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Thomas.

Molto probabilmente tutti abbiamo fatto un gioco semplice e rilassante: scrivere con il dito su di un vetro appannato.

Quando il vetro si appanna (volontariamente soffiando il nostro caldo e umido respiro sulla superficie), oppure a causa del contatto tra caldo e freddo di due ambienti, il vetro/specchio si appanna e noi cominciamo a scrivere/disegnare su di esso.

L’azione dello scrivere qualcosa che poi, dopo poco va via, mi ha riportata al gioco del nipotino di Freud.

Un attento Freud, aveva notato uno strano gioco che il nipotino faceva in assenza di sua madre.

Il bambino ha 18 mesi e pronuncia alcune parole che hanno un senso, almeno per coloro che si prendono cura di lui: “Fort/Da”; l’attenzione di Freud va quindi su un’azione che il piccolino compie nel mentre esprime questi fonemi; un’azione giocosa che il bambino ripete in modo relativamente invariabile, azione a cui associa l’emissione proprio dei due fonemi ben distinti.

Il bambino sta giocando con un rocchetto (un piccolo telaio di legno a cui avvolgere dei fili di tessuti); il rocchetto viene lanciato dal bimbo sotto al letto fino a farlo scomparire per poi essere tirato nuovamente a sé per farlo riapparire.

E’ proprio durante questa azione che vengono emessi i due fonemi precedenti “Fort- Via” e “Da- Qui”.

Per Freud questo gioco, consentiva al bambino di agire la sparizione e l’apparizione materna.

Questa funzione viene associata alla coazione a ripetere. Con questa formulazione Freud intende la tendenza inconsapevole a riproporre, tramite gesti e azioni quotidiane, una sorta di schema, script o modello presente nel mondo interno del bambino, che in passato avrebbe generato una sofferenza.

Per Freud il gioco mostrava che il bambino aveva raggiunto la rappresentazione simbolica della relazione con la madre simulando, con il rocchetto, l’abbandono della madre (che era assente) e il suo ritorno (quando il rocchetto riappariva da sotto il letto).

Siamo giunti al punto in cui, molto probabilmente il lettore si starà chiedendo cosa c’entra lo specchio appannato e Thomas.

Ma chi è Thomas? e Tu…

Lo conosci?

Thomas è l’amico che tutti abbiamo avuto e che all’improvviso è sparito; è quel nome sullo specchio e sul vetro che ci ha fatto compagnia per un tot del nostro destino, per poi svanire.

Thomas è quel rocchetto che fino ad un certo punto è tornato, è stato con noi, è stato in noi poi.. ha deciso di recidere i fili e -lacerando il tessuto dei nostri sentimenti- è andato per la sua strada.

Nei miei incontri di consultazione i pazienti lamentano sempre di più la difficoltà nel mantenere un rapporto chiaro, serio e leale di amicizia.

E l’amicizia è sacra per davvero.

L’investimento emotivo richiesto dal gioco dell’amicizia richiede un mettersi a nudo che è ben diverso dal denudarsi delle relazioni erotiche instaurate con il partner; l’amicizia è mare aperto.

Non conosce confini, orizzonti stabiliti o tempeste fagocitanti.

Quel che non resiste non è amicizia, ma una parola qualunque pronta a scomparire al primo vento che entrando nella stanza, ristabilisce il normale tasso di umidità e libera i vetri dalla condensa che appanna.

Quel che sparisce non resta e ciò che non resta non è (stata) amicizia.

Il riferimento è a Thomas Isidore Noël Sankara, ex presidente del Burkina Faso, assassinato a 37 anni in un colpo di stato dal suo più̀ caro amico. Il triste episodio si è verificato ad una cena in cui, all’improvviso, dopo mangiato, il suo assassino gli sparò in testa. Thomas ebbe solo il tempo di dire: ‘Ma come, proprio tu che sei il mio migliore amico mi uccidi?'”. Roberto Colella a areanapoli.it

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Apprendimento sociale: PODCAST.

La socializzazione è il processo per cui la società cerca di insegnare ai bambini a comportarsi come un adulto ideale che appartiene a quella società.
Il viaggio di oggi ci porterà alla scoperta dell’apprendimento sociale; inizieremo con la nostra tappa odierna, un viaggio che gradatamente ci illustrerà tutte le teorie più note, circa l’apprendimento e la socializzazione.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Juta.

Ho comprato due cinture di Juta: mi piace la Juta.

La Juta, detta anche canapa di Calcutta (proprio perché simile alla canapa),proviene da una fibra ottenuta da un arbusto (corchoru) che si presenta -appunto- simile alla canapa senza presentare lo stesso odore o principi stupefacenti.

Appartiene alla famiglia delle Liliacee e si presenta come un tessuto altamente biodegradabile e riciclabile.

Ha un elevato punto di rottura che le conferisce una estrema resistenza.

Garantisce traspirazione.

E’ igroscopica (assorbe prontamente le molecole di acqua presenti nell’ambiente circostante).

Si mescola e intreccia con altri filati.

Mi piace la juta perché ha una trama fitta, sottilmente doppia.

Quando passi il polpastrello sulla juta senti tutti gli intrecci che stringendosi, legandosi e saldandosi si sono dati e detti un patto: insieme e resistenti.

La juta è resiliente: si disfa, rompe i suoi legami quando questi hanno smesso di fungere la loro funzione e invece di fingere o di arrivare al punto estremo di rottura, si reinventa.

La juta riparte da zero, si ri-cicla e comincia un nuovo ciclo.

Mi piace la juta perché ha il suo caratteristico odore.

Sa di terra.

L’odore della juta racconta tutta la sua storia; storia di campi, di forza e bellezza..

Storia di viaggi, di racconti, di estati.

Mi piace la juta per le emozioni che i suoi intrecci mi donano.

Mi piacciono le superfici irregolari, rugose; mi piacciono gli intrecci, i nodi, le (non) linee.

Mi piace toccare la juta perché è come toccare un corpo formoso: è caldo, curvo e tondo.

Sa di passione.

Non amo gli spigoli e le forme piatte.

Amo il caldo.

(Vorrei vivere in una fibra di juta.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Shorts Claustrofobia #Shorts #Psicologia #ShortsPsicologia

La paura degli spazi chiusi, quelli che senti possano toglierti l’aria… Un centro commerciale pieno, il traffico, stare in fila… Sentirsi schiacciati e impossibilitati nel respirare fino a raggiungere il culmine quasi come si stesse per impazzire.

Dalla claustrofobia però, si può guarire.

Come?

Con la psicoterapia.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

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Le Differenze ci arricchiscono

“Non dobbiamo semplicemente sopportare le differenze fra gli individui e i gruppi, ma anzi accoglierle come le benvenute, considerandole un arricchimento della nostra esistenza…”

Albert Einstein

La bellezza delle persone è nelle loro differenze..

Le differenze arricchiscono – ilpensierononlineare – YouTubeshorts

#psicologia #shorts #differenze #salutementale #salutepsicologica #salutepsichica #mentalhealt #benesserepsicologico #psicologiaebenessere #psicoterapia

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Pallone&Psiche – Napoli vittima di se stesso.

Tra auto – sabotaggio e comunicazione “superficiale”

(Puoi trovare questo articolo anche come “MASOCHISMO AZZURRO” in Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli)

Nonostante la giornata storica, 10 Maggio, per il calcio a Napoli. Trentacinque anni fa, nel 1987, il primo scudetto. C’è un pizzico di rammarico che serpeggia tra i tifosi. Tornando al presente infatti possiamo dire che quelle passate sono state giornate difficili per tutti i tifosi del Napoli.

Giornate avvelenate da una profonda delusione e da una rinnovata sensazione di sconforto e rabbia, legata a questo sentore di ennesimo “tradimento”.

Il tifoso mette, nella “relazione” con la propria squadra del cuore, un certo quantitativo di investimento “energetico” emotivo, che viene alimentato dalle risposte sul campo della squadra, dai comportamenti che la squadra ha, dalle dichiarazioni dei protagonisti, dall’impegno, dal rispetto..

Insomma quella tifoso/squadra è una relazione molto complessa.

Questa premessa per dire che non si può pretendere che i tifosi non abbiano reazioni emotive piatte. Il tifoso alimenta il suo amore per la maglia attraverso la passione, e la passione per definizione stessa è mossa da emozioni e sentimenti forti e turbolenti.

Quindi non si dica che la profonda delusione dei tifosi del Napoli sia “inspiegabile”, “insensata”, “immotivata”, “esagerata”..

Le parole sono sassi, come recitava una canzone di Samuele Bersani di qualche anno fa, e bisogna usarle bene, fare molta attenzione al loro peso, al loro significato. Quando si fanno certe dichiarazioni bisogna avere anche il coraggio di dire: “Ho sbagliato, scusatemi”.

I risultati devastanti di Empoli, e quelli in casa con Fiorentina e Roma, sono anche il risultato di parole mal dette (o maledette), e di una comunicazione apparentemente “malata”, da parte del nostro allenatore.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

La sensazione, anche derivata dalle dichiarazioni post goleada contro il Sassuolo, è che la nebbia della confusione di quelle gare abbia alimentato una faticosa arrampicata sugli specchi.

Più o meno il senso delle dichiarazioni del nostro allenatore, anche in risposta alla lucida analisi di Mertens del post Sassuolo è: “Io il mio l’ho fatto, ho portato la squadra in Champions. Ho voluto alzare l’asticella, guardando allo scudetto, solo perché eravamo vicini e i tifosi lo volevano, ma non è colpa mia se la squadra è più debole delle squadre che ci precedono. Poi è vero che abbiamo perso in casa contro le ultime in classifica e siamo usciti da tutte le competizioni in maniera pietosa, ma abbiamo fatto due/tre ottimi risultati fuori casa a Milano e a Bergamo, dove non si vinceva da tempo. Da me che volete? Poi Mertens che parla a fare, è colpa loro se abbiamo perso, e non è vero che siamo forti quanto gli altri..”.

Nel post Torino poi arriva la ciliegina sulla torta, una perla, oserei dire: “A voi interessa se il prossimo anno si vince lo scudetto o no. Non se i giocatori vengono ad allenarsi anche quando hanno il giorno libero. No, quello non vi interessa”. Come sempre si sbagliano modi e tempi. Probabilmente in un momento diverso questa dichiarazione sarebbe stata apprezzata, ma ora non ha senso, è assolutamente fuori luogo.. 

Guardando al trittico di partite “incriminate” invece, si può fare un’osservazione interessante di carattere psicologico. Il Napoli probabilmente, è stato vittima di quello che in Psicologia si chiama Auto-sabotaggio.

In genere ci sabotiamo quando proponiamo a noi stessi aspettative irrealistiche, mirando al perfezionismo, ma partendo dal presupposto (probabilmente errato) che non siamo in grado di fare delle cose o che non siamo abbastanza capaci di farle. Quindi ci auto sabotiamo per paura di fallire

Quindi volendo portare ad esempio ciò che è successo al Napoli, si potrebbe ipotizzare che se ad esempio Spalletti (ma questo vale anche per la piazza, giornalisti tifosi, ma anche presidente) parte dal presupposto (più o meno inconscio) che se non lo abbiamo fatto prima (vincere lo scudetto o competere per due tre competizioni contemporaneamente), non siamo in grado di farlo.

Quindi nel momento più bello, quando pare che siamo veramente in grado di poter raggiungere quell’obiettivo, ci auto-sabotiamo, per paura di fallire. Come ad esempio è successo con le scelte poco felici sulle formazioni mandate in campo nelle partite “incriminate”, sulle sostituzioni e sui moduli adottati.

Si mettono, così, in atto comportamenti specifici ossia: ci convinciamo che possiamo “vincere lo scudetto” solo se possiamo essere più forti di quelli sopra di noi o se possiamo avere dei giocatori “vincenti” ed esperti e poi mettiamo in atto strategie strane a favore del fallimento (come ad esempio levare un attaccante, mettere giocatori fuori ruolo, infortunati o poco in forma, rinunciare ad attaccare e a giocare o affidarsi ad un modulo completamente inadatto ai propri giocatori e palesemente con poca resa).

Probabilmente come Napoli ci sabotiamo perché preferiamo la certezza e la prevedibilità rispetto all’ignoto  e operiamo un auto-sabotaggio proprio perché pensiamo di non valere abbastanza per meritare lo scudetto.

Ci facciamo influenzare da false credenze magari legate a pregiudizi sociali e sportivi negandoci il successo

Se fosse questo il problema, allora la domanda è: siamo stati vittima del “pensiero sabotatore” della piazza, dei calciatori, dell’allenatore o del presidente? O della commistione di tutti questi?

Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta – Giusy Di Maio, Psicologa Clinica

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

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Ma’…

Va a capire perché quando si parla di maternità ma -soprattutto- di madre… le argomentazioni diventano agguerrite.

C’è da un lato, chi sposa la causa della (supposta) superiorità materna e dall’altro lato chi -invece- accusa la madre di ogni piccolo male occorso(gli) nella vita.

La verità (anche qui supposta, si intenda) così supposta da farmi dire che allora possiamo parlare di ipotesi (che me lo hanno insegnato i maestri: lavoriamo sempre con le ipotesi), diviene allora che forse, a parlare di e con la madre, non siamo ancora pronti.

La maternità si gioca su fili così sottili da renderli invisibili a occhio nudo e con gli occhiali.

La donna che genera un bambino, rendendo visibile a tutti il suo fallo mancante che ora è lì, reale – il pancione- attesta nel registro del reale la straordinaria forza e potenza: posso generare una vita.

Una vita mi attraversa, si fa spazio dentro di me; la sento crescere e svilupparsi sempre di più; si prende spazio dentro e fuori di me (con le domande continue e pressanti sulla gravidanza; con gli occhi indiscreti che guardano ogni centimetro della pelle della donna che cede alla crescita del bambino).

Smagliature, cellulite, aumento di peso arrivano in risalto, ma la donna ha un potere, il potere: generare la vita.

Ma è davvero questo (supposto) potere a rendere madri?

La maternità è cosa seria e affascinante; ben più profonda del vestitino “rosa e blu” del bambino o del profumo di borotalco di cui sa il nuovo nato.

Mamme per fortuna non si nasce, forse si diventa ma..

Quanto siamo realmente disposti ad accettare che le madri, come da Winnicottiana memoria, possono solo essere sufficientemente buone, niente di più e niente di meno, e quanto siamo davvero disposti a dire, alle nostre madri che le vogliamo bene, nonostante tutto?

Vedo, con il mio straordinario lavoro, i risvolti della maternità.

Ci sono mamme che credono profondamente nel “loro potere” e compiono piccoli errori (passatemi il termine), per il troppo amore; parimenti mamme in assenza di amore (perché sì, le mamme possono non amare i loro bambini), compiono gli stessi errori.

La questione si sposta allora su una vecchia questione “natura VS cultura”.

Qualche tempo fa una donna, durante una consultazione, insisteva che non aveva fatto niente di straordinario “avete figli, Dottoressa?” “No”..

“Quando li avrete scoprirete che non ho fatto niente di straordinario”.

Allora ho chiesto alla donna di darmi la mano e guardandola negli occhi ho detto “non vogliamo dire che ha fatto qualcosa di straordinario allora diciamo che ha fatto qualcosa di non ordinario”.

(E credetemi che questa donna ha invece fatto qualcosa di incredibile!)

Finché continueremo a pensare che la maternità sia qualcosa di naturale, fino a che la nostra cultura bloccherà la visione reale delle cose, continueremo a compiere gli stessi errori, come società intera.

Sogno da professionista e donna un mondo in cui la mamma può dire, senza essere giudicata, che non ce la fa e che ha bisogno di aiuto.

Sogno un mondo in cui mamma non è necessariamente una donna che genera un bambino (perché non sta scritto da nessuna parte che una donna, debba necessariamente passare attraverso una gravidanza per dirsi madre); facciamo tanto gli alternativi e i socialmente fluidi ma siamo molto, molto indietro.

Sogno allora un mondo in cui non ci vergogneremo di dire alle mamme che le vogliamo bene e per l’occasione:

Ma’ ti voglio bene.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Persone come Isole. Che tipo di Isola scegliamo di essere?

“Ogni persona è un’isola in se stessa..” C. Rogers

Che Isola scegliamo di essere? Isolata o ben collegata?

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#shortspsicologia #YouTubeshorts

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Boom Bap: (Napoli) (W)East Coast, Fratm.

“Bum Cha”.. alternanza di cassa e rullante.. La cassa apre sul primo e terzo tempo mentre il rullante entra nel secondo e quarto tempo..

2pac? Nas?

No baby…

Iena White here… Ma.. andiamo con calma.

Il 29 Aprile Clementino, rapper con la R maiuscola è (ri)tornato sulle scene con un nuovo album “Black pulcinella”; un (capo)Lavoro old school che fa scansare e inginocchiare tutti gli pseudo rapper, trapper, e cantantucci dall’eloquio disorganizzato e la prosodia incomprensibile.

Perché la nostra iena improvvisa, canta, mima, vive e si fa attraversare dal flow, rendendo comprensibile e visibile ogni parola.. ogni rima.. ogni beat è un battito per l’ascoltatore che sussulta e gode (come da lacaniano godimento jouissance), quando vede lo scugnizzo all’opera.

Come si arriva al Pulcinella nero?

Un attimo.. che Clementino mica è artista improvvisato, Clementino intervistato dal quotidiano il Mattino dice (citando Jep Gambardella, La grande bellezza) “arrivato a una certa età ho scoperto che non voglio più fare le cose che non mi va di fare” e questo è il punto di partenza del disco.

Il Rap.

Clementino -ora- vuole il suo personale consenso, non quello degli altri e ritorna con il classico Boom Bap. Clemente porta un disco carico di ironia, quella pungente (ATM è il pezzo con il picco massimo di ironia e autoironia), perché Clementino ride sì, prima di tutto di se stesso.

Il giornalista del Mattino evidenzia quanto il rap sia il genere “di chi ce l’ha più lungo” e invece Clementino sfotte e si sfotte… fottendo la concorrenza perché non “vuole sembrare il ragazzo di 40 anni che gioca a fare il trap o il gangster” ; Clementino è infatti il rapper che non ha collane d’oro, orologi importanti o femmine a fiume intorno a sé; Clementino è il rapper col volto maschera che non maschera l’emozione ma la rende, all’ascoltatore/spettatore con l’ironia di chi sa, di essere un campione del freestyle.

Per Clementino il rap è pace, unità, non battaglia (se non intesa come battle e battaglie in rime), Clemente vuole ridere, prendere in giro e far riflettere.

La iena bianca è diventata un Pulcinella nero, perchè?

Clementino viene da un passato complesso; dipendente dalla cocaina ha, in prima persona, contattato la comunità in cui si è poi disintossicato.

Durante il percorso di recupero, ha pulito i bagni e svolto tutte le mansioni che gli utenti devono fare “Clemè ma sei passato da fare Sanremo a pulire i cessi?”, La iena white è anche e soprattutto questo, la sincerità del dolore e la rabbia quando sente e vede di presunte star dalla vita cattiva, che inseguono la fama e la gloria fatta di luci, droga, sesso e violenza.

Clementino riesce nell’hic et nunc a parlare del suo lato oscuro (la dipendenza) perché ne è fuori, così regala al pubblico la schiettezza di un supereroe nero e partenopeo (black pulcinella); la maschera partenopea dalla sincerità senza tempo che strizza l’occhio ai ritmi neri, delle percussioni che sanno di suono del mondo.

“Non puoi parlare di una cosa oscura se dentro di te hai tanto male”; nell’album ci sono frasi come “È nu giullare ngopp ‘o palco, e dint ‘e camerini… Tu o’vir ca rire, ma aret è rine ten ‘e spine!!” (è un giullare sul palco e nei camerini lo vedi che ride, ma dietro alla schiena ha le spine) “Mani che si stringono all’unisono, un tappeto rosso come il sangue mio offerto in sacrificio, la storia di una marionetta che ride, è triste the black pulcinella pronti per l’apocalisse!!.

“La gente non sa dei sacrifici, non sa cosa ho dentro, le cicatrici che ho lasciato.. quando mi parlano di artisti che sono rockstar nel modo di vivere la vita molte volte sbuffo perché io sono stato realmente rockstar nel modo di vivere la vita”

Un rap che arriva in ritardo, alla Troisi per intenderci.. anni 90, tutto sound che ingloba e strizza l’occhio al 2022 mixandosi e fondendosi con i giovanissimi produttori e artisti con cui Clementino ha fatto duetti incredibili (J Lord.. Geolier.. Speranza.. Enzo Dong.. Rocchino- Rocco Hunt.. e così via).

Clementino è un artista bello, carismatico Pulcinella sì.. perché?

Perché ci vuole coraggio a non rinchiudersi nel dolore; c’è chi si veste di nero e ne fa una divisa per partito preso perché tanto “fa tutto schifo” quindi preferisco la certezza della verità “nulla cambierà mai”, piuttosto che provare a vedere come potrebbero andare le cose.

Clementino è caduto (i racconti sulla dipendenza sono vivi, veri e dolorosi), ma vive con e attraverso il ritmo: la musica.

E’ tutto flusso, la nostra Iena.

Quando canta, a vederlo muoversi sul palco, capisci quanto sia attraversato dalla musica stessa; non è teatralità nell’accezione del fingere l’emozione; è teatro nella realtà del flusso che lo attraversa, nel godimento che lo rende artista.

A molti spaventa l’ironia e il piacere della risata perché alcuni non riescono ad accettare che qualcuno sia stato capace di uno scatto ulteriore di presa di coscienza (che non è illusione, ma comprensione) quindi.. ride!

Il nostro Black Pulcinella ci fa sorridere, godere e ballare.

E’ la perfetta maschera capace di godere del dolore (perché chi l’ha detto che la risata non sia il risultato di una grande sofferenza?)

Allora fraté io t’aspetto..

Datemi una serata estiva a 30 gradi, una birra ghiacciata, un sigaro e una degna compagnia che siamo tutti pronti…

Pe’ zumbà!

(saltare).

Fonte Google

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Psicologia e bambini. La Gelosia tra fratelli e sorelle.. – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio faremo un interessante immersione sotto la superficie dell’apparenza e del pregiudizio.

Andremo a fondo della questione “Gelosia” e scandagliando bene il fondale avremmo probabilmente la possibilità di rinvenire elementi importanti che ci aiuteranno a comprenderne il significato di questo sentimento nei bambini e magari riconsiderarlo in positivo quando possibile..


Buon Ascolto..

Psicologia e bambini. La Gelosia tra fratelli e sorelle.. – In viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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La parola e l’ascolto

“La parola si soddisfa nell’ascolto dell’Altro. La mia parola è riconosciuta solo quando viene ascoltata.”

Massimo Recalcati

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“Dottore ho la sensazione che le mie parole non abbiano suono, che siano mute, trasparenti.. i miei genitori, praticamente da sempre, mi parlano addosso. Ho la sensazione che non mi ascoltino. Quando ero più piccolo facevo un sogno ricorrente: ero a casa, nella mia stanza, mi sentivo in pericolo, ero in pericolo, urlavo. I miei genitori accorrevano subito e aperta la porta della mia camera mi guardavano, fermi sull’uscio della porta. Chiedevo aiuto, spiegavo concitato la mia paura, volevo che mi aiutassero, che venissero da me. Non mi capivano, non mi ascoltavano, spegnevano la luce e chiudevano la porta. Il buio mi terrorizzava e puntualmente mi svegliavo”

Le parole prendono senso solo quando valorizzate dall’ascolto. L’ascolto presuppone la comprensione. Se ascolto e comprendo posso accogliere il senso delle parole dell’altro e posso riconoscerle. L’ascolto è anche accoglienza. L’ascolto riconosce la parola dell’altro e la valorizza ricoprendola di significato.

Quando non c’è ascolto si svalorizza il significato della parola dell’Altro. Si crea un vuoto di significato che genera ferite profonde in chi vuole essere ascoltato.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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La proposta di Carlo.

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Carlo è un bambino intelligente: intelligentissimo.

Avere 12 anni ed essere così intellettivamente vispo, attento, veloce e preciso può essere una condanna nel tempo presente. Una società che si basa sempre di più sulla velocità -certo- ma poco sull’accuratezza delle cose (fonti, idee, pensieri, basti pensare allo strabordante fenomeno della fake-news); o ancora una società che pare voglia abolire genesi e sostanza dei pensieri, può essere un luogo condanna per questi bambini.

Come fa un qualcosa che non ha contenuto (il tempo presente) a contenere?

Carlo giunge in consultazione portato dalla zia. La scuola non riesce a “tenere” il bambino attento, seduto e rispettoso delle regole…

Il profitto di Carlo è talmente alto che i professori hanno smesso di mettergli i voti; quando viene interrogato la professoressa esce dall’aula perché “è inutile che controlli. Tu già sai”; quando il ragazzino prova a sollevare domande o a difendere qualcuno in classe, partono le note.

Se infatti mancano i rinforzi positivi, le punizioni non mancano mai.

Carlo ha una collezione incredibile di rimproveri, note, richiami di ogni tipo; i tutori vanno un giorno sì (e anche l’altro) perché i professori “non ce la fanno”..

Ma Carlo li mette in una strana situazione mai successa: è un genio dal caratteraccio (almeno a detta loro).

Quando vedo Carlo per la prima volta, scopro un ragazzino completamente diverso da quello descritto sulla scheda anamnestica.

Mi colpiscono questi incredibili occhi verdi perché oltre a brillare intensamente, sono palesemente coscienti delle cose. E’ strano vedere un ragazzino (più bambino, in realtà) che ha degli occhi così tanto adulti; il messaggio sembra essere “ma che vi sfiancate a fare… tanto il mondo va così”.

“Oppositivo… è oppositivo.. ragazzo oppositivo.. aggressivo… violento.. oppositivo”

Mi aspettavo un antisociale -rido- e mi ritrovo un bambino genio.

Per nulla oppositivo, dotato di grande ironia (la qualità più bella), collaborativo e attivo anche nel setting. Carlo non mi fa ripetere nemmeno mezza volta una cosa che la fa (tenuto conto della situazione, nemmeno in maniera svogliata).

Ride molto si muove -vero- ma non in maniera convulsa.

Cosa chiediamo -allora- noi a Carlo?

Parlando della scuola emerge solo una cosa: “i professori mi annoiano”

Faccio un gioco con Carlo: è stato eletto ministro dell’Istruzione e spetta lui varare una nuova riforma scolastica. Cosa fa il Ministro Carlo?

“I professori devono ridere; non devono solo spiegare e assegnare compiti, spiegare e assegnare. Non devono solo punire ma devono essere più simpatici. Non devono fare paragoni tra gli studenti e non devono dire agli studenti che se vanno male a scuola non faranno mai niente nella vita. La scuola deve essere luogo di divertimento; ci deve piacere stare insieme e dobbiamo stare tutti bene, insieme. I professori sono obbligati alla risata e si devono pure vestire colorati!”

Il Ministro Carlo ha firmato la sua proposta di legge.

E’ la prima legge (per quanto concerne la scuola) sensata che vedo, nella mia vita.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Disturbo Dipendente di Personalità. VIDEO. #SaluteMentale

Attraverso la storia di Marco (nome di fantasia), scopriremo insieme cos’è il disturbo dipendente di personalità. Quali sono le possibili ipotesi eziologiche del disturbo, come si manifesta il disturbo stesso e come/quanto può inficiare la vita delle persona stessa?

Quale l’approccio psicoterapeutico più efficace?

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

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RilassataMente. SperiMentalmente.

Vorrei essere le radici di un albero, per crepare la terra e giungere fino all’essenza del nutrimento stesso, aprendo ad un circolo continuo di desiderio e vita.

Mi piace il vento perché accarezza le foglie e le sostiene…Le coccola e non le teme, ma le lascia volteggiare liberamente.

Le foglie si fidano e si lasciano giocare.

Mi piace il sole perché quando incontra la natura crea una sfumatura di colore che sa di lui e lei fusi insieme: sa di corpi caldi.

(C’è sempre qualcosa in te, che sa di me).

La propriocezione indica la capacità di percepire e riconoscere la posizione del corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei muscoli, senza l’ausilio della vista; è fondamentale “offrire” al proprio corpo un cambio di prospettiva, “muovendolo” in diversi contesti di vita.

Cambiare contesto -ambiente- fa sì che il corpo, percependosi in una diversa posizione/postura, arrivi a sperimentare nuovi assetti, nuove possibilità, nuove ricchezze che non sapeva di avere.

Un corpo che si sperimenta è anche una mente che si sperimenta, così come una mente che si sperimenta è anche un corpo che si sperimenta.

Mettiamoci in gioco come solo la natura sa fare: giocando.. sfidando o accarezzando… il vento…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Psicologia ed Evoluzione: Il Freezing – PODCAST

Questa tappa del nostro viaggio sarà dedicata ad un fenomeno psichico apparentemente strano, che appartiene alla “preistoria” della nostra mente.
Un retaggio antico legato alla paura e all’ansia, che caratterizza anche altre specie animali e che in passato probabilmente ha contribuito alla sopravvivenza della nostra specie.
Buon Ascolto!

Il Freezing. Psicologia ed Evoluzione – ilpensierononlineare Podcast – Spreaker
Il Freezing. Psicologia ed Evoluzione – ilpensierononlineare Podcast – Spotify

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dott. Gennaro Rinaldi
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Introversi vs Estroversi

Quando parliamo di Introversione ed Estroversione ci riferiamo a due differenti caratteristiche del carattere di una persona, due “tipi psicologici”(Jung), due modi di rapportarsi al mondo esterno.

Rappresentano, quindi, due poli opposti.

L’introverso tende a restare più distaccato dal mondo esterno, perché è più attratto ed interessato dal suo mondo interiore;

L’estroverso è invece più proiettato al mondo esterno e riesce ad adattarsi meglio ad esso, perché più interessato agli altri e a ciò che succede intorno a lui.

Buona visione!

Introversi vs Estroversi – ilpensierononlineare – YouTube channel

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Il dolore psichico (oltre la cultura).

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Aminah è una ragazza di 16 anni di origine nord africana.

Ha uno sguardo intenso, silenzioso e pieno. Gli occhi neri sono talmente scuri da rendere l’intensità della notte; quelle notti in cui tutto sembra possibile e puoi giocare a costruire il tuo futuro.. i tuoi sogni.. le tue speranze.

La ragazza soffre di forti crisi di panico; un’ansia costante la tiene così tanto in allerta da farla svenire dopo aver visto “tutto nero”. Aminah è in Italia con la sua famiglia ma il padre l’ha appena informata che presto lei dovrà ritornare nel suo paese per sposare l’uomo che la sua famiglia ha trovato per lei.

Aminah confessa di avere ideazioni suicidarie perché non può dire “NO!”, al padre.

L’invio della giovane è arrivato tramite la neuropsichiatra del servizio Materno Infantile poiché è stato appurato che la ragazza non soffre di epilessia ma che il suo svenire, ha una natura prettamente psicologica.

Aminah è passata da una cultura all’altra (così come la rappresentazione del suo Sé) che ora si vede attaccato. Questo attacco è sentito come reale, pressante e ingestibile perché la stessa struttura familiare di Aminah, è ingestibile e pressante.

La madre della giovane è presa ad occuparsi della numerosissima famiglia, dimenticandosi di contenere adeguatamente la giovane che ora è pronta per essere sposa e diventare un problema esterno alla sua famiglia “ora spetta a lei fare bambini”.

Aminah non può separarsi, differenziarsi e si sente usata e abusata della propria identità di cui, non ha potere decisionale.

Aminah si sente preda del dolore, un dolore così forte da farla sentire frammentata -non contenuta- sul punto quasi di sciogliersi e infatti cade a terra, cede alle pressioni del dolore e sviene.

La ragazza comincia il suo personale percorso di supporto psicologico; può ora nella “stanza” essere accolta e contenuta.

La giovane è collaborativa e desiderosa di esprimersi; ora può cadere (nel vero senso della parola perché durante i colloqui ha spesso accennato svenimenti o eccessivi rilassamenti) che nel tempo presente, possono essere accolti e possono essere risignificati.

Aminah si sente tenuta e sollevata, chiede di bere (questo gesto concreto rimanda a qualcosa si simbolico; al soccorso di cui lei ha bisogno.. l’adulto soccorrevole che aiuta il piccolo umano a compiere i primi passi nel mondo).

La terapeuta diviene quindi per Aminah quel primo soccorso, di cui lei ha sentito profondamente la mancanza, durante l’infanzia; quell’umano che risponde al bisogno del bambino un attimo prima che lui domandi.

Aminah può avere -ora- quella sua personale zona d’illusione.

Gli incubi di cui la ragazza soffre sono pieni di un simbolismo così reale da rendere partecipe la terapeuta; così partecipe da ristabilire l’area di rêverie come spazio di rispecchiamento portando (la clinica stessa), a rivivere le sue personali esperienze con l’oggetto buono e cattivo, infantile.

Aminah nel corso del suo percorso recupera forma fisica e assetto nello spazio.

Ora non cade più, non cede ed è riuscita a portare il suo pensiero nonostante un padre profondamente castrante e un ambiente familiare deprivante.

Gli occhi della ragazza sono ancora nerissimi, ma ora intensi e vivi.

Sono occhi da cui emerge tutta la progettualità che una giovane donna (ora di 20 anni), può concedersi.

Aminah immagina, crea e distrugge con i pensieri, i sogni e la fantasia.

Studia e ha una relazione con l’uomo che lei ha sempre desiderato trovare. Si immagina madre amorevole e presente; ha scoperto che un corpo può fare tante cose.

Così come un corpo può sentire il dolore -cedendo- può anche sentire il piacere.

E che piacere, sentire il piacere…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Gioco simbolico. PODCAST.

Il viaggio di oggi ci porta tra le stanze della psicologia dello sviluppo.
Andremo alla scoperta di quell’importantissima capacità che si sviluppa intorno ai 2 anni, nel bambino, ovvero il gioco simbolico.
Giocare è sempre una cosa seria, e anche da adulti non dobbiamo mai dimenticare la possibilità offerta dal fare “come se”; creare, fingere e costruire con il pensiero.
Scopriremo -insieme- quando si sviluppa nel bambino l’aspetto fondamentale del gioco simbolico: la creazione e attribuzione di stati mentali a oggetti inanimati.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Lavoro

“Lieben und arbeiten”, “amare e lavorare”, questa è la mia ricetta contro i mali oscuri dell’uomo.

Sigmund Freud
Sanghe e Anema – Almamegretta

L’aveva compreso Freud la soluzione ai mali oscuri dell’essere umano è nel lavoro e nell’amore.

Il lavoro è la chiave per la serenità delle persone. Nel lavoro le famiglie ritrovano l’opportunità di costruire un futuro. Nel lavoro l’umano può ritrovare la propria dignità.

Anima e sangue è ciò che tanti lavoratori mettono nel lavoro.

Sangue e anima è il lavoro degli ultimi, di quelli sfruttati, di quelli dimenticati, di quelli che facciamo finta di non vedere..

“Gente che ha sofferto sempre troppo e che per mille anni è stata sempre sotto..” cit.

Nun te scurdà

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Crescita creativa: fidarsi e affidarsi.

La crescita è un processo piuttosto complesso che reca la sua complessità nell’etimologia stessa del termine.

Crescere deriva infatti dal latino e dalla stessa radice di “creare”: cresco, quindi creo.

Diventando più grande, sviluppo (si spera in meglio ovvero nella migliore delle loro possibilità), le mie qualità.

Crescendo, creo la versione migliore di me.

La crescita non è soltanto un processo legato all’accrescimento -ad esempio- delle parti del proprio corpo (altezza, peso, forma), ma indica un processo (creativo) che si situa al confine tra l’ambiente e l’organismo.

Tra me e l’ambiente (fisico) e il campo psicologico in cui sono immerso, si situa quel processo creativo che permette crescita, sviluppo e creazione del mio Io.

Crescere è un atto di fiducia; ci si fida e affida a sé stessi certo, ma anche (e soprattutto) al prossimo.

I genitori che chiedono una consultazione per i propri bambini, portandoli in studio come fossero pezzi di un puzzle da riunire/comporre, perdono la fiducia nei propri bambini.

Il disagio va riconosciuto e accolto ma va -per prima cosa- rispettato.

Troppi genitori pensano ai figli come “giocattoli rotti”, dimenticando che l’elicitazione di un disagio è una richiesta silenziosamente urlata che merita ora, dal genitore, fiducia.

Il genitore deve -ora- fidarsi e affidarsi; fidarsi del proprio bambino e del terapeuta; affidarsi al terapeuta.

Crescere è un atto di creazione costante e continuo, spesso discontinuo vero… ma è pur sempre un movimento che non si arresta con il raggiungimento dell’età adulta.

Se ci pensiamo bene anche il corpo non resta mai nella forma fisica raggiunta “ad una certa età”, ed ecco che anche le esperienze che quotidianamente viviamo, continuano ad avere influenza su di noi: sulla nostra psiche.

E allora più che ai puzzle (che non ho mai sopportato perché non trovo il piacere di far combaciare in forme e pezzi prestabiliti una figura prestabilita), ritorniamo alla possibilità di essere come i semi.

Piantiamo da qualche parte il nostro seme, la nostra essenza, che attecchirà in un terreno che avrà costantemente bisogno di cure, nutrimento e attenzione.

Crescere è il nostro atto creativo quindi -rivoluzionario- perché la creazione ha sempre con sé una piccola quota di rivoluzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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L’Italia è….

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul

  • volontariato
  • tirocinio
  • lavoro nero
  • criminalità

Ah no… la Costituzione dice “sul lavoro!; è fondata sul lavoro”…

Nel primo trimestre del 2022, le denunce di incidenti con esito mortale sono state 189 con un bell’aumento del 2,2%; senza addentrarmi troppo nelle percentuali e nei dati (che rischiano di rendere più freddi il fatto che si parli di persone morte al/mentre lavoravano), sono aumentate a dismisura anche le patologie di origine professionale (siano esse patologie di natura organica come: malattie respiratorie, muscolari, del tessuto connettivo), che di origine psicologica: burnout, depressione, ansia, panico e così via.

Recentemente sono aumentate due tipologie di consultazioni richieste dai lavoratori: quelle legate alle estreme forme di ansia che il lavoro porta (orari poco flessibili, stipendi non adeguati alla tipologia di lavoro svolto, luogo di lavoro pericoloso o non accogliente, istigazione alla competizione sul posto di lavoro, molestie, …) oppure problematiche legate al non avere un lavoro.

C’è chi da anni svolge mansioni di “volontariato” nell’attesa di un riconoscimento e un adeguamento professionale preciso; figure borderline si aggirano nei luoghi di lavoro più disparati in attesa di sapere cosa fare e quanto ricevere come compenso circa il lavoro svolto.

Molti altri sono in attesa di trovare un “posto di lavoro”; accade che in seguito a licenziamento, raggiunta una certa età, non si riesca più a trovare lavoro.

L’Italia non so se è o meno una repubblica democratica fondata sul lavoro, ma so che di lavoro spesso non si vive, ma ci si ammala.

E si muore.

In attesa di un riconoscimento -per tutti i lavoratori- che sia un 1 Maggio di vita e non di morte.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Riappropriati del tuo desiderio. #YoutubeShorts #ShortsPsicologia

Dal latino de- siderare: cessare di contemplare le stelle a scopo augurale.

L’origine della parola restituisce un senso negativo del termine in quanto indica il venir meno di un’attesa e la percezione di un’assenza.

De- siderare è smettere di attendere dall’alt(r)o ciò che voglio o spero di.. ma cominciare a cercarlo per conto proprio. Cominciando a cercare “da me”, volgendo lo sguardo sul mio desiderio attuo una spinta verso l’esterno e pertanto mi pongo verso l’altro.

Spostandomi verso l’altro mi sposto verso di me: verso me come soggetto di un desiderio.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

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Il “male di vivere”. Sintomi depressivi in aumento nella popolazione italiana

Da uno studio realizzato dall’istituto Superiore di Sanità basato sul sistema di sorveglianza PASSI (Progressi per le Aziende Sanitarie per la Salute in Italia – che raccoglie informazioni e monitora la situazione sui sintomi depressivi su campioni di adulti rappresentativi in Italia), durante le varie fasi della pandemia ed in particolare nei periodi di lockdown, si è registrato un aumento delle sintomatologie depressive in tutta la popolazione italiana ed in particolare tra i giovani tra i 18 ed i 34 anni di età.

Secondo questo sistema di monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità è la prima volta, dal 2008, anno di nascita del monitoraggio, che nella popolazione tra i 18 e i 34 anni c’è un aumento della sintomatologia depressiva nei giovani “..che in passato risultavano essere tipicamente un gruppo protetto a minor rischio” ; inoltre, un forte aumento c’è stato anche tra le donne. (fonte skynews)

Il male di vivere – shorts psicologia – ilpensierononlineare youtube

Non esitate a chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale.

La salute psichica non deve essere sottovalutata e come la salute fisica deve essere salvaguardata e preservata.

Corpo e mente non sono due entità distinte.

Sono interdipendenti e il loro buon funzionamento è fondamentale per il benessere della persona e di chi gli sta accanto.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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La lobotomia. PODCAST.

Il viaggio di oggi ci porterà tra le stanze del nostro cervello; faremo una tappa “storica”, addentrandoci in un argomento che ancora desta perplessità e sconcerto.
Viaggeremo alla scoperta della lobotomia, una pratica nata intorno al 1935 quando due medici ricercatori John Fulton e Carlyle Jacobsen, illustrarono ai loro colleghi i progressi ottenuti con tale tecnica su due scimpanzé.
Mettiamoci comodi allora, buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Psicopatologia dell’età evolutiva – Mutismo selettivo nei bambini – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio saremo impegnati in un percorso faticoso, in salita, pieno di insidie e molto poco illuminato. Viaggeremo infatti nella psiche dei bambini, nelle loro sofferenze fatte di silenzi assordanti, ma spesso pieni di significati importanti. Parleremo di Mutismo Selettivo.

Mutismo selettivo nei bambini – In viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast
Mutismo selettivo nei bambini – In viaggio con la Psicologia – Spotify Podcast

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Il bambino che non sorrideva: Disturbi dell’infanzia – la storia di Bruno.

Photo by Kat Jayne on Pexels.com

In generale siamo portati a pensare che l’infanzia sia un periodo piuttosto sereno e spensierato; un periodo della vita fatto di cose semplici, caratterizzato dall’assenza di pensieri, problemi o difficoltà.

L’idea dei bambini “vivi”, leggeri e spensierati cozza fortemente con Bruno (nome di fantasia), uno dei tanti bambini seguiti.

Il bambino triste.

Bruno arriva presso il consultorio accompagnato da sua madre; il bambino ha 9 anni. Sua madre, una trentottenne dai movimenti meccanici e rigidi, ma veloce e confusa nell’eloquio mostra il desiderio di voler comprendere perché suo figlio non sia mai stato un bambino allegro.

Nel racconto della storia di Bruno, sua madre (un fiume così tanto in piena tanto da correre più volte il rischio di strozzarsi con la propria saliva) dice di non avere ricordi del figlio sorridente:

non ricordo di aver mai visto Bruno ridere- Dottoressa- inoltre lui sta sempre male. Mal di testa, mal di pancia, stanchezza.. Per i primi due anni in cui ha frequentato la scuola, Bruno non era felice ma nemmeno troppo triste.. poi all’improvviso ha iniziato a stare sempre male. Se non va a scuola e resta a casa, si sente in colpa perché poi non sa cosa stanno facendo in classe e deve chiamare qualcuno per avere ogni minima informazione su quanto fatto in classe; se va a scuola dopo un’ora mi arriva la chiamata a casa e devo andare a riprenderlo perché ha vomitato e sta male.

Se suo padre oppure io tardiamo un po’, che ne so, perché siamo andati a fare la spesa (e lui resta con la nonna) ha crisi di pianto e chiede di continuo dove siamo perché ha letteralmente paura, che siamo morti!. Quando resta in casa Bruno non fa niente.. N I E N T E! E’ stanco -dice- e resta immobile seduto su una sedia a guardare il nulla; al massimo piange.

Sono qui perché oltre a non mangiare, non dormire e a piangere, Bruno per la prima volta, l’altro giorno, ha detto di voler morire!”.

Bruno è un bambino tenerissimo; è piccolo, magrolino e con dei bellissimi lineamenti angelici. Il colore dei suoi capelli è simile a quello del miele quando osservi il barattolo mettendolo alla luce del sole ed emergono in quel liquido viscoso, mille bollicine e colorazioni differenti della stessa tonalità di base; gli occhi sono grandi, immensi e castani. Il corpo è piccolino (molto si più di un altro bambino della stessa età) ed è vestito in tuta rossa e blu.

Quello che mi colpisce di Bruno sono questi occhi così immensi da sembrare vuoti. Ricordo di quando durante una lezione di Psicologia Dinamica, la professoressa (analista infantile), raccontò del senso di impotenza, di vuoto e spaesamento che gli occhi fissi e vuoti dei bambini, hanno.

Ecco.. quel giorno mi sono scontrata con la possibilità che uno sguardo vuoto possa costruire una distruzione.

Bruno non gioca, a stento risponde alle tue domande. E’ un bambino spettro, sembra appoggiato al suo esile corpo del quale, non mostra minimo interesse. L’aspetto angelico conferisce maggior enfasi a questa immagine di un bambino e di una infanzia vuota.

Circa il 2% dei bambini soffre di disturbo depressivo maggiore. Analogamente a quanto accade nei disturbi d’ansia, i bambini piccoli non possiedono alcune delle abilità cognitive (come il senso reale del futuro) che contribuiscono a causare la depressione clinica. Accade però che in periodi particolari della propria vita (o anche in caso di forti predisposizioni biologiche), anche bambini molto piccoli, possono manifestare disturbi dell’umore o una persistente tendenza alla tristezza. La depressione nel bambino, può essere scatenata da eventi negativi (in particolare perdite importanti) o cambiamenti (ad esempio di scuola o della casa), rifiuti (reali o percepiti come tali) o abusi (reali o fantasticati).

I sintomi possono essere i comuni sintomi fisici (mal di testa, pancia) irritabilità o disinteresse per giochi e giocattoli.

Bruno per molte sedute non troverà interessanti le marionette, starà lontano dai colori.. Non racconterà storie (a stento risponderà alle domande). Per molti martedì Bruno è stato assente mostrando inizialmente malessere per poi giungere ad un equilibrio in cui “tu non mi chiedi più niente e io non piango”.

Il patto è durato per un bel pò.

Un giorno Bruno entra aprendo la porta (è stata sempre la madre ad aprire la porta e a farlo sedere sulla sedia). All’improvviso ho come avvertito nell’aria una piccola piccola presenza di movimento.

Il bambino triste e impenetrabile aveva fatto qualcosa; aveva per un attimo abitato il suo esile corpicino.

Quel giorno Bruno mi fa una domanda personale: rispondo, e tutto torna in silenzio. Comincia a mostrare una parvenza di interesse per la marionetta a forma di lupo: colgo al balzo l’interesse e il piacere per la marionetta e comincio a prestare voce e corpo al personaggio.

Il piccolo movimento d’aria diventa d’improvviso una scintilla che squarcia il reale. Una piccola stanza umida diventa un bosco incantato con tanto di ruscelli, alberi e mele parlanti. Bruno resta un bambino “triste”, lascia fare a me molto del lavoro “di creazione”, ma comincia passo passo (un pò come pollicino al seguito dei piccoli sassolini), a seguire un percorso che è sempre lui, con il suo ritmo, a delineare.

Nei lunghi mesi in cui è venuto al consultorio, Bruno non ha mai sorriso.

Poco prima di terminare il suo percorso, il bambino, mi ha guardato negli occhi.

Bruno un giorno ha preso un pastello: il suo primo pastello, in mano, ed era del colore più felice che si possa immaginare.

Il giallo…

“come la tua gonna!”

Disse.. Accennando un timidissimo sguardo e una parvenza di sorrisino misto a vergona.

Quello resta, ancora oggi, uno degli sguardi più belli che mi sia mai stato rivolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

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For free.

L’altra sera -tardi- mentre la chiave girava nella serratura, non riuscivo a fermare i pensieri nella mia mente.

Avevo finito la giornata con i pazienti “for free” e la sensazione di non aver fatto abbastanza, era fin troppo forte.

Forte era il senso di rabbia; forte era il senso di imbarazzo; forte era il senso di vergogna per una società incapace di strutturare un piano “di attacco” (perché in questo caso l’attacco sarebbe più che lecito, non come in altre situazioni..) atto a contenere il disagio dilagante.

Mi sono sentita (e mi sento ancora) profondamente in imbarazzo per esser parte di un qualcosa che invece di tutelare i portatori di disagio psichico, sembra sia interessata a causare tale disagio stesso.

Un ragazzino di 13 anni, chiede il mio supporto perché mentre faceva matematica aveva sentito il vuoto dentro: “stavo facendo un problema e non lo so -piange- mi sono sentito tipo nero poi sempre di più, nerissimo e vuoto. Non lo so dire, ho avuto un sacco paura e ho chiamato nonna solo che io ero convinto di parlare ma non parlavo perché ero talmente spaventato e mi sentivo talmente nero che non riuscivo a dire niente. Ho cominciato a tremare tutto quanto, allora nonna ha detto che dovevo andare dal dottor (..) -medico di famiglia- ma io ho detto no! Andiamo in quel centro dove ci sono gli psicologi, per piacere!”.

La nonna del ragazzino (il giovane vive con i nonni) è da sempre contraria ai “medici dei pazzi” (la signora usa infatti un vecchio bias che associa gli psicologi ai medici per/dei pazzi, salvo poi consultare con garbo e leggiadria il neurologo per qualsivoglia problema. Il neurologo ha infatti visto anche il ragazzino; la diagnosi, con cui non mi sento pienamente in accordo, avuta ha previsto come cura l’uso di una certa classe di farmaci francamente inutili).

Storie come queste sono all’ordine del giorno.

“Ho sempre preferito la follia delle passioni alla saggezza dell’indifferenza”.

Anatole France

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#RiconoscimentoPerIlDisagioPsichico

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Lontano dalla folla – shorts

Usciamo dai percorsi conformistici, incuriosiamoci.

Apriamoci alle nuove possibilità, usiamo anche i percorsi alternativi, quelli “meno battuti” e godiamoci il paesaggio..

Lontano dalla folla – Youtube shorts – ilpensierononlineare youtube

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Psicologia e Sviluppo. Quanto incidono gli stili educativi familiari sulla personalità dei figli?

Le prime relazioni, specie quelle con i genitori, incidono in maniera significativa sulla nostra vita futura e sullo sviluppo della nostra personalità. In particolare le norme implicite ed esplicite trasmesse dai genitori, insieme allo stile familiare, diventano parte integrante dell’identità, delle abitudini, dei comportamenti, del modo di agire e di pensare della persona che sarà.

Ma qual è lo stile educativo migliore per i bambini?

Partiamo da quello per antonomasia più rigido e serioso: lo stile educativo autoritario.

Quello autoritario è caratteristico di quelle famiglie in cui ai “no” numerosi, si affiancano tante regole inflessibili, punizioni severe e a volte minacce di “botte”. In queste famiglie i figli sono poco o per nulla coinvolti nelle decisioni familiari. I genitori sono molto esigenti e si aspettano che i figli obbediscano senza possibilità di esporsi.

In genere i figli di famiglie autoritarie sono diffidenti nei confronti dei genitori e non hanno un dialogo vero, perché non gli è permesso. Considerano le punizioni ingiuste, non si confidano con i genitori, sono abituati a mentire e cercano sempre di allontanarsi da loro.

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Lo stile permissivo è all’esatto opposto dello stile autoritario. In genere le famiglie con stile permissivo non contraddicono i figli e cedono spesso alle richieste e ai capricci dei propri figli. I figli, in questo caso, non hanno grossi limiti, sono liberi di scegliere da soli, anche quando magari non hanno la capacità e la maturità per farlo. Questo comporta, purtroppo che spesso i figli si sentano, in situazioni complesse, un po’ in balia degli eventi, perché non supportati e aiutati. Insomma, si aspetta che i figli si educhino da soli.

I genitori permissivi sono, in effetti, tolleranti e incoraggianti, ma spesso diventano incoerenti. Ciò accade perché quando si sentono attaccati o devono affrontare situazioni troppo difficili e serie, il loro tentativo di riprendere il controllo e esercitare la disciplina diventa inefficace e appaiono deboli; oppure possono diventare improvvisamente, intolleranti e autoritari.

Un eccesso di stile permissivo rischia di sfociare nella trascuratezza.

Lo stile trascurante è quello che adottano i genitori distaccati e non coinvolti, che tendono a distanziarsi “emotivamente” dai propri figli e mostrano così uno scarso interesse nei loro confronti. Questi genitori lasciano fare ai figli ciò che vogliono, non li sostengono e non forniscono, ai propri figli, quasi nessuno strumento per la comprensione del mondo e le regole. Risultano assenti dalla vita dei propri figli e quando sono costretti ad interagire con loro, si infastidiscono e risultano ostili.

I figli di questi genitori in genere vivono continuamente un distacco, un abbandono. Rischiano così di crescere inesperti, immaturi, con la sensazione di non valere abbastanza e con un forte sentimento di rivalsa. La loro fortuna potrebbe essere quella di incontrare e vivere, nel loro ambiente di vita, con altre figure di riferimento importanti e ben disposte nei loro confronti.

Esistono poi i genitori con uno stile iperprotettivo ed ansioso. Questi non sono distaccati e neppure demotivanti, ma si sovrappongono continuamente alle scelte e alle iniziative dei propri figli. Nonostante abbiano una buona capacità di stabilire un legame significativo con i propri figli e siano molto consapevoli dell’importanza dell’educazione dei propri figli, risultano di contro essere veramente troppo preoccupati.

Questa iper-preoccupazione porta a una costruzione di una “bolla” protettiva attorno ai propri figli che non permette a questi di poter sbagliare, mettersi in situazioni potenzialmente pericolose, andare incontro ad insuccessi. Questo purtroppo non concede ai figli di provare a raggiungere l’autonomia personale, che è necessaria per imparare dalle proprie esperienze e rafforzarsi.

In questa situazione i figli possono ribellarsi improvvisamente, oppure (come spesso accade) adeguarsi e adagiarsi delegando anche decisioni molto personali ai genitori. Rischieranno di diventare adulti incapaci di gestirsi da soli, incapaci di prendere decisioni e abituati ad essere serviti ad ogni loro comando e desiderio.

Infine c’è lo stile autorevole, che pare essere il migliore. Questo stile educativo ci fornisce una chiara lettura di come un deciso equilibrio tra le varie componenti sia fondamentale per fornire un messaggio educativo chiaro e coerente ai propri figli. In questo caso infatti i genitori esigeranno rispetto e forniranno regole di comportamento coerenti con l’età e le caratteristiche individuali dei propri figli.

I genitori, inoltre, saranno desiderosi di riconoscere i bisogni dei propri figli e solleciteranno la propria opinione. Faranno in modo di condividere momenti con loro, ma non saranno invadenti. Li aiuteranno, ma non si sostituiranno alle attività che i figli possono tranquillamente svolgere da soli. Forniranno feedback coerenti e attenti. A differenza del genitore permissivo, il genitore autorevole saprà dire “no”, quando necessario, in coerenza con i valori che vuole trasmettere ai propri figli.

Infine, il genitore autorevole promuoverà l’autonomia del proprio figlio mettendo a freno le proprie ansie eccessive e sa che certi errori e dolori aiutano a crescere.

I figli dei genitori autorevoli, risultano in media i più capaci, i più fiduciosi nelle proprie possibilità e socialmente i più responsabili e maturi. In genere, risultano da adolescenti i meno inclini ad assumere sostanze e a farne abuso e anche meno aggressivi e quindi meno inclini a ricorrere alla violenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Certe relazioni.

Certe relazioni hanno bisogno dei pensieri; sono quelle in cui c’è il corpo ma manca la dimensione del pensarsi, primo tassello per esser(ci).

Certe (altre) relazioni, mancano di corpo ma vivono nel pieno della dimensione del pensiero; un pensiero precursore di un corpo (azione) che forse, sarà.. (sarà coppia? sarà emozione? sarà tempo?)

Certe relazioni hanno solo bisogno di essere relazioni.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Dolore psichico: mutilazione e contenimento familiare. PODCAST

Il viaggio di oggi ci porterà tra le stanze del dolore psichico; quel dolore che non può essere (sempre) visto e che si attesta come una condizione personale che ciascun individuo, può vivere in modo specifico.
Alcune persone (in questo caso, le donne), decidono di mutilare, scarificare e infliggere dolore su alcune parti del proprio corpo.
La scelta della superficie epidermica come luogo delle mutilazioni, è – in parte- un modo per compensare la carenza o privazione dei contatti epidermici durante l’infanzia.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Ferire? Coltivare

“Ferire la terra è ferire te stesso, e se altri feriscono la terra, feriscono te”

Bruce Chatwin

Coltivare la terra, un amore, un’amicizia.

Coltivare la passione, la rabbia che porta al cambiamento, la speranza, una relazione.

Coltivare il benessere (che sia per te e per l’altro; che sia per noi..).

Coltivare è rendere fruttifero, produttivo, -tramite cure, passione e dedizione- un terreno.

Sii il terreno delle tue relazioni.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

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Dottoressa sono un mostro: La famiglia del dolore celato

Photo by Engin Akyurt on Pexels.com

Rubrica Settimanale.

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

La storia che decido di condividere oggi non è delle più semplici. Sono stata un po’ in dubbio sul procedere o meno e alla fine, in accordo con la diretta interessata, ho deciso di fornire una versione dei fatti che potesse rendere l’idea di quanto accaduto. E’ una donna a contattarmi una sera (molto tardi).

Ho accolto subito la richiesta perché ho percepito un dolore forte e visibile; un dolore capace di attraversare lo schermo nello stesso momento in cui ne stavo “soltanto” leggendo la descrizione.

Il dolore è sempre una condizione altamente personale, che va contestualizzata e compresa.

Buona Lettura.

“Buonasera Dottoressa,

mi scuso per l’orario di invio mail ma sono stata molto titubante sul procedere o meno con questa richiesta. Sono in una sorta di spirale da cui non riesco più ad uscire e non credo esista aiuto per me, per la mia condizione. Sono una donna sposata da un po’, insieme a mio marito decidemmo anni fa di adottare un bambino perché per cause che sono state definite psicogene, non siamo riusciti a concepire una vita. Abbiamo entrambi un ottimo lavoro, siamo ben inseriti nel contesto sociale; non abbiamo problemi economici né “riconosciute” problematiche di salute. Mirko, nostro figlio, è ormai prossimo all’adolescenza e sta avendo diversi problemi comportamentali, nonostante ciò a noi ha voluto subito bene e non è mai stato aggressivo con noi.

Ora che rileggo ciò che ho scritto, rido.. Piango mentre rido perché sono tutte cazzate.. cazzate che mi racconto ogni giorno per stare bene.

Mio marito ha un vita parallela da non so quanto tempo (l’ho scoperto per caso durante la quarantena; lei non è nemmeno chissà quanto più giovane e bella di me.. lui è proprio innamorato di lei: cosa ha lei che io non ho? perché?)

Io sono sotto cura farmacologica da sempre; non ho mai voluto parlare dei miei problemi perché la mia azienda ha bisogno di una me che sia ricettiva e pronta (specie con questa crisi senza fine) e Mirko..

Mirko è un delinquente! Sto maledicendo il giorno in cui abbiamo deciso di adottarlo! quanto siamo stati stupidi.. noi e questa storia dei “figli sono di chi li cresce”.

Lo so.. sono un mostro.. Ma a quanto sembra non ho via di uscita, evidentemente merito tutto questo: merito i tradimenti, le corna, i silenzi.. merito di non avere un figlio che sia mio.. Merito di stare male.. merito di avere crisi isteriche, di pianto, di vergogna; merito le parestesie..

Credo che la mia vita sia inutile.

Sto seriamente pensando a compiere quel famoso gesto lì.. quello pensato tante volte nella vita.”

“Gentile (..)

leggo di te e del tuo dolore che sbatte con forza su di me, in questa prima sera d’estate. Sei una donna coraggiosa, e ti ringrazio per questo coraggio che mostri mettendo in gioco te stessa attraverso il tuo sentire e la tua sofferenza.

(..)

Leggo dell’apparenza che circonda la tua vita; quel sottile velo che tiene ma non contiene la realtà dei fatti che è -invece- ben più complessa. Tuo marito ha una vita parallela con una donna che – a tuo dire- non ha e non è niente di più di quanto hai o sei tu. Soffri nel non comprendere il motivo della sua relazione; soffri nel non comprendere perché lui ami un’altra donna..

Una donna che – ne sei certa- è meno di te. Allora perché?

Dici che per cause psicogene, non siete riusciti a generare una vita e che questa vita l’avete acquistata (parola della donna usata durante la consultazione), convinti del fatto che per essere genitori non serva portare in grembo, dentro di sé, una vita.

Racconti poi dei farmaci, dell’autolesionismo, delle parestesie e le tue numerose crisi.. Dell’efficienza lavorativa e di quel piccolo punto di buio che si sta allargando a macchia d’olio rischiando di avvolgere tutto il tuo essere: la faccio finita.

(Rifletto a lungo, durante la lettura della lunghissima mail. Ho come la sensazione di vedere (..) innanzi ai miei occhi. La immagino mentre forte e decisa racconta poi il crollo, le lacrime, le urla.. i pugni sul corpo.. le domande senza risposta. Il dolore puro).

C’è un sottovalutare la condizione dell’adozione e questo ho potuto constatarlo durante i corsi che la mia collega psicoterapeuta teneva (sia corsi adozione che la valutazione delle competenze genitoriali).

La gravidanza non è mai solo una gravidanza fisica; esista un’altra (e paradossalmente più importante) gravidanza che è quella psicologica. I 9 mesi di gestazione sono mesi che vanno pensati, immaginati e sentiti soprattutto nella mente. Prima dell’arrivo del bambino reale (banalmente anche quando siamo giovani e pensiamo ad un figlio) creiamo uno spazio che, nel momento della venuta del bambino, troverà un “già lì”, uno spazio di accoglimento pieno già di proiezioni genitoriali che.. il (povero) nuovo nato potrà o meno confermare “somiglia a te.. no a me.. farà il dottore.. ma quando mai ha i piedi da ballerino..”

Il bambino attraversa, è vero, il corpo materno; il bambino si fa spazio tra le viscere materne e analogamente si farà strada nella mente della madre e del padre, richiedendo loro un grandissimo sforzo: il riposizionamento di quanto in loro è stato (ed è) il narcisismo, l’edipo, l’amore, l’odio, l’aggressività (..)

L’infertilità “psicogena” attesta una condizione molto forte, nel registro del reale: Io non sono pronto. Io non voglio. Io non so se sono Io.

La condizione di Mirko è difficile; tutti i bambini adottati prima o poi (anche nelle adozioni meglio riuscite quindi non si tratta di mancato rispetto verso la famiglia adottiva), cercano le proprie radici. Questi bambini vivono sulla pelle la condizione della propria frattura identitaria: sono come talee che non riescono ad attecchire nonostante l’estremo nutrimenti, l’acqua e la cura che ricevono.

Manca loro il contatto con la terra che li ha generati.

La donna di questa mail è attualmente in cura farmacologica seguita dalla sua psichiatra (che ha deciso di lavorare in equipe mostrandosi molto aperta verso la psicoterapia); la donna segue una psicoterapia con il Dott. Rinaldi (alternando anche incontri di coppia, tenuti sempre dal Dott. Rinaldi, insieme a me) e Mirko sta procedendo con una consultazione psicologica con me.

La famiglia è seguita da un team che è qui per loro; un team che gli ricorda che nessuno è un membro isolato preda e vittima del suo sentire. Nessuno ha certamente il diritto di tirare giù, nella sua spirale l’altro, ma il lavoro sulla comunicazione resta sempre il fulcro.

La donna ha saputo – infatti- opportunamente contenuta in un setting stabilito, cosa il marito ha trovato nella sua amante; Mirko ha pianto perché sente essergli stata negata la possibilità di sapere “chi è”; la donna ha smesso di avere ideazioni suicidarie.

Questa famiglia è per me la famiglia del dolore celato.

Ma il dolore prima o poi trova valvola di sfogo e come la pressione della caldaia può decidere se farsi abbassare o salire a dismisura.. fino.. ad esplodere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Tono e Modo dell’opinione.

“Spesso contraddiciamo una opinione mentre ci è antipatico soltanto il tono con cui essa è stata espressa.”

FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE

Questa frase mi è ritornata alla mente in seguito alla conduzione di un colloquio.

Come spesso accade i due non sembravano trovare un minimo punto di incontro persi com’erano a barcamenarsi in maniera piuttosto ondosa e tempestosa, tra le rispettive opinioni.

I toni erano sempre alti, presuntuosi (da ambo le parti) e ridondanti..

La continua enfasi posta “alla mia ragione”, rendeva vana ogni possibilità di spostare l’attenzione al contenuto della discussione.

(A parlare è una coppia indecisa sul procedere o meno con una separazione; l’astio è forte poiché lei non riesce a perdonare lui che per 2 anni ha avuto un’amante).

D’un tratto dopo un momento di pausa e un fortissimo pianto, il suono dei pensieri prendere il sopravvento sul rumore del parlato (vuoto) per ristabilire il tono .

“Ecco cosa non ti ho detto”…

(Barcarola, in musica classica, indica una composizione che evoca il modo ondeggiante delle imbarcazioni..)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Psicologia e pensieri. Totò e la guerra.

” Il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra. In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra.”

Antonio De Curtis – Totò

Il 15 aprile del 1967 moriva Antonio de Curtis in arte Totò.

Sono oramai passati quasi sessant’anni, ma le sue parole e i suoi film risultano più che mai attuali.

L’insensatezza della guerra, delle azioni disumane e prive di sensata moralità che vengono magistralmente mascherate da azioni eroiche e moralmente accettate, sono all’ordine del giorno oggi come allora.

Così il racconto degli avvenimenti, delle parti coinvolte, diventa contrastante fino all’assurdo, tanto da dimenticarsi della realtà, dell’umanità coinvolta e delle conseguenze.

Nel breve video estratto dal film di Totò “I due colonnelli” (che potete guardare sotto), è riportata una delle scene più famose e più significative.

Ad un certo punto Totò (colonnello delle forze armate italiane) dice al colonnello tedesco (che a quanto pare ha pieni poteri) : ” Io non sparo contro un paese inerme, lo faccia prima evacuare e poi farò cantare tutti i mortai che lei vuol sentire”, ” Io sono un soldato non sono un assassino”.

Il colonnello tedesco risponde dicendo: ” Che conta la vita di due- trecento persone dinnanzi alla vittoria del Gran Reich, sono come mosche!!!”.

Totò risponde: “Io non ammazzo nemmeno le mosche e sa cosa le dico? Che io l’ordine di sparare non lo darò ne ora ne mai!”

Il colonnello tedesco irritato dice: “Attento colonnello, Io ho carta bianca..!!”

Totò in una escalation catartica risponde, seguito dalla reazione di giubilo misto a sorpresa dei propri commilitoni: “E ci si pulisca il culo, va bene!!!?”

Totò – I due colonnelli

Magari ci fossero anche oggi tanti colonnelli coraggiosi come quello che interpretava Totò.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Pace è solo una parola?

In questi giorni molti si scambiano “il segno” della pace; altri si danno a grandi riflessioni in merito; poi.. ci sono persone del genere:

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2022/04/14/qui-londra-profughi-ucraini-si-migranti-no_3753edb5-b2b8-46a5-8db3-ee6ef16200df.html

“Siamo tutti fratelli sotto la pelle, e io vorrei spellare l’umanità per dimostrarlo.”

Ayn Rand

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Mi ascolti? #YoutubeShorts #Shorts #ilpensierononlineare

Siamo davvero sicuri di saper ascoltare l’altro? Ascoltare (e comprendere il vissuto emotivo dell’altro), è un’azione molto più complessa di quanto siamo disposti ad ammettere. Capire come si sente l’altro non vuol dire sostituirsi completamente al suo vissuto emotivo..

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

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Il Sentimento del Rancore

Il rancore è un sentimento di ostilità, che raramente si manifesta con una risposta aggressività esplicita verso chi è ritenuto responsabile del comportamento offensivo o frustrante.

Si prova rancore, ad esempio, anche quando ci sono vissuti di tradimento affettivo o abbandono, a causa di assenze prolungate volute o causate dalla morte della persona legata a quell’affetto.

Buona visione!

Il Rancore – ilpensierononlineare – Youtube

“Nulla sulla terra consuma un uomo più rapidamente che la passione del risentimento.”


FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

https://www.youtube.com/channel/UCWqsS3U9313zs2mbrNcHm4A

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Benessere Psicologico – Siamo noi il nostro cambiamento

Non aspettiamo che cambino gli altri, cominciamo da noi stessi..

Siamo noi il nostro cambiamento – youtubeshorts – ilpensierononlineare youtube

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Provo quel che provi Tu.

Immagine Personale.

Empatia deriva dal greco Empateia; il termine è composto da en “dentro” e pathos “sofferenza” o “sentimento”, e veniva utilizzato per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore al pubblico.

Nell’ambito della filosofia una riflessione in merito la dobbiamo a David Hume e Adam Smith. Hume riteneva che in virtù della somiglianza tra le persone e tra gli eventi che queste vivono, quando si pensa o osserva una situazione che sta vivendo un’altra persona questa esperienza viene convertita in immagini mentali che evocheranno analoghe sensazioni nello spettatore.

Qualche tempo dopo, Smith indicava nell’empatia la capacità di comprendere la prospettiva di un’altra persona in associazione a una reazione emozionale.

Entrambi i filosofi vedevano nell’empatia uno dei presupposti fondamentali per la costruzione dei legami sociali.

In ambito psicologico gli studi sull’empatia risalgono a Titchener che utilizzò il termine “empathy” come traduzione del tedesco “immedesimazione” . Negli ultimi anni, in conseguenza di numerosi studi, si è arrivati a considerare l’empatia come un costrutto multidimensionale consistente nel riconoscimento e condivisione dello stato emotivo di un altro. Le componenti del processo empatico sono tre: affettiva, cognitiva e fisiologica.

Dimensione affettiva: l’empatia è una condivisione emozionale, una risposta vicaria corrispondente a quella di un’altra persona.

In termini cognitivi: l’empatia è vista come comprensione dell’esperienza di un altro, come consapevolezza cognitiva degli stati interni di un’altra persona, dei suoi pensieri o sentimenti. Questo aspetto prende il nome di “perspective taking” o “role taking”.

La componente fisiologica: riferisce al coinvolgimento di funzioni legate alle attività del sistema nervoso autonomo o substrati neurali o ormonali che operano per indurre un individuo a comportarsi o sentire in modo speculare un’altra persona.

Secondo Hoffman l’empatia è l’attivazione di processi psicologici che fanno sì che una persona abbia sentimenti che sono più congruenti con la situazione di un’altra persona piuttosto che con la propria. Ne deriva che il focus viene posto sul processo che ha luogo nel soggetto che empatizza piuttosto che sull’esito (condivisione affettiva) e sul paradosso dell’esperienza empatica per cui il soggetto sperimenta la condizione emotiva senza però averla realmente vissuta.

L’empatia è considerata da Hoffman il motore, l’origine e il processo che rende possibile prendersi cura dell’altro e quindi la convivenza tra le persone.

E’ un’esperienza emotiva universale e si ritrova anche in molte specie non umane; è alla base di molti comportamenti di aiuto poiché non si potrebbe aiutare un conspecifico senza percepirne lo stato di sofferenza che egli sta vivendo. A tal proposito, ad esempio, negli scimpanzé è diffusa la pratica di adottare un cucciolo quando questo resta orfano. L’universalità di questa esperienza è resa possibile soprattutto dalla condivisione di un substrato biologico che in presenza della sofferenza altrui, permette che si attivino meccanismi di tipo neurale, ormonali e endocrini, che inducono un osservatore a provare uno stato emotivo analogo a quello della persona osservata.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“Metà uomo metà Flow”.

(…) Nei paragrafi precedenti, ho accennato alla struttura metrica del rap, andando ad evidenziare come questa possa contare sulla regolarità (il beat, altro elemento caratteristico del rap è il battito che serve a scandire il tempo della battura: laddove cade il battito che di solito viene percepito dall’ascoltatore come un colpo di batteria o percussioni, cade la rima). Ciò che rende diverso il rap da altri generi musicali, è il forte uso che viene fatto delle figure retoriche (allitterazioni, climax, metafore..) o delle rime, che concorrono ad aumentare la musicalità del testo; ne deriva pertanto che i testi rap, possano essere accostati alla poesia.

Uno dei teorici che si è dedicato alla musicalità come essenza della poesia è stato Edgar Allan Poe, che nel 1846 ha sostenuto “la musica è come l’idea della poesia. L’indeterminatezza della sensazione suscitata da una dolce aria, che dev’essere rigorosamente indefinita, è precisamente quello a cui dobbiamo mirare in poesia”.

Ne deriva quindi che secondo Poe è importante che nella poesia, la parola debba essere “indefinita” ovvero deve suscitare delle sensazioni e non avere un significato come quello che ad esempio, gli attribuirebbe il linguaggio della quotidianità, e per far ciò, deve avere come modello proprio l’arte dei suoni.

Il significante (la sonorità) prende il sopravvento sul significato; non diviene quindi importante cosa viene detto ma come quel qualcosa viene detto in quanto è difficile parlare di un significato universale, giacché trattiamo contenuti simbolici a cui ciascun individuo, può attribuire lettura diversa. La musica si presenta pertanto connotata da un forte carattere simbolico in cui è l’espressività ad essere centrale; questa espressività è diversa dal segno linguistico in quanto questo viene (in un certo senso), esaurito dalla sua funzione referenziale mentre la musica non essendo subito leggibile (non avendo quindi un significato immediato) assume il ruolo di simbolo dotato di forte contenuto espressivo.

I brani rap, avendo una metrica cadenzata e regolare permettono all’individuo di leggere e rileggere il testo in quando il flow (il flusso delle parole) lascia spazio alla libera interpretazione agevolata dal forte legame con il corpo (il tempo4/4 su cui battono le canzoni rap, è un tempo regolare al punto che, diviene molto intuitivo comprendere dove cadono gli accenti; questo consente all’individuo di lasciarsi tra sportare fisicamente dal ritmo).

Il mondo rap riesce quindi ad assicurarsi una forte adesione nei membri (fan) sia perchè può contare su un abbigliamento specifico ma soprattutto perché lascia all’individuo la possibilità di leggere o rileggere il testo delle canzoni, agevolato dalla fluidità della metrica. Il rap con la presenza dei flussi di parole, riesce a creare una forte adesione, tanto che gli individuo arrivano a sentirsi parte di un gruppo.

Ma cos’è un gruppo? Il rap può realmente essere considerato un gruppo allargato?

Da “Parole sospese e giochi ritmici: analisi delle dinamiche relazionali e comunicative alla base del fenomeno musicale rap”, pp. 23-25, paragrafo “Che cos’è la massa”, 2015, G.S, Di Maio.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Psicologia del Lavoro – Come far funzionare bene i gruppi di lavoro – PODCAST

Quanto la Psicologia applicata ai contesti lavorativi è importante per comprendere le dinamiche dei gruppi di lavoro, per salvaguardare il benessere mentale e lavorativo dei lavoratori ?

Pochi sanno che con una buona gestione del “clima” nel contesto lavorativo può aumentare di molto la produttività e il benessere dei propri dipendenti.
In questa tappa del nostro viaggio ci occuperemo delle dinamiche più o meno complesse che caratterizzano i gruppi di lavoro e che ne influenzano il buono o il cattivo funzionamento.

Buon Ascolto..

Come far funzionare bene i gruppi di lavoro.. – ilpensierononlineare – Spreaker Podcast
Come far funzionare bene i gruppi di lavoro.. – ilpensierononlineare – Spotify Podcast

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Dottoressa sono un mostro: La famiglia del dolore celato.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Rubrica Settimanale.

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

La storia che decido di condividere oggi non è delle più semplici. Sono stata un po’ in dubbio sul procedere o meno e alla fine, in accordo con la diretta interessata, ho deciso di fornire una versione dei fatti che potesse rendere l’idea di quanto accaduto. E’ una donna a contattarmi una sera (molto tardi).

Ho accolto subito la richiesta perché ho percepito un dolore forte e visibile; un dolore capace di attraversare lo schermo nello stesso momento in cui ne stavo “soltanto” leggendo la descrizione.

Il dolore è sempre una condizione altamente personale, che va contestualizzata e compresa.

Buona Lettura.

“Buonasera Dottoressa,

mi scuso per l’orario di invio mail ma sono stata molto titubante sul procedere o meno con questa richiesta. Sono in una sorta di spirale da cui non riesco più ad uscire e non credo esista aiuto per me, per la mia condizione. Sono una donna sposata da un po’, insieme a mio marito decidemmo anni fa di adottare un bambino perché per cause che sono state definite psicogene, non siamo riusciti a concepire una vita. Abbiamo entrambi un ottimo lavoro, siamo ben inseriti nel contesto sociale; non abbiamo problemi economici né “riconosciute” problematiche di salute. Mirko, nostro figlio, è ormai prossimo all’adolescenza e sta avendo diversi problemi comportamentali, nonostante ciò a noi ha voluto subito bene e non è mai stato aggressivo con noi.

Ora che rileggo ciò che ho scritto, rido.. Piango mentre rido perchè sono tutte cazzate.. cazzate che mi racconto ogni giorno per stare bene.

Mio marito ha un vita parallela da non so quanto tempo (l’ho scoperto per caso durante la quarantena; lei non è nemmeno chissà quanto più giovane e bella di me.. lui è proprio innamorato di lei: cosa ha lei che io non ho? perchè?)

Io sono sotto cura farmacologica da sempre; non ho mai voluto parlare dei miei problemi perchè la mia azienda ha bisogno di una me che sia ricettiva e pronta (specie con questa crisi senza fine) e Mirko..

Mirko è un delinquente! Sto maledicendo il giorno in cui abbiamo deciso di adottarlo! quanto siamo stati stupidi.. noi e questa storia dei “figli sono di chi li cresce”.

Lo so.. sono un mostro.. Ma a quanto sembra non ho via di uscita, evidentemente merito tutto questo: merito i tradimenti, le corna, i silenzi.. merito di non avere un figlio che sia mio.. Merito di stare male.. merito di avere crisi isteriche, di pianto, di vergogna; merito le parestesie..

Credo che la mia vita sia inutile.

Sto seriamente pensando a compiere quel famoso gesto lì.. quello pensato tante volte nella vita.”

“Gentile (..)

leggo di te e del tuo dolore che sbatte con forza su di me, in questa prima sera d’estate. Sei una donna coraggiosa, e ti ringrazio per questo coraggio che mostri mettendo in gioco te stessa attraverso il tuo sentire e la tua sofferenza.

(..)

Leggo dell’apparenza che circonda la tua vita; quel sottile velo che tiene ma non contiene la realtà dei fatti che è -invece- ben più complessa. Tuo marito ha una vita parallela con una donna che – a tuo dire- non ha e non è niente di più di quanto hai o sei tu. Soffri nel non comprendere il motivo della sua relazione; soffri nel non comprendere perché lui ami un’altra donna..

Una donna che – ne sei certa- è meno di te. Allora perchè?

Dici che per cause psicogene, non siete riusciti a generare una vita e che questa vita l’avete acquistata (parola della donna usata durante la consultazione), convinti del fatto che per essere genitori non serva portare in grembo, dentro di sé, una vita.

Racconti poi dei farmaci, dell’autolesionismo, delle parestesie e le tue numerose crisi.. Dell’efficienza lavorativa e di quel piccolo punto di buio che si sta allargando a macchia d’olio rischiando di avvolgere tutto il tuo essere: la faccio finita.

(Rifletto a lungo, durante la lettura della lunghissima mail. Ho come la sensazione di vedere (..) innanzi ai miei occhi. La immagino mentre forte e decisa racconta poi il crollo, le lacrime, le urla.. i pugni sul corpo.. le domande senza risposta. Il dolore puro).

C’è un sottovalutare la condizione dell’adozione e questo ho potuto constatarlo durante i corsi che la mia collega psicoterapeuta teneva (sia corsi adozione che la valutazione delle competenze genitoriali).

La gravidanza non è mai solo una gravidanza fisica; esista un’altra (e paradossalmente più importante) gravidanza che è quella psicologica. I 9 mesi di gestazione sono mesi che vanno pensati, immaginati e sentiti soprattutto nella mente. Prima dell’arrivo del bambino reale (banalmente anche quando siamo giovani e pensiamo ad un figlio) creiamo uno spazio che, nel momento della venuta del bambino, troverà un “già lì”, uno spazio di accoglimento pieno già di proiezioni genitoriali che.. il (povero) nuovo nato potrà o meno confermare “somiglia a te.. no a me.. farà il dottore.. ma quando mai ha i piedi da ballerino..”

Il bambino attraversa, è vero, il corpo materno; il bambino si fa spazio tra le viscere materne e analogamente si farà strada nella mente della madre e del padre, richiedendo loro un grandissimo sforzo: il riposizionamento di quanto in loro è stato (ed è) il narcisismo, l’edipo, l’amore, l’odio, l’aggressività (..)

L’infertilità “psicogena” attesta una condizione molto forte, nel registro del reale: Io non sono pronto. Io non voglio. Io non so se sono Io.

La condizione di Mirko è difficile; tutti i bambini adottati prima o poi (anche nelle adozioni meglio riuscite quindi non si tratta di mancato rispetto verso la famiglia adottiva), cercano le proprie radici. Questi bambini vivono sulla pelle la condizione della propria frattura identitaria: sono come talee che non riescono ad attecchire nonostante l’estremo nutrimenti, l’acqua e la cura che ricevono.

Manca loro il contatto con la terra che li ha generati.

La donna di questa mail è attualmente in cura farmacologica seguita dalla sua psichiatra (che ha deciso di lavorare in equipe mostrandosi molto aperta verso la psicoterapia); la donna segue una psicoterapia con il Dott. Rinaldi (alternando anche incontri di coppia, tenuti sempre dal Dott. Rinaldi, insieme a me) e Mirko sta procedendo con una consultazione psicologica con me.

La famiglia è seguita da un team che è qui per loro; un team che gli ricorda che nessuno è un membro isolato preda e vittima del suo sentire. Nessuno ha certamente il diritto di tirare giù, nella sua spirale l’altro, ma il lavoro sulla comunicazione resta sempre il fulcro.

La donna ha saputo – infatti- opportunamente contenuta in un setting stabilito, cosa il marito ha trovato nella sua amante; Mirko ha pianto perché sente essergli stata negata la possibilità di sapere “chi è”; la donna ha smesso di avere ideazioni suicidarie.

Questa famiglia è per me la famiglia del dolore celato.

Ma il dolore prima o poi trova valvola di sfogo e come la pressione della caldaia può decidere se farsi abbassare o salire a dismisura.. fino.. ad esplodere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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LiberAzione.

Meglio dormire libero in un letto scomodo che dormire prigioniero in un letto comodo.”
Jack Kerouac

Il brano proposto è la sigla del film/documentario uscito a Dicembre 2015 con l’intento di far luce (e portare attenzione) sul caso dell’insegnante elementare di Castelnuovo Cilento sottoposto a TSO il 31 luglio e rinchiuso nel reparto psichiatrico del Vallo della Lucania, dichiarato poi morto il 4 agosto.

Sei medici sono stati, successivamente, condannati.

All’interno del brano viene citata “Addio Lugano bella”.. perché nessuno ha il diritto di prelevare, legare, imbavagliare e costringere un altro essere umano.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.