal comportamento del maltrattante genera nella donna, come fonte di sofferenza, il senso di colpa per il sospetto di essere responsabili di quella reazione, in sintesi di meritarla.


In diversi i casi può accadere un ribaltamento della situazione: il soggetto maltrattante dopo la violenza diventa vittima della vittima, che ora si trova in una posizione di dominanza, desiderando il perdono.
Si invertono così i ruoli se la donna minaccia l’allontanamento fisico l’uomo risponde con il vittimismo. Questo altalenarsi della relazione in un sorta di danza perversa di dominanza/sottomissione, permette alla donna di restare. La donna infatti in questo caso avverte il vittimismo del compagno come un momento di gratificazione e quindi s’illude di poter avere la possibilità di “aggiustare” e controllare la relazione.

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Le donne spesso denunciano questi fatti a parenti ed amici i quali non hanno le capacità o non avvertono la necessità di impedire l’aggressione fisica e psicologica.
La famiglia può rappresentare una risorsa e un aiuto, ma tante volte può diventare un ostacolo e paradossalmente può giustificare in qualche modo le violenze. Infatti può capitare che alcune famiglie possono incoraggiare la donna a tenere unito il matrimonio per ragioni etico religiose, giustificando anche la loro linea di pensiero con il fatto che i danni non sembrano particolarmente gravi.
Ad esempio può capitare quando nel compagno maltrattante viene riconosciuta una situazione di sofferenza, una qualche patologia mentale o psichica. In questo caso la donna non legittima la separazione in quanto comprende la sofferenza dell’altro, subordinando la propria di sofferenza.

La violenza fisica comprende invece tutta quella serie di azioni atti a far del male (procurare dolore fisico e segni) e quindi a spaventare la vittima, che può temere continuamente per la sua incolumità. La violenza fisica può essere esperita in tanti modi diversi (calci, pugni, morsi, colpi alla testa, torsioni del braccio, soffocamento, scossoni, spintoni). Queste violenze fisiche sono agite proprio per spaventare e rendere l’altra persona in un stato di soggezione e controllo.

La violenza economica riguarda tutta quella serie di espedienti volti ad evitare che la donna arrivi ad avere una indipendenza economica. Ciò ovviamente ha come finalità quella di rendere la donna sempre e comunque dipendente e senza nessuna possibilità di pensare di poter essere economicamente emancipata. Anche quando la donna ha un lavoro, il maltrattante farà in modo di gestire o sperperare il denaro del lavoro della partner., che sarà costretta a nascondere una parte dei propri introiti.

La violenza sessuale riguarda tutti quegli atti legati alla sfera del sessuale. Il partner in questo caso è costretto ad avere rapporti sessuali, con minacce, violenze e ricatti. Costrizione ad avere rapporti anche con terzi e visionare o fare video.

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La violenza e gli abusi contro le donne non hanno alcuna giustificazione, qualunque natura essi abbiano.

Non bisogna mai sottovalutare i primi segnali di una escalation violenta.

Mai sottovalutare le offese, mai sottovalutare la limitazione delle libertà, mai sottovalutare i gesti e le intenzioni, mai sottovalutare una spinta o uno schiaffo!

Denunciare e chiedere aiuto è un grande passo verso la libertà.

La violenza domestica e contro le donne non può essere tollerata!

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Amore… Cosa?

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Dal punto di vista prettamente descrittivo e/o statistico, vi sono tutta una serie di fattori e caratteristiche del reo, che aumentano o sono indicative della possibilità di incorrere in reato.

Tra i fattori di rischio la cui presenza aumenta la possibilità di commettere uxoricidio, abbiamo: fatti o eventi accaduti nella vita del soggetto; tratti di personalità e circostanze in cui è avvenuto il fatto.

I fattori di rischio possono incidere in duplice modo ovvero: direttamente (incidendo sui pensieri omicidi e sulla possibilità di commetterli) e indirettamente (attraverso una diminuita capacità cognitiva e/o decisionale che porta l’autore a non riuscire ad inibire il pensiero distruttivo ed evitare di fare, invece, del male alla vittima).

Socialmente svantaggiato: gli uxoricidi analogamente ai maltrattanti e agli uomini che commettono altra tipologia di omicidi, sono spesso socialmente svantaggiati oppure hanno problemi economici o sono disoccupati.

Vittime di abuso infantile: l’omicida, similmente al maltrattante, può da piccolo aver subito o aver assistito ad abuso all’interno del contesto familiare di provenienza. Ciò che accade è una trasmissione transgenerazionale; una sorta di cultura della violenza che viene usata come unico mezzo “relazionale” all’interno della famiglia stessa.

Precedenti comportamenti violenti all’interno della relazione: é molto raro che vi siano casi di uxoricidio che non siano stati preceduti da minacce, aggressioni fisiche e/o sessuali. Questi uomini hanno alle spalle un bagaglio di relazioni fallite, andate male che avevano un alto tasso di conflittualità. Si tratta inoltre di soggetti che hanno forti idee preconcette e rigide circa i rapporti uomo-donna e i rispettivi ruoli da mantenere.

Proprietà: Quando all’interno di una relazione subentra tale parola “tu sei mia proprietà”, si sta facendo uso di gelosia, possessività e controllo esclusivo di una donna che non è più vista come tale, ma come possesso esclusivo. Sia i maltrattanti che gli uxoricidi, potrebbero attuare questo “diritto sul possesso” vietando ad esempio alla donna, di andare in palestra, di andare dal parrucchiere o anche di fare la spesa da sola.

Possesso di armi: detenere in casa un’arma aumenta la possibilità che l’assassino le usi durante le aggressioni. Merzagora-Betsos, Pleuteri (2005) hanno evidenziato che nei casi di omicidio-suicidio, quando sono gli uomini ad uccidere le donne, l’uso dell’arma da fuoco rappresenta oltre la metà dei modi utilizzati per commettere il crimine, inoltre nel 65% dei casi è anche il modo usato per commettere il suicidio.

Precedenti penali: gli autori di uxoricidio hanno precedenti penali che di solito riguardano violenza domestica o anche altri crimini come consumo o spaccio di sostanze stupefacenti. Un dato tuttavia legato all’Italia concerne il fatto che circa il 30% degli uxoricidi, non ha precedenti penali a carico o passati; tuttavia alcuni uxoricidi potrebbero essere stati maltrattati o essere stati già maltrattanti senza che vi siano denunce pregresse.

Disturbi di salute mentale, disturbi di personalità: gli uxoricidi sono spesso affetti da disturbi mentali o di personalità. Dalle ricerche condotte emerge che gli uomini che uccidono la propria partner, erano affetti da disturbo border di personalità, personalità passivo aggressiva o depressione maggiore.

Abuso di sostanze: le ricerche mostrano che nel 50% dei casi gli uxoricidi hanno problemi legati all’abuso di alcool, mentre nel 15% dei casi un passato da abuso di sostanze. Altro dato mostra come nel 20 e 50% dei casi, l’autore del crimine fosse sotto l’influenza di alcool nel momento in cui ha commesso il crimine.

Come abbiamo avuto modo di vedere insieme, andando a conoscere le caratteristiche del reo (che è bene ricordare si compenetrano alle caratteristiche presenti, dall’altro lato, nella vittima) difficilmente un uomo arriva ad essere maltrattante e/o violento senza che vi siano delle avvisaglie o caratteristiche pregresse. Dobbiamo pertanto provare a smettere di avere un atteggiamento compiacente e tollerante dinanzi a comportamenti che con l’amore non hanno nulla in comune.

Un uomo aggressivo non è innamorato: è “malato”.

Un uomo geloso e controllante non è innamorato: è “malato”.

Una donna compiacente non è innamorata: è “malata”.

Una donna che accetta la gelosia morbosa e un uomo altamente controllante, non innamorata: è “malata”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Esser/CI.

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“Non sono migliore di te”.. disse… “Neanche io, di te”.. rispose..

Si resero conto che da soli erano una potente individualità; avevano sogni e aspettative; lividi sulla pelle.. una pelle che pulsava come ferita aperta da cui sgorgava sangue vivo, caldo. Erano sopravvissuti incerti alle curve della vita; avevano attraversato notti lunghe, fredde e insonni. Avevano vomitato fiumi di parole schiumate da rabbia e rancore per qualcosa che -forse- non sarebbe mai stato.

Si erano donati.. rinchiudendosi nella passione calda di un abbraccio senza fine.. stretti tra le labbra serrate, rubate, tra le mura di palazzi fatiscenti.

Si erano desiderati.. incazzati..

Si erano sfiorati come fossero stati due ladri, di nascosto..

Si erano cercati..

Si erano amati.

Insieme non erano migliori o peggiori.

Sapevano, tuttavia, che per qualsiasi cosa avrebbero agito come un team: in maniera interdipendente.

“Faccio la mia parte… Io… E tu fa la Tua..” Ognuna delle nostre singole azioni – insieme- viene potenziata.. che sia migliore o peggiore, poco importa.

Compresero così il vero potere: passare dall’esser”, “all’esser/CI”.

25 Novembre 2020, Giornata Internazionale per l’eliminazione delle violenza contro le donne.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Sul divorzio

Oggi vorrei affrontare un altro argomento correlato all’articolo precedente della collega e al strettamente intersecato con il mio di ieri dedicato al matrimonio. Vi parlerò del divorzio.

Il divorzio è un evento paranormativo che traumatizza tutte le aree del legame, all’interno di una coppia inoltre “è considerato dai clinici come una crisi prevedibile del ciclo vitale della famiglia, sebbene l’attacco al legame che i soggetti avvertono è forte e traumatico” (V. Cigoli).

Il divorzio e la separazione, rappresentano una fase di cambiamento e sconvolgimento che interessa l’intero progetto di vita pensato e delineato nel corso del tempo da una coppia. Questa fase comporta una riorganizzazione di diversi aspetti della propria vita che riguardano gli aspetti economici, l’abitazione, le relazioni, i legami familiari.

Una separazione e un divorzio possono arrivare al termine del processo anche in maniera positiva quando entrambi i genitori hanno compreso le cause e le dinamiche implicite che hanno portato ad una fine prematura del rapporto.

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Quando la decisione della fine di un rapporto è univoca (cioè presa direttamente solo da uno dei coniugi), l’altro coniuge può vivere il distacco improvviso emotivamente come una condizione assimilabile al lutto.

Nel 2005 David Sbarra e Robert Emery, due psicologi americani hanno teorizzato il “modello ciclico del lutto”.

Questo modello prevede tre emozioni caratterizzanti che al termine di una relazione possono presentarsi inizialmente una per volta con forte intensità per poi presentarsi in maniera simultanea in un secondo momento. Ecco il ciclo delle emozioni:

  • L’ Amore caratterizza il sentimento di perdita e quella segreta speranza che tutto si possa “aggiustare” e rimarginare. Il rischio di rimanere bloccati su questa emozione porta alla negazione psichica della separazione perché la persona coverà dentro di se sempre la speranza che possa avvenire una riconciliazione;
  • La Collera aumenterà a causa della frustrazione subita. Si avrà la sensazione di essere stato ingannato e si darà la colpa all’altro per il dolore percepito. Il rischio di una fissazione su quest’emozione determinerà una visione alterata della realtà che porterà a investire solo ed esclusivamente l’altro coniuge delle colpe della separazione. L’ex sarà quindi considerato a tutti gli effetti la rovina della propria vita;
  • La Tristezza invece è legata a quel sentimento di profondo sconforto, vuoto e solitudine che si può provare in una situazione del genere. Purtroppo la fissazione a questa emozione può provocare stati depressivi e in alcuni casi più gravi pensieri suicidari. In questi casi in genere la colpa della separazione viene data a se stessi.

Se elaborati correttamente queste emozioni e questi contenuti dolorosi possono portare all’accettazione della separazione con la prospettiva della costruzione di un nuovo progetto di vita personale. Infatti, la fine del rapporto, anche se ricca di dolore e sofferenza, una volta elaborata, può rappresentare comunque la possibilità di una crescita interiore. La persona che si appresta ad affrontare questo cambiamento deve però affrontare la fine del legame, mettendosi in discussione e incuriosendosi della nuova realtà che la separazione comporta.

immagine personale

Questo processo di elaborazione del divorzio è dura e dolorosa, richiede un faticoso lavoro su se stessi. Però con un buon supporto psicologico è possibile superare queste fasi per poi cominciare ad investire su se stessi valorizzando le proprie risorse personali, ripensandosi e riadattandosi alla nuova realtà.


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La mia maglia è blu, la tua… non lo so!

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E’ un po’ l’eterno dilemma delle coppie:”Perchè non ricordi quello che ti ho detto due minuti fa?”

Vi siete -infatti- mai chiesti per quale motivo ricordiamo con maggiore facilità certi tipi di informazioni, mentre altre diventano preda dell’oblio quasi senza che noi ce ne rendiamo conto?

Anche in questo caso la psicologia sociale, funge da salvagente e prova a spiegarci cosa accade in queste situazioni.

Buona Lettura.

Il sè influenza anche la nostra memoria portando ad un fenomeno che prende il nome di effetto autoreferenziale. Accade pertanto che quando l’informazione è pertinente con il concetto di sé, questa si elabora più rapidamente e la si ricorda senza difficoltà. Se infatti proviamo a chiedere a qualcuno se la parola “introverso” lo descrive, in un secondo momento quella stessa parola sarà ricordata da quel soggetto con maggiore facilità rispetto a se gli fosse stato chiesto se (lo stesso) termine, possa ben descrivere un conoscente qualunque.

Analogamente alcuni giorni dopo aver discusso con qualcuno, siamo più portati a ricordare cosa quella persona ha detto di noi piuttosto che le motivazioni che lei ha avanzato durante la nostra discussione.

Ciò che gli psicologi hanno evidenziato, è che i ricordi si formano intorno all’interesse principale: se stessi.

Ciò che l’effetto autoreferenziale fa, è evidenziare un fatto basilare della nostra esistenza ovvero che il senso del nostro sé è il centro del nostro mondo. Siccome si tende a considerare se stessi come i principali attori dell’opera che è la vita, si tende a sentirsi costantemente come sotto i riflettori con il risultato che spesso si sovrastima il modo con cui qualcuno ci nota o l’interesse che abbiamo realmente destato nell’altro.

Altro aspetto dell’effetto autoreferenziale è legato al fatto che tendiamo a paragonare i comportamenti degli altri, ai nostri, dimenticando di contestualizzare l’operato dell’altro o di tener conto del suo vissuto e del suo modo di pensare e/o sentire e agire.

Il concetto di sé include sia gli schemi di sé incentrati su chi si è qui ed ora, ma anche chi si potrebbe diventare: i sé possibili.

Hazel Markus e colleghi (1989) notarono che i sé possibili includono le concezioni di sé che si sognano .”il sé ricco, il sé magro, quello amato e innamorato”, e ciò che temiamo di diventare “il sè non realizzato nel lavoro e nello studio, il sé non amato, il sé insoddisfatto”.

Questi sé possibili si offrono come una motivazione che alimenta la visione della vita a cui si aspira.

P.S- per quando concerne i litigi di coppia, si potrebbe provare a sostenere che forse non ci si ricorda di alcune informazioni base, perchè l’altro non le avverte come realmente congruenti con il proprio senso di sé. Si potrebbe allora provare a fare in modo che entrambi vedano determinate informazioni come maggiormente vicine al proprio sé.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Amore, Love, Amor, Amour, Grà, Lyubov, Miłość, Ljubav,Dragoste, Liebe.

“Chi ama diventa umile. Coloro che amano hanno, per così dire, dato in pegno una parte del loro narcisismo”.

S. Freud.

Fonte youtube Italia

Non tutto può essere spiegato, talvolta: va soltanto vissuto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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La raccolta differenziata del corpo.

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Quello che mi piacerebbe fare oggi, con voi, è cominciare una serie di approfondimenti riguardanti il corpo. Non so bene quanti articoli, pensieri o approfondimenti ho intenzione di dedicare a tale tema; non sono mai stata una persona schematica, rigida o dai tempi prestabiliti.. vorrei piuttosto lasciare che le idee e le sensazioni restino in un vortice di condivisione dove noi tutti, siamo i primi attori/spettatori di una” circolazione di idee” sempre più ampia.

Il corpo è qualcosa che ha sempre avuto fascino, per me. Sono sempre stata attratta dal suo uso, abuso, dal suo sentirsi fuori posto, lontano dal tempo presente o di converso troppo vicino alla realtà vigente. Mi sono spesso chiesta cosa potesse spingere (dal punto di vista psicodinamico) le persone a modificare il proprio corpo, a costringerlo o a correggerlo con e nella chirurgia estetica. Il mio pensiero non è di chi va contro coloro che decidono di ricorrere alla chirurgia plastica (riconosco il grande potere che in certi casi ha, il ricorrere a tali modificazioni corporee) e per quanto non ne farei mai uso, trovo che ognuno sia assolutamente libero di fare, della propria “tela natale”, ciò che vuole.

Uno dei primi spunti di riflessione riguarda proprio questo ultimo punto. Un giorno.. seguendo l’ennesimo documentario (ne fagocito di continuo) sulla fotografia, fui colpita da una fotografa asiatica impegnata a imprimere su pellicola i momenti in cui si dedicava all’autolesionismo. L’artista evidenziò come in Asia la questione del corpo sia “qualcosa di estremamente serio”.. “non si è padroni del proprio corpo in quanto donato dai propri genitori.. Il corpo è pertanto proprietà dei tuoi genitori che te lo hanno donato e se tu, non ne hai cura, sei irrispettosa verso i tuoi genitori”. Il corpo pertanto – mi verrebbe da dire- diviene qualcosa che si ospita e che non si abita.

Buona lettura.

Il corpo in quanto questione.

La questione del corpo è piuttosto difficile da riassumere poichè reca con sè aspetti sociali, culturali e individuali. Nessuno nasce in un corpo de-storificato, lontano dalla cultura socio culturale in cui il futuro essere umano si troverà calato. Prima della nostra venuta al mondo, infatti, noi siamo stati pensati, detti e parlati; siamo stati anticipati. Questa anticipazione che per la Aulagnier (1975) prende il nome di “ombra parlata” ed indica quello spazio in cui l’Io del futuro nascituro “può avvenire” si presenta come una sorta di legatura di valore musicale che sommando il -prima desiderio- (materno e della coppia genitoriale) di bambino unisce, raddoppia e (forse) salda, la soggettività materna e quella del nuovo nascituro.

La questione qui si fa complessa e di ardua esemplificazione. In un certo senso, quando noi veniamo al mondo, troviamo un “già lì”, un qualcosa – come dicevamo- che prima di noi ci ha parlato, detto e accolto. Cosa potrebbe tuttavia accadere se, nel momento in cui veniamo al mondo e proseguendo nel corso della nostra vita, troviamo incoerenza tra ciò che ci è stato detto/imposto e ciò che sentiamo come nostro? Cosa accade al nostro corpo se sentiamo che Io non sono come tu mi vuoi? Ma soprattutto.. chi è questo Io se tu mi hai detto chi sono? Allora forse : Io è un Altro!

Freud nel 1928 sostenne che “L’Io è innanzitutto entità corporea” e successivamente dirà che “L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venir considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo”.

E’ ciò che successivamente Winnicott evidenziò quando parlando delle funzioni materne, ne chiarificò 3 in particolare:

  • holding: tenere in braccio pertanto sostenere e contenere; in termini psichici, il risvolto che tale contenimento fisico sarà poi l’inizio dell’integrazione
  • handling: indica la manipolazione intesa come lavare, toccare o accarezzare il bambino. E’ il processo che porta l’infante a comprendere i confini del proprio corpo; sarà il presupposto dal punto di vista psichico per la personalizzazione
  • object presenting: la presentazione dell’oggetto che porterà l’infans (il bambino non ancora dotato di parola) a diventare baby (il bambino che comincia a gattonare poi camminare) alla potenzialità offerta da una relazione oggettuale.

Giunti a questo punto del discorso, direi che possiamo momentaneamente fermarci e provare a vedere insieme, se qualche dubbio o curiosità emerge da quanto detto. Ciò che ho provato ad evidenziare è che se noi, in quanto esser umani che siamo stati prima immaginati e pensati (mi riferisco ad esempio a quello che da giovani facciamo quando immaginiamo un nostro futuro figlio.. a chi somiglierà? che lavoro farà? come si chiamerà?) troviamo discordanza, in un successivo momento della nostra vita con questa storia che ci ha anticipato (pensiamo ad esempio a tutti quei ragazzi che decidono di non voler fare la scuola e il lavoro scelto dai genitori) bene.. è possibile che tutte queste questioni possano in una certa fase della nostra vita, essere legate e messe in scena sul proprio corpo?

E’ in definitiva possibile che un Io che sente incongruente la storia che la propria famiglia gli ha fornito, decida di modificare il proprio corpo, di riempirlo di silicone o botox; decida di svuotarlo con la liposuzione oppure decida di travestirlo innestando impianti sottocutanei, per cominciare a scrivere una storia nuova… per cominciare a scrivere un romanzo sulla propria vita che cominci con un :” Io sono”.

Vedremo in seguito qualche possibile risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Sul matrimonio

Volevo proporvi una breve riflessione sul matrimonio.

Potremmo considerare un matrimonio “sano” quando si genera una amalgama funzionale di due culture estranee che insieme riescono a generare una nuova cultura.

Il matrimonio è da considerarsi il punto di partenza per costruire una relazione più matura. Difatti oltre al me e al te, si deve trovare un “noi”. Una volta creato il “noi” è impossibile togliere l’investimento emotivo. Ma di certo l’intimità richiede un grande lavoro fatto spesso di rinunce e compromessi.

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Si possono alternare periodi di separazione emotiva ad altri di grande affiatamento emotivo, ma la coppia sana ha la sicurezza di poter sopravvivere quando vede le differenze come opportunità di crescita.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rianldi
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…Parole soltanto parole…

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“Amo le parole e non mi piace usarle male”.

Antonio Alberto Semi, psicanalista.

Parole tese e sospese.. parole dolci, forti dette a gruppi..

Parole sciolte, libere e incatenate..

Parole distanziate..

Parole fredde, gelide, inconsistenti..

Parole che suonan frammenti..

Parole che creano frasi unite in legami.. dai risvolti spesso poco chiari..

Passato , presente e futuro con loro diventan tutt’uno..

Ho sempre amato il suono delle parole, il mondo fantastico che una produzione sonora prodotta dal concatenarsi di più lettere, può rimandare e/o aprire..

Che sia consonate o dissonante : Buona parola, a tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’Identità

L’identità in psicologia viene intesa come quel senso del proprio essere, inteso nella propria unicità e proiettato nel tempo. L’identità è una costruzione di sé stessi attingendo alla memoria che funge da collante tra passato, presente e futuro.

L’ identità può essere mutevole, perché può trasformarsi nel corso della propria vita psichica e sociale. E’ un sentimento di appartenenza a qualcos’Altro, diverso da sé, ma facente parte della propria storia e quindi proveniente da un tempo diverso da quello presente.

Salvador Dalì – Reminiscenza archeologica dell’angelus di Millet

” L’identità umana inizia nello spazio e nel tempo degli antenati, senza di essi vige il non umano. L’uomo del presente garantisce la sopravvivenza dell’immagini degli antenati, ottenendo da questi ultimi la garanzia del passato. Passato e futuro, invarianza e cambiamento delle identità, sono garantiti dalla vita postuma delle immagini degli antenati.”

Lucio Russo – Destini delle Identità

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Non ci riesco o non voglio riuscirci?

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Mi ricordo di quando all’Università, profondamente colpita dalla (già nota) professoressa di dinamica, decisi di chiederle la tesi di laurea. Contemporaneamente a tale desiderio (quasi nello stesso lasso di tempo) decisi che “no! non ero in grado di poterle chiedere la tesi, perchè sicuramente avrei fatto una brutta figura!”, pertanto.. rinunciai a malincuore e mi diressi verso un altro professore.

Quante volte nel corso della nostra vita ci troviamo di fronte a sfide, dilemmi o occasioni e proprio noi, ci trasformiamo nel nostro principale nemico.

Questo fenomeno è noto nell’ambito della psicologia sociale con il nome di “autosabotaggio o self-handicapping”.

Buona lettura

p.s- la storia della mia tesi prosegue con una più sicura dottoressa che per la laurea magistrale si diresse con più coraggio – finalmente- dalla professoressa di cui prima. Il lavoro portato avanti è stato denso di soddisfazioni; ma la soddisfazione più grande fu sentirsi dire “si vede che ha tanta passione, lo leggo dal modo in cui scrive e da come ne parla”. Questo porterebbe l’argomento sull’aspetto narcisistico della questione.. ma per questo.. dovrete attendere ancora un pò…

Autosabotaggio come giubbotto di salvataggio.

Spesso accade che le persone tendano a sabotare le proprie opportunità di successo creando impedimenti e ostacoli che rendono meno probabile il raggiungimento di tale successo. Non si tratta di essere autolesionisti o autopunitivi, quanto piuttosto di attuare un comportamento con scopo autoprotettivo.

Quando l’immagine di sè è legata alle prestazioni, può essere più sminuente per il sè impegnarsi a fondo e fallire piuttosto che procrastinare e trovare una scusa. Se si riesce infatti ad avere successo anche in condizioni avverse, il risultato è una sovralimentazione dell’immagine di sè.

Ciò che l’autosabotaggio fa è proteggere sia autostima che immagine pubblica consentendo di attribuire i fallimenti a qualcosa di temporaneo o esterno (avevo mal di testa; ho dormito poco).

Steven Berglas e Edward Jones (1978) condussero un esperimento proprio per analizzare il fenomeno dell’autosabotaggio. Alcuni studenti della Duke University erano stati incaricati di dare delle risposte a delle domande attitudinali. Alla fine dell’esperimento alcuni riuscirono ad indovinare delle risposte a domande molto difficili; a questi studenti fu detto che il loro punteggio era uno dei migliori mai visti.

Successivamente fu offerta, a questi studenti (che si sentivano molto fortunati per quanto accaduto),la possibilità di poter scegliere tra 2 medicinali prima di rispondere ad altre domande. Un medicinale incrementava le prestazioni intellettuali, mentre l’altro le inibiva. La maggior parte degli studenti decise di assumere il medicinale inibente, trovando già pronta una scusa in caso di mancato rendimento.

Secondo i ricercatori le persone hanno diversi modi per incorrere in autosabotaggio:

  • riducono la propria preparazione in sita di eventi importanti (come eventi sportivi)
  • offrono un vantaggio agli avversari
  • mostrano prestazioni scarse all’inizio di un’attività per evitare di creare aspettative troppo alte su di sè
  • non affrontano un impegno serio (che coinvolge il proprio sè), sfruttando tutte le risorse di cui dispongono.

E voi.. quanto siete soliti ricorrere a tale meccanismo autoprotettivo?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Desidero dunque sono.

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Dal latino de- siderare: cessare di contemplare le stelle a scopo augurale.

L’origine della parola restituisce una senso negativo del termine in quanto indica il venir meno di un’attesa e la percezione di un’assenza. Riguarda – in un certo senso- ciò che gli antichi in passato facevano, ovvero contemplare e leggere le stelle per scovarne messaggi e notizie circa il loro destino/futuro.

Desiderando non mi attendo più che qualcosa “tra le stelle” mi indichi, mi dica o compaia. De- siderare è smettere di attendere dall’alt(r)o ciò che voglio o spero di.. ma cominciare a cercarlo per conto proprio. Cominciando a cercare “da me”, volgendo lo sguardo sul mio desiderio attuo una spinta verso l’esterno e pertanto mi pongo verso l’altro.

Spostandomi verso l’altro mi sposto verso di me: verso me come soggetto di un desiderio.

Buon desiderio a tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Ciclo di vita e criticità

Spesso noi psicologi e psicoterapeuti ci troviamo ad intervenire in situazioni che riguardano il ciclo di vita delle persone, il loro sviluppo e la loro crescita personale. Potremmo definire queste fasi determinanti della vita come “processi di cambiamento” o “eventi critici“.

Nella vita di una persona l’intero ciclo di vita e il proprio sviluppo è caratterizzato da episodi o eventi che determinano passaggi evolutivi importanti per la persona stessa.

I ritmi evolutivi sono spesso scanditi da eventi socialmente riconosciuti (adolescenza, maternità, menopausa, invecchiamento, matrimonio..). Questi eventi sono fondamentali per la crescita personale, ma determinano rotture dell’equilibrio precedente che possono a volte attivare reazioni emotive o difese, che a loro volta possono sfociare in manifestazioni sintomatologiche di vario tipo in cui prevale il disagio e la sofferenza emotiva.

Gli episodi critici, invece, possono essere considerati come eventi imprevisti traumatici (lutti, malattie, separazioni, insuccessi, eventi esterni). Questi eventi rompono l’equilibrio precedente e possono attivare una condizione di patologia reattiva, cioè relativa a quella situazione critica, improvvisa e apparentemente ingestibile.

Ad esempio il lutto può creare una condizione di vissuto personale caratterizzato da atempotalità; che comporta una percezione del tempo e dello spazio anomala, dilatata e completamente trasformata. Vissuti legati al lutto possono essere anche legati ad una rottura di un rapporto o di un legame affettivo importante (in queste situazione spesso si ha la sensazione di aver perso una parte di sé, nel momento in cui ci si deve separare dall’altra persona). Questi eventi luttuosi possono a volte creare “rotture” tali da comportare manifestazioni al limite, con carichi emotivi e psichici difficili da sostenere, fino a determinare sintomi, segnali di un malessere psichico.

Immagine fonte Repubblica.it

La patologia si crea quando la condizione di equilibrio psichico ed emotivo precedente, per qualche motivo si rompe.

La buona notizia è che queste fasi “critiche” del ciclo di vita sono purtroppo e per fortuna parte integrante delle nostre vite. Possono creare dolore e malessere, ma possono essere affrontate e superate con il supporto e l’aiuto di un professionista. In queste situazioni, infatti, lo psicologo interviene per “accompagnare” la persona, che chiede aiuto, in un processo di consapevolezza e comprensione della trasformazione e del cambiamento che avverrà affrontando questi eventi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Giocala se vuoi..

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Desidero condividere con voi un nuovo approfondimento sulla tecnica del gioco. Come avremo a breve modo di vedere, il gioco è stato – da un certo momento in poi della storia della psicanalisi- una tecnica centrale utilizzata in particolare con l’analisi dei bambini.

…Un freddo giorno di Novembre (di anni da allora ne son passati), in un’aula universitaria si apprestava ad entrare una donna piuttosto bassa, dai capelli molto corti e dal tono di voce cordiale e pacato. Si trattava della mia professoressa di psicologia dinamica, una professionista dalla capacità narrativa incantevole e ipnotica, che seppe da subito conquistarmi con la sua capacità di rendere vive e vere le storie dei pazienti di cui ci faceva dono (a tal proposito devo dire che è stata una delle poche a parlarci davvero dei pazienti; molti clinici tendono ad avere poca apertura e capacità di condivisione). Fu lì, con lei e in quell’aula al primo piano, che mi innamorai di Melanie Klein…

Buona lettura.

Melanie Klein contro tutti.

Freud aveva già in precedenza provato a parlare di psicanalisi infantile, sostenendo ad esempio che la nevrosi dell’adulto trovasse radici in una nevrosi infantile presente all’epoca del complesso d’Edipo. Nonostante ciò, non esistevano studi sistematici sulla nevrosi infantile (salvo per il caso del piccolo Hans) pertanto le riserve in merito al parlare di psicoanalisi infantile erano ancora piuttosto forti.

L’intuizione della Klein fu l’aver messo in luce che il modo che i bambini hanno per esprimersi, è il gioco. Per i bambini – infatti- il gioco è sia un lavoro che consente loro di esplorare e padroneggiare l’angoscia attraverso l’espressione e l’elaborazione della fantasia, ma anche mezzo per drammatizzare le proprie fantasie, elaborare e rielaborare i conflitti. Il gioco libero (insieme a qualsiasi comunicazione verbale) può fungere da corrispettivo delle libere associazioni (utilizzate con gli adulti, in terapia). Per comprendere il gioco, bisogna utilizzare il metodo elaborato da Freud per svelare i sogni (si tratta di comprendere il simbolismo sotteso e tutti i mezzi di rappresentazione e meccanismi utilizzati).

A tal proposito, un sintomo rilevante è l’inibizione del gioco (incapacità assoluta di giocare o ripetitività rigida priva di immaginazione) che comporta una inibizione della vita fantastica e dello sviluppo in generale. L’inibizione può risolversi se l’angoscia alla base, si attenua per effetto dell’interpretazione.

I principi di una tecninca.

Nel 1923 la Klein delinea i principi dell’analisi e della tecnica. Le sedute devono durare 50 minuti per 5 volte a settimana. I mobili della stanza sono lisci e semplici; un tavolino con una sedia per il bambino, una poltrona per l’analista e un piccolo divano; pareti e pavimento lavabili. Ogni bambino aveva una scatola di giocattoli per sè, da usare solo durante il trattamento. I giocattoli comprendevano casette, figure umane maschili e femminili, animali domestici e selvatici, palle, forbici, nastro adesivo e corda. Nella stanza d’analisi doveva inoltre essere presente un lavabo in quanto in certe fasi dell’analisi, l’acqua ha un ruolo significativo. Un punto fondamentale concerne il fatto che essendo il gioco libero, i giocattoli non devono avere un chiaro significato: non devono cioè suggerire già un gioco o come essere usati, ma devono avere la capacità di poter essere usati in qualsivoglia maniera. I giocattoli non devono ad esempio dare indicazione di un ruolo specifico come una divisa che indica una certa professione (a tal proposito vorrei aggiungere che le preoccupazioni di molti genitori sulla scelta di un certo tipo di giocattolo “mio figlio gioca con le barbie”, lasciano il tempo che trovano. I giocattoli maschili o femminili, si potrebbe quasi dire, non esistono. Esiste la proiezione di un sentimento, di un ruolo, di una storia, del proprio mondo interno che può in quel dato momento, riportare una “cosa terza”, legata ad esempio a qualcosa che la mamma di un bambino ha fatto). I giocattoli inoltre devono essere molto piccoli in quanto sembra che così facendo si prestino maggiormente alla rappresentazione del proprio mondo interno.

La storia di Melanie Klein è molto articolata, sia in termini biografici che in termini professionali. Si tratta di un’autrice che difficilmente ha avuto il favore della platea (anche tra gli studenti universitari) in quanto – come la mia professoressa diceva- la Klein è “terrificante”.

Negli anni la psicanalista ebbe dei punti di divergenza sia con Freud che con sua figlia, Anna Freud.

Anna F. sosteneva ad esempio che nel bambino non si producesse la traslazione in quanto i bambini erano ancora troppo dipendenti dai genitori. Per la Klein invece i bambini erano capaci di instaurare una traslazione proprio per la loro – ancora – forte dipendenza dall’adulto e per la sofferenza provata in seguito ad angosce.

Sono stata molto felice di potervi presentare seppur in maniera breve, il lavoro della Klein. Come sempre se ci sono curiosità, domande o la semplice voglia di “esserci”, vi attendo con molto piacere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“Pierino!! Che hai combinato!”

Immagine Personale : “Ridi pagliaccio!”

Pierino.. il monello per eccellenza, onnipresente in tutte le barzellette. Difficilmente vi sarà capitato di non ascoltare di qualsivoglia vicenda occorsa al malcapitato bambino che, vittima o pasticcione ne combina di tutti i colori.

Stamattina riflettevo proprio sull’importanza dello scherzo e dell’umorismo.

“Scherzando si può dire tutto, anche la verità”.

S.Freud.

L’umorismo è anche considerato dallo stesso Freud, come un potente meccanismo di difesa poichè in tale accezione, una battuta, permette di bloccare le emozioni spiacevoli consentendo un risparmio di energia psichica.

Buona risata a tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’infanzia e l’adolescenza

Oggi 20 novembre 2020 è la Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e l’adolescenza.

Vorrei proporvi due riflessioni. Entrambe hanno a che fare con: i bambini, gli adolescenti, i legami, la speranza, la fiducia, i genitori e il futuro.

“ L’interiorizzazione da parte del bambino piccolo di legami positivi con le figure genitoriali gli permette di trasferire la fiducia e la speranza nelle relazioni future. Se invece queste relazioni non sono state soddisfacenti non sarà semplice conservare la fiducia nel legame e metterla in atto nelle relazioni future ”

(Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia, 2002).
Photo by Pixabay on Pexels.com

“.. Insieme possiamo costruire una torre e nonostante si tolgano

pezzi a questa torre, insieme troviamo un modo per tenerla in piedi, ci

aiutiamo a vicenda per farlo, anche se dobbiamo trasgredire le regole.

Quella torre possiamo aggiustarla e ricostruirla e insieme troveremo sempre

un modo per farlo…”

“ Gennaro Rinaldi, “Il ragazzino disteso – Famiglie multiproblematiche – percorsi di cura in Coerenza Strategica “

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Riandli
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Circa Anna…

Fonte Immagine “Google”.

Il viaggio che stiamo conducendo insieme, tra le strade che portano alla conoscenza dell’isteria, prosegue oggi andando ad indagare uno dei casi più famosi: il caso di Anna O.

Sempre più grata e lieta della vostra presenza e del vostro calore, vi lascio all’approfondimento.

Buona Lettura.

Tornato da Parigi, dove aveva assistito all’ipnosi usata da Charcot, Freud si ricordò di una paziente seguita da Breuer dal 1880 al 1882. La paziente in questione era Anna O: il primo caso clinico degli studi sull’isteria.

Circa Anna.

Anna era una giovane donna molto intelligente che proveniva da una famiglia molto puritana. La provenienza da un ambiente familiare così rigido aveva fatto sì che Anna non avesse mai avuto un rapporto sentimentale, ma anzi, Breuer notò come in lei l’elemento sessuale fosse sorprendentemente poco sviluppato. Anna mostrava un comportamento molto lunatico ed “esagerato”; sviluppò inoltre una serie di disturbi somatici e psichici come: contrattura alle stremità del lato destro, incapacità nella vista, tosse nervosa, incapacità di bere nonostante una sete tormentosa e incapacità nel padroneggiare e comprendere la propria lingua madre. I disturbi di Anna comparvero mentre ella era impegnata a curare suo padre gravemente malato (smise di curare il padre in conseguenza della propria malattia).

Successivamente alla morte del padre, Anna sviluppò uno stato di ebetismo, a cui seguì uno stato meno angoscioso ma fatto di nuovi sintomi come: restrizione del campo visivo e incapacità nel riconoscere le persone segno di non voler riconoscere (a livello psichico), il fatto traumatico della morte del padre. Dopo la morte del padre, poi, Anna ad una certa ora (al tramonto) cadeva in uno stato di profondo sopore (chiamato da Breuer autoipnosi); se Anna in quello stato esponeva le idee bizzarre vissute durante la giornata, si tranquillizzava.

Breuer aveva notato che quando Anna era assorta in quello stato, mormorava delle parole. Breuer decise di farsi “dire” queste parole portando Anna in una sorta di ipnosi. Anna palesava fantasie tristi (sogni ad occhi aperti) che avevano di solito come spunto una ragazza al capezzale del letto del padre malato. Dopo il racconto delle fantasie, Anna era come liberata e tornava ad una vita psichica normale. Durante lo stato di veglia Anna non sapeva dire nulla sull’origine dei suoi sintomi ma durane l’ipnosi trovava immediatamente il nesso cercato. Era pertanto evidente che i suoi sintomi avessero come origine il periodo in cui ella era stata al capezzale del padre; erano quindi sintomi che avevano un ben preciso legame con i residui di quelle esperienze affettive.

Quando Anna si trovava al capezzale del padre, era stata costretta a reprimere un impulso che si era poi sostituto con un sintomo.

Il sintomo “sommato”.

Il sintomo di Anna non era il sedimento di una scena traumatica, ma del sommarsi di parecchie di queste scene. Quando durante l’ipnosi Anna raccontava/ricordava questi eventi, portava a compimento l’atto psichico e poteva liberare gli affetti portando alla scomparsa del sintomo. Breuer era pertanto con il suo lavoro, riuscito ad eliminare da Anna i sintomi. Anna in un certo senso, aveva inventato il metodo catartico.

Parole che curano: il potere della Talking cure.

Anna chiamò infatti questo procedimento talking cure, ovvero cura parlata. Breuer aveva notato come la paziente il giorno seguente la cura fosse dapprima serena poi, man mano, con il passare dei giorni tornasse in uno stato di inquietudine sempre maggiore (lo stesso accadeva anche quando Breuer si assentava ad esempio per le ferie; Breuer ancora non conosceva i risvolti del transfert positivo e negativo). Dopo circa un anno, Anna ebbe un peggioramento dei sintomi e cominciò a manifestarne di nuovi. La paziente mostrava una tosse nervosa sempre più insistente (Anna ricordava che la prima volta che le era comparsa, si trovava ad accudire il padre; avendo sentito della musica provenire dalla casa vicina aveva provato il desiderio di essere lì piuttosto che vicino al padre) da quel giorno ogni volta che la donna sentiva una musica, rispondeva con la tosse.

La storia sull’isteria è ancora molto lunga e articolata. Erano trascorsi 12 anni quando Freud e Breuer avevano pubblicato “studi sull’isteria” lavoro che portò alla rottura della loro amicizia. I motivi di tale rottura sono legati in particolare ad una divergenza circa l’eziologia dell’isteria stessa. Breuer poi non riuscì a ben gestire il transfert (e il controtrasfert).

Di Anna sappiamo che negli anni seguenti fu dapprima rinchiusa in un ospedale psichiatrico, poi si dedicò anima e corpo in attività sociali a favore delle ragazze madri ebree e alla cura degli orfani.

E…Poi?

La storia della psicanalisi continua con la scoperta e la messa a punto del metodo catartico (caso di Emmy Von N, le prime idee psicanalitiche sull’isteria, la teoria dell’attacco isterico e il problema del rapporto tra sessualità e nevrosi).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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1..2..3.. “Liberi tutti!”

Immagine Personale :” Non ho mai smesso di giocare”.

“È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo  e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’ essere creativo che l’individuo scopre il sé.”

Donald Winnicott, pediatra, psichiatra.

Credo sia importante, anche da adulti, considerare la possibilità di abbandonarsi al gioco e alla creatività.. nella sua accezione più pura e immediata del termine.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio
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Questa donna è troppo “uterina”…

Immagine Personale .

Nel seguente approfondimento vorrei condividere con voi l’affascinante storia dell’isteria. Nel ripercorrere origini e sviluppo di un disturbo così complesso sarò (per ovvie ragioni), costretta a compiere salti diacronici. Spero di creare in voi interesse e passione, analogamente a quanto accadde a me – ormai- anni fa. L’articolo sarà diviso in due parti: nella prima parte affronteremo le origini dell’isteria mentre nella seconda parte condividerò con voi uno dei casi di isteria più famosi, nella storia della psicanalisi.

Buona lettura.

La storia dell’isteria comincia ben prima di Freud. Il termine stesso isterion (dal greco Hystera) indicava l’utero femminile responsabile (come a breve vedremo), di una patologia che andava a colpire il solo sesso femminile. Nell’antica Grecia infatti, si considerava la migrazione dell’utero nel corpo della donna (utero vagolante), come il responsabile di tali attacchi (nevrotici) di cui le donne soffrivano.

Successivamente un’altra spiegazione fornita era data dalla teoria “vaporosa”. Secondo tale teoria, formazioni gassose (formatesi per fermentazione degli umori uterini), attraverso il midollo spinale e le radici nervose, giungevano al cervello determinando i sintomi isterici.

Nel 1895 Freud insieme a Josef Breuer (medico che già dal 1880 curava le isteriche usando l’ipnosi), scrive “Studi sull’Isteria”. Tale scritto fu il derivato di ciò che Freud ebbe modo di osservare e conoscere a Parigi, dove aveva avuto modo di assistere all’ipnosi usata dal neurologo e psichiatra Jean Charcot . Tale metodo era utilizzato da Charcot per curare pazienti neurologici (epilettici) e isteriche. Il neurologo sosteneva che l’isteria avesse una origini organica e che presentasse dei sintomi distintivi e caratterizzanti, quali paralisi, anestesia o dolore nella regione ovarica. Ciò che era importante risiedeva nel fatto che secondo lo psichiatra, l’isteria non era una prerogativa del sesso femminile (si cominciava pertanto ad andare oltre la semplice equazione utero = donna ); inoltre le manifestazioni isteriche erano viste come frutto di simulazioni.

Charcot distinse le manifestazioni isteriche in “Grande hysterie” e le forme più comuni di “formes frustes”. Secondo Charcot solo gli isterici erano ipnotizzabili infatti con loro, l’ipnotista riusciva a indurre a comando allucinazioni o paralisi. In una lezione sulla paralisi isterica Charcot osservò che era sorta, nella malata, come un’idea che si stabiliva come un parassita isolata dal resto della mente, che poteva esprimersi all’esterno attraverso i fenomeni motori tipici dell’isteria. Charcot inollte era fermamente convinto che la suggestionabilità fosse una caratteristica patognomica dell’isteria stessa.

Il neurologo distinse l’attacco isterico e le convulsioni in 4 periodi:

  1. PRODROMI: malesseri, vomito, crampi e dolori ovarici
  2. PERIODO EPILETTOIDE: somigliante all’attacco epilettico; caratterizzato da fase tonica, clonica e di risoluzione. La fase tonica inizia con movimenti di circonduzione di arti superiori e inferiori, arresto della respirazione e gonfiore al collo. La fase clonica comporta un irrigidimento degli arti che sono presi da oscillazioni e scosse sempre più rapide fino a giungere al rilassamento finale.
  3. PERIODO DELLE CONTORSIONI O CLOWNISMO: contorsioni e movimenti sono fatti con enorme agilità. Il malato sembra quasi stia facendo una lotta con un essere immaginario; in una crisi di rabbia sembra voglia mordere o fare tutto a pezzi.
  4. PERIODO DEGLI ATTEGGIAMENTI PASSIONALI CARATTERIZZATO DA ALLUCINAZIONI: il paziente ci fa seguire il dramma in cui recita la parte di primo attore. E’ come uno specchio che riflette due immagini; una gaia e una triste.
  5. PERIODO TERMINALE: contratture dolorose (circa 15 minuti di durata) accompagnate da tremende grida di dolore.

Freud quindi giunto a Parigi ebbe modo di conoscere il lavoro di Charcot di cui apprezzò, in particolare, l’intreccio da lui proposto circa il legame tra sintomi somatici e la mente. L’ipnosi fino a quel momento era stata un modo per mostrare come un’idea potesse trasformarsi in un sintomo. Charcot infatti “faceva e disfaceva” il sintomo ipnotizzando l’isterica.

Ciò che nessuno aveva però ancora considerato, era il ruolo che l’isterica aveva nel successo della scena; ma questa, è un’altra storia…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La “falsa” Prigione di Stanford – la ricerca di Zimbardo.

Secondo voi è possibile che persone inizialmente del tutto “normali” possano a causa dell’influenza della situazione e del ruolo sociale che ricoprono cambiare e diventare qualcosa di assolutamente diverso? Quale situazione può indurre una persona ad arrivare a modificare persino tratti della propria personalità e del comportamento?

C’è una ricerca del 1975 portata avanti da un noto Psicologo e professore di psicologia sociale della Stanford University della California, Philip Zimbardo che ci offre la possibilità di rispondere a queste domande e dimostra in maniera piuttosto forte quanto le situazioni in cui gli individui si trovano e i ruoli che assumono possono condizionare cambiamenti inaspettati negli individui.

(lZimbardo affermò, negli anni duemila a seguito di un tentativo di replicazione del suo esperimento, che secondo i criteri e gli standard attuali, questo esperimento verrebbe considerato non etico e sconsigliò e non approvò eventuali repliche).

Sala delle guardie – Immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La falsa prigione di Stanford

Durante un’estate di metà anni settanta il professor Zimbardo organizza un seminario sulla Psicologia dell’imprigionamento, coinvolgendo tra i relatori un ex-detenuto Carlo Prescott da poco rilasciato dal penitenziario di San Quintino. Zimbardo si fece aiutare anche da un ex studente e collaboratore Jaffe. Visto il grande interesse suscitato negli studenti e visto anche il grande interesse dello stesso Zimbardo per l’argomento, i tre continuarono la loro collaborazione pensando di mettere a punto un esperimento che potesse ampliare la ricerca sull’argomento.

Prescott divenne consulente; Jaffe divenne collaboratore e poi praticamente nell’esperimento rivestì il ruolo di guardia e Zimbardo (ricercatore capo) avrebbe poi rivestito il ruolo di “direttore” della prigione.

La ricerca avrebbe avuto un grosso interesse per la Psicologia sociale, visto anche il momento storico in cui avveniva. Avrebbe toccato temi quali l’obbedienza, il conformismo e le pressioni normative. Avrebbe inoltre offrontatoil tema del rapporto tra coloro che detengono il potere di reclusione e le persone che devono assoggettarsi a questo potere.

Alcune delle domande che si poneva la ricerca erano rivolte al processo attraverso il quale i detenuti perdono la libertà, i diritti e la privacy e invece le guardie acquisiscono potere, controllo e status sociale. Ma la domanda forse più importante riguardava quelle che potevano essere le cause determinanti del comportamento violento e di sopraffazione (cause disposizionali o situazionali?). I detenuti sono per natura psicopatici e violenti e le guardie sadiche e cattive? Oppure sono l’ambiente e le condizioni di internamento che producono conflitto e violenza?

L’esperimento

Zimbardo decise di pubblicare un annuncio per reclutare degli studenti universitari per l’esperimento. Risposero all’avviso 75 studenti, ne furono poi scelti 24 per partecipare all’esperimento, la cui durata sarebbe stata di due settimane. Per i partecipanti era prevista una ricompensa di 15 dollari al giorno. La selezione dei partecipanti all’esperimento fu molto accurata. Gli studenti fecero colloqui, compilarono test e questionari e la scelta finale fu orientata verso quelli più stabili fisicamente, mentalmente e il meno possibile coinvolti in comportamenti definibili come antisociali. Alla fine i prescelti erano tutti ragazzi facenti parte della classe socioeconomica media, che non si conoscevano e con caratteristiche comportamentali e di personalità nella norma.

I 24 soggetti furono divisi in due gruppi di 12, guardie e detenuti. Dei 12 detenuti 10 parteciparono all’esperimento e due erano di “riserva” (dovevano sostituire nel caso vi fossero defezioni). Delle 12 guardie alla fine parteciparono all’esperimento 11.

La “Prigione” fu ricavata dallo scantinato dell’edificio di Psicologia dell’Università di Stanford a Palo Alto. Fu divisa in due parti: un ala con tre celle e una cella di isolamento e l’alloggio delle guardie (dove c’erano monitor collegati alle telecamere che videoregistravano 24 ore su 24).

Quando furono assegnati i ruoli (guardie e prigionieri), vennero date pure una serie di indicazioni con i rispettivi compiti; diritti, doveri e con l’esplicita proibizione di compiere atti offensivi, aggressivi e violenti. Furono inoltre fatte leggere e firmare una serie di consensi e un contratto che confermava la loro consapevolezza dell’esperimento che si apprestavano a fare. Le guardie furono istruite attraverso degli incontri preliminari dallo stesso Zimbardo e Jaffe spiegò gli aspetti amministrativi, burocratici (turni di 8 ore, rapporti giornalieri..). Tutto doveva essere come in una vera prigione.

Una volta assegnati i ruoli vennero distribuite le rispettive divise e uniformi (questo aveva lo scopo di uniformare i gruppi, aumentare l’anonimato, e diminuire il senso di individualità). I detenuti non venivano più identificati con il proprio nome, ma con un numero identificativo scritto sul camice. I prigionieri inoltre non avevano biancheria intima, portavano alle caviglie una catena e sandali di gomma e indossavano una calza in testa per simulare il taglio corto dei capelli.

Guardie e Prigionieri in “uniforme” – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La fase dell’assegnazione dei ruoli era cruciale per l’efficacia dell’esperimento.

I prigionieri (giusto per rendere le cose più veritiere possibile) furono veramente “arrestati”. Furono infatti prelevati dai loro alloggi il primo giorno dell’esperimento, con veri agenti di polizia, che li portarono anche in centrale, gli lessero i diritti, presero le impronte digitali e seguirono tutte le procedure consuete per i normali arresti.

Dopo l’arresto i prigionieri vennero condotti nella “falsa” prigione di Stanford, dove furono spogliati, spruzzati con uno spray e aspettarono nudi fin quando non gli fu consegnata l’uniforme e dopo aver scattato una foto per il “loro fascicolo”, furono condotti in cella. Ai prigionieri furono lette le regole del carcere e concesse visite dall’esterno. Fu data persino la possibilità di poter parlare con un cappellano e con un avvocato qualora l’avessero richiesto.

Il quarto giorno ci fu una rivolta. Una delle celle fu rinominata dalle stesse guardie, “cella dei privilegiati”, perché accoglieva tre persone che non avevano avuto un ruolo attivo nella ribellione. Questi tre prigionieri avevano quindi diritto a numerosi privilegi rispetto agli altri.

La rivolta – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

Dopo sei giorni l’esperimento venne sospeso. Alcuni partecipanti si resero conto che le condizioni che comportavano i due ruoli stava avendo delle conseguenze serie. I ragazzi non si percepivano più all’interno di una simulazione e stavano cominciando a ad allontanarsi dai valori umani e morali della società, che anche loro condividevano ampiamente prima di entrare nella prigione.

Fortunatamente non ci furono conseguenze particolarmente gravi e seguì subito dopo l’interruzione dell’esperimento una inter giornata di debriefing e di colloqui individuali.

Cosa venne notato nell’esperimento e quali furono le osservazioni principali?

Ci fu una escalation dell’aggressività delle guardie: il comportamento delle guardie già dal secondo giorno diventava sempre più ostile, aggressivo e deumanizzante, tanto da apparire sadico.

L’umore dei prigionieri aveva sin da subito una tendenza negativa: ci fu infatti un evidente accrescimento di umore depresso, sentimenti d’angoscia e tendenza a fare del male (la metà dei prigionieri nel corso dei giorni fu rilasciata per la grande difficoltà e per lo sviluppo di malattie psicosomatiche).

Guardie e Prigionieri – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

L’unica caratteristica che aveva una correlazione positiva con la detenzione era l’autoritarismo. I prigionieri che avevano, come caratteristica di personalità l’autoritarismo erano risultati più “resistenti” alle condizioni di prigionia.

Il 90% dei discorsi tra prigionieri era legato alle condizioni della prigionia (cibo, privilegi, punizioni..)

Alcuni prigionieri non erano più in grado di percepirsi come soggetti di un esperimento e quindi “dimenticavano” che potevano decidere di abbandonare in qualsiasi momento.

Infine, per concludere, possiamo desumere che gli elementi patologici emersi nei due gruppi (l’abuso di potere, l’aggressività e la deumanizzazione delle guardie e l’impotenza appresa dei prigionieri) mostrò in maniera piuttosto lampante che le persone tranquille, nella norma e potenzialmente sane, se messe in un contesto diverso, degradante e rivestiti di un ruolo particolare, in pochi giochi giorni divenivano anormali, alienati, psicopatici e sadici.

*L’esperimento di Zimbardo fu fonte di ispirazione (anche contro la volontà dello stesso autore) per iniziative televisive (Grande fratello, Survivor) e cinematografiche con il film del 2001 “The Experiment” del 2001 diretto da O. Hirschbiegel.

* Per chi fosse interessato sul web e su youtube sono presenti diversi video e interviste a Philip Zimbardo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Folle, a chi?

Immagine Personale :” La sanità è la vera via d’uscita?”.

Ci sono alcuni clinici, analisti, terapeuti o psichiatri che “incontrati” nel percorso di studio (quello che va ben oltre le aule universitarie), ti restano dentro e maturano con te, accompagnandoti in quello che sarà il tuo percorso di definizione professionale e umana. Basaglia è stato questo; una delle lime che sta definendo negli anni i contorni di quella che è – e sarà- la “me, professionista”.

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.”

Franco Basaglia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.