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I volti, le emozioni e la fiducia.

“La fiducia è uno stato rassicurante che deriva dalla persuasione dell’affidabilità del mondo circostante percepito come ben disposto verso il soggetto.”

Psicologia – Umberto Galimberti

La fiducia ha una influenza positiva sul comportamento delle persone e può avere anche un’ottima influenza sull’atteggiamento verso gli altri, eliminando sentimenti di inquietudine, chiusura, rifiuto e scetticismo.

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Ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre? Perché?

Si, ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre e sono quelle persone che riescono ad esprimere in modo chiaro le loro emozioni attraverso il volto. Il motivo principale è che da generalmente più evidente è quello che una persona sta provando, più siamo in grado di comprendere cosa aspettarci da lei.

In una ricerca tedesca fatta all’Università di Lubecca sono state coinvolti in una ricerca 94 volontari di entrambi i sessi. A questi volontari è stato fatto vedere un video in cui alcune donne esprimevano con il viso emozioni di paura o tristezza. Dopo la visione, i partecipanti all’esperimento, dovevano indicare ed ingrandire sullo schermo l’immagine di ciascuna di quelle donne ordinandole in base a chi avrebbero voluto avere vicino per conversare (più si considera affidabile una persona più ci avviciniamo a lei senza alcun disagio). Inoltre dovevano rispondere alle affermazioni: “vorrei incontrarla nella vita reale” – “vorrei parlarle dei miei problemi”.

Da questa ricerca è emerso che i volontari ritenevano più affidabili quelle donne del video di cui avevano compreso maggiormente le emozioni espresse e gli stati d’animo sottostanti. Inoltre i ricercatori, attraverso la risonanza magnetica funzionale, hanno potuto osservare nei volontari che si “affidavano” a quella persona del video, un’attivazione delle aree cerebrali legate alla ricompensa, che si attivano generalmente quando si prova piacere o si ha una gratificazione.

Insomma se riusciamo a capire le emozioni dal volto di una persona ci predisponiamo sicuramente meglio nei suoi confronti e proviamo anche un senso di piacere.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Gioia.

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La gioia può essere definita come una somma di attivazione e piacere che si manifesta con il sorriso (espressione emotiva innata, contagiosa e frequente).

Il sorriso è geneticamente programmato perché assicura, ad esempio, al neonato un’interazione positiva con la mamma e con tutte le persone atte alla sua sopravvivenza.

Secondo Ricci Bitti il sorriso può essere sia di gioia che contentezza; nello specifico il sorriso di gioia ha origine dal rapporto sociale e si accompagna a una particolare apertura e luminosità dello sguardo; si manifesta – inoltre- in conseguenza della gratificazione dei bisogni essenziali.

Secondo Izard, invece, la gioia appare in seguito a un’azione (meglio se creativa e socialmente utile), che è stata compiuta per motivi diversi dal fare piacere a se stessi.

Emozioni affini alla gioia sono:

Allegria: può essere un tratto del temperamento o un processo emotivo

Euforia: stato emotivo con forte componente fisiologica e comportamentale (iperattività, fluidità verbale, ecc.)

Contentezza: stato emotivo di intensità variabile

Felicità: stato emotivo di benessere complessivo limitato all’esperienza immediata.

Secondo le ricerche compiute sul tema, sembra che il buonumore comporti effetti positivi anche sulle capacità di apprendimento, il quale sembra essere migliore (più forte e duraturo), se si è allegri durante la presentazione del materiale di studio o da ricordare. A tal proposito, Bower, sostiene che si ricordi meglio il materiale verbale o visivo che si accorda con lo stato emotivo del soggetto in quel momento. Questo effetto è più accentuato nel caso di emozione positiva. Secondo Bower, la spiegazione di tale fenomeno risiede nel fatto che la memoria è una rete associativa i cui nodi tengono conto non solo degli aspetti di contenuto ma anche di quelli emozionali.

L’essere di buon umore influenza inoltre altri aspetti del pensiero come:

i processi di categorizzazione

la velocità ed efficacia nel risolvere vari tipi di problemi (problem solving)

la capacità di previsione, descrizione e assunzione rischi.

Isen e collaboratori hanno analizzato le modificazioni che gli stati d’animo hanno sui processi cognitivi. Quando si è di buon umore si producono più associazioni positive, inoltre le persone positive hanno maggior flessibilità mentale.

Le persone positive, inoltre, risolvono i problemi di flessibilità e creatività con più facilità.

Le persone allegre tendono inoltre ad attuare il mood maintenance quel procedimento che tiene lontane le persone gioiose da situazioni di rischio serie perché si tende a mantenere l’umore di partenza (quello allegro).

L’effetto del sentirsi sereni, allegri e gioiosi ha ripercussioni anche sul comportamento sociale si tende infatti ad incontrare maggiormente persone, amici, parenti e si incorre nell’helping behaviour.

Si tratta dell’associazione tra buonumore e altruismo. Quando le persone sono più allegre si rendono più utili; questo fenomeno è stato spiegato anche con il mood maintenance perché le persone di buonumore tendono ad evitare quelle tristi per mantenere il proprio livello di benessere, ecco perché persone tristi e allegre difficilmente andranno d’accordo..

Ognuno protegge il proprio stato d’animo e il proprio vissuto emozionale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Il mio desiderio

“Non sono mai “io” che decido il “mio” desiderio, ma è il desiderio che decide di me, che mi ustiona, mi sconvolge, mi rapisce, mi entusiasma, mi inquieta, mi anima, mi strazia, mi potenzia, mi porta via.”

Massimo Recalcati

Quante volte abbiamo dovuto rinunciare ad un desiderio barattando un po’ della nostra possibilità di raggiungerlo per un po’ di sicurezza?

Quante volte abbiamo ceduto al desiderio e ci siamo fatti rapire dalla “Passione” che ci spingeva a soddisfarlo?

Quante sfaccettature porta con sé il desiderio…

dott. Gennaro Rinaldi

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Valzer Rosso.

Giro di Valzer e la Campania resta, per la sesta settimana consecutiva, al primo posto della classifica delle regioni rosse.

Buona serata e Buon Ballo a tutti.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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La motivazione.

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Nuttin nel 1973 ci spiega la motivazione come una serie di processi coinvolti nella determinazione del comportamento; la motivazione è quindi uno stato interiore in virtù del quale un organismo intraprende una determinata azione.

In letteratura, i concetti relativi alla motivazione possono essere distinti in due grandi gruppi, a seconda che guardino al polo interno (l’impulso e la tendenza dell’individuo) o al polo esterno (valenza specifica dell’oggetto). Al primo gruppo appartengono concetti come bisogno, tensione, drive (stato temporaneo dell’organismo prodotto dalla mancanza di qualcosa di necessario o da una stimolazione dolorosa che decresce nel momento in cui viene raggiungo l’obiettivo), istinto, ecc.. mentre al secondo concetti come valenza, valore, valore affettivo, e così via.

Gli stati pulsionali che determinano il comportamento si distinguono in stati pulsionali momentanei (desideri, bisogni, intenzioni), e disposizioni motivazionali stabili definite come tratti stabili della personalità che innescano un processo di pensiero sulle opportunità da sfruttare per il raggiungimento di un determinato obiettivo. Nel processo motivazionale intervengono incentivi (estrinseci e intrinseci) ovvero ricompense che muovono verso scopi e obiettivi.

Nello studio sulla motivazione sono stati riconosciuti diversi livelli, sulla base dei concetti ad esempio di riflesso, istinto e pulsione.

I riflessi sono definiti come forme di attività dell’organismo biologico in reazione a stimoli esterni e/o interni; gli istinti sono sequenze comportamentali automatiche dirette verso una meta in relazione a sollecitazioni ambientali; le pulsioni sono forze interne dell’organismo correlate a una serie di bisogni naturali, non costituiti secondo una sequenza standard poichè intervengono la rappresentazione in termini sia cognitivi sia motivazionali e le modalità strumentali per la soddisfazione, pertanto non costituiscono una sequenza prefissata.

Pulsione e bisogno, inoltre, solo all’apparenza risultano due concetti interscambiabili poiché la pulsione è una spinta interna determinata da aspetti biologici, mentre il bisogno è ciò che fornisce contenuto concreto alla spinta.

I bisogno quindi non appaiono connessi con le pulsioni fisiologiche, ma con aspetti complessi della vita umana (es valori astratti) e possono dipendere dalla relazione con il mondo sociale.

Nel dibattito contemporaneo si considera la motivazione come quel qualcosa che crea, dirige e finalizza il comportamento umano e soprattutto, non c’è più separazione tra emozione e motivazione ma anzi, la motivazione viene studiata in intreccio/relazione all’emozione provata.

Viene attualmente considerato un sistema unico cognitivo-motivazionale-emotivo all’interno del quale la motivazione al raggiungimento di uno scopo origina il comportamento e, una volta raggiunto (o meno) lo scopo, si genera un vissuto emozionale che a sua volta determina (rinforzando o meno), il comportamento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Separazione.

Ogni volta che c’è una separazione perdiamo anche una parte di noi stessi. Siamo, appunto, se-partiti. La difficoltà di digerire una separazione non è solo la difficoltà di rinunciare a chi amavamo, ma è anche quella di perdere una parte di noi stessi, quella parte che il nostro amore faceva esistere”.

Massimo Recalcati

Molti pazienti evidenziano la componente legata al sentirsi derubati, persi, svuotati, quando una relazione finisce.

“Si è portato via tutto, i miei sorrisi, le miei gioie, il meglio di me lasciando qui solo il dolore. Lo odio per questo perchè non avrò mai più indietro la spensieratezza che ci univa”. L.

Ci si unisce, ci si concima reciprocamente e ci si lascia (talvolta). L’idea di restare quel che si era un tempo – in quel tempo mitico- in cui l’amore tutto poteva ci tiene legati, fermi, ancorati fissi e stabili rendendoci incapaci di inviare una piccola talea lontano (ma non troppo) da noi, al fine di attecchire in un nuovo terreno.

Il concime migliore resta la cura che a noi, dobbiamo.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Può il clima influenzare la nostra creatività?

Finalmente ci siamo inoltrati pienamente in una delle quattro stagioni più colorate e climaticamente più piacevoli. Questo discorso non vale proprio per tutti, c’è infatti chi, alla primavera e all’estate preferisce decisamente l’inverno, il freddo, le giornate più corte, la pioggia e la neve. Insomma questione di gusti e di personalità diverse.

Ma la domanda che vorrei porvi è questa: può il clima influenzarci in qualche modo? Può influenzare il nostro umore, il nostro stato d’animo? Può influenzare anche la nostra creatività?

La risposta a tutte queste domande è si.

Oggi però vorrei approfondire solo l’ultima domanda. In effetti il clima può avere il proprio peso specifico sulla nostra creatività. In una ricerca di non molto tempo fa pubblicata sulla rivista scientifica Acta Psycologist è riportata una ricerca che afferma proprio che, le condizioni climatiche influenzerebbero il modo in cui la nostra mente elabora le informazioni, condizionando, in questo modo, la creatività delle persone.

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Gli studiosi per la loro ricerca hanno coinvolto delle persone in attività diversificate, di gruppo e non. La caratteristica principale è che queste attività venivano svolte in luoghi e ambientazioni “calde” o “fredde”.

Alla fine della ricerca si è notato che le persone coinvolte in attività con un clima più caldo, sviluppavano una “creatività più sociale”. Riuscivano infatti ad elaborare attività e compiti che li mettevano in relazione con gli altri, inoltre le relazioni e le attività di gruppo ne risentivano molto positivamente.

Le persone invece coinvolte nelle attività al “freddo”, avevano più una tendenza a sviluppare attività incentrate su processi mentali autoreferenziali e astratti (una creatività più personale), annullando quasi le attività svolte in gruppo.

In generale in questo studio, si è potuto arrivare alla conclusione che il caldo renderebbe le persone più “generose”, sia a livello relazionale che a livello di idee e attività cognitive, quindi più inclini a socializzare; mentre un clima più freddo avrebbe l’effetto contrario.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Passato

“Il passato è quello che ci definisce. Possiamo cercare a torto o a ragione di sfuggirgli o di sfuggire alle brutture che contiene, ma ci riusciremo solo se gli aggiungeremo qualcosa di migliore.”

Wendell Berry
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Il passato ci definisce sicuramente e non sempre ci regala ricordi, sensazioni ed emozioni belle. I ricordi che ci portano dolore vanno affrontati, quelle ferite vanno curate prima che possano infettarsi e cominciare a provocare più dolore.

Prendersi cura delle proprie ferite e cominciare ad aggiungere qualcosa di nuovo, di migliore..

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Sentimenti, Emozioni, Umore.

I sentimenti sono stati duraturi dell’esperienza affettiva mentre le emozioni, al contrario, indicano stati affettivi spesso intensi e di breve durata, capaci di influenzare sia i processi psicologici interni sia il comportamento. Infine, con umore, si indica una tonalità affettiva di base, capace di influenzare sia lo stato affettivo temporaneo sia il tono emozionale abituale

I luoghi e le persone parlano e ci parlano.

Non c’è posto, situazione o persona che non invii sensazioni ma soprattutto energia (ricordiamoci che l’apparato psichico di quantum energetico ne fa una questione di benessere o meno).

Questo cosa potrebbe significare?

Che le persone che inviano (in un certo senso) vibrazioni non del tutto positive o chiare portano l’interlocutore a compiere un uso massiccio di energia per “comprendere, fare, dire”.. energia che potrebbe essere usata per ben altri scopi.

Confondere per non confondersi o confondere per evitare di fare i conti con se stessi, rende le comunicazioni fredde, statiche e per nulla arricchenti.

Chiediamoci sempre se e cosa stiamo comunicando.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Sul Vaccino e sulla Psicologia…

“Il modo in cui un leader gestisce il processo di rispecchiamento riflette il suo grado di maturità. La prova decisiva consiste nella sua capacità di mantenersi aderente alla realtà e di vedere le cose come realmente sono nonostante le pressioni di chi intorno a lui vorrebbe coinvolgerlo in un rispecchiamento distorto. Nei momenti di crisi, data la potenziale tendenza dell’essere umano al comportamento regressivo, anche individui con una notevole capacità di verifica della realtà possono lasciarsi indurre a vedere riflessa nello specchio un’ immagine non corrispondente alla realtà.”

Manfred F.R. Kets de Vries

Erich Fromm ha studiato una particolare forma comportamentale caratteristica della vita moderna. Esistono “persone orientate al mercato” che secondo Fromm hanno un incerto senso di identità e sono molto superficiali e mutevoli. Le persone orientate al mercato hanno una identità così mutevole che ci appare come la somma dei ruoli che ci si aspetta di vederli interpretare. Fromm esemplifica il tutto dicendo: “Premessa dell’orientamento mercantile è il vuoto, la mancanza di qualsiasi qualità specifica che potrebbe non essere soggetta a imitare, dato che qualsiasi tratto stabile del carattere potrebbe entrare un giorno in conflitto con le esigenze di mercato“.

Il nostro paese non ha scelto di avere un presidente del consiglio (le lettere minuscole sono volute) per evidente incapacità di governare.

Il nostro paese è molto bravo a mettere le pezze per “apparare” i disastri che genera con scelte sbagliate. Ma le pezze che “apparano” hanno una qualità molto speciale: a prima vista appaiono belle e resistenti e creano una sensazione di conforto incredibilmente appagante, però durano poco e pian piano tutto torna ad essere come prima.

Il nostro paese ha un’altra caratteristica quella di saper come confondere la gente.

Io credo che l’uscita molto infelice del presidente del consiglio sui vaccini inoculati a quei furbacchioni (ladri di vaccini) degli Psicologi sia una cosa pensata, una mossa ben architettata.

La Legge (che ha fatto lui con il suo governo) dice che gli psicologi in quanto operatori sanitari non hanno saltato alcuna fila. Il suo governo con un Decreto ha sancito di fatto l’obbligo del vaccino agli psicologi insieme agli altri operatori sanitari. Per coloro che non si vaccinano, è prevista la sospensione dall’attività professionale e la sospensione dall’Albo professionale.

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Quindi, a meno che il presidente del consiglio non abbia qualche problema di natura neurologica che possa aver creato problemi di memoria (non credo), oppure abbia qualche scazzo con la categoria (non credo perché all’insediamento parlò anche di disagio psichico e Covid) allora c’è dell’altro. Mi vien da supporre che la sua potrebbe essere stata un uscita ad arte, per deviare l’attenzione dal problema reale del piano vaccini, che sta fallendo miseramente, a causa dei ritardi ed errori palesi nel reperimento dei vaccini, nella comunicazione e nell’organizzazione. Infatti sono nate polemiche, invidie, accuse e guerre tra “poveri”, che alimentate dall’amplificazione dei media concorrono alla tecnica del : “facciamo partire la polemica, se la prenderanno con quella categoria. Nel frattempo prendiamo altro tempo e forse dimenticheranno che la colpa è nostra se non sono stati ancora vaccinati tutti gli anziani e le categorie a rischio (che inizialmente avevamo dimenticato di inserire tra le priorità)

Abbiamo un leader, molto ricco, molto influente, molto potente, molto intelligente, molto preparato, con molte conoscenze. Nonostante tutte queste superbe qualità sembra poco aderente alla realtà italiana. Deduco che la sua posizione privilegiata gli abbia creato qualche problema di miopia.

Noi Psicologi (la maggior parte) non lavoriamo solo on-line (forse il presidente non lo sa).

Parlo di me per rendere l’idea.

Io sono stato all’inizio della pandemia, a partire da marzo scorso, proiettato in prima linea a gestire una situazione psicologica complicatissima. Mi sono ritrovato a dover far comprendere a diverse decine di ragazzi immigrati, ospiti di centri d’accoglienza speciali, che non potevano uscire e che dovevano rispettare delle regole sanitarie rigidissime di punto in bianco. Per circa due mesi e mezzo ho dovuto sostenere psicologicamente, la paura, la rabbia, la noia, la depressione, il ritorno di vissuti traumatici (legati alle detenzioni e alle violenze libiche) della maggior parte di quei ragazzi che avevano cominciato a costruire qualcosa e che all’improvviso si è dissolta. Rischiavo, senza il vaccino, di portare all’interno dei centri d’accoglienza, il virus. Fortunatamente i ragazzi sono stati molto attenti, hanno rispettato le regole e non ci sono stati casi.

Mi sono ritrovato ad accogliere e supportare l’impotenza e il malessere psichico di pazienti che stavano crollando pian piano. Il governo non ci supportava, ma voleva solo che “tenessimo a bada” la gente e quel malessere che cresceva, chiedendoci di aiutare il sistema sanitario a contenere il panico (a gratis ovviamente).

I miei pazienti tornati a studio e in associazione, da metà maggio 2020, avevano bisogno della “presenza umana”. Io ho garantito loro questa necessità. I miei pazienti sono anziani di quasi 80 anni, persone con disabilità, persone con problemi fisici (i cosiddetti fragili “a rischio”, con ictus, problemi cardiaci, diabete, obesità…) , bambini, adolescenti..

Quando mi hanno chiamato per il mio vaccino obbligatorio, non potevo aver scelta, come tutti gli operatori sanitari, dovevo prima di tutto salvaguardare i miei pazienti e le loro fragilità. I miei pazienti, sanno del mio vaccino, non mi hanno mai detto “perché l’ha fatto prima lei, in fondo non rischia nulla”; mi hanno semplicemente chiesto “Ah.. dottò allora ci consiglia di farlo? è sicuro? Sapete con tutte queste notizie, non ci stanno facendo capire niente, abbiamo solo paura”.

Dott. Gennaro Rinaldi

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Italia sì.. Italia no.. Italia Gnamme!!

Il post di oggi si presenta come una riflessione – forse- psy..

La notizia del giorno vuole che il (loro) presidente del consiglio Mario Draghi, durante un conferenza stampa, se ne esca con una frase che vuole che gli psicologi siano una sorta di furbetti del vaccino (che cattivoni questi Psy!) e che gli under 35 non debbano avere diritto al vaccino.

Un momento Presidè.. vediamo di capirci perchè Lei sarà anche bravo a fare i conti (motivo per cui, a quanto pare, è stato al primo posto della luxury list di accesso alla suddetta carica), ma io son pratica di psicologia, iter di studio e tirocini quindi forse qualcosa gliela devo spiegare io , visto che lei è beatamente seduto sulla sua poltrona, al caldo, al chiuso.. esposto al nulla cosmico.

Non ho mai amato chi, parlando dell’iter di studi della psicologia, non fa che dire “sono più di 10 anni di studio.. nessun rimborso spese… tirocinio aggratis!“.. Questo perchè (a costo di sembrar noiosa) ho sempre e solo fatto leva sulla passione e l’amore perchè solo quelle reggono l’esistenza umana quando la frustrazione, lo sconforto o il buio è lì lì per fagocitarti.

Lei sostiene che sia inutile vaccinare un under 35 psicologo.

Un under 35 psicologo è, nella maggior parte dei casi psicoterapeuta o sta terminando gli studi di specializzazione (quella famosa, a gratis)..

Un under 35 che svolge il tirocinio vuol dire che è continuamente esposto (a differenza sua) al contatto con persone (mi sembra che il contatto con le persone, quotidiano, sia il modo per essere esposti al virus).

Un under 35 che lavora come psicologo o psicoterapeuta è un professionista che è esposto – quotidianamente- al contatto con le persone CFR., SUPRA.

Ancora.. un under 35 tirocinante è inoltre un professionista in costruzione che gratuitamente svolge un lavoro per lo stato che, quando si tratta di non retribuire o non riconoscere una figura professionale, ha bisogno dei tirocinanti o dei volontari per mandare avanti tutto il suo assetto così da ricavarne un rientro economico (ora qui mi fermo, i conti non sono il mio mestiere, ma il suo).

Altro punto Presidè..

La mia è una Professione Sanitaria! e.. in un DPCM è esplicitamente scritto che se si accerta la mancata vaccinazione dell’operatore sanitario in questione, si prevede la sospensione dall’esercizio della professione.

Una cosa che ho trovato molto, molto divertente Presidè, sai qual è? Quella che mi vuole furbetta del vaccino accusando la mia categoria di aver “rubato” il vaccino agli anziani..

Niente..niente..

Dopo le stragi nelle RSA che voi avete portato avanti (e chi mi conosce sa quanto questa cosa a me faccia male), la colpa ricade su una categoria professionale che non si è mai fermata?

Sono stati più gli psy che in tempo di pandemia hanno lavorato gratuitamente salvaguardando la salute psichica e preoccupandosi del benessere psicologico (di cui evidentemente lei non sa niente) della popolazione, che quelli che si sono chiusi nelle loro stanze dorate fingendo impegno e interesse sociale…

Presidè.. io rido.. ma è riso amaro, come il film.

L’Italia resta un paese che fa a chi figli e a chi figliastri.. dove vige ancora la differenza forte tra categorie professionali e – soprattutto- umane.

Rido inoltre.. perchè l’Ordine degli Psicologi della Campania è riuscita mesi fa, in tempo record, a fare avere (agli psicologi regolarmente iscritti all’albo) accesso ai vaccini; i vaccini vanno avanti senza problemi, con un ordine spaventoso, con grandissimo rigore, pulizia, puntualità buttando un occhio agli allergici, senza file code o altro..

No per dire..

C’è chi si ferma e crede a ciò che vogliono far vedere e chi non si ferma e va con occhio ad accertarsi dei fatti.

Ognuno svolga il suo lavoro Presidè.. ma ci pensi bene prima di accusare una categoria di giovani professionisti che sono ancora nel pieno della passione e per niente pervertiti (linguaggio psicoanalitico) dalla noia, dal sistema e dallo sconforto.

Ci pensi bene.

Si ricordi che la salute psichica è un bene da preservare e che può vacillare da un momento all’altro.

Nessuno escluso.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Informazione e fake news. C’è un modo per non cadere nella trappola della disinformazione?

Oggi vorrei riproporvi un articolo molto interessante e attualissimo. Purtroppo in questo periodo storico siamo spesso invasi da notizie false o falsate, che possono confonderci, disinformarci fino ad alimentare paura e rabbia, spesso e volentieri insensate. Lo studio, l’apprendimento, l’esperienza e la conoscenza delle diversità, sono la chiave per la libertà di pensiero. Buona lettura!

ilpensierononlineare

In un epoca dove tutto ciò che succede passa da internet e dai social, siamo continuamente pervasi da innumerevoli informazioni, provenienti da diversi “mittenti” più o meno affidabili e conosciuti. Molte volte queste informazioni che (passivamente) riceviamo si rivelano essere false e inaffidabili. Perché facciamo fatica ad arginarle?

C’è un modo per poter imparare ad acquisire una buona autonomia mentale e maggior spirito critico ?

A volte se proviamo ad esercitare uno spirito critico e portiamo avanti un nostro pensiero senza un metodo si rischia di cadere facilmente nella credulità.

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Vi porterò un piccolo esempio; se siamo convinti di un probabile complotto, che riguarda un qualsiasi evento che ci colpisce molto emotivamente, saremo portati a concentrarci solo su uno – due elementi dell’evento, senza provare ad analizzare tutte le possibili spiegazioni di ciò che è successo. Il nostro sguardo e la nostra attenzione sarà…

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Frustrazione.

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Il termine Frustrazione è stato introdotto la prima volta, nel 1923 per opera di Freud. Il concetto è stato successivamente ampiamente trattato sia in ambito clinico che di ricerca giungendo al suo uso, seguendo tre possibili accezioni diverse.

La frustrazione può pertanto essere intesa come: situazione, stato e reazione dell’individuo a eventi frustranti.

Diversi autori evidenziano inoltre come, tra le caratteristiche fondamentali della frustrazione, vi sia l’insolubilità di una data situazione, o l’impossibilità nel trovare nuove strategie di problem solving.

In ambito cognitivo comportamentale si sottolinea, inoltre, come per definire una certa situazione come frustrante, sia importante considerare la questione del rinforzo che può situarsi come assente (mancato rinforzo o inadeguato rinforzo/premio a seguito di una certa situazione) o un fallimento dopo un successo anticipato con il pensiero e il ricevimento (invece) di una punizione.

In generale Yates sostiene che la definizione univoca sul cosa sia la frustrazione è “una condizione in cui viene a trovarsi l’organismo quando è ostacolato, in modo permanente o temporaneo, nella soddisfazione dei propri bisogni o nel raggiungere uno scopo”.

Le cause che possono portare a uno stato di frustrazione sono molteplici e possono riguardare diversi aspetti contestuali: fisici, sociali, familiari e personali.

Lo stato di frustrazione viene pertanto definito come il grado di intensità e tolleranza nell’attitudine alla sopportazione di situazioni frustranti.

In letteratura gli studi sull’argomento si intrecciano e abbracciano la prospettiva (psicodinamica) che studia i meccanismi di difesa usati dall’individuo per fronteggiar situazioni interne/esterne vissute come frustranti e dall’altro lato, il concetto di coping, inteso come strategie coscienti per fronteggiare eventi stressanti.

Bisogna inoltre sottolineare la differenza tra la frustrazione e lo stress.

Lo stress comporta una anche una reazione fisiologica e un esaurimento o crollo del comportamento di adattamento; infatti mentre lo stress è la risposta a un cambiamento, la frustrazione è legata alla processualità che implica il mancato raggiungimento di una meta.

Molti autori, in seguito a studi sperimentali, hanno evidenziato l’importanza di gestire i processi frustranti nella costituzione degli schemi mentali (pertanto dell’intero apparato psichico), questo perché l’eccessiva frustrazione mal gestita o mal sopportata, sembra portare a stati psicopatologici.

L’esperimento di Barker:

Lo sperimentatore condusse uno studio che consisteva nella riproduzione di due stanze giochi allestite; una stanza presentava giochi comuni e banali mentre la seconda aveva giochi molto allettanti e interattivi. I bambini venivano lasciati giocare liberamente nella prima stanza poi venivano condotti nella seconda. Nella fase sperimentale successiva, i bambini veniva invitati, nuovamente, a giocare nella prima stanza con l’impossibilità di accedere nella seconda che restava tuttavia visibile ai bambini. Questa situazione produceva un evento stressante a cui i bambini rispondevano con comportamenti come pianto estremo, fuga, tentativo di avvicinarsi ai giocattoli; inoltre le reazioni erano molto più elevate nei bambini che erano apparsi da subito molto coinvolti e felici di poter giocare.

Dagli esperimenti è inoltre emerso che se il livello di frustrazione supera una certa soglia, l’individuo tende a mettere in atto meccanismi di difesa inadattivi e inefficienti come: regressione, aggressione, proiezione, fissazione, diniego, acting out…

Un uso massiccio di difese che sono ormai all’ordine del giorno..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La natura dei Sogni

“Credo che le cose veramente naturali siano i sogni, che la natura non può corrompere.”

Bob Dylan
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Probabilmente i sogni sono incorruttibili, ci raccontano la verità in storie bizzarre, ci parlano dei desideri con immagini paradossali, ci offrono ricordi con sensazioni reali. Per Freud erano la via principale verso l’inconscio, dove tutto è presente, ma ben celato alla coscienza.

dott. Gennaro Rinaldi

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Il (Mio) Desiderio.

“Il desiderio è qualcosa di mio, di mio proprio, ma al tempo stesso è una forza che io non governo, che mi oltrepassa, è una trascendenza; abita me, ma è oltre me; abita me, abita il mio io, ma il mio io non è in grado di governare questa esperienza.

Massimo Recalcati.

Come diceva Freud “l’Io non è padrone in casa propria”…

Questo perché L’inconscio dirige senza nemmeno avvisare..

Ovunque Proteggi, il tuo Desiderio.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La scelta del Partner: Psicologia della coppia.

Una coppia è come un sistema aperto, molto più complesso della somma individuale dei due singoli individui, ma piuttosto l’incontro e l’integrazione di due “storie”.

La coppia è un sistema composto da tre elementi: io, tu, noi. In questi tre elementi ci sono le aspettative di un partner e quelle dell’altro e il modello “idealizzato” di coppia che entrambi hanno interirizzato dalle proprie “esperienze familiari”.

La formazione di una coppia avviene nel momento in cui due persone si scelgono e si innamorano. La bellezza dell’incontro di due persone che si innamorano è nel rituale di corteggiamento che fa da cornice alla coppia che prende forma e si comincia a prendere forma in una personale identità.

“La fusionalità è patologica laddove esprime non l’armonia comunicativa e reciprocamente fertile di due mondi interni, ma piuttosto la netta esplicitazione di una concreta necessità di uso dell’altro”.

(Neri)
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La scelta del partner è strettamente interconnessa con la storia personale e familiare di ogni individuo. Infatti la scelta del partner avviene per somiglianza (scelta complementare) o per differenza (scelta per contrasto) del genitore del sesso opposto.

Nella scelta complementare entrambe i partner si ritroveranno a scegliere un partner simile per tanti aspetti al proprio genitore di sesso opposto. Nella scelta per contrasto, invece, ci sarà una scelta in cui i partner faranno un investimento sui propri partner in apparente contrasto con i propri modelli genitoriali.

Diks dice a tal proposito che spesso le tensioni tra i coniugi o i partner nascono proprio dalla delusione nel constatare che l’altro membro della coppia interpreti il proprio ruolo nella coppia , proprio come faceva il genitore che veniva considerato come frustrante. Una somiglianza che nella fase del corteggiamento veniva spesso negata.

Come è stata la vostra scelta del partner? Per somiglianza o per differenza?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Flavio.

Immagine Personale.

Flavio è un giovane uomo di 40 anni. Si presenta in studio portando tutta la sua altezza e la corporatura massiccia contenuta in un pantalone di cotone leggero dai toni chiari, e una maglietta sottile che lascia intravedere il torace prestante da “uomo fatto”. Flavio è calvo, ha degli enormi occhi marroni e delle belle labbra disegnate quasi a matita, i lineamenti del volto sono abbastanza regolari e lui si muove nello spazio con fare sicuro e diretto.

Flavio dice di aver bisogno di un consulto con la psicologa motivo per cui è venuto direttamente senza chiedere un appuntamento.

Flavio si è infatti “introdotto” tra un colloquio e un altro, nello studio, senza minimamente pensare al fatto che prima di un consulto, ci sia tutto un iter da seguire. In realtà la presenza dell’uomo non appare invadente; si è infatti reso quasi subito conto della gaffe fatta e continua a chiedere scusa invece di approfittare per chiedere informazioni e fissare un nuovo colloquio.

Il giorno del colloquio un puntualissimo Flavio varca la porta dello studio. Questa volta abbiamo innanzi un uomo stanco (dirà che ha da poco smontato da un turno in fabbrica), pulito e curato ma meno ansioso di parlare rispetto al precedente incontro.

Flavio ti guarda e aspetta una domanda, una mossa (la sensazione è proprio quella di una partita di bridge in cui vivi l’ansia dell’impasse ). L’aria di sospensione viene mossa dall’eco del colpo di tosse di Flavio a cui seguiranno parole dette creando un circolo di chiusura intorno alle stesse

“Dottoressa io sento qualcosa che non so cos’è; non so darle una definizione del mio stato di malessere che poi non so nemmeno se è reale malessere; mi sento .. Boh! Sa che non so dirle come mi sento? Mi crede?”

Dico a Flavio di poter capire la sua sensazione e che se vuole, può aiutarmi a capire ancora di più così da provare a dare insieme una definizione di questo suo malessere che tanto lo infastidisce, lo mortifica, ma di cui sembra non conoscere la reale natura.

Flavio fa un cenno con la testa e guarda in un punto vuoto dello studio.

Si sente un respiro molto profondo nella stanza a cui seguiranno le parole dell’uomo:

Avevo un amico, Dottoressa.. un amico fraterno, speciale.. (NO! io non ce la faccio.. dice mentre ride in maniera stizzita cominciando a piangere)

Gli dico che non è obbligato a parlarne, non ora se non vuole, ma di considerare l’idea che in questo spazio neutro che a lui è dedicato, può abbandonarsi a qualsiasi tipo di sensazione ed emozione senza ricevere giudizi o pareri “è il tuo spazio e noi siamo qui per te. Considera questa possibilità e prova a capire se può essere utile per te, in questo momento della tua vita, ricevere il supporto necessario per affrontare il tuo malessere; un supporto con cui tu potrai provare a dare un nome alle tue sensazioni”.

Flavio accenna un sorriso e va via.

Il giorno del terzo incontro l’uomo dice di essere capace, oggi, di raccontarci la sua storia.

Figlio unico di una famiglia fredda e assente, Flavio si lega in un’amicizia unica, fedele, fraterna ed eterna al suo amico Salvo. Flavio si descrive come un ragazzo tutto sommato normale, con la difficoltà a legarsi sentimentalmente (si è sempre spiegato questo punto come il derivato di esperienze familiari affettive deprivanti) ma con il suo amico ha vissuto in pieno la vita. Hanno viaggiato tantissimo lui e Salvo; hanno goduto dei tramonti di ogni parte del mondo (racconta di un viaggio zaino in spalla fatto fino al Vietnam).. racconta dell’Islanda.. l’Africa.. ore e ore a lavorare nei turni più assurdi in fabbrica (insieme) per permettersi questi viaggi.

Mai un litigio.. mai un muso lungo.. un amore di amicizia che nemmeno nelle famiglie più unite “ha presente il detto il sangue non si sceglie?” Ecco.. Salvo ed io ci siamo scelti che nemmeno le migliori relazioni d’amore.

Flavio si tocca continuamente la testa e racconta di quando portava le treccine e Salvo le ha tagliate perchè continuavano ad impigliarsi nello zaino mentre stavano facendo il cammino di Santiago, così.. in una notte sotto le stelle “mi ha evirato, Dottorè! “.

Mentre ride Flavio scoppia in un pianto improvviso, senza sosta e incontenibile.

Salvo è morto un paio di mesi prima per un incidente. Flavio racconta che una sera lui aveva avuto una febbre molto forte e Salvo stava correndo a casa dell’amico per capire se portarlo in ospedale o meno; una manovra sbagliata dal conducente dietro la macchina di Salvo e del giovane uomo è rimasto poco o niente…

Flavio ha un attacco di panico (dei peggiori mai visti); riusciamo a farlo “rientrare” ma l’uomo è esausto, senza forze e dissociato.

Nei giorni seguenti Flavio avrà un atteggiamento di scissione pensandosi e descrivendosi come alternativamente buono e cattivo (sono una persona cattiva, faccio schifo, merito la morte vs. sono una brava persona Dottoressa, non ho colpe). Flavio alternerà momenti di forte negazione giungendo a non affrontare i conflitti emotivi – e le fonti di stress- rifiutando di conoscere alcuni aspetti della realtà (Flavio negherà ad esempio la notizia avuta sul fatto che il conducente dietro Salvo avesse bevuto e consumato droghe); Flavio inoltre metterà in atto un altro meccanismo di difesa che è l’annullamento retroattivo con cui eseguirà una serie di cose (ad esempio indossare per una settimana di seguito la maglia che aveva la sera che Salvo è morto oppure fare 10 giri con la bici intorno allo stesso palo della luce) per annullare e “scontare” il pensiero secondo cui la colpa della morte di Salvo sia solo sua.

Flavio fa un uso enorme dei meccanismi di difesa che paiono enormi iceberg protettivi difficili da sciogliere.

Le sedute continuano, Flavio si presenta regolarmente.. un giorno è curato, l’altro meno.. alle sedute seguono i giorni, le settimane e i mesi.

Sottoposto anche a psicodiagnosi con test specifici e a colloqui con la psichiatra Flavio (preferisco per diverse ragioni, non essere troppo specifica sul tipo di diagnosi), continua nel suo percorso.

Un giorno sembrava un ragazzino.. un piccolo adolescente in (ri) scoperta del mondo. Abbiamo parlato dei viaggi.. del tempo.. del mare e della musica.. Ci siamo chiesti quando – e se- il covid sarebbe finito.. quando – e se- avremmo potuto stringerci la mano per salutarci all’inizio e alla fine di un colloquio.

Flavio è uno di quei pazienti che ti entra dentro e non ti lascia indifferente; ha una storia familiare ben più complessa di quanto detto inizialmente e ha un mondo interno pieno di affascinanti sfumature. Il giovane ha – inoltre- una spiccata sensibilità artistica, scrive, dipinge e suona (realmente, non come tanti che si descrivono come grandi poeti).

Un giorno in cui ammetto la mia difficoltà nel trattenere l’emozione, Flavio entra in studio con una tela. Ha dipinto un tramonto (uno dei tanti visti insieme a Salvo); il tramonto “ride” come il sorriso di Salvo; il mare è fatto di treccine come quelle che gli aveva tagliato l’amico (di cui entrambi ne conservavano una); la spiaggia è fatta con le pietre della spiaggetta su cui bevevano e cazzeggiavano e al centro salvo ha impresso l’impronta della propria mano quella che è sicuro Salvo, non lascerà mai e poi mai..

.. Ovunque lui sia..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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L’insegnamento

“L’insegnamento deve essere tale da far percepire ciò che viene offerto come un dono prezioso, e non come un dovere imposto.”

Albert Einstein
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Stimolare la curiosità e offrire l’insegnamento come un’opportunità.

dott. Gennaro Rinaldi

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Parole al metronomo: lettura ritmica.

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Mi è spesso capitato -in maniera piuttosto intuitiva- di battere il tempo quando in presenza di bambini o persone care, notavo difficoltà nella scansione di alcune lettere, parole o se notavo una certa “confusione” nell’eloquio (immaginiamo a tal proposito quei bambini che sembrano quasi mischiare le parole fino a sentire, in un certo senso, la lingua confondersi e perdersi).

Leggendo ho avuto poi modo di sapere che la mia intuizione ritmica è in realtà un metodo utilizzato in America e in Giappone.

A Brainworks, una scuola all’avanguardia in Texas, capita spesso di udire bambini che presentano difficoltà nella lettura, leggere ad alta voce mentre un metronomo batte loro il tempo (alla velocità di 60 battute al minuto).

Analogamente in una scuola di Tokyo accade che gli insegnanti suonino musica classica (giapponese o popolare) durante le lezioni di lingua, per fissare l’apprendimento e permettere ai bambini di sviluppare le loro capacità linguistiche.

Mentre gli insegnanti suonano, i bambini imparano a scrivere il kana (alfabeto fonetico giapponese) con pennelli larghi 7/10 cm immersi in acquerelli (a cui poi saranno sostituiti gradatamente pennarelli più piccoli e successivamente pastelli). I bambini, quasi come immersi nel pieno di una danza, imparano accompagnando il gesto grafico con un ampio movimento del braccio a cui si mescola il sottofondo del suono del fonema recitato ad alta voce.

Dal ritmo, alla voce, a una scrittura via via più minuziosa e raffinata.

Il tutto costantemente circondati dal ritmo e dalla melodia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Il test di Wartegg.

Il reattivo di Realizzazione Grafica di Wartegg prende il nome dallo psicologo tedesco Erhig Wartegg, ideatore del test. Wartegg giunse a considerare ogni stimolo del reattivo come capace di evocare nel soggetto, le esperienze di una determinata sfera psichica a causa della pregnanza archetipica che lo stimolo porta con sé. Il test è formato da materiale non familiare semi-strutturato e non organizzato.

Come Crisi,2007, evidenzia il processo di risposta parte dallo stimolo percettivo che, sulla base delle esperienze del soggetto, trascina il carattere evocativo ad esso connesso formando dei nessi associativi che spaziano all’interno della psiche del soggetto.

Reattivo di realizzazione grafica di Wartegg (versione Giunti Organizzazioni Speciali, O.S.) Fonte Immagine Google

Il test è un reattivo semi strutturato, nel senso che non presenta uno stimolo completamente destrutturato (come una macchia) ma presenta un livello minimo di condivisione dello stimolo e ha inoltre della qualità percettive oggettivamente riconoscibili che servono a stimolare l’immaginazione.

Il test (utilizzabile in diversi contesti essendo di facile somministrazione e uso; può infatti essere anche sottoposto a persone portatrici di handicap) consente di fare una valutazione dell’intelligenza (data dal modo di adeguarsi allo stimolo dal punto di vista grafico) dalla percezione della realtà, ecc.. Per quanto concerne i processi di personalità, si può avere una stima delle varie fasi di sviluppo o un rilevamento dell’ansia dato dal tempo di elaborazione del reattivo.

Una volta sottoposto il test (si può fare una somministrazione del test di gruppo, a soggetti adulti, in età evolutiva o in maniera individuale), si passa alla pinacoteca il momento in cui si chiede al soggetto di definire quello che ha disegnato nel test (in ciascun riquadro) seguendo l’ordine numerico (in sostanza la persona è invitata, partendo dallo stimolo dato, a proseguire il disegno in una maniera che sia meno astratta possibile). Successivamente di chiede al soggetto quale disegno gli sia piaciuto di più e perché, quale meno e perché; viene poi chiesto quale stimolo gli sia piaciuto di più e perché, quale meno e perché.

Statistiche alla mano, senza entrare troppo nella descrizione della somministrazione del test, alcuni soggetti eseguono la prova rispettando l’ordine dato mentre altri no.

Per dare un’idea del test, seguendo sempre lo psicoterapeuta Crisi (uno dei massimi esperti nel reattivo di Wartegg), il carattere evocativo del test di Wartegg può essere definito come la capacità avuta dallo stimolo, di richiamare alla mente e di facilitare la proiezione di determinare categorie di concetti. Questa capacità travalica le caratteristiche percettive dello stimolo (che vengono percepite dal soggetto sia a livello cosciente che subliminale, che a livello inconscio).

Indicativamente possiamo dire che:

Il riquadro 1 del test Cfr.,supra, evoca il concetto di centralità; evoca pertanto sentimenti, le autovalutazioni individuali del soggetto riguardo alla propria identità (se prevale il livello di esternalizzazione) o riguardo al proprio sé (se prevale la proiezione). Lo spazio intorno al punto accentua la centralità ma si configura anche come lo spazio vitale, l’ambiente nel quale vive, si muove e agisce il soggetto.

Dopo la somministrazione c’è la fase della siglatura e dell’interpretazione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Gioco per vincere?

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“Non si può giocare davvero a nessun gioco se si sa in anticipo di vincere sempre”.

Massimo Recalcati.

Sapete -ormai- che sono un’appassionata del gioco, sia esso in forma prettamente sportiva che – soprattutto- di fantasia.

Proprio la sfera della fantasia (che in psicoanalisi assume però sfumature particolari e specifiche; prima o poi mi toccherà un approfondimento), e del gioco mi sono ampiamente utili durante lo svolgimento/osservazione dei colloqui clinici.

Uno dei problemi maggiormente evidenziati, negli anni recenti, è proprio l’impossibilità dell’accettare da parte dell’utente di turno (che si tratti di un bambino o di un adulto) la possibilità di perdere.

Evitare e negare la possibilità di “non vincere” limita ampiamente la nostra possibilità di fare esperienza anche e soprattutto dell’errore.

Vincere senza godere della partita, senza sudare farsi male e sbucciarsi le ginocchia, sapendo che il trofeo è lì che ci aspetta ancora e ancora, rende il gioco di fatto nullo e finto.

A chi piace la finzione?

“Finisce bene quel che comincia male” .

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Emozioni e cibo

Possono le nostre emozioni condizionare le nostre scelte alimentari? In che modo possono spingerci a mangiare meglio, di più o di meno? Lo stato d’animo che abbiamo in un determinato momento (arrabbiati, sereni, allegri, tristi, ansiosi, positivi) può condizionarci e orientare le nostre preferenze alimentari?

Le nostre emozioni e gli stati d’animo, uniti ad una modalità comportamentale orientata alla ricerca del soddisfacimento immediato hanno inevitabilmente una conseguenza diretta, che riguarda l’assunzione di cibo e che può incidere anche sul nostro peso.

Quello che viene definito da M.P. Gardner come “mangiare emotivo” è una modalità di comportamento piuttosto frequente nelle persone e che, a lungo termine, può portare al sovrappeso e all’obesità.

Secondo l’ipotesi di Gardner, in diverse situazioni, le persone con problemi di obesità, possono essere condizionate nella scelta del cibo da mangiare, sia dal tono dell’umore che da una percezione del tempo “particolare”, che induce le persone a soddisfare il bisogno subito. Questo modo “irruento” di soddisfare il bisogno e lo stimolo della fame (legato al tono dell’umore), non permette alle persone di percepire lucidamente al momento i “danni” (a lungo termine) del cibo di conforto (confort food), ma solamente i benefici derivati dall’assunzione di quel cibo in quel momento.

Praticamente, queste persone non penseranno al fatto che mangiare cibi con moltissime calorie (ma saporiti) per compensare stati emotivi negativi, a lungo andare farà prendere loro molti chili, con la probabilità di poterli far ammalare in futuro. Penseranno, invece, al piacere immediato, e alla sensazione di sollievo che quei cibi possono dargli nell’immediato.

Numerose ricerche nell’ambito della psicologia del comportamento e della prevenzione dell’obesità negli adulti e bambini hanno accertato che:

  1. Essere di buonumore spinge a guardare al futuro, desiderare di vivere in salute e scegliere, di conseguenza, cibi sani e nutrienti.
  2. Vivere uno stato d’animo negativo spinge a prediligere un’immediata soddisfazione del bisogno di gestire, nel concreto, il cattivo umore, attraverso il consumo di cibi “comfort”.
immagine google

Insomma, oggi è sempre più indicato un approccio integrato con l’Esperto in Nutrizione e lo Psicologo per rendere efficace e risolutivo un percorso personale  di rieducazione alimentare e supporto psicologico. Inoltre, in alcuni casi, è necessario intraprendere anche un percorso di Psicoterapia per affrontare aspetti del proprio vissuto personale che possono assumere un “peso specifico” nella propria storia di obesità e nel vissuto emozionale correlato.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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La raccolta differenziata del corpo.

Il corpo è – ormai- diventato sempre più argomento; ce lo dice la clinica, l’attualità e probabilmente lo diciamo anche noi rivolti “a noi stessi”. una riflessione di qualche tempo fa.
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Immagine Personale.

Quello che mi piacerebbe fare oggi, con voi, è cominciare una serie di approfondimenti riguardanti il corpo. Non so bene quanti articoli, pensieri o approfondimenti ho intenzione di dedicare a tale tema; non sono mai stata una persona schematica, rigida o dai tempi prestabiliti.. vorrei piuttosto lasciare che le idee e le sensazioni restino in un vortice di condivisione dove noi tutti, siamo i primi attori/spettatori di una” circolazione di idee” sempre più ampia.

Il corpo è qualcosa che ha sempre avuto fascino, per me. Sono sempre stata attratta dal suo uso, abuso, dal suo sentirsi fuori posto, lontano dal tempo presente o di converso troppo vicino alla realtà vigente. Mi sono spesso chiesta cosa potesse spingere (dal punto di vista psicodinamico) le persone a modificare il proprio corpo, a costringerlo o a correggerlo con e nella chirurgia estetica. Il mio pensiero non è di chi va contro…

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Gli anni della “lotta”

“Un giorno, guardandoti indietro, gli anni di lotta ti sembreranno sorprendentemente i più belli.“

Sigmund Freud
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Spesso gli anni della “lotta” sono i più importanti (adolescenza – primi anni della gioventù), per confermare la propria individualità e per determinare il proprio posto nel mondo . Sono quelli gli anni a cui guardiamo con un pizzico di nostalgia per il fermento emotivo e ideologico che portavano con sé.

Nonostante tutto, non dobbiamo mai smettere di lottare, coltiviamo quel fermento e scopriremo quella bellezza anche negli anni che ci aspettano.

Nel video un omaggio ai 30 anni dei 99 Posse.

dott. Gennaro Rinaldi

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Vita Jazz.

La vita somiglia molto al jazz… è meglio quando si improvvisa.”

GEORGE GERSHWIN

Quanto ti piace improvvisare?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pillole di Psicologia: I trucchi percettivi della paura.

Ricordate l’articolo di due giorni fa sul tarantismo? (Pillole di Antropologia: Il Tarantismo. | ilpensierononlineare per chi volesse andare a rivederlo).

Ok.. Stasera vorrei parlarvi di un meccanismo cognitivo del nostro cervello che si attiva per gestire la percezione di stimoli considerati “paurosi” dalla nostra mente. Cosa centra l’articolo sul tarantismo?

Provate ad immaginare di essere in una stanza chiusa e piccola. Non avete modo di uscire e la luce è fioca. Nella stessa stanza c’è una grossa tarantola viva che sgambettando (tic tic tic) si avvicina a voi furtiva e curiosa..

Chi ha paura della tarantola avrà la percezione che sia più vicina di quanto è realmente, che invece non ha paura ma prova solo disgusto e ribrezzo può addirittura considerarla più lontana.

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Perché?

In uno studio alla Cornell University di New York che ha coinvolto un centinaio di volontari le reazioni sono state proprio queste: chi temeva il ragno lo percepiva come più vicino di quanto era in realtà a differenza di chi non lo temeva o provava solo disgusto, che addirittura lo percepiva più distante.

Per i ricercatori si possono spiegare queste reazioni e le diverse percezioni considerando ciò che è accaduto come un “trucco percettivo” che aiuta l’organismo a prepararsi in caso di pericolo. Infatti, quando qualcosa ci minaccia e ci spaventa, una delle nostre reazioni istintive è darci alla fuga o al massimo prepararci a lottare. Quanto più la minaccia è vicina, tanto più siamo pronti all’azione. Ritenere e percepire un pericolo più vicino di quanto sia in realtà non fa altro che potenziare il nostro stato di allerta.

Nel caso di situazioni “disgustose”, non c’è bisogno di fuggire o di reagire alla minaccia, ci basta voltarci.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Exuvia.

L’Exuvia indica – in biologia- i resti dell’esoscheletro (la struttura esterna più o meno rigida che fa da protezione al corpo dell’animale ed eventualmente da sostegno agli organi) dopo la muta di un insetto, crostaceo o aracnide.

L’Exuvia è ciò che resta dopo che è avvenuto un cambiamento formale.

Exuvia, questo scarto, mi fa pensare all’Io e il “suo” progetto per/dell’identificazione. Il futuro – infatti- non può coincidere con l’immagine che il soggetto si crea di esso nel suo presente e questa non coincidenza (di cui il soggetto fa quotidianamente esperienza), deve sostituire alla certezza perduta la speranza di una coincidenza futura possibile.

L’Io quindi, per essere, deve appoggiarsi a questa possibilità/augurio; tuttavia questo tempo futuro che sarà raggiunto, dovrà a sua volta lasciare spazio e diventare fonte di un nuovo progetto in un rimando che terminerà solo con la morte (in tal senso penso a una nuova exuvia).

Tra l’Io e il suo progetto deve persistere uno scarto; tale scarto deve presentarsi e prestarsi come la possibilità secondo cui la differenza tra Io attuale e Io futuro deve sempre restare, almeno parzialmente, una incognita. E’ proprio per la presenza di questa progettualità, della dimensione progettuale, (necessariamente irrealizzabile nella sua interezza), che appare quanto il soggetto umano, nel suo essere soggetto desiderante, è costituito anche dal negativo ovvero da desideri che non ha soddisfatto, che non ha realizzato e da ciò che non è divenuto.

L’exuvia persa lungo il cammino della nostra costruzione come Io desiderante – e per questo mancante- ci ricorda della possibilità di lasciare un calco, un pezzo, una esperienza per “la strada” al fine di dare nuova vita alla nostra esperienza.

Caparezza è tornato il 30 marzo con il primo pezzo del nuovo album, pezzo che ha proprio come titolo Exuvia.

Giusto un anno fa ho lasciato il mio calco altrove dall’adesso e lontana da un posto in cui non c’era casa, nel mio nuovo scheletro in costruzione so di essere nella mia isola senza tempo, nel mio polmone verde fatto di aria di sogni e di speranze; isola di attracco per pochi.

E tu…

Hai già perso il tuo esoscheletro?

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Cambiamento

“Tutti abbiamo paura di cambiare.
Una delle ragioni principali della resistenza a comprendere, è la paura del cambiamento: se veramente mi permetto di capire un’altra persona, posso essere cambiato da quanto comprendo.”

Carl Rogers
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Superare le proprie resistenze al cambiamento è necessario affinché si possa attivare un processo di cambiamento che possa aiutarci a star meglio. Restare imbrigliati nella staticità delle nostre resistenze, crea solo apparente sicurezza..

dott. Gennaro Rinaldi

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Uomo in costruzione: la storia di Lorenzo.

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Lorenzo si presenta in studio un pomeriggio caldo e pieno di sole. Aveva contattato lo studio per chiedere un incontro di consultazione senza però essere troppo specifico “Buongiorno sono Lorenzo e vorrei sapere come procedere per fissare un incontro con la psicologa”.

Il giorno dell’incontro il ragazzo si presenta in perfetto orario. Entra in studio un bel ragazzo di 30 anni molto diverso dai giovani che comunemente si vedono; è abbastanza alto e in forma. Il giovane è vestito con un pantalone verde scuro, cargo, che gli arriva al ginocchio; una maglietta color sabbia a mezze maniche e delle scarpette vans nere. Il ragazzo rimanda una immagine leggera e spensierata; colpiscono le sue mani dalle lunghe dita e i polsi piccoli e delicati. Queste mani così curate e morbide che poco hanno in comune con le mani dure e rozze che spesso vediamo, sembrano essere pronte per accarezzare e contenere. Il ragazzo porta poi un paio di occhiali neri che si adagiano su un viso regolare incorniciato da una curatissima barba.

Lorenzo racconta di essere un professore di lettere sempre immerso nello studio. La prima cosa che ci racconta è proprio del suo lavoro.. in sostanza Lorenzo si racconta tramite il lavoro fornendo solo informazioni superficiali. A domande più specifiche dice di essere il primo di due figli (ha una sorella genio, come la definisce lui) e dei genitori che non fanno altro che litigare buttandogli da sempre, addosso, la colpa per la loro relazione sbagliata.

Lorenzo dice di aver sempre sofferto di un complesso di inferiorità verso il mondo intero; ama i suoi studi ma non li ha mai goduti in pieno perchè anche un 9 portato a casa era “un non 10”, un 30 “non è un 30 e lode”.. pertanto il padre era sempre pronto a trovare un difetto in questo ragazzo.

Tutto peggiora quando Lorenzo in adolescenza si convince (parole sue) di essere omosessuale e la paura di questa omosessualità lo spinge a mettere in atto tutta una serie di condotte come: lavarsi ripetutamente le mani, contare continuamente, studiare fino a svenire sui libri, consumare pornografia con lo scopo di capire il suo orientamento sessuale. Lorenzo comincia ad avere attacchi di panico, fobie e talvolta attacchi di paranoia.

Nonostante ciò il ragazzo si laurea e lavora (sembra essere stato in grado di gestire il suo malessere). Negli anni sembra essere rientrato il suo terrore della presunta omosessualità e tra alti e bassi porta avanti una vita piuttosto monotona.

Dai dati a disposizione si potrebbe ipotizzare una diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo ; dall’altro lato però emergerà, durante i colloqui con Lorenzo, una sua paura verso i rapporti, paura così forte da temere di sentirsi schiacciato, invaso o inglobato dall’altro vivendo un dilemma cronico essendo egli combattuto tra il bisogno emotivo di relazione e l’incapacità di invischiarsi in qualsiasi rapporto, sentendosi come sempre esposto al rischio di perdere alternativamente l’oggetto e sé stesso (cosa che potrebbe indicare anche un possibile disturbo schizoide o schizotipico).

Alla somministrazione del TAT Test (strumento che consente al clinico un’analisi globale dell’intera persona attraverso l’analisi delle emozioni, degli atteggiamenti e dei processi cognitivi del soggetto), emerge una proiezione da parte del ragazzo di tutti i conflitti vissuti verso l’ambiente famigliare; ambiente sentito come vuoto, freddo e privo di vita. Nel test emergeranno desideri, bisogni e speranze del giovane professore.. così come sarà, nel corso dei numerosi colloqui tenuti, più chiaro al ragazzo stesso che il suo orientamento sessuale non era verso l’omosessualità (da lui temuta) ma che era – molto probabilmente- solo l’espressione di una paura nei confronti dell’autorità paterna inscenata nel reale, sotto forma di una possibile identificazione con la sorella tanto amata, invece, dai genitori.

Lorenzo nel corso dei colloqui sembra prendere sempre più coscienza dei suoi limiti ma soprattutto delle sue possibilità. Lentamente comincerà a uscire, comincerà a frequentare un corso di Judo e conoscerà una ragazza.

Il giovane in realtà aveva avuto delle relazioni con le donne, ma erano sempre state relazioni a metà (affettivamente). Si trattava di ragazze superficiali, magari bellissime ma con poca sostanza.. a lui invece piacevano le intellettuali con cui parlare per ore.

Il ragazzo, uomo adesso in costruzione, appare ogni giorno sempre più sicuro di sé.

Sa che può piangere, sa che può ridere, sa che non c’è nulla di male nell’abbandonarsi al godimento, al desiderio e al bisogno.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pillole di Antropologia: Il Tarantismo.

La Puglia è la terra elettiva del tarantismo, un fenomeno storico- religioso nato nel Medioevo e giunto fino ai giorni nostri modificandone, in un certo senso, forma ed espressione portando con sé tutto un dibattito sul fenomeno della patrimonializzazione, rendendolo un fare solo per turisti (vedi concerto a tema, magliette e gadget nati) dimenticando che si tratta invece di una formazione religiosa “minore” prevalentemente contadina ma che coinvolge anche i ceti più elevati, caratterizzata dal simbolismo del morso della taranta che morde e avvelena.

Al morso segue il fondamentale esercizio coreutico musicale, fatto di danze, canti e preciso uso dei colori che servono a mettere in scena la sofferenza provata dall’avvelenato che così vive e rivive il “cattivo passato” che torna e opprime: questa è la storia della terra del Rimorso.

Il rapporto tra taranta e musica è attestato in un antico documento il Sertum papale de venenis, attribuito a Guglielmo De Marra di Padova e composto nel 1362. Nel capitolo dedicato al veleno della tarantola si menziona una tradizione popolare dove, dopo esser stato morso e avvelenato dalla taranta, il malato dopo aver udito una melodia che concorda con il canto della taranta che lo ha morso, ne riceve giovamento; ne consegue che il canto della taranta (il suo morso, la sua sofferenza) diventano ora ascoltabili.

Ciò che appare evidente è che il morso della taranta non è reale (se non in taluni casi descritti da De Martino e la sua equipe di studio, in cui tutto l’esercizio coreutico musicale si appoggia a un reale morso), ma il ballo, si presenta come la risposta al morso di un ragno che non è “vero”, ma si ripete ogni anno secondo scadenze connesse con il ciclo dell’annata agricola e del calendario dei santi cristiani.

L’argomento è lungo, complesso e affascinante. Mi rendo conto che così facendo, non rendo giustizia alla sofferenza provata da tutti i tarantati, ma una cosa voglio sottolineare.

La scelta della musica con cui il tarantato ballava per ore e giorni, al fine di cacciare il veleno, era scelta sulla base della diversità del veleno; alcuni erano così sensibili maggiormente ai colpi ritmici degli strumenti a percussione, altri al canto delle trombe; coloro che erano stati morsi dagli scorpioni gradivano (al pari dei morsi dalla tarantola), tarantelle e pastorali.

Le tarante potevano essere tristi, allegre, passionali o aggressive. Il canto poi aveva valenza esorcistica; la voce chiama “chi ti ha morso.. dove.. quando” e il tarantato risponde inscenando dando libero sfogo per almeno qualche giorno durante l’anno al suo malessere, al suo rimorso al ritorno di quel rimosso che opprime e fa male.. lo stesso rimosso che per un anno intero si cela e nasconde perchè fa vergogna e paura adesso, nell’esorcismo coreutico musicale mentre prego San Paolo nell’attesa della grazia.. può essere vissuto sul mio palcoscenico; ho ora, per qualche giorno, la possibilità di essere vista e di mettere in scena il mio dolore.

La canzone racchiude tutta la storia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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IL TEMPO DELL’INCERTEZZA

Stasera vorrei riproporvi un articolo ancora attualissimo. Una riflessione sul tempo e sulla nostra esperienza del tempo attuale.
Buona lettura!!

ilpensierononlineare

Il tempo è il protagonista nel bene o nel male della nostra esistenza, ma come facciamo a riferirci ad esso come a qualcosa di reale?

L’unica cosa ad essere reale è la nostra idea di tempo, perché il tempo non è altro che una concettualizzazione mentale di un qualcosa di astratto. È l’idea sostantivata che designa l’alternarsi regolare del giorno e della notte dovuto alla rotazione della terra sul proprio asse; un modo per definire quel fenomeno dell’invecchiamento che è di tutta la materia vivente e non; è un tentativo patetico dell’uomo di dare un senso e una regola a tutto ciò che pensa di conoscere.

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In virtù di tale definizione, mi sembra abbastanza evidente che la nostra paura di qualcosa di intangibile di cui conosciamo nulla o che ci illudiamo di conoscere almeno in parte e in qualche modo di controllare, è lecita…

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Unendo le stelle (più pillole di fisiologia).

Stasera i miei neuroni son belli che in overlapping allora il pezzo è bello tranquillo ..

Stavo però pensando..

Quando studiavo all’università le ricerche in ambito “neuro” erano ancora in corso e il mio professore disse “mi raccomando ragazzi.. attenti alle sostanze che consumate con beata incoscienza nella striscia – una zona dell’università dove crescevano erbe di campo– perchè i neuroni quelli sono e se li perdete ve li siete giocati a vita”.

Toh! Professore… sembrerebbe – da ricerche recenti- che invece i neuroni siano capaci di rigenerarsi e fino all’età di 90 anni ma… solo nelle persone sane e in particolar modo nella zona dedicata alla memoria, detta ippocampo.

La ricerca è stata pubblicata su Nature Medicine ed è stata condotta dal centro di biologia molecolare di Madrid.

In realtà il Professore aveva ragione:

Per preservare le cellule nervose e favorire la nueorgenesi è importante mantenere uno stile di vita sano, vivere in un ambiente stimolante e mantenere interazioni sociali.
È anche fondamentale mantenere la mente “in forma” attraverso l’esercizio e l’apprendimento continuo. La neurogenesi è infatti influenzata e favorita dai cambiamenti messi in atto per mantenersi in buona salute nella vecchiaia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Gli abiti che indossiamo

Può un abito che indossiamo influenzare la percezione degli altri su di noi in positivo o in negativo?

Sembrerebbe proprio di si. Sono stati condotti diversi studi sull’abbigliamento delle persone e la correlazione con il proprio status. In generale i risultati di questi studi evidenziano sempre un vantaggio per chi veste abiti eleganti o uniformi. Ad esempio, sarà più facile che le persone si spostino per far posto su una panchina ad uno sconosciuto ben vestito; così come saranno più predisposti ad aiutare (a raccogliere degli oggetti caduti) una persona vestita bene.

L’abito giusto e il colore giusto possono predisporre ad una valutazione positiva anche dei reclutatori o dei responsabili delle risorse umane durante un colloquio per un assunzione. Due psicologhe statunitensi, Mary Damhorst e A. Pinaire-Reed, hanno constatato, in un loro studio in cui chiedevano ad alcuni esaminatori di valutare sulla base di fotografie, un gruppo di candidati ad un impiego. Gli esaminatori donna giudicavano più favorevolmente le candidate vestite con toni chiari e colorati. Gli esaminatori uomini invece valutavano positivamente più facilmente le candidate che vestivano con colori scuri. Nel caso dei candidati uomini, ottenevano valutazioni migliori quelli che vestivano con colori scuri.

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Questi risultati hanno indotto i ricercatori a pensare che gli uomini e le donne attribuiscono un senso diverso ai colori. Secondo le autrici dello studio, le donne (esaminatrici) valorizzerebbero più degli colleghi uomini le qualità di indipendenza dei candidati. Per questo motivo, probabilmente, sarebbero più attirate da un abbigliamento meno conformista. Invece i colleghi uomini, che avevano probabilmente una visione diversa del lavoro, percepivano i colori scuri come simbolo di “potere” e sicurezza, quindi prediligevano i candidati vestiti di colore scuro.

Uno Psicologo inglese Aldert Vrij ha dimostrato nei suoi studi che in un processo, un imputato che indossa una camicia nera viene percepito dalla giuria, come più aggressivo e che imputati che vestono abiti scuri spesso vengono giudicati colpevoli. Sempre Vrij ha dimostrato che anche in ambito sportivo c’è una tendenza da parte degli arbitri di partite di hockey e calcio a mostrare più sanzioni di gioco a squadre che indossano completi neri, rispetto alle altre squadre con divise colorate o chiare.

Insomma sembra proprio che gli abiti riescano a condizionare i nostri giudizi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Desidero dunque sono.

Anche il tempo peggiore è tempo per il (e del) desiderio.
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Immagine Personale.

Dal latino de- siderare: cessare di contemplare le stelle a scopo augurale.

L’origine della parola restituisce una senso negativo del termine in quanto indica il venir meno di un’attesa e la percezione di un’assenza. Riguarda – in un certo senso- ciò che gli antichi in passato facevano, ovvero contemplare e leggere le stelle per scovarne messaggi e notizie circa il loro destino/futuro.

Desiderando non mi attendo più che qualcosa “tra le stelle” mi indichi, mi dica o compaia. De- siderare è smettere di attendere dall’alt(r)o ciò che voglio o spero di.. ma cominciare a cercarlo per conto proprio. Cominciando a cercare “da me”, volgendo lo sguardo sul mio desiderio attuo una spinta verso l’esterno e pertanto mi pongo verso l’altro.

Spostandomi verso l’altro mi sposto verso di me: verso me come soggetto di un desiderio.

Buon desiderio a tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di…

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Persona

La personalità è “ciò che conserva memoria di se stesso, ciò che ricorda di essere stato prima come adesso, uno e solo”.

C. Wolff (XVIII sec.)

Possiamo considerare la Personalità come “la funzione psichica con la quale e grazie alla quale un individuo si considera come un Io unico e permanente”.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Tutti scienziati…

Avete presente quelle persone che sanno sempre tutto, che ne sanno più di voi… che avevano capito di sicuro prima di voi…

Tutti scienziati, poeti, scrittori, filosofi e psicologi .. no…

Ecco..

La canzone di stasera è dedicata un po’ a loro..

E voi? come la mettete quando incontrate il “lo sapevo già!”.. come vi rapportate con lo “scienziato di turno?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Io sono: la Storia di Luana.

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Luana è una donna di 36 anni che chiede un incontro di consultazione perché la sua relazione è terminata da un po’ e continua a non comprenderne il motivo.

Il giorno dell’incontro Luana arriva all’appuntamento in orario; è una donna piacente, curata e altezzosa. Molto magra, alta con un collo lunghissimo sul quale si poggia un piccolo viso che scruta tutti da lassù con aria da “io sono migliore di voi”.

L’abbigliamento di Luana è palesemente di alta moda; scarpe con tacco a spillo, borsa di vera pelle e cappottino allacciato con fibbia recante il marchio di un noto stilista. Luana indossa inoltre dei guanti di pelle di serpente che quasi richiamano il suo modo- fluido- di muoversi nello spazio.

Luana è prepotente, si siede ma mostra da subito un atteggiamento di sfida “Ah.. siete tutte donne qui.. Da quelle che stanno all’accettazione, le infermiere.. non so.. le dottoresse.. A saperlo andavo altrove.. per carità.. Non si offenda.. ma sa com’è.. da sempre il medico è maschio, uomo… Una dottoressa donna fa sempre un pò strano”..

Le parole di Luana danno già una certa indicazione del suo pensare e del suo vivere ma, facendo un (momentaneo) passo indietro, cerchiamo di avere informazioni più specifiche sulla donna.

Luana lavora in un negozio che rifornisce esperti/consulenti per l’immagine (sarà lei a dire queste specifiche parole, per indicare il suo lavoro come commessa in un negozio che vende makeup); è la prima di due figlie e i genitori hanno divorziato quando lei aveva 5 anni. Il padre è descritto come una figura lontana che si perde tra la realtà e la fantasia poiché, avendo lasciato la famiglia per amore di un’altra donna, Luana e la sorella sono cresciute all’ombra dei racconti che la madre ha fatto loro di questo uomo “infedele e bastardo” (in un colloquio la sorella di Luana è di tutt’altro avviso; il padre è sempre stato amorevole e presente).

Luana nel raccontare la sua storia (seduta quasi come fosse una ballerina di danza classica, con quella schiena così dritta), dice di essere stata lasciata dal compagno senza un reale motivo “vorrei sapere come ha potuto lasciare una donna bella e intelligente come me.. Capisce Dottoressa.. E’ una vera testa di c.. – posso dirlo?- Bene! cazzo! quello lì.. ha presente come sono sciatte le donne oggi? Vede io quanto mi tengo bene.. Inoltre non sono nemmeno stupida! Capirà presto il grande errore e tornerà da me, ma Io (sulla I Luana alza anche il dito indicandosi cacciando un pò il petto – finto- fuori) lo rispedirò al mittente con tanto di calcio nel culo!”

Per i pochi dati che abbiamo a disposizione, una delle possibili ipotesi psicodiagnostiche che si potrebbe fare è che Luana abbia un disturbo narcisistico di personalità; Luana sembra infatti mostrare grandiosità, bisogno di ammirazione e la ricerca costante di un palcoscenico su cui esibire la sua grandiosità (lontano da questo però, Luana è pervasa da sentimenti di depressione, tristezza e vulnerabilità).

Procedendo con il colloquio emergeranno altri particolari come un abbassamento delle capacità lavorative da parte di Luana e – soprattutto- un comportamento parasuicida e autodistruttivo motivo per cui un’altra ipotesi possibile potrebbe essere, per Luana, un disturbo borderline di personalità

La diagnosi differenziale tra i due disturbi diventerà sempre più necessaria per attuare delle corrette ipotesi di intervento da parte della psicoterapeuta.

A Luana sarà fatto compilare anche il test MMPI-2; test utile a valutare le più importanti caratteristiche strutturali della personalità e dei disturbi emotivi. Luana, ad esempio, otterrà un punteggio molto elevato alla scala Ipocondria (Hs); i pazienti che ottengono un punteggio elevato in questa scala sono caratterizzati (oltre che da preoccupazioni somatiche), da una visione pessimistica della vita, cinismo, narcisismo, lamentosità, insoddisfazione, atteggiamento critico nei confronti degli altri.

Luana non ha accettato il risultato del test (altro punto ad es dei soggetti con alto punteggio alla scala Hs è proprio che rifiutano spiegazioni o trattamenti psicologici per i loro sintomi) e non è più tornata, in studio.

La sorella tempo dopo ci ha riferito che Luana aveva tentato ancora una volta il suicidio e che tuttavia, non voleva procedere con un invio presso la salute mentale.

Non abbiamo altre notizie della donna serpente che è entrata in studio, in un giorno di Dicembre, strisciando sì.. ma lasciando un profondo solco.. una profonda impronta della sua fluida presenza.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Comunicare e meta-comunicare.

“Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta-comunicazione”

Paul Watzlawick

Questo è il secondo assioma della comunicazione di Paul Watzlawick (“Pragmatica della comunicazione umana“).

Il primo assioma postulato da Watzlawick recità così: “Non si può non comunicare” (ne parlai, tra gli altri, in questo post un po’ di tempo fa Comunico ergo sum | ilpensierononlineare).

Immagine google

Cosa voleva dire Watlawick con il secondo assioma? In effetti questo enunciato sintetizza in maniera estremamente efficace due caratteristiche essenziali della comunicazione umana. In ogni comunicazione esiste un aspetto che riguarda il contenuto (la notizia contenuta nel messaggio espresso) e un aspetto di “comando” che riguarda essenzialmente il tipo di messaggio che viene espresso (definisce la relazione tra i comunicanti, una “cornice relazionale”).

Watzlawick sostiene che in genere le relazioni sono definite consapevolmente, per quello che sono, solo raramente. Sembra infatti che una relazione più è spontanea e “sana” tanto più l’aspetto relazionale della comunicazione tende a stare sullo sfondo. Nelle “relazione malate” invece l’aspetto “relazionale” prende il sopravvento, perché c’è una continua lotta, tra i comunicanti, per definirlo, ma l’aspetto di “contenuto” passerà in secondo piano e diventerà sempre meno importante.

In tutte le comunicazioni c’è quindi un rapporto molto stretto tra l’aspetto di contenuto (notizia) e quello di relazione (comando). “Il primo (contenuto) trasmette i dati della comunicazione, il secondo il modo in cui si deve assumere tale comunicazione (ad es: Questo è un ordine! – Sto solo scherzando, tranquillo.. questi sono esempi verbali di comunicazione sulla comunicazione) . Le informazioni sulla natura della relazione definiscono e caratterizzano il contenuto del messaggio, sono quindi di un tipo logico più elevato: sono quindi Meta-informazione (Meta-comunicazione – sono informazioni sull’informazione).

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Anche il contesto fisico, in cui ha luogo la comunicazione, può definire il livello di “relazione”; sarà diversa una conversazione fatta con degli amici al bar, da quella fatta in famiglia oppure a lavoro. Ovviamente una comunicazione in cui c’è confusione tra il livello di contenuto e di relazione ci possono essere dei problemi e confusione.

Watzlawick infine sottolinea il fatto che la capacità di Metacomunicare nella maniera giusta è la conditio sine qua non della comunicazione efficace ed è strettamente collegata con la capacità della persona di aver consapevolezza di sé e degli altri.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Personalità, Salute e Qualità di Vita.

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Il termine personalità affonda le sue radici nel latino “persona”; termine che indicava la maschera dell’attore teatrale.

La maschera del teatro ha (tra le altre) una caratteristica che è quella della fissità. Proprio il concetto di fissità è stato ripreso e fatto proprio dalla psicologia classica che ha visto nella personalità “la funzione psichica con la quale e grazie alla quale un individuo si considera come un Io unico e permanente”.

La personalità si presenta pertanto come una struttura fissa, portante, che si può caratterizzare, definire e riconoscere rivedendo nella fissità che la caratterizza un modo per prevedere un comportamento coerente e costante proprio del suo repertorio di base. Il concetto evidenzia un punto: se la personalità è qualcosa di fisso allora posso aspettarmi un certo tipo (repertorio) di comportamenti (analogamente a quanto avveniva in teatro dove una certa maschera indicava un certo repertorio comportamentale, atteggiamenti, espressioni e modo di atteggiarsi e relazionarsi, tanto che il pubblico poteva facilmente prevedere una certa risposta della maschera stessa).

La personalità può essere definita come “l’organizzazione dinamica degli aspetti affettivi, cognitivi e conativi (pulsionali e volitivi), fisiologici e morfologici dell’individuo”.

La finalità sociale dell’intervento per le professioni si aiuto (specie in ambito sanitario), è legato alla prevenzione e – soprattutto- alla valutazione delle condizioni di benessere e di salute individuale e collettiva, dove la salute è intesa non come condizione assoluta ma come equilibrio ed ottimale qualità di vita della persona e del gruppo. Lo psicologo deve pertanto (per la sua posizione professionale e sociale), essere in grado di definire la personalità nei suoi aspetti strutturali per coglierne successivamente le potenzialità e con essa la possibile qualità di vita ottimale.

E’ proprio l’Organizzazione Mondiale della Sanità a definire la qualità di vita come “la percezione di ciascun individuo del proprio benessere in rapporto alla propria cultura, al contesto sociale in cui vive, alle sue aspettative, alle sue preoccupazioni”.

La salute pertanto non è assenza di malattia, ma coincide nella qualità di vita con l’equilibrio e il benessere in cui si raggiunge “trasparenza”, in cui in sostanza non si avverte alcuna presenza interna o esterna che sia fonte di disagio, sofferenza o estraneità.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Resistenze e Cambiamenti.

“Ciò a cui opponi resistenza persiste. Ciò che accetti può essere cambiato.”

Carl Gustav Jung
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Guardare senza resistenze se stessi permette con la giusta guida di intraprendere la strada migliore per il cambiamento.

dott. Gennaro Rinaldi

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Satellite.

(…) ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una” (…)

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno Canto VII, 64/66.

Shhh..

Spegni la luce e bevi la luna.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Psicologia in Pillole: Il Sogno e il desiderio.

“Il sogno non è paragonabile a suono discordante di uno strumento musicale, percosso da un tocco estraneo anziché dalla mano del suonatore; non è privo di senso, non è assurdo, non si basa sulla premessa che una parte del nostro patrimonio rappresentativo dorme, mentre un’altra comincia a destarsi.

Il sogno è un fenomeno psichico pienamente valido e precisamente l’appagamento di un desiderio..”

Sigmund Freud
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Prendendo in considerazione il lavoro sull’ “Interpretazione dei Sogni” fatto da Freud, si è appreso che nei sogni infantili il lavoro onirico si propone di eliminare uno stimolo, che disturba il sonno, mediante l’appagamento di un desiderio. Ci si attendeva di vedere anche i sogni deformati allo stesso modo di quelli infantili. Tale aspettativa è stata confermata dalla scoperta che in realtà tutti i sogni lavorano con materiale infantile, impulsi psichici e meccanismi infantili.

Ma la concezione dei sogni come appagamenti di desideri ha validità anche per i sogni deformati (sostanzialmente quelli angosciosi)?

Nei sogni deformati l’appagamento del desiderio non è affatto palese, esso deve essere ancora cercato, non può essere indicato prima che il sogno sia interpretato. Secondo Freud i desideri di questi sogni deformati, sono, fondamentalmente desideri proibiti, respinti dalla censura, la loro esistenza è la causa della deformazione del sogno.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Per approfondire: “L’Interpretazione dei Sogni” – Sigmund Freud

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Emo(Imperfe)zione

Anche le persone più allegre del mondo, sentono talvolta l’esigenza di doversi abbandonare al pianto o alla tristezza…

Non giudicare l’emozione, che sia tua o altrui.

Accoglila, sentila, vivila e se vuoi.. comprendila.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Pensare è difficile..

“Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi ”

Carl Gustav Jung
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Giudicare è un modalità semplicistica di descrivere il mondo circostante. Non implica sforzi riflessivi ed empatia, è immediato e istintivo e deresponsabilizza tanto.

Pensare e riflettere, richiede tempo e spazio mentale, molta emotività e un bel pezzo di empatia. Non è semplice, richiede molte energie e un grande coinvolgimento personale.

dott. Gennaro Rinaldi

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Non essere compresi..

“La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi.”

PIER PAOLO PASOLINI
Peanuts

P. : “Sa com’è quella sensazione di sentirsi svuotato dentro e angosciato quando provo a parlare, ad urlare e vedo che gli altri non riescono ad ascoltarmi e non riescono a comprendermi?!!?”

dott. Gennaro Rinaldi

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La raccolta differenziata del corpo.

Immagine Personale.

Quello che mi piacerebbe fare oggi, con voi, è cominciare una serie di approfondimenti riguardanti il corpo. Non so bene quanti articoli, pensieri o approfondimenti ho intenzione di dedicare a tale tema; non sono mai stata una persona schematica, rigida o dai tempi prestabiliti.. vorrei piuttosto lasciare che le idee e le sensazioni restino in un vortice di condivisione dove noi tutti, siamo i primi attori/spettatori di una” circolazione di idee” sempre più ampia.

Il corpo è qualcosa che ha sempre avuto fascino, per me. Sono sempre stata attratta dal suo uso, abuso, dal suo sentirsi fuori posto, lontano dal tempo presente o di converso troppo vicino alla realtà vigente. Mi sono spesso chiesta cosa potesse spingere (dal punto di vista psicodinamico) le persone a modificare il proprio corpo, a costringerlo o a correggerlo con e nella chirurgia estetica. Il mio pensiero non è di chi va contro coloro che decidono di ricorrere alla chirurgia plastica (riconosco il grande potere che in certi casi ha, il ricorrere a tali modificazioni corporee) e per quanto non ne farei mai uso, trovo che ognuno sia assolutamente libero di fare, della propria “tela natale”, ciò che vuole.

Uno dei primi spunti di riflessione riguarda proprio questo ultimo punto. Un giorno.. seguendo l’ennesimo documentario (ne fagocito di continuo) sulla fotografia, fui colpita da una fotografa asiatica impegnata a imprimere su pellicola i momenti in cui si dedicava all’autolesionismo. L’artista evidenziò come in Asia la questione del corpo sia “qualcosa di estremamente serio”.. “non si è padroni del proprio corpo in quanto donato dai propri genitori.. Il corpo è pertanto proprietà dei tuoi genitori che te lo hanno donato e se tu, non ne hai cura, sei irrispettosa verso i tuoi genitori”. Il corpo pertanto – mi verrebbe da dire- diviene qualcosa che si ospita e che non si abita.

Buona lettura.

Il corpo in quanto questione.

La questione del corpo è piuttosto difficile da riassumere poichè reca con sè aspetti sociali, culturali e individuali. Nessuno nasce in un corpo de-storificato, lontano dalla cultura socio culturale in cui il futuro essere umano si troverà calato. Prima della nostra venuta al mondo, infatti, noi siamo stati pensati, detti e parlati; siamo stati anticipati. Questa anticipazione che per la Aulagnier (1975) prende il nome di “ombra parlata” ed indica quello spazio in cui l’Io del futuro nascituro “può avvenire” si presenta come una sorta di legatura di valore musicale che sommando il -prima desiderio- (materno e della coppia genitoriale) di bambino unisce, raddoppia e (forse) salda, la soggettività materna e quella del nuovo nascituro.

La questione qui si fa complessa e di ardua esemplificazione. In un certo senso, quando noi veniamo al mondo, troviamo un “già lì”, un qualcosa – come dicevamo- che prima di noi ci ha parlato, detto e accolto. Cosa potrebbe tuttavia accadere se, nel momento in cui veniamo al mondo e proseguendo nel corso della nostra vita, troviamo incoerenza tra ciò che ci è stato detto/imposto e ciò che sentiamo come nostro? Cosa accade al nostro corpo se sentiamo che Io non sono come tu mi vuoi? Ma soprattutto.. chi è questo Io se tu mi hai detto chi sono? Allora forse : Io è un Altro!

Freud nel 1928 sostenne che “L’Io è innanzitutto entità corporea” e successivamente dirà che “L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venir considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo”.

E’ ciò che successivamente Winnicott evidenziò quando parlando delle funzioni materne, ne chiarificò 3 in particolare:

  • holding: tenere in braccio pertanto sostenere e contenere; in termini psichici, il risvolto che tale contenimento fisico sarà poi l’inizio dell’integrazione
  • handling: indica la manipolazione intesa come lavare, toccare o accarezzare il bambino. E’ il processo che porta l’infante a comprendere i confini del proprio corpo; sarà il presupposto dal punto di vista psichico per la personalizzazione
  • object presenting: la presentazione dell’oggetto che porterà l’infans (il bambino non ancora dotato di parola) a diventare baby (il bambino che comincia a gattonare poi camminare) alla potenzialità offerta da una relazione oggettuale.

Giunti a questo punto del discorso, direi che possiamo momentaneamente fermarci e provare a vedere insieme, se qualche dubbio o curiosità emerge da quanto detto. Ciò che ho provato ad evidenziare è che se noi, in quanto esser umani che siamo stati prima immaginati e pensati (mi riferisco ad esempio a quello che da giovani facciamo quando immaginiamo un nostro futuro figlio.. a chi somiglierà? che lavoro farà? come si chiamerà?) troviamo discordanza, in un successivo momento della nostra vita con questa storia che ci ha anticipato (pensiamo ad esempio a tutti quei ragazzi che decidono di non voler fare la scuola e il lavoro scelto dai genitori) bene.. è possibile che tutte queste questioni possano in una certa fase della nostra vita, essere legate e messe in scena sul proprio corpo?

E’ in definitiva possibile che un Io che sente incongruente la storia che la propria famiglia gli ha fornito, decida di modificare il proprio corpo, di riempirlo di silicone o botox; decida di svuotarlo con la liposuzione oppure decida di travestirlo innestando impianti sottocutanei, per cominciare a scrivere una storia nuova… per cominciare a scrivere un romanzo sulla propria vita che cominci con un :” Io sono”.

Vedremo in seguito qualche possibile risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.