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Ciclo di vita e criticità

La vita di ogni persona è costellata di eventi critici e passaggi evolutivi importanti che spesso sono superati senza troppi problemi, ma a volte possono creare rotture nell’equilibrio psichico..
Buona lettura!

ilpensierononlineare

Spesso noi psicologi e psicoterapeuti ci troviamo ad intervenire in situazioni che riguardano il ciclo di vita delle persone, il loro sviluppo e la loro crescita personale. Potremmo definire queste fasi determinanti della vita come “processi di cambiamento” o “eventi critici“.

Nella vita di una persona l’intero ciclo di vita e il proprio sviluppo è caratterizzato da episodi o eventi che determinano passaggi evolutivi importanti per la persona stessa.

I ritmi evolutivi sono spesso scanditi da eventi socialmente riconosciuti (adolescenza, maternità, menopausa, invecchiamento, matrimonio..). Questi eventi sono fondamentali per la crescita personale, ma determinano rotture dell’equilibrio precedente che possono a volte attivare reazioni emotive o difese, che a loro volta possono sfociare in manifestazioni sintomatologiche di vario tipo in cui prevale il disagio e la sofferenza emotiva.

Gli episodi critici, invece, possono essere considerati come eventi imprevisti traumatici (lutti, malattie, separazioni, insuccessi, eventi esterni). Questi…

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L’Abisso

“Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.”

Nietzsche
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“Nelle sedute mi lamentavo che l’acqua – saliva, saliva e stava per sommergermi – . L’acqua era lo stato di torpore che riuscivo a dominare sempre più difficilmente..”.

Marguerite A. Sechehaye – Diario di una schizofrenica

Un mio paziente una volta mi descrisse il suo stato d’animo dei giorni precedenti dicendomi: “Dottore mi sentivo come su una scialuppa di salvataggio, solo al buio e con il mare agitato. Senza punti di riferimento e con l’angoscia di poter affogare o di potermi perdere e non tornare più”.

Guardare l’abisso senza essere bene “ancorati” alla superfice è rischioso. La psicoterapia nel caso del mio paziente è la possibilità di avere una bussola e una persona accanto che tenga la rotta. La concreta possibilità di non perdersi nello sguardo dell’abisso.

dott. Gennaro Rinaldi

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Per – sistere.

Persistere – Esistere – Insistere
Tu.. quale scegli?
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Immagine Personale.

Termine composto dalla particella PER che aggiunge e conferisce l’idea di durata e SISTERE ovvero fermarsi, formato a sua volta dal raddoppiamento della radice stessa di stare: stare fermo o stare saldo.

Indica il rimanere fermo sulle proprie opinioni o risoluzioni.

Si tratta di qualcosa che resta e lo fa, in maniera più forte, intensa e viva.

Spesso ho ascoltato frasi come “conta solo quel che rimane, quello che persiste, quello che esiste”; sembriamo essere diventati tutti San Tommaso pronti a volere la prova dell’esistenza di qualcosa solo toccandola, sentendola, rendendola presenza.

Presenza vuol dire esistenza.

Persistere vuol dire esistere.

Non lo so. Nelle mie vicende personali non credo sia bastato persistere per esistere; mi è anzi capitato che proprio colui che “si è fermato, esistendo”, non necessariamente fosse statico lì ad esserci in presenza.

Perché allora per esistere qualcosa deve persistere restando ferma?

Il timore che qualcosa…

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Angoscia secondo Freud.

Il termine angoscia è spesso assimilato al concetto di ansia. Questa distinzione è legata alle lingue di origine latina, invece in tedesco e in inglese esiste un’unica parola per intendere i due concetti (rispettivamente Angst e Anxiety).

In genere il termine angoscia viene utilizzato dalla Psicoanalisi (in questo articolo vi proporrò il punto di vista di Freud a riguardo), mentre in Psicologia viene utilizzato più spesso il termine “ansia”. Del resto in linea generale i due termini restano collegati e molto spesso si intende l’ “angoscia” come una situazione emotiva più “grave” dell’ansia. Infatti l’ansia può essere considerata come uno stato emotivo, psicologico e fisiologico tutto sommato non patologico, anzi, se ben gestita, molto utile al conseguimento di obiettivi personali, ad esempio. L’angoscia, invece, potremmo considerarla come un’espressione patologica (nevrotica o psicotica) dell’ansia.

L’angoscia è differente pure dalla paura, perché la paura si riferisce a qualcosa di determinato, invece l’angoscia rimanda a qualcosa di sconosciuto, di indefinito, che ancora deve avvenire. L’angoscia ha a che fare con la possibilità che qualcosa accada.

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Secondo Freud esiste una angoscia reale e una angoscia nevrotica

L’angoscia reale si può definire come la reazione alla percezione di un pericolo esterno, è collegata al riflesso della fuga e può essere considerata un’espressione della pulsione di autoconservazione.

Fondamentalmente, lo sviluppo dell’angoscia non è mai confacente allo scopo, se essa raggiunge uno sviluppo eccessivo diventa inappropriata, paralizzando anche la fuga. Da essa hanno origine prima l’azione motoria, poi ciò che percepiamo come stato di preparazione all’angoscia.

L’angoscia quindi si riferisce allo stato che prescinde dall’oggetto, la paura richiama l’attenzione proprio sull’oggetto. L’uomo si protegge dallo spavento con l’angoscia.

Con angoscia si intende lo stato soggettivo in cui ci si viene a trovare con la percezione dello sviluppo d’angoscia e chiamiamo questo stato affetto; esso comprende sia scariche motorie che sensazioni, esse sono di natura duplice, percezioni delle azioni motorie verificate e le sensazioni dirette di piacere e dispiacere: Ciò che tiene unito il tutto è la ripetizione di una determinata esperienza significativa, che risulta essere assai primordiale, qualcosa di insito nella specie.

Per quanto riguarda l’affetto d’angoscia, si pensa sia la ripetizione dell’atto della nascita, nel quale hanno luogo un misto di sentimenti spiacevoli, di impulsi di scarica e di sensazioni corporee, che è divenuto il prototipo dell’effetto prodotto da un pericolo mortale, che da allora da noi viene ripetuto come stato d’angoscia. Quel primo stato d’angoscia ebbe origine dalla separazione dalla madre.

L’angoscia nevrotica, trova un generale stato di ansietà, un angoscia liberamente fluttuante che è pronta ad agganciarsi ad ogni contenuto rappresentativo adatto. Questo stato può definirsi angoscia d’attesa. Le persone in questa situazione sono tormentate dall’angoscia di una possibilità terribile, sono iperansiosi e pessimisti; ciò si delinea nella nevrosi d’angoscia (nevrosi attuali).

Una seconda forma di angoscia, ma psichicamente legata, e connessa ad oggetti e situazioni, è l’angoscia delle fobie,; si possono distinguere tre gruppi di fobie.(collegata ad oggetti o animali, a situazioni, e per il terzo gruppo a situazioni a cui pare assolutamente inspiegabile un collegamento fobico).

Quelle del primo tipo hanno il significato di gravi malattie, le seconde appaiono piuttosto come stranezze, capricci. Si possono raggruppare queste fobie nell’isteria d’angoscia. Le fobie appartenenti al terzo gruppo indicano il fatto che non esiste il più che minimo accenno di pericolo incombente, quindi l’angoscia sembra ingiustificata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Cosa vuoi dirmi?

“Ma il guaio è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro nel dirmele; e io, nell’accoglierle, inevitabilmente , le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto”.

Luigi Pirandello

Durante l’osservazione di un colloquio (più di uno in realtà, ma questo in particolare, si presentò come spunto di riflessione piuttosto approfondita), osservai una coppia intenta ad aggredirsi in maniera anche piuttosto forte perché entrambi sostenevano di non riuscire a comunicare

“Tu sei aggressivo con le parole”.. “E tu con i fatti, strega!”..

Sembrava impossibile giungere a un accordo verbale e i due continuavano a usare lo spazio altro che veniva loro offerto, per dirsi le peggiori cose senza però di fatto analizzare come, continuavano a dirsi quel qualcosa.

Sembrava che i due stessero utilizzando due lingue, completamente diverse, accomunate soltanto dall’insulto..

Ad un certo punto “l’illuminazione” di uno dei due, fu che “è inutile prestare attenzione alle parole, tanto sono senza senso e vuote.. Le parole sono parole e là restano se uno non fa i fatti.. mille parole restano nell’aria e basta”.

Le parole recano con sé un compito assai arduo.. fanno in effetti una fatica immensa nel riuscire ad affermarsi.. Spesso lottano per avere una vita propria; una vita che di fatto non gli spetta. Le parole significano qualcosa e rimandano.. rimandano ai vissuti, al dolore, alla gioia, allo sgomento, alla storia..

Rimandano al proprio mondo interno.

Diventano – le parole- significanti di un significato non sempre chiaro e lineare (quasi mai direi); un significato che essendo sempre altro, apre ad una difficoltà non indifferente

cosa vuoi tu – ora- da me?

C’è poi il lavoro con le parole.. un lavoro difficile che rischia di rendere le parole stesse senza anima.. vuote.. sterili e fredde, ma: sono davvero le parole ad essere così o chi le usa?

Il quesito mi arrivò bruscamente sul volto, in maniera spiazzante e senza nemmeno chiedere il permesso (come le parole stesse, fanno), lasciandomi il viso bagnato, infreddolito e perplesso dopo l’improvvisa onda emotiva cui la coppia, ci aveva esposto.

Il brano (come gli altri del disco) è legato a una posizione specifica dell’isola di Ouessant, dove l’autore vive.Tiersen spiega, “Ouessant è più di una semplice casa – è una parte di me. L’idea era di fare una mappa dell’isola e, per riflesso, una mappa di quello che sono io. (..)..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Parole e Pensieri

“Ci sono uomini che usano le parole all’unico scopo di nascondere i loro pensieri.”

Voltaire
Photo by Anna Tarazevich on Pexels.com

Troppe parole.. poche emozioni.. miseri sentimenti..

dott. Gennaro Rinaldi

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Uccidiamo l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore.

Nell’ambito della filosofia morale “il problema del carrello“, di Edmonds, è ormai un classicone a cui tutti gli studenti, sono stati sottoposti!

Nella sua prima e basilare formulazione, il problema è stato posto dalla filosofa inglese Philippa Foot; la filosofa elaborò la prima formulazione del problema in occasione della proposta di conferimento di una laurea honoris causa da parte dell’Università di Oxford al presidente Harry S. Truman nel 1956, per conferire la quale era necessaria l’approvazione degli accademici di Oxford. La Anscombe dichiarò pubblicamente che avrebbe votato contro, perché Truman, autorizzando l’uso della bomba atomica contro il Giappone, aveva sì, fatto cessare la guerra ma a prezzo della vita di centinaia di migliaia di innocenti.

Secondo la Anscombe questo era infatti pur sempre un omicidio, pertanto il Presidente era un assassino.  La Foot sostenne la collega in questa circostanza.

Truman aveva infatti evidenziato (indirettamente) un importante punto: era infatti il presidente consapevole del fatto che, lanciando la bomba, avrebbe ucciso degli innocenti (intenzione) o aveva soltanto previsto (senza intenzione) che alcuni innocenti sarebbero morti?

A questo punto possiamo affrontare il problema del carrello, detto anche del Ramo Deviato.

Abbiamo innanzi una scena: stiamo osservando un carrello ferroviario che sta viaggiando senza controllo su un binario sul quale cinque persone sono legate; ne deriva che queste persone saranno sicuramente uccise. Ci rendiamo conto, tuttavia, che azionando una leva, possiamo deviare il carrello su un altro binario su cui però è legata un’altra persona (una sola).

Fonte Immagine Google.

Cosa facciamo?

Edmonds ci informa che la maggioranza delle persone cui è stato posto questo interrogativo, in tutto il mondo, a prescindere dalla cultura di provenienza e dalla condizione personale, ha risposto istintivamente che avrebbe deviato il carrello (ugualmente accadde nella mia aula universitaria).

In seguito un’altra filosofa, Judith Jarvin Thomson, ha proposto di immaginare una situazione leggermente diversa: siamo su un ponte e il binario con il carrello impazzito è sotto di noi. Come in precedenza ci sono 5 persone legate ma accanto a noi c’è un uomo molto grasso che se spinto giù, fermerà sicuramente il carrello. Come nel primo esempio anche qui, morirà un solo uomo per salvarne 5.

Fonte Immagine Google.

Che facciamo? Buttiamo giù l’uomo grasso oppure no?

A differenza del primo caso, ora la maggioranza degli interrogati (riferisce Edmonds), dice di no. Perché? (Qui devo dire che nella mia aula – al tempo- molti decisero di sacrificare l’uomo grasso -per chi scrive, no- e la mia interpretazione, in merito, fece ridere tutti soprattutto il Professore -fino alle lacrime- il quale tuttavia disse che la mia interpretazione era molto centrata e innovativa).

Dal punto di vista di una razionalità utilitaristica non cambia niente nelle due situazioni: il male minore è che uno muoia per salvare gli altri. Eppure se istintivamente in questo caso la maggioranza dice che non spingerebbe l’uomo giù dal ponte, nonostante sembri sempre vantaggioso rispetto al numero delle vittime, deve esserci qualche differenza. 

C’è pertanto qualcosa che fa sembrare immorale l’azione di buttare giù un solo uomo?

In un terzo esempio, è stata introdotta un’altra piccola variante: non si deve spingere l’uomo, ma si può azionare una leva che apre una botola in cui l’uomo cade e i cinque si salvano. Tuttavia anche in questo caso, la risposta non cambia e le persone continuano a sostenere di non voler spingere l’uomo giù ritenendo più accettabile toccare una leva.

Come per qualsiasi altro tipo di dilemma etico o dilemma morale, è sempre interessante non tanto la risposta data, quanto il tipo di ragionamento sotteso (un po’ la questione del non mi interessa che tu mi dica sì o no, ma come arrivi al sì o no..).

La filosofia morale è un ambito interessantissimo proprio perché consente (per chi ne ha piacere e passione) di porre attenzione al come piuttosto che al cosa (e credetemi.. abbiamo riso come dei matti, durante il corso, perché ascoltare i nostri ragionamenti nei caldissimi pomeriggi primaverili era qualcosa di entusiasmante e altamente formativo).

Per i più curiosi.. (perché lo so che, giustamente, lo siete)..

Gettare giù una persona, toccandola (e non come nel caso della leva in cui tocchi solo un oggetto stando lontano dalla vittima), è considerato dalle persone, omicidio. Molti infatti considerano toccare e gettare giù una persona, una responsabilità troppo alta da prendere; appare inoltre come un atto di volontà di uccidere qualcuno. Nel 2001 un filosofo di Harvard Joshua Greene, ha constatato (tramite scansione cerebrale), che nelle due situazioni si attivano aree cerebrali distinte, e ha chiamato le due situazioni “decisione morale impersonale e decisione morale personale”.

Ma questa.. sarà altra storia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“Voglio poterti”..

“Voglio poterti amare senza aggrapparmi, apprezzarti senza giudicarti, invitarti senza insistere, lasciarti senza senso di colpa, criticarti senza biasimarti, aiutarti senza umiliarti; se vuoi concedermi la stessa cosa potremo veramente incontrarci e aiutarci reciprocamente a crescere”.

Virginia Satir

La coppia in costruzione, una costruzione continua, costante e allettante; una costruzione che fa della reciproca presenza concime edificante per una dualità che sa fare complice due unità.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’importanza psicologica del calcetto.

In questi ultimi giorni l’Italia si è avviata (almeno per il momento) verso settimane di metà primavera, con un allentamento delle restrizioni in diversi ambiti della vita sociale e commerciale. Uno dei cambiamenti più evidenti e decisamente più ambiti per gli amanti dello sport ed in particolare del calcio, è la riapertura dei campi di calcetto amatoriale. Una vera novità per certi versi inaspettata e insperata di questi tempi.

Al di là della bontà della scelta del Comitato Tecnico Scientifico e del Governo riguardo gli aspetti puramente legati ai contagi (che non mi compete e che quindi non saranno trattati nel post), io vorrei soffermarmi sull’aspetto sociale e psicologico di queste aperture.

La classica partita infrasettimanale di calcetto (spesso la partita del giovedì sera) è un vero e proprio rito per tantissimi italiani. La partita di calcetto amatoriale per gli adulti è un modo per mantenersi in forma, ma è soprattutto un modo per regredire all’adolescenza e alla gioventù. Diventa un momento importante proprio per la sua valenza di scarica emotiva, delle tensioni e dello stress che si accumulano durante la settimana lavorativa. In questi impegni sportivi settimanali ci si misura con se stessi, con i propri limiti e con gli altri amici.

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Insomma, la partita di calcetto è un modo per ritornare ad esperienze giovanili, alla spensieratezza di momenti legati ad un periodo della vita diverso. Il sogno di poter ritornare per quelle poche ore ad assaporare l’illusione di un “immortalità agonistica e sportiva”. Per i più giovani, invece, il calcetto assume significati leggermente diversi. Viene visto più come un esperienza legata al gioco e all’esperienza fisica, ma con valori ed esperienze sociali ed educative importanti, come quella di confrontarsi con la gioia delle vittorie e la delusione delle sconfitte. Da non sottovalutare, per i più giovani, l’aspetto del confronto con i pari, i litigi, le responsabilità di squadra, il valore del lavoro di gruppo, l’appartenenza.

Una review (del 2017) su 70 ricerche pubblicate e realizzate da Peter Krustrup (Università di Copenhaghen) identifica il calcetto come il gioco che offre i maggiori benefici dal punto di vista fisico e mentale.

Lo sport e il calcetto, diventano un rifugio mentale accettabile sia per i più giovani sia per i più adulti (soprattutto per quest’ultimi). Per gli adulti il calcetto diventa tempo e spazio per ritrovarsi con i propri amici. Infatti non si riduce al solo tempo della partita, ma va oltre. La partita entra a far parte di una vera e propria narrazione comune, che si allarga ad un prima e un dopo. Dopo la partita spesso e volentieri si va a mangiare una pizza, si va a bere una birra o ci si intrattiene al campo a parlare e scherzare.

Questo sport permette di creare una comunità, di sentirsi parte di un gruppo, di relazionarci con gli altri e di conoscere persone nuove. Lo sport fa emergere parti di noi che non sperimentiamo nella routine quotidiana e il campo può diventare il luogo adatto per sentirci più “liberi”.

Insomma queste riaperture e il ritorno alla normalità attraverso una semplice partita di calcetto il giovedì sera può aiutare tantissimo a riprenderci pezzi di vita che poi tanto banali ed inutili non erano. I benefici psicologici fisici e sociali saranno sicuramente tanti per tante persone.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Lavoro

“L’operaio è diventato una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. E la domanda, da cui dipende la vita dell’operaio, dipende dal capriccio dei ricchi e dei capitalisti.”

Karl Marx

Il lavoro è una fetta importante della nostra vita e definisce anche un pezzo della nostra identità. Il lavoro modella i nostri stili di vita e caratterizza le nostre famiglie. Il lavoro è un pezzo della nostra socialità, delle nostre relazioni, delle amicizie. A lavoro trascorriamo una parte importante del nostro tempo, e quel tempo prende forma e senso attraverso il lavoro. Il lavoro ci fa sentire utili e determinanti; il lavoro ci permette di vivere la nostra vita e soddisfare i nostri bisogni.

Il lavoro dovrebbe essere progettazione, costruzione, futuro. Il lavoro dovrebbe assecondare le nostre abilità, i nostri interessi. Il lavoro dovrebbe essere condito da vitalità, interesse, curiosità, crescita, soddisfazione..

fonte: google

Il lavoro oggi è flessibilità e precariato con l’aggravante di una pandemia che ha solo peggiorato un processo di deterioramento del concetto stesso di lavoro. Il lavoro oggi non è un diritto, è privilegio. Il lavoro non è passione, appartenenza, soddisfazione; oggi il lavoro è precariato e sopravvivenza.

Il lavoro, come inteso oggi, è un attrattore di stress. Non trovare lavoro o cambiare continuamente lavoro significa anche cambiare continuamente la propria vita, i propri tempi, le proprie conoscenze, i luoghi, il nucleo sociale di riferimento. Cambiare significa non avere mai dei riferimenti, non rafforzare mai le proprie competenze e perderle per strada, magari vedendosele di volta in volta disconfermate.

Precarietà significa non avere diritto ai diritti; significa essere sempre e comunque sfruttati intellettualmente e fisicamente. La sensazione del precario, del disoccupato e spesso anche del “lavoratore flessibile” è quella di vivere letteralmente da precari. Questo significa non avere la possibilità di pianificare il proprio futuro, ma di vivere esclusivamente nel presente e per il presente. Questa condizione è debilitante e ostacola anche i progetti di vita più elementari e apparentemente banali come quello di pensare ad una vacanza o aggiustare l’auto.

Questa condizione, negli ultimi anni, ha generato un fenomeno molto comune in Italia e per il quale tanti giovani sono stati accusati negli ultimi anni di “pigrizia” e di essere dei “bamboccioni”. I più giovani sono intrappolati in una sorta di limbo, nel quale diventa decisamente impossibile pensare al proprio futuro e proiettarsi su un proprio interesse. “Se mi dicono che non ho nessuna possibilità che senso ha impegnarmi in qualcosa o pensarmi nel futuro se non avrò nessun futuro? “.

L’insicurezza e l’incertezza sociale limita, rallenta e a volte blocca le decisioni importanti.

“Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato.”

Karl Marx

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Possiamo imparare a pensare correttamente?

Proviamo a giocare un po’ insieme..

Per pensare correttamente dobbiamo far funzionare la parte anteriore del nostro cervello più di quella posteriore. Osserviamo il seguente insieme di forme:

Immagine Personale.

Ora: prendiamo una forma a nostra scelta e mettiamola in ciascuna casella vuota, in modo che non sia rispettata la seguente regola “Se non c’è un quadrato rosa a sinistra, allora c’è un cerchio giallo a destra”.

E’ tutto chiaro?

La maggior parte delle persone colloca un quadrato rosa a sinistra perché cerca di non rispettare la prima parte della frase.

Immagine Personale.

Queste persone però, sono vittime di un bias percettivo, si lasciano influenzare dall’esordio della proposizione, mentre per violare la regola sul piano logico bisogna rispettare la prima parte, e non rispettare la seconda.

Un esempio di configurazione che viola la regola

Immagine Personale.

Quando le persone svolgono questo test per la prima volta e si ingannano, il loro cervello attiva aree percettive (quelle situate nella parte posteriore del cervello); se, invece, si insegna loro a non cedere al bias percettivo, spiegando che devono resistere alla tentazione di negare la prima parte della frase, allora si attiva la parte anteriore del cervello, ossia la corteccia prefrontale inferiore.

Quest’ultima blocca le aree percettive attivate dalla prima fase e attiva un’area della memoria di lavoro coinvolta nel ragionamento logico, la corteccia prefrontale laterale. Questa attività cerebrale permette di ragionare senza essere disturbata da errori di giudizio oppure percettivi, ma sui puri termini del problema.

Il modo migliore per attivarla è restare attenti e non cedere ai nostri impulsi.

Come?

Esistono diversi modi per bloccare i nostri impulsi (in senso generale). Immaginiamo per un attimo il momento in cui stiamo per dire qualcosa ma sappiamo che questa cosa potrebbe arrecare danno a qualcuno qualcosa e “ci mordiamo la lingua”.. Immaginiamo ancora quando abbiamo tanta voglia di cioccolata ma resistiamo alla tentazione… Aspettiamo per tanti minuti il ritardo di una persona e cominciamo a giocare con il cellulare..

Bene..

Questi momenti di resistenza interiore sviluppano le nostre funzioni esecutive in senso generale, ovvero la capacità di pianificazione e le strategie che dipendono dalla corteccia prefrontale. Molti programmi di valutazione imperniati sulle funzioni cognitive della corteccia prefrontale hanno dimostrato che queste attività migliorano le capacità di ragionamento e del controllo mentale nei bambini.

Un po’ alla volta, mettendole in pratica, diventiamo attrezzati a prendere decisioni più ponderate e a farlo con maggior distacco.

“Finisce bene quel che comincia male”,

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Le Persone e le loro anime

“Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate, nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali. Han bisogni lor propri e le loro proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per inteso, quando veda l’impossibilità di soddisfarli e di tradurle in atto. E ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con le anime soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d’ogni minimo contatto materiale, una sofferenza che li allontana, e che cessa subito, non appena un terzo intervenga. Allora, passata l’angoscia, le due anime sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano.”

Luigi Pirandello – Il fu Mattia Pascal
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Spesso le nostre “maschere sociali” e le armature che indossiamo tutti i giorni per affrontare la vita e le relazioni, possono risultare troppo ingombranti e rischiano di imprigionare le nostre anime.

dott. Gennaro Rinaldi

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Vita.

Immagine Personale.

“La vita non è quello che dovrebbe essere. E’ quello che è. Il modo in cui lo gestisci è ciò che fa la differenza”.

Virginia Satir.

Dare la colpa agli altri chiudendosi nella gabbia del “se solo..”

Definirsi continuamente cercando approvazione o scuse per qualcosa che non va.. toglie solo spazio vitale alla vita che, nonostante tutto, va.

Quanto siamo realmente capaci di gestire la nostra vita senza costringerci nelle gabbie delle definizioni e delle apparenze?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Ritardi

“Il ritardo è la forma più pericolosa di rifiuto.” 

C. Northcote Parkinson
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E se il ritardo fosse un atto di rifiuto? Un modo per dire: “non mi va di stare qui” ; “non ti voglio vedere” ? Un modo alternativo per mostrare disinteresse, non curanza per una persona o per un lavoro o per un impegno. Un modo per sottolineare la voglia di trasgredire.

E se dipendesse dal proprio carattere o dalla semplice incapacità nella gestione dei propri tempi o della capacità previsionale? Si, è possibile.

Voi vi definite ritardatari o puntuali? E se lo siete, quanto siete ritardatari e in che modo?

Vi siete mai chiesti se i vostri ritardi possano avere un significato?

dott. Gennaro Rinaldi

 

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Disfunzioni sessuali.

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R. ha cominciato da qualche tempo una terapia di coppia, insieme a sua moglie, a causa della sua (recente, rispetto agli anni di matrimonio) difficoltà nel raggiungere l’erezione. Dai racconti della coppia emerge che la prima difficoltà era emersa una sera che i due erano in vacanza; lì per lì la “colpa” era stata data all’alcool e al fatto che R., fosse un po’ brillo. In realtà da quella sera in poi, tra i due è stato praticamente impossibile vivere l’intimità in maniera attiva, piena e soddisfacente.

Le disfunzioni sessuali sono disturbi caratterizzati da anomalie nei fattori chiave del funzionamento sessuale e possono rendere difficile e/o impossibile provare piacere nei rapporti sessuali.

Le disfunzioni sessuali creano in genere molto disagio e spesso provocano frustrazione, senso di colpa, perdita di autostima e problemi interpersonali; è inoltre frequente che nelle coppie si parta con accuse reciproche “tu non sei eccitante; tu ti trascuri; è colpa tua se..”, al fine di rimandare e non affrontare precocemente, il disagio.

La risposta sessuale dell’essere umano può essere descritta come un ciclo di quattro fasi: desiderio, eccitazione, orgasmo e risoluzione.

Le disfunzioni sessuali riguardano una o più delle prime tre fasi; la risoluzione consiste semplicemente nella situazione di rilassamento e nella riduzione dell’eccitazione successiva all’orgasmo. Una disfunzione sessuale può continuare a persistere per tutta la vita o può essere talvolta preceduta da un funzionamento sessuale normale.

In certi casi, la disfunzione è presente in tutte le situazioni sessuali; in altri è connessa a situazioni particolari (APA, 2000).

Disturbi del desiderio sessuale.

La fase del desiderio del ciclo di risposta sessuale consiste di un impulso a praticare attività sessuale, accompagnato dalla presenza di attrazione sessuale per altri e, per molti, di fantasie sessuali. Due sono le possibili disfunzioni della fase del desiderio: disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile e disturbo dell’interesse/eccitazione sessuale femminile (questo disturbo riguarda in realtà sia la fase del desiderio che quella dell’eccitazione e viene trattato dal DSM-5 come un disturbo a sé stante poiché, secondo diverse ricerche, nella donna il desiderio e l’eccitazione tendono a sovrapporsi al punto che molte donne trovano difficile esprimere le differenze tra le sensazioni di desiderio ed eccitazione, APA,2000).

Coloro che soffrono di disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile non hanno interesse nel sesso e hanno infatti una vita sessuale ridotta. Ciononostante quando questi soggetti hanno un rapporto sessuale, la loro risposta fisica può essere normale fino a giungere al piacere. A differenza di ciò che culturalmente siamo portati a pensare “ogni volta che un uomo ha la possibilità di avere un rapporto sessuale, lo avrà”, circa il 17% degli uomini soffre del disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile e nell’ultimo decennio è largamente aumentato il numero di coloro che si rivolge a un terapeuta esperto.

Parimenti, le donne affette da disturbo dell’interesse/eccitazione sessuale femminile non si interessano al sesso e hanno una vita sessuale ridotta. A ciò si aggiunge uno scarso eccitamento durante i rapporti sessuali; queste donne non sono eccitate dai segnali erotici e hanno una scarsa sensibilità genitale durante l’attività sessuale (APA, 2013); ne soffre il 33% delle donne.

Questo disturbo non viene diagnosticato a quei soggetti che pur provando un normale interesse sessuale, per scelta di vita decidono di non avere un’attività sessuale.

La spinta sessuale di un individuo è determinato da una combinazione di fattori biologici, psicologici e socioculturali e uno qualsiasi di essi può determinare il calo del desiderio.

Nella maggior parte dei casi il calo del desiderio sessuale dipende in primo luogo da fattori socioculturali e psicologici, tuttavia vi è spesso al compresenza di fattori biologici.

Circa le cause psicologiche abbiamo ansia, depressione, rabbia; spesso coloro che vivono un disturbo della sfera della sessualità hanno pensieri (magari di natura inconscia) che li spingono a vedere il sesso come qualcosa di immorale, pericoloso, sporco; molti altri hanno paura di perdere il controllo e cercano di reprimere il proprio desiderio o per paura di una possibile gravidanza o per paura di scoprire/scoprirsi sotto una nuova veste che non avevano considerato.

L’argomento è vasto; bisogna considerare che un grande fattore legato allo sviluppo di questi disturbi, è spesso nel tipo di educazione subita durante la propria vita; uno stile genitoriale freddo, distaccato, così come crescere in un ambiente rigido (molto religioso, inteso come qualsiasi tipo di religione), non aperto al confronto, dialogo e soprattutto poco propenso a favorire una crescita/ scoperta del corpo, può a lungo andare avere forti ripercussioni sulla scelta del partner, e sul modo in cui la persona vivrà la propria sessualità.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Comunico ergo sum

Non possiamo non comunicare. Quando ci relazioniamo con qualcuno tutto di noi ci offre indicazioni più o meno precise su cosa vorremmo dire o fare.. del resto impariamo a comunicare già da prima di nascere. Buona lettura!

ilpensierononlineare

Mi è capitato ieri durante un paio di sedute di terapia e poi ancora stamattina nel mio studio con un’altra paziente, (seppur in maniera diversa) una coincidenza strana. In qualche modo il focus delle terapie, in queste tre sedute, si è incentrato in maniera consistente sugli aspetti comunicativi delle relazioni interpersonali e familiari. Questo intreccio di coincidenze relazionali mi ha sorpreso e mi ha spinto a coinvolgere anche voi in questo fondamentale aspetto della nostra quotidianità.

Il termine comunicare anticamente significava mettere in comune. Poi nel corso del tempo il significato si è evoluto in: far conoscere, far sapere, divulgare, diffondere, rendere partecipe di un sentimento; ( comunicare la propria tensione ). Si può comunicare a parole (verbale) con i gesti oppure attraverso le nostre espressioni del viso e la postura del corpo (non verbale). Possiamo persino comunicare stando semplicemente in silenzio.

Le radici – Immagine personale

In tutti i…

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Ribellione e Adolescenza

“Ogni atto di ribellione esprime nostalgia per l’innocenza e una richiesta all’essenza dell’essere.”

Albert Camus
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Un atto di ribellione è movimento, è azione. Un agito che inconsciamente diminuisce una tensione interna, una costrizione intollerabile. Per dirla alla Fenichel, questo agito comporta “una scarica parziale degli impulsi tenuti a freno”. Con la ribellione avviene una scarica di quegli impulsi, attraverso un agito (trasgredire le regole, ad esempio), che erano in qualche modo rimossi e “compressi”.

La ribellione è una delle caratteristiche dell’adolescenza. Fa parte dello sviluppo psichico ed emotivo dell’adolescente e ne scolpisce la personalità; è uno degli ingredienti essenziali per la formazione dell’individuo maturo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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I pazzi.

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano.. bruciano.. bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno oohhh…”

Jack Kerouac

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Memoria e psicologia della testimonianza.

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Spesso nei casi giudiziari la memoria è l’unica fonte di informazione circa quanto accaduto; è soprattutto nei casi di abusi sessuali sui minori, dove il bambino è contemporaneamente vittima e unico testimone del fatto, che si evidenzia l’importanza della memoria nel ripercorrere la vicenda accaduta.

Gli studi condotti nell’ambito della psicologia forense, hanno evidenziato che un evento, per poter essere ricordato deve essere stato precedentemente acquisito. In questo senso, i processi che guidano l’acquisizione della conoscenza da parte dei soggetti, possono essere ricondotti a un’attività di elaborazione delle informazioni che si articola nelle tre fasi di acquisizione, ritenzione e recupero.

La maggior parte degli studiosi impegnati nella psicologia della testimonianza intende l’elaborazione come “ricostruzione”, poichè il processo di recupero non viene realizzato tramite il ripescaggio di un contenuto già pronto nella mente, ma tramite la ricostruzione di un possibile evento a partire da tutta una serie di informazioni e dati che sono rappresentati in memoria.

Questi dati e informazioni, tuttavia, non sono necessariamente collegati tra loro e non rappresentano la totalità dell’evento che deve essere ricordato; si tratta di dati sparsi, che provengono da più fonti, che possono appartenere a momenti diversi dell’esperienza dell’individuo.

Nel ricostruire il ricordo, pertanto, intervengono processi mentali che mettono in relazione i dati e li coordinano in una forma più o meno coerente, in modo da ottenere il ricordo di un evento.

Il ricordo di un evento è quindi una delle possibili ricostruzioni che il soggetto fornisce sulla base dei dati a sua disposizione, ma non è mai la riproduzione fedele di un evento; questi concetto è essenziale nel momento in cui si esamina un resoconto testimoniale poichè non si può considerare il resoconto come la descrizione esatta, accurata e reale dell’avvenimento. Il ricordo poi, può essere influenzato e modificato dalla presenza di informazioni ricevute in tempi successivi.

Un altro aspetto fondante la psicologia della testimonianza è la constatazione che ciò che si ricorda è conseguenza di dati che hanno colpito l’attenzione dell’individuo; per cui proprio la messa in atto dei processi attentivi influenza il contenuto e l’accuratezza del ricordo.

Nella testimonianza è utile distinguere, inoltre, una memoria di tipo incidentale e una di tipo intenzionale; nel secondo caso il soggetto preparato, per così dire, a dover ricordare un certo evento, focalizza l’attenzione maggiormente su quei fattori utili ai fini delle indagini piuttosto che su quelli che possono risultare superficiali. Molti studi mostrano inoltre come (e quanto) la memoria si modifichi nel tempo.

Si parla pertanto di informazioni post- evento riguardanti percezioni e giudizi di altre persone che erano presenti al momento del fatto (notizie che il soggetto può aver avuto da fonti in tempi successivi, oppure elementi che emergono dagli incontri con la polizia o avvocati, e così via).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Resistenza e Liberazione

Ammiro chi resiste, chi ha fatto del verbo resistere carne, sudore, sangue, e ha dimostrato senza grandi gesti che è possibile vivere, e vivere in piedi, anche nei momenti peggiori.

(Luis Sepùlveda)

“Noi fummo la prima città d’Europa a ribellarsi: e quando parlano dei partigiani di Napoli, io dico: no, Napoli è stata partigiana.” Ricordava Gennaro di Paola, partigiano napoletano che ci ha lasciato lo scorso 24 Dicembre 2019.

“A 16 anni sparavo contro carri armati e cecchini fascisti per liberare Napoli dall’occupazione nazista” raccontò ai giornali Antonio Amoretti, presidente onorario dell’ANPI Napoli che durante le 4 giornate (27 – 30 settembre 1943) aveva poco più di 16 anni: “Andammo insieme a prendere casse di moschetti all’Arenaccia e al ritorno ci trovammo davanti carri armati e raffiche di mitra. Ero un buon tiratore, coperto da un muro cominciai a sparare contro i carri armati: solo molti anni dopo seppi che avevano il periscopio come il sommergibile…”. (tratto da identitàinsorgenti)

„Potremmo dire che [il fascismo] fu una solenne minchiata. Una atroce minchiata. Il fascismo sarebbe stato grottesco, se non fosse stato tragico. Se non avesse comportato la morte di tanti innocenti, ricordo Matteotti e Gramsci solo per fare qualche esempio, il fascismo sarebbe stata solo una buffonata. Purtroppo invece è stato un evento tragico.“

Andrea Camilleri

dott. Gennaro Rinaldi

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LiberAzione.

Meglio dormire libero in un letto scomodo che dormire prigioniero in un letto comodo.”
Jack Kerouac

Il brano proposto è la sigla del film/documentario uscito a Dicembre 2015 con l’intento di far luce (e portare attenzione) sul caso dell’insegnante elementare di Castelnuovo Cilento sottoposto a TSO il 31 luglio e rinchiuso nel reparto psichiatrico del Vallo della Lucania, dichiarato poi morto il 4 agosto.

Sei medici sono stati, successivamente, condannati.

All’interno del brano viene citata “Addio Lugano bella”.. perché nessuno ha il diritto di prelevare, legare, imbavagliare e costringere un altro essere umano.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pillole di Psicologia: Perché non riesco a convincerti?!?

Come mai alcune persone non riescono mai a cambiare idea, non lo vogliono fare e non ne vogliono proprio sapere di farlo? In una conversazione con queste persone non basta aver palesemente ragione e non basta ricorrere anche a dati scientifici e certi per farle cambiare idea o per farle almeno provare a ragionare e prendere in considerazione ciò che state dicendo loro.

L’uomo si può considerare, in generale (fatte ovviamente le dovute eccezioni), un “conservatore” delle proprie idee e convinzioni. Quindi l’aspetto “conservativo” è una caratteristica comune. Siamo un po’ tutti “capatosta”.

Volendo descrivere attraverso caratteristiche comportamentali e di carattere le persone più “capatosta” potremmo (per gioco) definire quattro diverse tipologie dei più “resistenti” al nuovo e a tutti i tipi di argomentazioni:

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I Tradizionalisti sono quelli che tendono a sposare le idee della maggioranza delle persone che considerano aderenti alle proprie idee e che hanno sempre pensato fosse così. Sono in genere persone “intellettualmente pigre”, poco curiose e abitudinarie nella vita. Sono poco avvezzi alle novità.

I Dogmatici invece sono quelli che basano le proprie idee e il proprio pensiero su principi e dogmi indiscutibili, spesso indirizzati dalla propria fede. Tante volte le loro idee sono in contrasto con la scienza.

I Bulli sono quelle persone che difficilmente riescono ad ammettere i propri errori. Si impuntano su delle tesi proprie solo per affermare che hanno ragione e pur di non ammettere di aver torto (perché rappresenterebbe una brutta figura ed una sconfitta personale). L’importante è non perdere la faccia e non farsi vedere “deboli”.

I Complottisti sono persone che per stabilire dove sia la verità tendono subito ad individuare chi può trarne vantaggio in quella situazione (politici, multinazionali, governi, aziende farmaceutiche..). Questa sarà una delle prove fondanti delle loro idee e la porteranno avanti con grande tenacia. Generalmente hanno difficoltà a tollerare la complessità e la casualità di eventi e situazioni che caratterizzano la propria vita o la società. Sono diffidenti e quindi molto difficilmente cambiano idea perché ovviamente hanno dalla loro parte ragionamenti e deduzioni apparentemente molto soddisfacenti e vicini alla verità.

Insomma convincere qualcuno non è affatto semplice e bisognerebbe comprendere innanzitutto le ragioni del nostro interlocutore, dove originano le proprie idee, la propria cultura e il proprio background formativo e cognitivo.

L’ascolto e la comprensione delle idee altrui è sempre alla base di un buon scambio verbale e di una buona comunicazione. In fondo siamo un po’tutti “capatosta”.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Musical/Mente: gli effetti della musica sui bambini.

Come sostengo nella conclusione del post, da musicista e psicologa, ho avuto (e sto avendo) modo di comprendere sempre di più l’importanza dell’ascolto musicale. Educar(ci) all’ascolto apre alla possibilità di ascoltare per essere ascoltati.
Buona Musica e Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Fonte Immagine “Google”

La vita dell’essere umano è scandita fin da subito (dall’esperienza intrauterina), dalla presenza del ritmo. Le esperienze prenatali includono infatti la regolare presenza del battito cardiaco e del respiro materno; esperienze a cui seguirà dopo la nascita l’uso di tutta una serie di “suoni” che chi si prende cura del bambino, userà per comunicare con quest’ultimo/a. Tra i primi suoni utilizzati per comunicare o attirare l’attenzione del bambino, abbiamo l’uso delle filastrocche o ninnenanne.

Le filastrocche o comunque tutte quelle canzoncine usate, sono di solito caratterizzate da elementi comuni ovvero: estrema regolarità, semplicità e ripetitività. Si tratta in sostanza di canzoncine molto semplici (sia dal punto di vista ritmico che melodico), che riescono a creare come una sorta di sospensione, di attesa, un “prima o poi qualcosa accadrà”, che riesce a tenere i bambini calmi e sereni, analogamente a quanto accadeva quando nell’esperienza intrauterina erano cullati e…

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Seminare

“Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno – forse lo faranno tutti.”

Albert Einstein
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Non smettiamo mai di seminare in ogni stagione della nostra vita..

dott. Gennaro Rinaldi

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Terra.

“Se l’uomo sbagliato si serve di mezzi giusti, allora il mezzo giusto agisce in modo sbagliato”.

C.G. Jung

Non è il pianeta ad essere sbagliato ma chi vi è ospite.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Limiti e libertà: genitori e figli.

“Un bambino che venga tenuto sempre per mano e perciò non abbia la possibilità di percorrere la sua strada, perderà col tempo la voglia di far scoperte.”

A. Miller

Un ambiente iperprotettivo può costituire un vera e propria minaccia per la curiosità, le abilità e la vitalità del bambino. La capacità di crescere e l’autostima del bambino verranno, col tempo, gravemente compromesse.

Robertino e la madre iperprotettiva

La Miller diceva che, quando quel bambino crescerà, sarà così riconoscente ai suoi genitori (per quelle attenzioni e quelle preoccupazioni) che rinuncerà molto facilmente a compiere “passi in avanti” per crescere proprio per non dare un dispiacere loro.

Questi bambini sono piuttosto fragili emotivamente e incapaci di tollerare le frustrazioni, anche quelle apparentemente più banali.

Quando però l’impulso di quel bambino ad esprimere se stesso sarà troppo impellente, manifesterà probabilmente disturbi psichici oppure, con coraggio, porterà un “dispiacere” ai genitori e deciderà di crescere.

I genitori quando sono troppo “preoccupati” e quindi troppo ipercontrollanti dovrebbero potersi chiedere: “sto proteggendo il mio bambino o me in questo momento?”. Questa domanda può portare ad una consapevolezza diversa al genitore e quindi fargli comprendere se quella preoccupazione può derivare dal suo bisogno di sentirsi assicurato dal sentirsi un buon genitore.

Uno Spezzone di “Ricomincio da Tre” di Massimo Troisi è una scena molto famosa ed esilarante, ma decisamente vicina alla realtà di relazioni dannose (genitore – figlio).

L’avere dei limiti significa avere delle risorse cognitive ed emotive “contenitive”, non significa avere degli impedimenti e delle imposizioni come succede nel video. La mamma di Robertino, ad esempio, è iperprotettiva e ha imposto chiaramente dei limiti eccessivi al figlio per proteggerlo dai pericoli del mondo esterno. Ciò ha reso Robertino “monco” emotivamente, dipendente dalla madre e incapace di svincolarsi, nonostante ne abbia necessità e voglia di farlo (al minuto 3:00 Robertino chiede a Gaetano [Massimo Troisi] “come si capisce questo limite?”). I limiti devono considerarsi come “contenitori mentali” che vengono supportati e garantiti dai genitori. Il dolore, l’angoscia, l’ansia, la paura, possono essere più tollerabili se ci sono contenitori che li delimitano. Se questi contenitori che delimitano e “contengono” le esperienze e le emozioni negative non sono stati supportati dai genitori possono essere vissuti come travolgenti, senza limiti e decisamente angoscianti dai bambini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Sintonia.

“L’esperienza più coinvolgente e rigenerante che ogni individuo possa vivere è quella dell’incontro, inteso come la possibilità di una sintonia armonica e profonda con un altro essere umano”.

Aldo Carotenuto

Sintonia è perfetto accordo.

Sintonia è – in fisica- l’uguaglianza di periodo fra due o più grandezze o fenomeni periodici.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’oscurità

“Quando un viandante canta nell’oscurità, rinnega la propria apprensione, ma non per questo vede più chiaro”

Sigmund Freud
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Non serve rinnegare le nostre paure, i nostri tormenti, le nostre ansie fingendo che non esistono. Non andranno andranno via da sole. Rinnegandole resteremo in qualche modo sempre ancorati ad esse e come quel viandante non riusciremo mai a vederci chiaro, ma saremo costretti a vagare nell’oscurità, solo perché ci sembrerà troppo difficile cercare la luce.

Solo affrontando e comprendendo la nostra apprensione, avremo una possibilità di vederci chiaro.

dott. Gennaro Rinaldi

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L’oggetto transizionale – la coperta di Linus

Il termine “oggetto transizionale” è stato introdotto da Donald Winnicott e indica un oggetto come una copertina, un fazzoletto, un giocattolo, un peluche che un bambino (generalmente tra i quattro e i dodici/diciotto mesi) tiene con sé per addormentarsi, per calmarsi.. questi oggetti assumono quindi per i bambini un significato davvero speciale.

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta generalmente una fase di passaggio che aiuta il bambino nella percezione di un oggetto come separato dal soggetto (me); queste attività di manipolazione sono corredate da fantasie e sono definite da Winnicott come fenomeni transizionali . Diciamo che è quell’ “oggetto” che aiuta il bambino in quella fase in cui comincia a differenziare tra il me e il non-me, passando dalla dipendenza assoluta dalla madre a quella relativa. Il suo utilizzo dopo l’infanzia, può ripresentarsi specialmente in occasione di regressioni e fasi depressive.

Peanuts – Linus e la sua copertina

Secondo Winnicott, l’oggetto transizionale appartiene a quel campo dell’esperienza personale dell’illusione, i cui contenuti sono a metà tra la realtà esterna e la realtà interna, ma non sono riconducibili a nessuna delle due. Quindi si riferiscono a quell’esperienza del bambino che si colloca nel luogo che lega e separa la realtà interna dalla realtà esterna e che in seguito diventerà una funzione permanente della psiche adulta. L’oggetto transizionale si può considerare come un oggetto che non fa più parte del corpo del bambino, ma non è ancora riconosciuto, da questi, come un oggetto della realtà esterna.

“Il punto essenziale dell’oggetto transizionale non é il suo valore simbolico”- “quanto il fatto che esso é reale: è un illusione ma é anche qualcosa di reale” 

Donald Winnicott

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta una fase importante per l’esperienza del bambino e per lo sviluppo della sua futura vita immaginativa (in età adulta).

Peanuts – fonte google

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Plettro Caldo.

Questa è per quella sera calda, caldissima e piena di stelle..

Bagnati, con l’unico ossigeno possibile: l’energia dei corpi sudati e sovrapposti.

Tra la folla, un plettro gettato, mancato per poco.

E sia Splendido.

“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”.

Cesare Pavese

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Apparente Razionalità.

“Siamo così abituati alla natura apparentemente razionale del nostro mondo che facciamo fatica a immaginare che possa accadere una qualsiasi cosa che non possa essere spiegata dal buon senso”.

C.G. Jung

Bisogna (almeno) provare a pensare in maniera non lineare e ad aprirsi alla variabilità del caso..

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La Memoria.

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In linea generale, con il termine “sistema di memoria” si può intendere qualsiasi tipo di sistema o struttura in grado di garantire la conservazione e il recupero di informazioni nel tempo.

La memoria è ciò che ci consente, attraverso una serie di processi, di trattenere un’informazione nel tempo. La memoria si esprime attraverso la capacità di immagazzinare, ritenere e recuperare l’informazione. Essa non è un sistema unitario, ma è costituito piuttosto da un insieme di componenti e processi che sono responsabili sia dell’elaborazione dell’informazione (dopo che essa è stata percepita), sia del suo immagazzinamento ed eventuale consolidamento nel tempo, sia del suo recupero attraverso varie forme di rievocazione.

Memorizzare un’informazione è un’operazione complessa che può essere scomposta in diversi fattori. Il primo fattore fondamentale della memoria è la codifica o registrazione di un evento sotto forma di schema, immagine o concetto: esso riguarda quindi la modalità con cui un’informazione è immagazzinata o rappresentata in un sistema di memoria. Il secondo fattore è la ritenzione, che si riferisce al trattenimento o immagazzinamento dell’informazione nel tempo. Il terzo fattore, infine, è il recupero, (o rievocazione), che corrisponde alla capacità di riconoscere e ricordare un’informazione in un secondo tempo.

In fase di codifica l’informazione potrà essere riorganizzata, ricostruita, reintegrata sulla base di conoscenze pregresse del sistema (o di ipotesi dello stesso in caso di informazioni mancanti), per favorire la ritenzione e il successivo recupero.

Quando un qualsiasi fattore (tecnico/meccanico ad esempio sistemi di memoria fisici, disturbi attentivi, cause organiche o altro nel caso della memoria umana) influisce con le fasi di codifica o di ritenzione o recupero può verificarsi una perdita di informazione, la cui entità potrà variare nel tempo – essendo la perdita temporanea o permanente – e nell’estensione, a seconda cioè della quantità di dati coinvolti.

Nella seconda metà del secolo XIX lo psicologo tedesco H. Ebbinghaus diede inizio a una serie di studi sulla misurazione della memoria umana. Egli si proponeva lo scopo di studiare la memoria pura, cioè come funzione a sé stante, priva di qualsiasi interferenza culturale o soggettiva. Lo studioso progettò i suoi esperimenti in maniera che in nessun modo il ricordo potesse basarsi sul significato delle parole impiegate, ed utilizzò quindi delle sillabe senza senso (logotomi), composte da diverse combinazioni di consonate-vocale-consonate, che andavano memorizzate dai soggetti, nel minor tempo possibile. In base ai suoi esperimenti Ebbinghaus elaborò tre teorie. Nella teoria del riapprendimento notò che una determinata lista di sillabe, precedentemente appresa e poi dimenticata, può esser riappresa in un tempo minore a quello necessario per memorizzarla la prima volta; questa riduzione del tempo di apprendimento, o risparmio, sta a significare che qualcosa nella mente dei soggetti rimane. Secondo la teoria del sovrapprendimento, dopo aver verificato che vi è un risparmio di tempo nel riapprendere una lista di sillabe già memorizzata, si può anche constatare che oltre a un certo limite non è più possibile ridurre il tempo e il numero delle ripetizioni, poiché si arriva a una soglia di saturazione oltre la quale non è possibile andare. In base alla teoria dell’effetto di posizione seriale, memorizzando le parole serialmente (una dopo l’altra), vi è una maggiore possibilità di ricordare soprattutto le parole che sono all’inizio (effetto primacy) e quelle che sono alla fine della lista (effetto recency).

Nella prima metà del Novecento F. Bartlett criticò gli esperimenti di Ebbinghaus in quanto riteneva che per studiare la memoria umana fosse più utile e proficuo adoperare termini significativi piuttosto che sillabe senza senso. Questo sulla base della constatazione che in genere la memoria umana è sempre e comunque utilizzata in un contesto dotato di significato, e non su materiale del tutto decontestualizzato (quali erano i logotomi di Ebbinghaus), e non è dunque utile studiarla in condizioni tanto diverse da quelle delle sue effettive applicazioni. Bartlett condusse dunque i suoi esperimenti facendo memorizzare ai soggetti brani dotati di senso e notò come le persone tendevano a riorganizzare gli elementi presentati loro in modo da renderli più famigliari. Questo portò a postulare l’esistenza di schemi mentali volti a organizzare in maniera efficace ricordi e conoscenze e volti a facilitare e guidare la rievocazione del materiale memorizzato. In genere gli esperimenti riguardanti la memoria umana sono stati condotti sulle rievocazioni, sul riconoscimento e sul riapprendimento.
La rievocazione, cioè la richiesta a un soggetto da parte dello sperimentatore di ripetere il materiale (generalmente una lista di parole) memorizzato, può essere libera (“Ripeti le parole così come ti vengono in mente”), seriale (“Ripeti le parole nell’ordine esatto in cui ti sono state presentate”) o guidata (lo sperimentatore fornisce al soggetto indizi utili per aiutarlo nella rievocazione “tra le parole che hai memorizzato erano presenti nomi di frutti?”).

Naturalmente la rievocazione seriale che è quella che pone maggiori vincoli al soggetto, è anche la più difficoltosa. A sua volta la rievocazione in sé presenta maggiori difficoltà del riconoscimento (ovvero di riconoscere all’interno di una lista di stimoli quelli che appartenevano a una lista precedente), quella che il soggetto era stato istruito a memorizzare.

Questa è probabilmente una delle ragioni per cui tanti studenti ritengono le prove a domande aperte più complesse di quelle con domande a scelta multipla (non nel mio caso, ho sempre preferito le domande a risposta aperta): nel primo caso viene richiesta una rievocazione libera, nel secondo caso un riconoscimento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Copioni Familiari..

“Nascere è come venire catapultati in un libro già popolato di personaggi e di storie, è come stabilire un contatto con una realtà le cui regole sono già parzialmente scritte. La nostra presenza creerà delle modifiche alla trama, anche al finale, ma non saremo mai in grado di separarci dalle pagine che precedono la nostra entrata in scena e saremo inevitabilmente influenzati da queste pagine di cui siamo figli.”

Maurizio Andolfi
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Le trame invisibili delle nostre storie familiari legano con fili sottilissimi le storie delle generazioni passate con quelle del futuro. Ogn’uno è attore, suo malgrado, del proprio copione familiare e insieme agli altri attori della sua famiglia sarà parte integrante di una narrazione (con relativa “messa in scena”) coerente con rituali, credenze e comportamenti e della propria storia familiare. Trame narrative intessute dalle generazioni precedenti, ma con una grande influenza per il presente e per il futuro.

La domanda potrebbe essere questa: quanto è coerente con il vostro “personaggio” con il vostro “copione familiare”?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Intimità della Gravidanza.

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“L’arte di tacere è importante, l’intimità deve essere preservata.”

Sophie Marinopoulos, psicoanalista.

Prima del Covid, insieme ad una collega Psicoterapeuta tenevamo i corsi C.A.N. (Corsi di accompagnamento alla nascita); i corsi sono gratuiti e aperti ad entrambi i genitori (viene caldamente consigliato al padre, di partecipare; viene caldamente sconsigliato alle suocere di partecipare).

Parlavo con alcune donne che aspettavano un bambino; la maggior parte di loro sosteneva di sentirsi stanca, svuotata quasi senza aspettative e idee circa il cosa fare.

Le idee che queste donne sostenevano di non avere più, erano legate principalmente a ciò che gli altri sembravano aspettarsi da loro “lavorare, essere delle buone mogli, portare avanti tutte le faccende da fare.. sorridere sempre.. essere accoglienti, accorte e buone”.

La maggior parte di loro, tuttavia, sosteneva di non aver voglia di far molto “niente in realtà”

Le ho guardate e ho detto loro che forse la loro gravidanza, era un momento di raccoglimento in cui, come madri, oltre a tenere e contenere il bambino, stavano tenendo e contenendo tutte le parti di sé prima di lasciarle andare via, insieme al (futuro) nato.

Ho immaginato che questa loro chiusura, potesse essere -forse- una chiusura narcisistica.. una sorta di difesa che si squarcerà nel momento in cui uscendo, il bambino attesterà nel reale, la loro (nuova) posizione di donna e madre.

Tacere, preservando l’intimità e quello spazio fusionale, di simbiosi che andrà poi gradatamente (nel corso dello sviluppo del bambino), abbandonato le aiuterà a:

Tener(si) e Contener(si)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Night eating Syndrome (Sindrome da Alimentazione Notturna)

La Sindrome da Alimentazione Notturna è stata descritta per la prima volta nel 1955 da Albert Stunkard.

Questa sindrome è ormai riconosciuta come un Disturbo del Comportamento Alimentare ed è inserita nel DSM IV (come disturbo alimentare non altrimenti specificato) e più recentemente nel DSM V (nella categoria “Other Specified Feeding or Eating Disorder”).

Nello specifico questo disturbo è caratterizzato da una perdita del controllo sul cibo durante le ore notturne (iperfagia serale) e un alimentazione quasi nulla durante le ore diurne. Che significa generalmente, scarso appetito durante il giorno e anoressia mattutina. In genere la quantità di cibo consumata di sera e di notte è tra il 25% e il 50% dell’introito energetico giornaliero.

Questo Sindrome può essere associata anche a disturbi del sonno. Infatti, chi ne soffre, si sveglia durante le ore notturne per consumare grandi quantità di cibo calorico (snack, patatine, gelato..). Spesso vengono consumati cibi ricchi di carboidrati e dolci. Vengono quindi consumati per lo più cibi di conforto e ipercalorici.

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Le persone con questo disturbo hanno spesso problemi di sovrappeso o di obesità. Le loro abbuffate notturne sono caratterizzate da vissuti di tensione, stress, ansia, paura e sensi di colpa, quando finiscono di mangiare. Descrivono inoltre un grande senso di inadeguatezza, sconforto, angoscia, disgusto per se stessi e rimorso per il loro comportamento. Provano vergogna a riferire dei propri problemi e tendono a nascondere il cibo che consumano, agli altri.

Questo disturbo del comportamento alimentare è speso collegato con disturbi legati allo stress e alla depressione, ma anche a immagine di sé negativa, perfezionismo e preoccupazione per il proprio peso e per la propria forma. Il cibo è come se venisse usato come “automedicazione”; una sorta di “ristoro” emotivo dopo giornate passate a rimuginare su pensieri negativi o vissuti d’ansia, stress e depressione.

Secondo il National Istitute of Mental Health questo problema tocca circa l’ 1,5% della popolazione, senza differenza di genere e circa il 6/16% dei soggetti obesi.

Come per altri disturbi alimentari, un trattamento efficace per la Sindrome d’Alimentazione Notturna richiede in genere un approccio multidisciplinare.

In genere si inizia informando i pazienti sulla loro situazione, poi lavorando sulla consapevolezza e sugli aspetti emozionali e psicologici, si può procedere attraverso una sorta di rieducazione ai modelli alimentari corretti. Questo lavoro necessita ovviamente di un approccio multidisciplinare con lo Psicoterapeuta e il Nutrizionista (o Dietologo). A questi interventi può essere molto utile affiancare anche una “riabilitazione fisica”, attraverso l’introduzione di esercizio fisico. Ovviamente nei casi in cui vi è una comorbidità con altri disturbi psichiatrici può essere necessaria anche una terapia farmacologica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Interferenza (PsicoAcustica).

L’interferenza indica l’annullamento del moto vibratorio (quindi di sonorità) provocato dalla sovrapposizione di onde dello stesso periodo, provenienti da punti diversi, che si trovino in “opposizione di fase”, vale a dire che gli strati condensati dell’una vengono a coincidere con gli strati rarefatti dell’altra. Questo fenomeno va spiegato nel seguente modo:

Se gettiamo due pietre in uno stesso specchio d’acqua tranquilla, si formeranno due sistemi di onde circolari, i quali a un certo punto si incontreranno e si sovrapporranno; ora.. se la sovrapposizione avviene in concordanza di fase (i rilievi di un sistema coincidono con i rilievi dell’altro e i solchi con i solchi – immaginano un movimento ad S-) allora l’acqua acquista ampiezza doppia, pur conservando la propria lunghezza; se invece avviene in opposizione di fase (i rilievi coincidono con i solchi e i solchi con i rilievi – immaginiamo a tal proposito come una S che si incrocia un una S in senso inverso quasi come a formare un 8 – ) allora l’onda cessa e l’acqua torna in quiete (solo nel punto e nel momento dell’incontro) essendo nulla la somma degli spostamenti.

Analogamente avviene con le onde sonore: se in un punto dello spazio, due onde identiche per lunghezza e ampiezza si sovrappongono in concordanza di fase, nel senso che la semionda condensata dell’una coincide con la semionda condensata dell’altra e la semionda rarefatta con quella rarefatta, si avrà come risultato un’onda di ampiezza maggiore e, conseguentemente, un suono rinforzato; se invece si sovrappongono in opposizione di fase, i moti oscillatori si elideranno (interferenza) provocando il silenzio.

Conseguentemente due suoni della stessa altezza risulteranno rafforzati o indeboliti a seconda che si sovrappongano in concordanza o opposizione di fase.

Nello spazio che riempiamo incontriamo delle onde che si propagano.. delle vibrazioni che sentiamo, avvertiamo.. che parlano per noi e prima di noi…

Dobbiamo imparare a sentire (o almeno a considerare) le giuste vibrazioni e “cavalcare” le giuste onde (evitando quelle in opposizione), al fine di sovrapporci in concordanza ed uscire da questo incontro, rafforzati, evitando inutile spreco di tempo ed energia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Momenti.

Immagine Personale.

“Vi sono momenti minuscoli di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza”.

Antonio de Curtis, Totò

Tu? In che momento sei?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Le teorie Fattoriali e la Personalità.

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L’analisi fattoriale è una procedura attraverso la quale un ampio numero di variabili osservate possono essere ridotte raggruppandole, secondo caratteristiche comuni, in fattori.

Il presupposto di base delle teorie fattoriali, di cui gli autori principali sono Cattell e Eysenck è che l’esistenza di caratteristiche stabili nella personalità degli individui permetta l’utilizzo dell’analisi fattoriale.

Cattell (1970), nello studio della personalità, utilizza tale linea teorica rivelando i tratti caratteristici della personalità. I tratti, per Cattell, rappresentano il risultato delle diverse influenze dell’ambiente o, in condizioni specifiche, rappresentano particolati condizioni psicopatologiche. I tratti, secondo Cattell possono essere distinti in:

tratti comuni: posseduti da tutti gli individui

tratti unici: propri del singolo individuo

tratti superficiali: relativi a gruppi di particolari manifestazioni

tratti originari: stanno alla base delle prime

tratti temperamentali: relativi agli aspetti formali del comportamento

tratti dinamici: relativo agli aspetti motivazionali del comportamento

tratti di abilità: relativi all’efficienza del comportamento.

L’autore, inoltre, giunge a identificare 23 tratti originari, attraverso l’analisi di tre fattori principali:

Dati L- ottenuti attraverso l’analisi dei dati dedotti dalla vita reale dei soggetti

Dati Q- autoriferiti dai soggetti attraverso questionari di autovalutazione

Dati T- ottenuti per mezzo della somministrazione di test

In seguito, dalle sue valutazioni emergeranno 16 tratti di personalità ritenuti significativi, misurabili attraverso la somministrazione del Big Five*.

Inoltre per spiegare gli aspetti dinamici della personalità Cattell introduce i concetti di:

Erg: tratto originario e dinamico con proprietà affettive e cognitive che consente di reagire a certe categorie di oggetti più che altri.

Metaerg: tratti originari dinamici, come sentimenti, atteggiamenti, interessi, nei quali è evidente l’influenza ambientale.

Sussudiarietà e reticolo dinamico: la multideterminazione del comportamento umano e i nessi tra i vari tratti dinamici in cui il raggiungimento di certi fini è strumentale per il raggiungimento di altri.

Incroci dinamici: le vicissitudini delle varie tendenze energetiche in rapporto alle possibilità offerte dal contesto.

*Questionario utilizzato in ambito organizzativo, educativo e clinico. Il Big Five propone una mediazione e unificazione dei diversi punti di vista sulla valutazione della personalità individuando 5 dimensione fondamentali. In ambito organizzativo lo strumento è utilizzato per l’individuazione di profili di personalità più idonei ai vari criteri organizzativi; lo strumento consente inoltre una comunicazione immediata tra operatore psicologo e i soggetti che richiedono una valutazione specifica nei contesti di selezione del personale. I 5 fattori di personalità contemplati sono:

Energia, Amicalità, Coscienziosità, Stabilità emotiva, Apertura mentale.

Per ognuno dei big five vi sono due sottodimensioni diverse per un totale di 10 sottodimensioni.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Benessere Psicologico e attività fisica.

Con le belle giornate, con l’avvicinarsi dell’estate e con la speranza di poterci godere i benefici di meritate vacanze, siamo un po’ tutti tentati di rimetterci in forma con l’attività fisica all’aperto (ovviamente con un occhio attento alle limitazioni per la pandemia, dove necessario).
E’ un’ottima Idea! La mente e il corpo possono trarne grossi benefici, specialmente dopo un anno così difficile.
A tal proposito vi ripropongo un post molto interessante sull’importanza dell’attività fisica per il nostro benessere psicologico e fisico. Buona lettura!

ilpensierononlineare

È ormai provato da diversi studi che l’attività fisica ha un ruolo importante nel ridurre gli effetti negativi dello stress: aiuta a scaricare la tensione e grazie al rilascio di endorfine di provare sensazioni di maggiore benessere alla fine dell’attività fisica. In uno studio condotto nel sud della California (Rancho Bernardo Study) su persone con età comprese dai 50 agli 89 anni, è stato evidenziato che le persone che praticano esercizio fisico hanno un umore meno depresso.
La sensazione di beneficio immediato è però generalmente momentanea e si riduce notevolmente quando si ritorna alla quotidianità. Per un effetto più duraturo è possibile intraprendere un vero e proprio percorso verso il benessere che affianchi all’attività fisica un supporto psicologico mirato e dedicato. L’esercizio fisico può avere buoni effetti preventivi e può essere un buon alleato, affiancando la psicoterapia, per il trattamento dei disturbi dell’umore (depressione), dei disturbi legati all’ansia e allo…

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Vanessa.

Photo by Mike Chai on Pexels.com

La storia che decido di condividere con voi, oggi, appartiene a uno di quei colloqui osservati prima della pandemia. La mia precisazione ha un intento specifico che capirete leggendo la storia di Vanessa. La mia professione, il lavoro con l’umano, usa (per così dire) la talking cure, la cura parlata, ma si basa anche sulla comunicazione non verbale, sull’analogico.

Osserviamo la persona che abbiamo innanzi, le nostre fantasie come clinici (così come anche nel futuro paziente) partono, come Carla Candelori ricorda già dal primissimo contatto telefonico, un contatto con cui inizieranno nella nostra e altrui mente tutta una serie di fantasie che si concretizzeranno (o meno) con il momento dell’incontro sulla porta.

Il covid per noi psy ha significato ridefinire la professione (il mio discorso non è nè di lamentela, né di negazionista né di fautrice della dittatura sanitaria), sto descrivendo il (nuovo) mondo lavorativo della mia categoria. Inizialmente alcuni pazienti (bambini) sono scappati dallo studio vedendoci bardati come palombari (camice, guanti, mascherina, visiera); alcuni colleghi che hanno possibilità hanno messo (a loro spese) separé di plexiglass, così da poter (nel rispetto delle norme igienico-sanitarie) vedere le espressioni del viso del paziente.

Credo che contestualizzare, sapere “dove siamo e cosa stiamo facendo”, sia un punto di partenza sempre doveroso quando ci approcciamo a qualcosa, altrimenti rischiamo di dare inutili giudizi che alimentano polemiche e odio inutile.

La storia di Vanessa.

Un giorno prendo una telefonata in cui una signora piuttosto anoressica nell’eloquio, dice di avere una figlia problematica, disastrosa e ingestibile. La signora riferisce di voler portare la ragazza di 17 anni in studio perchè non ne può più “o si fa aiutare o la sbatto fuori casa!”.

Preso appuntamento nel giorno .. all’ora .. Bussano alla porta.

Ci troviamo davanti una sorta di samurai, si tratta di Vanessa, una ragazza completamente coperta. La ragazza che varca la porta è vistosamente sottopeso, vestita completamente di nero lascia a stento intravedere gli occhi. Vanessa indossa un cappello nero di lana abbassato fin sopra alla nuca, una sciarpa nera che le copre tutto il volto quasi fosse un passamontagna; ha un pantalone nero in tessuto sintetico esageratamente largo, una maglia che le funge da vestito, nera ed enorme; scarpette da ginnastica nere e guanti da cui fuoriescono solo delle sottilissime dita corrose .

Vanessa si siede e ci guarda in maniera fissa, quasi insistente, mentre (a dispetto della bardatura che porta addosso), assume un’espressione quasi di sfida.

La ragazza comincia col dire che è venuta in studio solo perchè la madre (una grande rompipalle) , ha insistito ma che lei odia uscire e farsi vedere, motivo per cui dobbiamo anche muoverci e fare presto!

Vanessa ha un tono della voce così esile che le viene chiesto, se possibile, di provare ad alzare un po’ il tono

(essendo così coperta, di Vanessa non riusciamo a ben comprendere la mimica del volto. Noto le sopracciglia talvolta fisse – quando si tratta di argomenti di cui si sente sicura, come il suo abbigliamento- talvolta corrucciate o spaesate, quando si parla di corpo).

Vanessa si copre completamente da quando aveva 14 anni, dopo il menarca infatti ha cominciato a mangiare sempre meno chiedendosi come fare per arrestare questo improvviso sviluppo del suo corpo, uno sviluppo non richiesto e in cui non si riconosce. Vanessa non ama il suo viso (la giovane sosterrà che anche quando si lava il viso, la mattina, non si guarda allo specchio. Vanessa ha infatti fatto togliere le lampadine della luce dal bagno e dalla camera da letto, e ha oscurato gli specchi).

La ragazza non capisce tutta questa importanza data ai volti e in maniera confusa e al contempo di una linearità disarmante, mostra come il corpo sia un oggetto inutile.

Nei diversi colloqui portati avanti Vanessa sosterrà, inoltre, che ha capito che gli altri hanno più cura di te quando sei triste e quando appari fragile e insicuro “quando le persone vedono che soffri, si preoccupano di te; a nessuno piace la donna sicura perchè dopo deve fare i conti con il carattere e la sicurezza.. Poi c’è il sesso… Invece quando sei piccolo e insicuro tutti si preoccupano, ti chiedono come stai, ti accarezzano, ti manipolano.. come si fa con i bambini piccoli, i bambini piccoli.. loro sì che sono fortunati!”.

Vanessa un giorno entra in studio dicendo di chiudere tutte le finestre e di sbarrare la porta “Dottoressa mi stanno seguendo, sono qui.. lo so, lo so, lo so!” dice urlando con fare sempre più forte; un altro giorno mentre parla dice di sentire odore di putrefazione e il suo eloquio è sempre più disorganizzato e confuso. Vanessa vive nella sua stanza circondata da libri (è in effetti una ragazza molto intelligente e preparata) ma presenta anche abulia e improvvisa alogia (povertà di linguaggio e eloquio).

Con grande fatica, visto anche lo scarso interesse dell’ambiente familiare, riusciamo a sapere che Vanessa è figlia di una stimata professoressa e di un medico piuttosto noto sul territorio. La madre ha avuto una profonda depressione post-partum (curata solo con i farmaci). In seguito a questa depressione la madre di Vanessa non ha mai allacciato una sana relazione con la figlia accusata, in realtà, di essere stata la causa del suo malessere. Vanessa sembra essere cresciuta in un ambiente affettivo deprivante, senza il calore genitoriale; senza un caregiver capace di contenere le paure della ragazza lasciandola invece sola a dover fare i conti con il mondo terrorizzante e terrorifico, preda dell’angoscia del corpo in frantumi. Vanessa ha vissuto la paura di essere fagocitata; la paura di un seno che invece di essere alternativamente buono e cattivo è rimasto solo cattivo, diventando vittima dell’angoscia di persecuzione.

Vanessa presenta i tre sintomi positivi della schizofrenia oltre ad alcuni negativi, sembrerebbe pertanto che la ragazza stia vivendo un esordio schizofrenico; in realtà il lavoro sarà molto lungo e complesso orientato inoltre alla diagnosi differenziale del continuum disturbo schizoide- schizotipico- schizofrenia.

Il supporto e la psicoterapia saranno orientati a far prendere gradatamente Vanessa, coscienza del suo (non evanescente) corpo; un corpo che lei sente come essere quello di una bambina piccola e bisognosa di cure. Durante la terapia Vanessa tornerà in contatto con le parti piccole di sé, con quella Vanessa che piangeva disperatamente durante la notte perchè aveva paura e che non ha mai ricevuto però, aiuto.

I movimenti regressivi della ragazza saranno talvolta così forti da avere la sensazione di avere di fronte per davvero un neonato.

Il supporto e il lavoro è stato lungo, difficile, stancante; un pensiero continuo.. una fatica (chi poteva immaginare che dopo un anno e mezzo, lavorare con le mascherine senza vedere il volto delle persone, sarebbe diventata la normalità).

Recentemente ho incontrato, per caso, Vanessa (che ha poi cominciato anche la cura farmacologica).

“Dottoressa lo sa… Ho trovato il mio volto, tra le maschere”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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I volti, le emozioni e la fiducia.

“La fiducia è uno stato rassicurante che deriva dalla persuasione dell’affidabilità del mondo circostante percepito come ben disposto verso il soggetto.”

Psicologia – Umberto Galimberti

La fiducia ha una influenza positiva sul comportamento delle persone e può avere anche un’ottima influenza sull’atteggiamento verso gli altri, eliminando sentimenti di inquietudine, chiusura, rifiuto e scetticismo.

Photo by Andrea Piacquadio on Pexels.com

Ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre? Perché?

Si, ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre e sono quelle persone che riescono ad esprimere in modo chiaro le loro emozioni attraverso il volto. Il motivo principale è che da generalmente più evidente è quello che una persona sta provando, più siamo in grado di comprendere cosa aspettarci da lei.

In una ricerca tedesca fatta all’Università di Lubecca sono state coinvolti in una ricerca 94 volontari di entrambi i sessi. A questi volontari è stato fatto vedere un video in cui alcune donne esprimevano con il viso emozioni di paura o tristezza. Dopo la visione, i partecipanti all’esperimento, dovevano indicare ed ingrandire sullo schermo l’immagine di ciascuna di quelle donne ordinandole in base a chi avrebbero voluto avere vicino per conversare (più si considera affidabile una persona più ci avviciniamo a lei senza alcun disagio). Inoltre dovevano rispondere alle affermazioni: “vorrei incontrarla nella vita reale” – “vorrei parlarle dei miei problemi”.

Da questa ricerca è emerso che i volontari ritenevano più affidabili quelle donne del video di cui avevano compreso maggiormente le emozioni espresse e gli stati d’animo sottostanti. Inoltre i ricercatori, attraverso la risonanza magnetica funzionale, hanno potuto osservare nei volontari che si “affidavano” a quella persona del video, un’attivazione delle aree cerebrali legate alla ricompensa, che si attivano generalmente quando si prova piacere o si ha una gratificazione.

Insomma se riusciamo a capire le emozioni dal volto di una persona ci predisponiamo sicuramente meglio nei suoi confronti e proviamo anche un senso di piacere.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Gioia.

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La gioia può essere definita come una somma di attivazione e piacere che si manifesta con il sorriso (espressione emotiva innata, contagiosa e frequente).

Il sorriso è geneticamente programmato perché assicura, ad esempio, al neonato un’interazione positiva con la mamma e con tutte le persone atte alla sua sopravvivenza.

Secondo Ricci Bitti il sorriso può essere sia di gioia che contentezza; nello specifico il sorriso di gioia ha origine dal rapporto sociale e si accompagna a una particolare apertura e luminosità dello sguardo; si manifesta – inoltre- in conseguenza della gratificazione dei bisogni essenziali.

Secondo Izard, invece, la gioia appare in seguito a un’azione (meglio se creativa e socialmente utile), che è stata compiuta per motivi diversi dal fare piacere a se stessi.

Emozioni affini alla gioia sono:

Allegria: può essere un tratto del temperamento o un processo emotivo

Euforia: stato emotivo con forte componente fisiologica e comportamentale (iperattività, fluidità verbale, ecc.)

Contentezza: stato emotivo di intensità variabile

Felicità: stato emotivo di benessere complessivo limitato all’esperienza immediata.

Secondo le ricerche compiute sul tema, sembra che il buonumore comporti effetti positivi anche sulle capacità di apprendimento, il quale sembra essere migliore (più forte e duraturo), se si è allegri durante la presentazione del materiale di studio o da ricordare. A tal proposito, Bower, sostiene che si ricordi meglio il materiale verbale o visivo che si accorda con lo stato emotivo del soggetto in quel momento. Questo effetto è più accentuato nel caso di emozione positiva. Secondo Bower, la spiegazione di tale fenomeno risiede nel fatto che la memoria è una rete associativa i cui nodi tengono conto non solo degli aspetti di contenuto ma anche di quelli emozionali.

L’essere di buon umore influenza inoltre altri aspetti del pensiero come:

i processi di categorizzazione

la velocità ed efficacia nel risolvere vari tipi di problemi (problem solving)

la capacità di previsione, descrizione e assunzione rischi.

Isen e collaboratori hanno analizzato le modificazioni che gli stati d’animo hanno sui processi cognitivi. Quando si è di buon umore si producono più associazioni positive, inoltre le persone positive hanno maggior flessibilità mentale.

Le persone positive, inoltre, risolvono i problemi di flessibilità e creatività con più facilità.

Le persone allegre tendono inoltre ad attuare il mood maintenance quel procedimento che tiene lontane le persone gioiose da situazioni di rischio serie perché si tende a mantenere l’umore di partenza (quello allegro).

L’effetto del sentirsi sereni, allegri e gioiosi ha ripercussioni anche sul comportamento sociale si tende infatti ad incontrare maggiormente persone, amici, parenti e si incorre nell’helping behaviour.

Si tratta dell’associazione tra buonumore e altruismo. Quando le persone sono più allegre si rendono più utili; questo fenomeno è stato spiegato anche con il mood maintenance perché le persone di buonumore tendono ad evitare quelle tristi per mantenere il proprio livello di benessere, ecco perché persone tristi e allegre difficilmente andranno d’accordo..

Ognuno protegge il proprio stato d’animo e il proprio vissuto emozionale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Il mio desiderio

“Non sono mai “io” che decido il “mio” desiderio, ma è il desiderio che decide di me, che mi ustiona, mi sconvolge, mi rapisce, mi entusiasma, mi inquieta, mi anima, mi strazia, mi potenzia, mi porta via.”

Massimo Recalcati

Quante volte abbiamo dovuto rinunciare ad un desiderio barattando un po’ della nostra possibilità di raggiungerlo per un po’ di sicurezza?

Quante volte abbiamo ceduto al desiderio e ci siamo fatti rapire dalla “Passione” che ci spingeva a soddisfarlo?

Quante sfaccettature porta con sé il desiderio…

dott. Gennaro Rinaldi

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Valzer Rosso.

Giro di Valzer e la Campania resta, per la sesta settimana consecutiva, al primo posto della classifica delle regioni rosse.

Buona serata e Buon Ballo a tutti.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Per – sistere.

Immagine Personale.

Termine composto dalla particella PER che aggiunge e conferisce l’idea di durata e SISTERE ovvero fermarsi, formato a sua volta dal raddoppiamento della radice stessa di stare: stare fermo o stare saldo.

Indica il rimanere fermo sulle proprie opinioni o risoluzioni.

Si tratta di qualcosa che resta e lo fa, in maniera più forte, intensa e viva.

Spesso ho ascoltato frasi come “conta solo quel che rimane, quello che persiste, quello che esiste”; sembriamo essere diventati tutti San Tommaso pronti a volere la prova dell’esistenza di qualcosa solo toccandola, sentendola, rendendola presenza.

Presenza vuol dire esistenza.

Persistere vuol dire esistere.

Non lo so. Nelle mie vicende personali non credo sia bastato persistere per esistere; mi è anzi capitato che proprio colui che “si è fermato, esistendo”, non necessariamente fosse statico lì ad esserci in presenza.

Perché allora per esistere qualcosa deve persistere restando ferma?

Il timore che qualcosa si muova, muti e prenda corpo senza la nostra impronta e senza la nostra esistenza spaventa.

Qualcosa che da sola prende vita con la possibilità di scomparire, spaventa.

Se l’Altro esiste ma non persiste, per me, io sono solo.

Tuttavia anche l’Altro ha bisogno di esistere indipendentemente dalla nostra stessa esistenza e talvolta è necessario comprendere che anche quando qualcosa non rimane -fisicamente con noi- può esistere indipendentemente da noi e non per questo, esserci lontana.

“Finisce bene quel che comincia male”.
Dott.ssa Giusy Di Maio.

Vuoi giocare con i colori?

Stroop Test e Effetto Stroop: cos’è?

Nell’ambito della psicologia sperimentale, uno dei fenomeni più studiati concerne l’effetto Stroop; tale effetto prende il nome da J. Ridley Stroop che scoprì il fenomeno nel 1935. A ben vedere l’esperimento era già stato pubblicato nel 1929 da Jaensch per poi essere successivamente ripreso da James McKeen Cattell e Wilhelm Wundt  nel ventunesimo secolo.

L’esperimento si presenta come uno dei cardini della psicologia sperimentale e – come molti altri- anche questo viene sottoposto agli studenti universitari.

L’esperimento avviene nel seguente modo:

al soggetto vengono mostrate delle parole scritte con colori diversi. Il compito consiste nel pronunciare a voce alta il colore dell’inchiostro cui è scritta la parola. Quindi, il colore è l’informazione rilevante per lo svolgimento del compito, mentre il significato della parola (che non deve essere letto) è l’informazione non rilevante

Vuoi giocare un po’ insieme a me? Prendi carta e matita e scrivi su di un foglio le tue risposte: prima di andare avanti, ricorda che ora devi scrivere il colore che leggi nella tabella qui sotto. Non perdere troppo tempo, sii veloce e non “troppo concentrato”. La prima risposta sarà quella giusta..

Fonte Immagine Google.

Hai scritto le tue risposte? Bene.. ora ti chiedo di ripetere l’esperimento e, ancora per una volta, scrivi su di un foglio i nomi dei colori che leggerai nella tabella sottostante

Fonte Immagine Google.

Bene…

Noti qualcosa di strano? hai avuto qualche perplessità?

Ti chiedo di rileggere attentamente – ora- ciò che hai scritto e di rivedere per bene le tabelle.. Non noti niente?

Stroop (1935) notò che i partecipanti sottoposti al compito di denominazione presentavano tempi di risposta più lenti se il colore dell’inchiostro era diverso dal significato della parola scritta, nonostante fossero istruiti affinché non tenessero conto del significato della parola. L’effetto Stroop, dunque, consiste nel produrre una risposta avente latenza più lenta nel caso della condizione incongruente e più veloce nel caso della condizione congruente.

Lo scopo dell’esperimento di Stroop è quello di creare una interferenza cognitiva e semantica: in questo caso ad esempio, la mente tende a leggere meccanicamente il significato della parola (ad esempio legge la parola “rosso” e pensa al colore “rosso”, ma a ben vedere, l’inchiostro usato è verde). Per questo motivo, il test di Stroop rappresenta una consolidata procedura sperimentale per lo studio dell’attenzione selettiva.

L’effetto Stroop può essere spiegato tramite due teorie:

Teoria della velocità dell’elaborazione: l’interferenza si verifica perché le parole sono lette più velocemente rispetto all’individuazione del colore con cui sono state scritte.
Teoria dell’attenzione selettiva: l’interferenza si verifica a causa dei nomi dei colori che richiedono una maggiore attenzione rispetto alla lettura delle parole.

Il paradigma di Stroop è stato largamente utilizzato per studiare le funzioni cerebrali attraverso le tecniche di imaging cerebrale. Il test è stato poi modificato includendo diverse funzioni per studiare l’effetto del bilinguismo oppure per studiare l’effetto dell’interferenza cognitiva sulle emozioni; inoltre, il test, è stato utilizzato per studiare la velocità di elaborazione di uno stimolo, le funzioni esecutive o la memoria di lavoro. Numerosi altri studi condotti, evidenziano come la velocità di elaborazione aumenti con l’età e come il controllo cognitivo diventi via via più efficiente.

Alcune varianti del test sono utilizzate in ambito clinico con soggetti con lesione cerebrale oppure affetti da demenze, deficit di attenzione iperattività o disturbi come la schizofrenia.

L’Elettroencefalogramma e il Neuroimaging funzionale hanno evidenziato durante lo svolgimento di un test di Stroop l’attivazione nel lobo frontale e più specificamente del cingolo anteriore e della corteccia prefrontale dorsolaterale, due strutture responsabili del monitoraggio e della risoluzione dei conflitti. Di conseguenza, i pazienti con lesioni frontali ottengono punteggi inferiori nel test di Stroop rispetto a quelli con lesioni più posteriori.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.