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Psicologia. Comunicare e metacomunicare – (P. Watzlawick – II Assioma) – PODCAST

Con questa tappa torneremo a viaggiare attraverso i canali della comunicazione umana. Continueremo quindi a percorrere la strada già intrapresa con l’episodio di qualche giorno fa “Psicologia. L’importanza della comunicazione. (P. Watzlawick I assioma)”. Parleremo, infatti, del secondo assioma della comunicazione umana di Watzlawick.
Buon Ascolto..

Psicologia. Comunicare e metacomunicare – (P. Watzlawick – II Assioma) – PODCAST – In viaggio con la Psicologia

“Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta-comunicazione”

Paul Watzlawick

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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“Amore Vaffa*****”

Uno studio condotto nel 2011 da Edward Smith della Columbia University (Kross et al., 2011), mostra come la fine di una relazione attivi le stesse aree cerebrali deputate alla percezione del dolore fisico.

Lasciarsi implica una reale sofferenza che si esperisce come vera sensazione dolorosa sia a livello psicologico che fisico.

Sembra che tale sofferenza trovi radici nella questione biologica e più nello specifico, nella questione che fa dell’essere umano un essere deputato alla costruzione di legami sia sociali ma soprattutto amorosi. Ne deriva che quando una relazione cessa, il grado/livello di sofferenza provato è da mettere in relazione con il grado di coinvolgimento che c’è stato nella relazione stessa, la durata della relazione e la consapevolezza rispetto al rapporto ormai terminato (tutte variabili che, tuttavia, non necessariamente vengono avvertite allo stesso modo dai membri dell’ormai ex coppia).

Secondo una ricerca condotta nel 2005 (National Fatherhood Initiative, 2005) le ragioni più comuni che portano una coppia a dirsi “addio”, possono essere raggruppate in alcune categorie:

  • mancanza di impegno nella relazione
  • difficoltà comunicative
  • infedeltà
  • diminuzione di interesse verso il partner
  • situazioni di abuso
  • dipendenze

e così via…

Quando una relazione termina (soprattutto se inaspettatamente), la persona ha una prima reazione definita di shock. Le sensazioni tipiche sono abbattimento, ansia, senso di vuoto, calo della motivazione, ritiro e disinteresse per il mondo circostante oppure depressione vera e propria.

Talvolta a causa del profondo dolore provato, la mente utilizza una strategia di conservazione (meccanismo di difesa) chiamata negazione. La persona sperimenta una sorta di vuoto e di ottundimento emotivo che la distacca dall’evento; ne deriva che la persona si trova ad oscillare tra momenti di profonda sofferenza e momenti in cui agisce “come se” non fosse accaduto nulla.

Tale strategia consente, per così dire, di fare in modo che la persone resti “operativa” nonostante l’enorme sofferenza provata ma il risultato potrebbe, alla lunga, essere quello di incorrere in crisi dissociative o fenomeni di depersonalizzazione.

Ciò di cui la persona non è consapevole -tuttavia- è che perpetuare l’evitamento (esperienziale) non solo non risolve il problema, ma la espone a ondate di dolore qualora queste attività vengano a mancare. In tal senso, è utile che al termine di una relazione la persona riesca ad assumere un atteggiamento di compassione verso se stessa e tenendo conto che i primi mesi sono sempre i più difficili (imparare a vivere il distacco, la solitudine della nuova condizione, immaginarsi e viversi soli, …) darsi il tempo giusto per vivere i sentimenti di vuoto, paura e confusione al fine di procedere successivamente con l’elaborazione dell’evento luttuoso.

“Dottoressa, cazzo! Cazzo! Cazzo! Perché? me lo sa dire il perché di questa fine? Com’è possibile!! Io.. Io non ci dormo la notte, non vivo più di giorno… Mi sento impazzire… Non riesco a mangiare sento un dolore incredibile dentro sa.. come se qualcuno mi stesse bruciando il petto… Come se avessi una fiamma continuamente accesa qui (si indica il cuore). Lo odio, lo odierò per sempre. Questo non è amore!!!

La posso mettere una canzone? Senza che….”

Lo sa, nella sua isola del tempo la regola delle non regole dice che in questo -suo- spazio non ci sono giudizi che giudicano, emozioni da non provare o parole da non dire. Questo è il suo tempo e il suo spazio e io non le leggo la mente o i sentimenti ma la accolgo e contengo.

” Ma se la chiamo durante la notte, posso farlo?”

(…)

“Allora alla settimana prossima, Dottoressa… e comunque: Amore Vaffanculo!”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Ritmo (Straordinario).

Stasera condivido con voi un pezzo un po’ diverso.

Quando durante la canzone c’è la parola “ritmo!” ecco.. spostate divani, sedie, libri… gettate tutto all’aria e andate di twerk , siate ritmici, aritmici… fuori tempo, nel tempo; agitate le anche, il sedere le braccia o quel che vi pare.

Siate (non) ordinari.

Abbiamo -ora più che mai- bisogno di un mondo straordinario non ordinario e lo straordinario parte dai pensieri.

La rinuncia alle proprie idee è la più difficile da fare, per l’essere umano; parola di psy (ah già… quella la psicologia non gode di grandissima stima) e pazienza!

(Ecco la prima idea non ordinaria in cui ho deciso di credere!)

Come dicevo… rinunciare alle proprie idee e convinzioni resta una rinuncia narcisistica troppo difficile per l’umano che -pensa un po’- per le idee uccide pure (le bombe per quanto siano intelligenti, mica si sganciano da sole? Le guerre non cominciano proprio a causa di malsane idee?).

Ma mo dove sta andando a parare la Doc?

“Paro” in maniera per niente lineare (come sempre) e costruisco gradatamente il mio mondo straordinario. Comincio con il movimento di bacino (che un corpo statico porta a una mente statica e viceversa) poi…

Poi niente… porto avanti le mie idee quelle forti e potenti che mica è facile esser realmente convinti di qualcosa quando tutti continuano a dirti che la cosa giusta, lineare e normale da fare è un certo -dato- percorso?

Allora… senti alla Doc: costruisci il tuo percorso e se questo percorso poco convince chi ti sta vicino misà che è davvero quello giusto (e se ti va… fatti, nel frattempo, pure un balletto!).

E… ricordati di non sottovalutare mai i tuoi compagni di avventura!

PS- Il blue monday non esiste.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Psicologia e bambini. L’oggetto transizionale e la relazione madre – bambino. – PODCAST

La nostra prossima tappa ci permetterà di viaggiare ancora una volta nel mondo psichico del bambino. Guarderemo più da vicino alcune caratteristiche della relazione esclusiva madre bambino, degli aspetti percettivi reali e immaginativi e dell’ambiente.
Ci faremo guidare dalle interessanti teorie di Donald Winnicott; parleremo di oggetto transizionale, della relazione madre – bambino e dell’importanza delle funzioni di “handling e holding“, caratteristiche della “preoccupazione materna primaria” della “madre sufficientemente buona“.
Buon Ascolto..

Psicologia e bambini. L’oggetto transizionale e la relazione madre – bambino. – PODCAST – In viaggio con la Psicologia
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“In viaggio con la Psicologia”

dott. Gennaro Rinaldi
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La Pulsione e i suoi destini. Podcast.

La pulsione è un concetto a metà tra psichico e somatico, dove la pulsione è il rappresentante psichico di forze organiche. Si tratta di uno stimolo per la sfera psichica caratterizzata da una spinta, meta, fonte e oggetto.

Un concetto controverso e affascinante.

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pallone&Psiche: Psicologia e Sport.

Siamo lieti di annunciarvi una nuova rubrica che partirà da oggi, sul nostro blog.

Da sempre tifosi del nostro Napoli e amanti dello sport abbiamo -negli anni- inseguito il progetto di poter parlare di Psicologia dello Sport, un settore ora (finalmente) in via di sviluppo anche in Italia; un settore che va molto oltre il lavoro dei coach motivazionali.

Le olimpiadi lo hanno mostrato chiaro e tondo: anche nel mondo dello sport, il supporto psicologico si presenta come un valido strumento di sostegno e supporto dell’atleta in difficoltà.

Che cosa accade allora da oggi?

Accade che nasce una bellissima collaborazione insieme a Giulio Ceraldi: Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli https://ciucciomaglianapoli.com/ che ha dato a noi Psy, la possibilità di riflettere -insieme- sull’aspetto psicologico del pianeta calcio andando ad indagare cosa accade dal punto di vista interpsichico e intrapsichico. Analizzeremo pertanto cosa accade sia dal punto di vista del calciatore stesso (analisi dei fattori di stress, ad esempio) che dal punto di vista delle dinamiche relazionali che vengono a crearsi tra atleta, società, mezzi di comunicazione e tifosi.

Dott.ri Giusy Di Maio, Gennaro Rinaldi.

Napoli sì, Napoli forse: Napoli no.

Dopo le sconfitte, si sa, siamo tutti più restii a mantenere quel certo aplomb di gallica memoria, ma la situazione in casa Napoli è ormai ben nota, pertanto non ci resta che metterci comodi e provare ad analizzare le cose che stanno scuotendo la casa azzurra.

Covid, cessioni, infortuni…. una serie di sfortune – verrebbe da dire – che si susseguono senza sosta; la questione si pone però se andiamo a prender coscienza del fatto che da tifosi sottovalutiamo, spesso, il peso che le numerose variabili (ad esempio quelle appena citate) possono avere sulla resa (a breve e lungo termine) della prestazione di un calciatore.

Un calciatore è – inoltre – membro di una squadra, il che apre ad un’altra questione ancora: ciò che faccio io può dipendere o inficiare quello che fanno tutti gli altri.

Un momento… un momento Dottoressa… Ora sono quasi confuso… Ma questi, due calci a un pallone devono dare e qua mi fate il discorso del sistema… delle variabili… ma a me che importa?

Il momento attuale del Napoli, della nostra squadra, è strutturalmente complesso poiché il punto forse più caldo è la cessione del nostro capitano Lorenzo Insigne.

Per anni le voci sono state insistenti “Insigne ha firmato con… Ufficiale! Insigne via!” e di converso anche nel cuore dei tifosi i sentimenti sono sempre stati contrastanti: siamo passati dal capitano amato, ammirato.. dallo scugnizzo “cresciuto” in cui tutti si riconoscevano al “calciatore dalle dubbie capacità” e questo.. per voler essere eleganti.

Cosa accade allora nella mente di una squadra quando il suo assetto interno ne viene, per un motivo qualsiasi, modificato?

Una squadra è una famiglia – un sistema – direttamente (o indirettamente) influenzata dalle proprie relazioni di provenienza.

Mi spiego:

Un calciatore che entra in una squadra entra in un sistema formato dalla trama di relazioni che si vengono a creare tra tutti i membri della squadra stessa (hai presente il famoso clima dello spogliatoio di cui tanto si parla?); a loro volta, però, i calciatori portano, all’interno di quelle relazioni della squadra, i rapporti che li accompagnano anche “fuori”. Per capire meglio questo punto, dobbiamo pensare a quando si dice che ciò che succede a “casa tua” non devi portarlo sul lavoro altrimenti se ne inficia la prestazione, hai presente, no? Bene… questa cosa è tecnicamente possibile ma di fatto quasi impossibile da svolgere.

Se un membro della famiglia di provenienza del calciatore stesso (per fare un esempio) mostra malessere in una data situazione, la performance calcistica (o sportiva in generale) dell’atleta ne sarà inficiata.
No Dottoressa.. qua sta diventando troppo complessa la questione: per me bisogna solo vincere qualcosa di concreto“.

Hai ragione anche tu… anche io sono tifosa e mi rendo conto che vincere conta se sei in gara, ma dammi un po’ di tempo, ancora…

Ogni persona è da considerare come un individuo immerso in una realtà bio-psico-sociale; si tratta pertanto di considerare una realtà che sia caratterizzata da fattori biologici, psicologici e sociali.

I fattori biologici sono i fattori biochimici, ad esempio; quelli psicologici sono legati alla personalità, al comportamento, all’umore e quelli sociali alla famiglia, alla cultura o fattori economici.

Un atleta che vive, per un qualsiasi motivo, un problema della sfera biologica, psicologica o sociale, per forza di cose avrà una performance minore rispetto ad un altro atleta.

Una squadra che perde il suo capitano e che perde per un periodo di tempo la sua punta (mi riferisco a Victor Osimhen), deve vivere da un lato l’elaborazione di un lutto a tutti gli effetti e dall’altro ha vissuto l’elaborazione di una situazione catastrofica laddove le condizioni erano invece favorevoli. (Questo sarà però argomento del nostro prossimo appuntamento con la rubrica Pallone & Psiche, rubrica in collaborazione con Giulio Ceraldi https://ciucciomaglianapoli.com/ )

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Come regolare le emozioni spiacevoli?

La capacità di regolare le emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza è essenziale per affrontare in maniera efficace lo stress e le situazioni potenzialmente traumatiche. Le emozioni negative sono esperienze normali e spesso sono adattive, ma possono diventare controproducenti e incontrollabili e metterci addirittura in difficoltà nella quotidianità. Possono finanche mettere a repentaglio la nostra capacità di giudizio, quando siamo chiamati a prendere decisioni importanti e difficili.

Alcuni ricercatori hanno trovato dei modi e delle strategie che permettono la regolazione emotiva e il miglioramento della resilienza. Uno di questi metodi prende il nome di “rivalutazione cognitiva“. Con questo metodo, ad esempio, si reinterpreta il significato di un evento negativo, per arrivare a considerarlo in modo più positivo. Così facendo, i ricercatori hanno potuto notare anche una attenuazione delle reazioni fisiologiche ed emotive connesse all’evento negativo vissuto.

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I ricercatori della Columbia University (coadiuvati dallo psicologo Kevin Ochsner) hanno potuto rilevare, inoltre, che quando si reinterpreta intenzionalmente (in positivo) un evento brutto o una situazione emotivamente complessa (perdita di un lavoro, esito negativo di un colloquio, un lutto improvviso) si arrivano a provare emozioni meno spiacevoli e più gestibili. Questo cambiamento dell’umore porta inevitabilmente a cambiamenti cerebrali, in particolare ad una minore attività della corteccia prefrontale (la parte del nostro cervello che si occupa della pianificazione e della inibizione del comportamento) e ad una maggiore attività dell’amigdala (la sede del cervello dove vengono elaborate le emozioni come la paura).

Chi utilizza questa strategia della “rivalutazione cognitiva” per modulare le proprie reazioni emotive allo stress e ai traumi, ha un maggiore benessere psicologico rispetto a chi si limita ad affrontare questi eventi in maniera “neutra” o in maniera negativa.

In uno studio del 2008 della Mount Sinai School of Medicine alcuni ricercatori hanno intervistato 30 veterani ex prigionieri di guerra in Vietnam, chiedendo loro come valutassero le loro esperienze in campo bellico. Gran parte dei prigionieri avevano subito torture anche brutali, ma la maggior parte di loro avevano rivalutato in maniera positiva il periodo di prigionia, dando un senso alla loro esperienza, tanto da diventare più saggi e più resilienti. Riferivano, inoltre, che era migliorata in loro anche la loro capacità di scorgere prospettive per il futuro, relazionarsi con gli altri e apprezzare la vita.

La “rivalutazione cognitiva” è parte integrante di diversi approcci teorici psicoterapeutici ed è molto utile a migliorare il benessere psicologico, aumentare la resilienza e diminuire la sofferenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Sempre lo stesso punto (ma diverso).

L’altro giorno stavo leggendo un gradevolissimo post di Luisella, non conoscete il suo spazio? Male! ehehehe

Allora il blog è Tra Italia e Finlandia e il post in questione questo qui (andate a vedere lo spazio di Luisella perchè è super interessante e lei è davvero tanto accogliente e gentile, unica cosa -siete avvisati- sarete svariate volte, durante la giornata, tentati di prenotare un volo!).

Il post è sui tramonti che -guarda caso- sono una delle mie più grandi passioni.

Posso con un fare stoico che talvolta mi impressiona, mettermi ad osservare, (aggiungendovi una pazienza di Penelopiana memoria), il cielo (il mare, la natura).

Sono una di quelle persone che può piangere per un ramo spezzato, un albero sradicato a forza; un buco nella terra, un animale senza casa, la natura bruciata. Sono queste, cose che a me fanno male fisico, sul serio.

Allora Einstein lo diceva: “Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata“.

Vi lascio con qualche foto scattate a distanza di qualche minuto un po’ come fece Claude Monet con la serie delle Cattedrali di Rouen (una serie di dipinti a olio raffiguranti dallo stesso punto di vista il portale della Cattedrale di Notre-Dame in condizione di luce, diversa).

Proviamo a non dare la natura per scontata: si occupa di noi, ogni giorno.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“That’s Life”…

Fila per….

“I migliori anni della tua vita sono quelli in cui decidi di assumerti la responsabilità dei tuoi problemi. Non incolpi tua madre, l’ecologia o il presidente. Ti rendi conto che controlli il tuo destino”.

Albert Ellis (psicologo statunitense, fondatore della Rational Emotive Behavior Therapy, è considerato il precursore della terapia cognitivo-comportamentale).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Psicologia. L’importanza della Comunicazione (P. Watzlawick – I Assioma) – PODCAST

Il termine comunicare anticamente significava “mettere in comune”. Poi nel corso del tempo il significato si è evoluto in: far conoscere, far sapere, divulgare, diffondere, rendere partecipe di un sentimento.

Si può comunicare a parole (comunicazione verbale) o con i gesti, attraverso le nostre espressioni del viso e la postura del corpo (comunicazione non verbale).
Possiamo persino comunicare stando semplicemente in silenzio.
Insomma.. come direbbe Paul Watzlawick: “Non si può non comunicare“.
Buon Ascolto.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Infanzia istrionica.

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Seguendo l’opera di Lorna Smith Benjamin, possiamo rintracciare quattro caratteristiche fondamentali nei bambini che svilupperanno (o potrebbero sviluppare) un disturbo istrionico di personalità.

Le caratteristiche possono essere schematicamente riassunte nel modo seguente (saranno tre perché la quarta è in realtà una variante della prima):

  • La capacità fondamentale di questi bambini è quella di farsi amare dal genitore del sesso opposto utilizzando:

a) il loro aspetto esteriore e i loro modi piacevoli

b) la salute cagionevole, la fragilità e il bisogno di aiuto (maggiormente la caratteristica a si risconta nelle bambine e la b nei bambini. Entrambe sono tuttavia presenti in ambo i sessi).

  • Il gioco relazionale che risulta da tale predilezione prevede asimmetria del triangolo edipico, in cui il genitore dello stesso sesso viene allontanato -per così dire- e relegato in una posizione periferica. Questo gioco mostra delle sfumature maggiormente erotiche quando una bambina molto gradevole esteticamente “flirta” con il padre prendendo il posto di una madre che si trascura e ha invece un aspetto “regressivo” nel caso di un bambino timido, cagionevole o iper sensibile molto (troppo) legato alla madre.
  • Il ruolo della bambina piacente e del bambino cagionevole, diventano nel tempo un ruolo obbligato. Ne deriva che nel giro di persone intorno a questi bambini, si concretizza l’immagine di bambini dalle risorse limitate “è bella sì, ma è un’oca” “un bambino debole e senza palle”.

La richiesta di aiuto per questi bambini, non arriva di solito presso centri o comunità che si occupano di maltrattamento. Tali richieste sono tuttavia di varia natura: disturbi di tipo fobico o psicosomatico, disturbi del comportamento alimentare o disturbi dell’attenzione (evidenziati dalla scuola). Ciò però che appare più caratteristico, del disturbo, è l’organizzazione familiare in cui si riscontra maggiormente la costellazione tipica del “genitore preferito” a cui, corrispondono sul piano della clinica:

  • il caso del bambino vicino alla madre (che ha scarsi rapporti con il padre) che presenta disturbi attivi del comportamento (provocatorio o intrattabile) o sintomi più nevrotici (fobie), manifestati abitualmente dalla madre in relazione alla mancanza di una figura maschile e dal padre in relazione all’eccessiva vicinanza della madre all’interno di un circolo vizioso che evidenzia poi una fragilità espressa dal bambino stesso, con il suo sintomo.
  • il caso della bambina più o meno bella ma comunque ammirata dal padre, un padre che sia bello e interessante. Lei di rimando adora e venera il padre; la relazione con lui è passionale ma non incestuosa, mentre quella con la madre è competitiva: le due donne sono rispettivamente gelose.

Il problema fondamentale, in questi casi, è che il riconoscimento la cura e l’affetto dei genitori, per il bambino, è legato solo ad aspetti esteriori del bambino stesso; si arriva pertanto a non aiutare il bambino (che si muove sempre come fosse su un palcoscenico), a sviluppare sufficiente fiducia nelle proprie capacità ma lo si vincola alla ricerca di rapporti che siano tendenzialmente basati sulla dipendenza (che hanno come unico punto di forza ostentare la fragilità e/o la piacevolezza).

La varietà dei comportamenti con cui questo tipo di disturbo può manifestarsi è enorme. Una volta che i bambini trovano un sintomo, tendono a mantenerlo poichè tale sintomo assicura il prosieguo delle cure e dell’attenzione.

Va sottolineato che la cura che l’adulto pone al bambino, in tale dinamica, è una cura offerta con piacere al proprio bambino fragile o alla bambina gradevole; tale cura viene offerta fino al momento in cui l’adolescenza non lo mette in crisi, mentre la cura e l’affetto assicurati dal sintomo si accompagnano, sul versante dell’adulto, a una sensazione sgradevole di costrizione che naturalmente si collega a quello che è l’utilità del sintomo.

La paziente che lega (o tenta) a sé con i suoi sintomi (panico, vaginismo, tentativo di suicidio) l’uomo che ama e il paziente che lega (o tenta) a sé con i suoi sintomi (impotenza, blocco esami, ansia sociale) la sua donna, propongono situazioni di coppia angosciose e poco, meno, riuscite rispetto alla relazione che da bambino avevano con il genitore dell’altro sesso.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“Spirits in my head”.

“Dottoressa, sa.. temo di non capirci più molto! Sto impazzendo dietro questi social. Ogni volta che apro qualche pagina vedo questa gente piena di like o commenti super positivi. Tutti pieni di amici.

Non lo so come mi sento, quando vedo il successo degli altri! Perché loro sì e io no? Cosa ci rende interessanti agli occhi degli altri?

Vorrei essere anche io come loro e alla fine mi ritrovo poetuccio di 4 soldi che cerca di farsi vedere poi mi vedo passare avanti gente che non sa nemmeno usare la punteggiatura o utilizzare le doppie che pubblica.. scrive… scrive.. ma di cosa, poi? Gente bellissima, figa che ce la fa.. mentre io… io sono qui (senza offesa per lei, Dottoressa), chiuso in questa stanza a cercare di trovare un nesso… un punto… un inizio… ma quel che vedo, a momenti, è solo la fine.

(Risposta)

Posso tirare il filo del cappello magico, ora? Mi gioco il jolly altrimenti gli spiriti nella mia testa, prendono il sopravvento.

(Risposta)”

“Dottoressa sa… Ho riflettuto molto in questi mesi e credo di aver capito.

Quello che mi ha dato tormento, per tutti questi anni, è stato vedere questo presunto successo degli altri. Non è il gluteo tonico della donna che non avrò mai, a darmi pensiero, né il pettorale gonfio del culturista a farmi tormento; non tollero più -e adesso lo so- che qualcuno venga preso e innalzato a icona di una certa piattaforma pur senza che ve ne siano qualità o motivi alcuni. Non possono gli altri decidere se io sono meritevole di un like o di parole di affetto, di stima (professionale ma soprattutto umana), senza sapere se davvero quella è la mia storia. Non possono -gente che non vedrò mai- decidere del mio destino.

Ho deciso di abbandonare i miei spiriti nella testa.

Ho deciso, Dottoressa, spengo tutto e accendo la mia vita.

Questa volta per sempre.

Questa volta per davvero.

Posso tirare per l’ultima volta il filo del cappello magico?

(Credo che il cappello non le serva più. Mi sembra di capire che le sue notti in fuga, siano diventate notti di movimento, notti di presa di coscienza; non più luogo buio dove scappare tra i tormenti di quegli spiriti fagocitanti. Mi sembra di vederla, ora, nelle sue notti dove gli spiriti ci sono sempre, ma questa volta sono diventati compagni di avventura. Ora è tempo per la vita vera).

Il colloquio mi ha lasciata, nell’Eco della mia mente, il ricordo di una canzone che al ragazzo, dedico (insieme al grande tifo che per lui, faccio).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Reazioni e trasformazioni

“L’incontro di due personalità è come il contatto tra due sostanze chimiche; se c’è una qualche reazione, entrambi ne vengono trasformati.”

Carl Gustav Jung
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I legami tra persone sono il frutto di alchimie particolari e spesso poco lineari. E sono alchimie trasformative.

dott. Gennaro Rinaldi

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Duele el corazon (a Valencia).

Sotto quest’Albero un ragazzo con la chitarra cantava per una ragazza

“Duele el corazon”.

La voce tremava, la chitarra era blandamente accordata e in una calda e luminosissima giornata, due ragazzi imbarazzati si guardavano. Noi.. bevevamo Horchata di chufa dopo aver fatto tutto il giardino del Turia, il parco Oceanografico e il museo delle Scienze Principe Felipe.

Rincoglioniti e felici…

E così.. pure quel ragazzo mi è rimasto nel corazon: che coraggio.

Mica è cosa facile portare avanti il proprio sentire e il proprio sentimento?

“I legami più profondi non sono fatti né di corde né di nodi, eppure nessuno li scioglie.”

Lao Tse

… Comunque: Valencia è un incanto e la chufa buonissima!!

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Attività/Passività: Sadismo-Masochismo.

Si tratta di modalità di comportamento che indicano il grado di azione fisica necessario per raggiungere un obiettivo (meta pulsionale). L’attività si ha quando si cerca un oggetto che soddisfi desideri erotici, mentre la passività si ha quando si vuole essere oggetto di desiderio o aggressività.

La polarità Sadismo Masochismo -nell’opera di Freud- ha subito tre aggiustamenti e cambiamenti teorici.

Il sadismo (nei Tre Saggi sulla teoria Sessuale), viene inizialmente definito come la componente aggressiva della pulsione sessuale resasi indipendente e esagerata e -successivamente- come lega particolarmente salda, della brama amorosa con la pulsione distruttiva; mentre nella sua controparte -masochismo- ci sarà congiunzione della distruttività rivolta all’interno, con la sessualità.

Freud riteneva quindi il sadismo una degenerazione patologica di una tendenza, nelle relazioni, ad agire una parte di aggressività usata filogeneticamente per ottenere l’oggetto sessuale evitando il corteggiamento.

Il sadismo è pertanto la parte attiva, mentre il masochismo quella passiva. Il masochismo è inoltre una trasformazione negativa del sadismo che si rivolge contro il proprio Io.

Nel 1917 in Lutto e Melanconia, Freud parla del sadismo rivolto contro se stessi quando ipotizza che il melanconico si attacca con una modalità masochista a contemplare il suicidio a seguito del rivolgimento della pulsione aggressiva sadica contro una parte di sé identificata con l’oggetto perduto: anche qui è un’aggressività originariamente rivolta all’esterno e poi orientata all’interno.

Negli anni 20 il masochismo viene ripensato nel lavoro “Un bambino viene picchiato”, dove Freud prende in esame le fantasie dei bambini di essere picchiati. Dopo l’analisi di tali fantasie, Freud conclude che il sadismo si può trasformare in masochismo a seguito del senso di colpa per i desideri edipici. Anche se la forma di tali fantasie all’apparenza è sadica, il soddisfacimento che se ne trae è masochistico.

Quindi il masochismo è ancora pensato come secondario a un sadismo originario e ci può essere un passaggio del soggetto tra l’una e l’altra componente.

Prima di arrivare alle definitive formulazioni su sadismo e masochismo, Freud inizia ad ipotizzare la possibilità dell’esistenza di un masochismo primario, originario, e dunque di tendenze masochistiche proprie dell’Io. Nel 1924 parlerà poi di un masochismo primario, secondario, femminile e morale.

Continua …

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Affetto/Rappresentazione.

Freud afferma che ciò che conta veramente nella vita psichica, sono i sentimenti e che tutte le forze psichiche sono importanti solo per la capacità di risvegliare sentimenti (Cfr., Mangini, E., 2001).

Le rappresentazioni sono rimosse solo perché collegate allo sprigionamento di sentimenti. Quindi la rimozione colpisce in realtà i sentimenti che noi riusciamo a cogliere solo nel loro collegamento con le rappresentazioni.

Ora per quanto concerne le rappresentazioni, tutte derivano da percezioni e sono ripetizioni di esse. In origine quindi l’esistenza della rappresentazione è garanzia del dato rappresentato.

(L’affetto è collegato alla rappresentazione, la rimozione agisce sull’affetto. Il fine dell’esame di realtà è ritrovare nella percezione reale un oggetto corrispondete al dato rappresentato).

Le rappresentazioni possono essere consce o inconsce.

Alla pulsione non può inoltre essere applicata la controrappresentazione tra conscio e inconscio, perché essa non può diventare oggetto della coscienza, lo può solo l’idea che la rappresenta. E anche nell’inconscio la pulsione, può solo essere rappresentata da un’idea.

Quindi sia le idee che gli affetti sono indici di pulsioni. C’è poi la differenza tra rappresentazioni di pulsioni e affetti; le rappresentazioni sono investimenti di tracce mnestiche, mentre gli affetti corrispondono a processi di scarica, le cui manifestazioni ultime vengono percepite come sensazioni.

Sia la rappresentazione che l’affetto rappresentano la pulsione nello psichismo ma la rappresentazione è un’idea che riproduce mentalmente la percezione di una cosa o un oggetto; mentre l’affetto segnala un investimento e un consumo energetico.

L’affetto è che ciò che si prova, senza un pensiero non può che essere scaricato. Il quantitativo di energia legato all’affetto prende il nome di: quantuum di affetto.

Quindi siccome l’affetto non può essere inconscio, quando questo non è rintracciabile, più che parlare di rimozione è meglio parlare di repressione dell’affetto.

Gli affetti e le rappresentazioni pulsionali seguono quindi un cammino diverso. Le rappresentazioni infatti sono soggette a rimozioni mente gli affetti si fanno “sentire” segnalandosi alla coscienza.

La qualità dell’affetto dipende dal destino in cui incorre quando si distacca da una rappresentazione pulsionale rimossa (questa può restare inconscia o andare incontro a rimozione). L’affetto arriva invece alla coscienza es: come angoscia.

Per gli studenti: chiedo scusa per i geroglifici ma ho abbozzato uno schema che una volta compreso, funge da impalcatura per tutta la futura clinica e dinamica. Stay tuned and be kind.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pavor Nocturnus – Terrore Notturno e bambini – PODCAST

Con la nostra prossima tappa viaggeremo di notte e accenderemo i fari su un fenomeno in particolare, il Pavor Nocturnus, che può rendere terrificante il sonno per i bambini e per i genitori.

Può capitare, infatti, che in particolari momenti della vita familiare, il sonno dei bambini possa essere agitato e accompagnato da risvegli improvvisi a causa di brutti sogni o di quello che viene definito “terrore notturno”.
Buon Ascolto..

Pavor Nocturnus: Terrore notturno e Bambini – PODCAST – In viaggio con la Psicologia
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“Finisce bene quel comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Parole al metronomo: lettura ritmica.

Buona Lettura.

ilpensierononlineare

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Mi è spesso capitato -in maniera piuttosto intuitiva- di battere il tempo quando in presenza di bambini o persone care, notavo difficoltà nella scansione di alcune lettere, parole o se notavo una certa “confusione” nell’eloquio (immaginiamo a tal proposito quei bambini che sembrano quasi mischiare le parole fino a sentire, in un certo senso, la lingua confondersi e perdersi).

Leggendo ho avuto poi modo di sapere che la mia intuizione ritmica è in realtà un metodo utilizzato in America e in Giappone.

A Brainworks, una scuola all’avanguardia in Texas, capita spesso di udire bambini che presentano difficoltà nella lettura, leggere ad alta voce mentre un metronomo batte loro il tempo (alla velocità di 60 battute al minuto).

Analogamente in una scuola di Tokyo accade che gli insegnanti suonino musica classica (giapponese o popolare) durante le lezioni di lingua, per fissare l’apprendimento e permettere ai…

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Psy in pillole: Feticismo.

Il feticcio è un escamotage per far fronte all’angoscia di castrazione scatenata dalla vista del genitale femminile, volendo (invece) continuare a credere nell’esistenza del fallo materno.

Il feticcio è quindi il sostituto del fallo della donna a cui il piccolo ha creduto. La vista del genitale femminile favorisce la scissione tra una parte che conserva la percezione e una che la rinnega.

Il feticcio è anche una protezione contro la minaccia di evirazione ed evita ai feticisti l’omosessualità.

Il feticcio può essere una qualunque parte del corpo ad esempio piedi femminili, calzini o biancheria usata, e così via.

Il feticismo è una forma di parafilia, ma la maggior parte delle persone che presentano feticismo non soddisfa i criteri clinici per un disturbo parafilico, che richiede che comportamento, fantasie o stimoli intensi della persona provochino disagio clinicamente significativo o compromissione funzionale. La condizione deve essere stata presente per ≥ 6 mesi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Caso Clinico – signorina Anna O. (I parte) – PODCAST

Partiremo oggi per un nuovo viaggio, che vi porterà sin dentro le segrete stanze della psicologia.. sarà un percorso parallelo al  viaggio intrapreso con “In viaggio con la Psicologia”, ma in questo nuovo podcast “Psicologia: casi clinici classici” ci dovremmo attrezzare bene perché viaggeremo anche un po’ nel tempo.  

Leggeremo insieme, io e la dott.ssa Di Maio, alcuni dei casi clinici più famosi e più significativi per la Psicologia.

Casi Clinici che si presentano come il futuro impianto teorico della Psicoanalisi e che hanno influenzato lo studio della Psicologia fino ai nostri giorni.

Insomma un nuovo entusiasmante viaggio nel mondo della Psicologia assolutamente da non perdere.

Il caso della Signorina Anna O. e quello della signora Emmy von N. sono i primi compresi negli studi sull’isteria 1892 – 95. L’opera composita di Breuer e Freud fu pubblicata nel maggio 1895.
Il caso della “signorina Anna O.” è descritto da Breuer (in questa lettura), ma sarà ripreso e rianalizzato qualche tempo dopo da Freud alla luce delle nuove scoperte fatte. Rappresenta, ad ora, uno dei casi clinici più emblematici e più studiati, della storia della Psicoanalisi.

Buon Ascolto..

Caso Clinico: signorina Anna O. – PODCAST – Psicologia: Casi Clinici Classici

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi – dott.ssa Giusy Di Maio
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Definirsi e farsi definire..

“Non dobbiamo permettere alle percezioni limitate degli altri di definire chi siamo.”

Virginia Satir
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Un giorno arrivarono allo studio un ragazzo e sua madre. Il ragazzo aveva poco più di 20 anni, la madre molto giovanile, sicura e eccessivamente gioviale, esordisce dicendo:

Dottore piacere, lui è mio figlio T. . Finalmente! Non vedevo l’ora di venire a questo appuntamento.

Il piacere è mio signora, come mai era così ansiosa di vedermi?”

Non lo vede?”

Cosa devo vedere?”

Mio figlio.. lo vede? (lo indica con lo sguardo, mentre il figlio si mostra annoiato e contrariato, abbassando lo sguardo e sbuffando) “Lo vede !? E questo è ? Sta sempre così.. dorme, mangia e gioca con la playstation. Non esce, non vuole cercarsi un lavoro, è fermo a casa da due anni, da dopo il diploma. Non parla, mugugna.. poi è sfaticato! Ma cosa gli manca? Ha tutto quello che vuole, sono sempre presente. Non lo so, non esce, eppure ce li ha gli amici. Pensate che teneva pure una fidanzata.. era accussì bellell..

Questo è quello che vede lei di suo figlio.. io vedo qualcos’altro. T. tu ti vedi come ti vede tua madre?”

Impariamo a conoscerci abbastanza per poterci definire e non permettiamo agli altri di farci definire per come vogliono vederci.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Il sistema Preconscio e il sistema Percezione Coscienza. Podcast.

Il nostro viaggio di oggi continua con un altro piccolo scalo che ci porta a conoscere ancora di più, il nostro apparato psichico.

Nello scorso viaggio abbiamo conosciuto la prima topica Freudiana e ci siamo addentrati più nello specifico, nel sistema inconscio.

Cos’è allora il preconscio e cosa lo differenzia dal sistema percezione coscienza? Quali sono le funzioni deputate ai due sistemi?

Non resta che metterti comodo e partire per un nuovo viaggio, insieme.
Buon ascolto e Buon Viaggio.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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I vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’Apprendimento dei Bambini – PODCAST

Con la nostra prossima tappa percorreremo itinerari fantastici, faremo voli pindarici e fantasiosi, solo per la gioia di poter giocare ancora un po’, ancora una volta.
L’uso della fantasia e del gioco libero agevolano l’apprendimento e lo sviluppo psico-emotivo del bambino, aiutandolo nei successivi step evolutivi e nella formazione della propria identità.
Buon Ascolto..

I vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’Apprendimento dei Bambini – PODCAST – In viaggio con la Psicologia

Gmork: sei uno sciocco e non sai un bel niente di Fantasia; è il mondo della fantasia umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità e quindi Fantasia non può avere confini.

Atreyu: Perchè Fantasia muore?

Gmork: perchè la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.

La Storia Infinita – Film
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Prime riflessioni sulla metapsicologia/Il Progetto di una psicologia scientifica.

La scrittura del Maestro.

Il principale problema fu per Freud far comprendere cosa fosse lo psichismo e il funzionamento di quell’apparato che identifichiamo come psiche. Il problema risiedeva nel fatto che lo psichico, non combaciava con i consimili “anima, spirito”.

Per rispondere alla domanda “cosa è lo psichico”, possiamo rimandare ai suoi contenuti ovvero le nostre rappresentazioni, le percezioni. Lo psichico in sé è tuttavia inconscio, pertanto descrivere lo psichismo vuol dire rappresentarlo in modelli e i modelli teorici che Freud aveva a disposizione facevano capo al modello neurofisiologico.

Il progetto, 1895.

L’intenzione di Freud era quella di dare, della psicologia, una spiegazione come scienza naturale; è per questo motivo che Freud decise (inizialmente) di fondare la psicologia su presupposti teorici e metodologici della neurofisiologia.

In realtà (come testimonia il carteggio fatto con Fliess), il tentativo di dare una base neurofisiologica alle nevrosi, fallì.

Nonostante fosse prerogativa dell’epoca cercare di ridurre i fenomeni psichici a fenomeni neurofisiologici, Freud ne “l’Inconscio” sostiene che tutti i tentativi di stabilire che le rappresentazioni sono accumulate in cellule nervose, sono falliti. Le idee principali che si incontrano leggendo il Progetto sono:

  • I neuroni sono gli elementi di base del sistema psichico.
  • C’è una relazione tra funzioni nervose e attività psichica.
  • Ci sono due tipi di funzionamento: il processo primario (che indica come la funzione primaria del sistema nervoso sia la scarica a cui viene connessa con l’esperienza del piacere) mentre il dispiacere/dolore viene ricondotto ad un incremento delle cariche che riconducono al processo secondario.

Freud definisce processo primario “l’investimento di desiderio portato fino all’allucinazione” mentre processo secondario “tutti quei processi che sono resi possibili da una buona carica dell’Io e che funzionano da moderatori del processo primario”.

Immagini originali studi fisiologici Freud. Sigmund Freud Museum, Berggasse 19, Wien.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pillole di Psicologia: L’apprendimento

L’apprendimento è un processo psichico che consente la modificazione di un comportamento a seguito di una esperienza ripetuta. In seguito ad una esperienza si ha quindi un cambiamento durevole del comportamento.

 L’apprendimento è abbastanza legato al concetto di adattamento che è la capacità fondamentale di un individuo nel riuscire a modificare il proprio comportamento in base all’ambiente in cui esso vive, ciò è essenziale anche alla sopravvivenza.

L’apprendimento non riguarda solo l’acquisizione di nuove competenze, ma anche di atteggiamenti, valori , abitudini.  L’approccio comportamentista sostiene che l’apprendimento avvenga con l’associazione tra eventi o stimoli e le risposte dei soggetti.

Le teorie cognitiviste, di contro, sostengono che l’apprendimento avvenga attraverso un processo di elaborazione intelligente degli stimoli presenti nell’ambiente.

In particolare per i comportamentisti ciò che viene appreso è una copia di ciò di cui si è fatto esperienza per i cognitivi, invece il soggetto utilizza diverse funzioni cognitive per elaborare stimoli nuovi.

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Skinner attraverso i suoi studi (skinner box), teorizzò il condizionamento operante: l’acquisizione di un comportamento e quindi un apprendimento avviene a condizione che la risposta operante sia seguita da un rinforzo, ciò determina la probabilità che quel determinato comportamento sia ripetuto.

Thorndike considerò, invece, l’apprendimento come un processo per tentativi ed errori. Questa osservazione portò alla formulazione della legge dell’effetto, secondo la quale un comportamento è più probabile che venga ripetuto se produce effetti soddisfacenti, al contrario, se gli effetti sono ritenuti insoddisfacenti il comportamento non verrà ripetuto.

Tolman propose un concetto diverso e meno riduzionista, sostenendo la presenza di mappe cognitive capaci di far scegliere attraverso il principio del minimo sforzo sempre la strada più breve e semplice. Per raggiungere uno scopo anche senza la presenza di incentivi vi era quindi un apprendimento latente.

Per approfondire vi invito a leggere anche:

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Dialoghi sul treno 2.

“Signorina posso?

Prego.

Com’è bello sto sole eh? Siamo proprio fortunati che nonostante tutto siamo circondati dal mare che luccica. Quando sono particolarmente pensieroso lo guardo, mi perdo e da qualche parte mi ci ritrovo sempre.

La capisco benissimo, sa..

Comunque piacere sono (…) che bella valigetta gialla. Cos’è medico per caso?

Sono una psicologa, musicista..

Ah! suona lo strumento dell’anima, della musica e della voce! Lo sa.. anche io sono un po’ psicologo. Sono uno scrittore, mi piace rendere in versi quello che vedo ma non riesco in un certo senso a sentire. E’ strano però.. spesso penso che siccome ho la capacità di sentire e poter stare vicino a chi non ha parole per rendere i suoi pensieri e le sue emozioni, allora sono psicologo anche io. Inoltre si sa.. il dolore ha sempre qualcosa di artistico in sé.

HM… (guardo fuori dal finestrino)

C’è qualcosa che non va?

No, si figuri. Sono sempre felice di poter vedere le idee circolare ma ho sempre una certa difficoltà quando sento due cose “sono anche io psicologo perché scrivo e il dolore psichico è arte”. Non credo che i numerosi (vero) artisti sofferenti o rinchiusi nei vari ospedali psichiatrici, o adesso, nei centri diurni, se messi innanzi alla scelta di un maggior equilibrio psichico senza arte o l’elettroshock, le cinghie o il buio che ti fagocita ogni istante della tua esistenza (con ,l’arte), sceglierebbero per la seconda. Ma le dico.. è solo una sensazione eh (sorrido).

Però.. se io scrivo sono capace di indagare l’animo umano. Mi tolga una curiosità: cosa mi rende diverso da lei?

Le risparmio la questione dello studio (che poi in un’epoca fatta di esperti di cose, non è nemmeno da sottovalutare. Anche a me piace scrivere ma mai e poi mai direi di essere una scrittrice; me ne manca lo studio e una base concettuale di riferimento). Lei ha mai visto una psicosi puerperale in atto? Una volta chiamò la sorella di una donna, in studio, dicendo che la sorella nell’attimo in cui aveva espulso la bambina dal proprio grembo, disse di aver visto una enorme macchia nera; questa macchia era il demonio che era venuto sulla terra per ucciderla. Ha mai visto un’arma da vicino? Nel momento in cui non te lo aspetti, quando sei rilassato nel tuo spazio di lavoro. Ha mai visto una persona che poi si suiciderà? (no.. non parlo di quelli che mitizzano la morte o il suicidio: quelli fingono) parlo di quelli con cui sei stato chiuso in una stanza per tante ore, andando giù nelle caverne degli inferi, quelle dove la luce non esiste ma continui a sentire odore di putrefazione. Non c’è ossigeno. Non ci sono finestre. Non ci sono appigli ma ogni volta che provi a metter su la mano, su una parte, per risalire qualcosa ti buca e tu ricadi giù e questo a loop, ogni volta, ogni giorno. Fino a che la persona non decide che sia la fine, ma la fine per davvero. Cosa la rende diverso da me…

OK.. ok.. Forse ho capito. Lo sa.. io non credo di aver mai avuto una passione così forte da spingermi a fare tutto questo.

Mi scusi allora.. lei perché scrive? Solo per un rientro narcisistico? Non c’è la passione, forse, che la fa mettere così tanto in gioco da rendere su carta e visibile a tutti, il suo sentire? (anche se prima ha detto di non sentire il suo sentire emotivo ma di sentire il sentire emotivo dell’altro.. una leggera presunzione, no?)

Guardi.. ho questo libro qui con me, posso fargliene dono?

Certamente! amo leggere le poesie soprattutto in lingua, che sia lingua madre o spagnolo. Non sopporto le traduzioni, le emozioni non possono essere tradotte ma vanno ascoltate sia anche solo per suono, nella lingua in cui sono state sentite.

Le piace lo spagnolo?

In spagna ho più di un pezzo di cuore (sorrido)

Uuu! ma che fermata è questa?

Ma lei non doveva scendere a (..)?

Sì!! (batte la mano sulla fronte arrossata)

Era due fermate fa! (rido portandomi la mano sugli occhi)

Marò Dottorè!

Alla prossima! (sorrido)

Alla prossima! (sorride)”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Erotizzazione del Transfert pt2.

Nel 1914 Freud sostiene che la maggiore difficoltà, per l’analista, consista nel modo di utilizzare il transfert quando il paziente dice di essersi innamorato.

La difficoltà diventa quella di non cedere al pensiero che l’innamoramento riguardi la persona dell’analista stesso ma che si tratti solo di una conseguenza -invece- della situazione analitica stessa.

L’innamoramento può infatti anche esser considerato e inteso come una resistenza alla cura analitica e va pertanto considerato all’interno del transfert negativo. Può pertanto accadere che il paziente, puntando sulla propria irresistibilità (Mangini, E., 2001), utilizzi quest’ultima per minare l’autorità dell’analista.

E’ pertanto necessario fare in modo che il paziente rinunci o sublimi le proprie pulsioni (Mangini, E., 2001).

L’analista non deve ricambiare l’amore del paziente e deve far in modo che il paziente oltrepassi il principio di piacere e rinunci ad un soddisfacimento immediato.

L’analista deve quindi avvalersi della propria analisi personale, del training seguito, delle discussioni con i colleghi, del rispetto del setting analitico e dell’analisi del controtransfert.

Il controtransfert è inteso come risposta emotiva inconscia dell’analista al transfert del paziente. I movimenti transferali del paziente provocano reazioni nell’analista ma è solo dagli anni 50 che il controtransfert è stato considerato indispensabile ai fini dell’analisi perché visto come un sentimento provato dall’analista che gli fa vivere il sentire emotivo del paziente grazie al meccanismo dell’identificazione proiettiva.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Alleria

Pino era un approdo, la colonna sonora della spensieratezza di giornate assolate, di domeniche che odoravano di ragù e dolci.. ricordi di cantate a squarciagola, di passeggiate lunghissime e saporite.

Pinuccio con la sua voce, la sua musica e i suoi testi, ti avvolgeva e toccava tutti i sensi.

Alleria.. lui la cantava sempre con una vena di malinconia.

Avremmo bisogno tutti un po’ d’allegria..

Putesse essere Allero – Pino Daniele

Putesse essere Allero

E dimme quacchecosa nun me lassà’
accussì
stasera sto sballato che voglia ‘e partì
cu’ ddoje parole ‘mmocca e tanta
semplicità
putesse essere allero
E dimme quacchecosa nun me lassà’
accussì
‘o viento sta passando e je ‘o voglio sentì
affondo ‘e mani dint’a terra e cerco ‘e
nun guardà’
e nun me pare overo
Putesse essere allero e m’alluccano
dint’e recchie
e je me sento viecchio
putesse essere allero cu mia figlia mbraccio che me tocca ‘a faccia e nun me’ fa vedè
E dimme quacchecosa nun me lassà’
accussì
me sento nu criaturo ca nun po’ fà’ pipì
vulesse arrubbà’ senza me fà’ vedè’
tutt’e facce d’a ggente
E dimme quacchecosa nun me lassà’
accussì
‘o viento è già passato nun pozzo cchiù
sentì’
e m’ha rimasto ‘ncuollo l’addore d’o
magnà’
e nu poco ‘e mare
Putesse essere allero cu nu spinello
‘mmocca
cu ‘ e mmane dint’a sacca
putesse essere allero cu na parola sola
ca me desse calore senza me fà’
sunnà’.

Alleria – Pino Daniele

ALLERIA

Passa ‘o tiempo e che fa
Tutto cresce e se ne va
Passa ‘o tiempo e po’ nun te cride cchiù
Voglio ‘o sole
Pe’ m’asciutt
Voglio n’ora
Pe’ m’arricurdàAlleria, pe’ ‘nu mumento te vuò scurdà
Che hai bisogno d’alleria
Quant’e sufferto ‘o ssape sul Dio
E saglie ‘a voglia d’alluccà
Ca nun c’azzicche niente tu
Vulive sulamente da’
Ma l’alleria se ne vaPassa ‘o tiempo e che fa
Se la mia voce cambierà
Passa ‘o tiempo e po’ nun vuò bene cchiù
E ti resta solo quello che non vuoi
E non ti aspetti niente perché lo sai
Che passa ‘o tiempo, ma tu non cresci mai, oh noAlleria, pe’ ‘nu mumento te vuò scurdà
Che hai bisogno d’alleria
Quant’e sufferto ‘o ssape sul Dio
E saglie ‘a voglia d’alluccà
Ca nun c’azzicche niente tu
Vulive sulamente da’
Ma l’alleria se ne va

dott. Gennaro Rinaldi

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Pinuccio.

La verità è che mica ci siamo abituati a non averti più, a non saperti, a non poterti ascoltare.

Uè.. che esagerazione sta Doc.. Ma la questione qua sai qual è?

Che è meglio essere pieni di emozioni, essere esageratamente emotivi che essere privi del sentire emotivo stesso.

Piatti.

Depressi.

Allora che mi ricordo di quella mattina? Tante.. troppe cose. Dalla notizia che mi fu data a quella che diedi.

Un abbraccio lunghissimo in macchina mentre fuori pioveva e noi increduli al fatto che la voce rotonda come solo le onde del mare sanno essere e sottilmente graffiante, come un solletico leggero tipico della sabbia, non ci sarebbe più stata.

Non dal vivo, almeno.

Ma per sempre vivo.

Ciao Pinù!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Relazioni patologiche: La Teoria del Doppio Vincolo di Gregory Bateson – PODCAST

Con la nostra prossima tappa ci spingeremo ai confini della comunicazione e dell’interazione umana e scopriremo un tipo di comunicazione paradossale che può determinare una relazione patologica e quindi essere l’innesco per una psicopatologia individuale.

Bateson intende per Doppio Vincolo (Doppio Legame) una comunicazione interpersonale paradossale caratterizzata da segnali incongrui e contraddittori che mettono il destinatario del messaggio in una condizione di profondo dilemma.
Buon Ascolto..

Relazioni Patologiche – La Teoria del Doppio Vincolo di Gregory Bateson – Podcast – In Viaggio con la Psicologia
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Il modello dell’apparato psichico: I Topica. Podcast.

L’inconscio non coincide con il rimosso ma ogni rimosso è inconscio, ma non ogni inconscio è rimosso e anche una porzione dell’Io è inconscio.

Che cos’è l’apparato psichico e cosa si intende quando parliamo di I Topica? E’ con il VII capitolo dell’Interpretazione dei sogni che Freud, ci offre una spiegazione circa il modello dell’apparato psichico e il suo funzionamento (composto dalle istanze chiamate Coscienza, Preconscio, e Inconscio) almeno per quel che concerne fino al 1922 (II Topica).

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Dialoghi sul treno.

“Ti sei mai innamorata di chi non dovevi?

Ti sei mai innamorato di chi non poteva?

Io non mi innamoro, e tu?

Io vorrei non innamorarmi.”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Transfert p1.

Scoperto grazie alle pazienti isteriche, è inteso come l’insorgere di affetti buoni e cattivi, erotici e aggressivi, rivolti verso l’analista; tali affetti sono riferibili alle figure genitoriali, ovvero ai primi oggetti d’amore.

Nella situazione analitica si trasferiscono tutti i desideri rimossi, i conflitti, le angosce (specie se non sufficientemente elaborati nell’infanzia) sulla figura dell’analista stesso; queste esperienze si ripresentano nella relazione che viene a crearsi, pertanto, con l’analista.

Queste situazioni affettive infantili (che sono rimaste inelaborate), trovano spazio nelle relazioni umane e in particolare in quelle terapeutiche. Si può in tal modo ricreare nell’analista quel rapporto di dipendenza, gelosia, analogo a quanto vissuto e rimosso nell’infanzia, in relazione agli oggetti primari edipici.

Per transfert si intende quindi il trasferimento di desideri inconsci infantili nell’attuale delle relazioni e ella vita psichica del soggetto: “non è pertanto un fenomeno limitato al solo contesto analitico” (Mangini, E., 2001).

Se il transfert avviene all’interno della cura analitica, transfert stesso e analisi costituiscono una riattualizzazione della malattia all’interno della cura, e si ha una nevrosi di transfert, la cui risoluzione coincide con la fine della cura.

Con la scoperta del complesso di Edipo, il concetto di transfer è stato ampliato e connotato da sentimenti ambivalenti di odio/amore tipici della situazione edipica. Proprio nella situazione edipica, Freud mutuerà il concetto che possa esistere un transfert positivo (sentimenti d’amore) e uno negativo (sentimento di odio). Inizialmente il transfert era di ostacolo al lavoro analitico poi fu considerato necessario a quest’ultimo poichè la sua risoluzione è lo specifico del trattamento psicoanalitico per cui tutti i conflitti devono essere affrontati nell’ambito della traslazione.

Il transfert positivo implica che la relazione si fondi su sentimenti d’affetto verso il terapeuta, permettendo l’accettazione delle interpretazioni; il transfert negativo è caratterizzato da sentimenti di ostilità per cui la resistenza alla cura è difficilmente superabile.

Secondo Zeztel perchè si instauri una positiva relazione transferale è necessario aver vissuto una adeguata relazione uno a uno con la madre, ovvero con il primo oggetto d’amore. Il principio cardine del transfert è la coazione a ripetere per cui si ripetono esperienze relazionali inscritte nell’inconscio, dunque rimosse, che non hanno trovato adeguato soddisfacimento ed elaborazione psichica; il rivivere analiticamente queste esperienze consente quindi di superarle.

Essendo legato alla coazione a ripetere, il transfert all’inizio sarà inteso come capace di produrre una malattia artificiale, ovvero la nevrosi di transfert, è così che il transfert è anche legato al concetto di resistenza ovvero quanto più siamo vicini al materiale inconscio e infantile, più aumenta la resistenza. Se infatti un ricordo può accedere alla coscienza, questo viene ripetuto nel transfert perchè la coazione a ripetere è il modo più primitivo di ricordare. Quanto maggiore è la resistenza, tanto maggiore è la misura in cui il ricordare viene sostituito dal ripetere.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Dal magnetismo all’ipnosi. Podcast.

L’anno di nascita della psicologia dinamica, è segnato nel 1775. E’ in questo periodo storico che vediamo lo scontro tra il medico Mesmer (rappresentante dell’illuminismo) e l’esorcista Gassner (appartenente al vecchio mondo magico-religioso medievale).

I malati di anima venivano curati tramite esorcismi poiché tali persone erano considerate invase da forze demoniache (donne isteriche o nevrotici sono stati, infatti, dati alle fiamme e arsi vivi).

Che cos’è allora il magnetismo? E cosa c’entra l’ipnotismo?

Buon ascolto e buon viaggio.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La Sindrome di Stendhal

Tachicardia, vertigini, capogiri, allucinazioni, confusione, alterazione della percezione, scompensi affettivi, depressione, ansia, attacchi di panico, manie persecutorie..

Può un’opera d’arte generare così tanto scompiglio nella mente di un uomo?

Cristo Velato – Napoli, Cappella San Severo (fonte immagine google) – persone raccontano di sensazioni simili dinnanzi alla statua del Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino

Nel 1817 lo scrittore francese Marie-Henri Beyle (Stendhal) attraversò la penisola italiana durante il suo Grand Tour e tenne un diario poi pubblicato nella sua opera “Roma, Napoli e Firenze” dove per la prima volta descrisse questa esperienza psichica:

«Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.»

Stendhal

Quello che oggi definiamo come “Sindrome di Stendhal” è un disagio psichico individuato ed analizzato per la prima volta nel 1977 in Italia dalla Psichiatra Graziella Magherini. Lo studio del fenomeno, negli anni ottanta e novanta, nel Servizio di Salute Mentale di Firenze (Santa Maria la Nova) permise di scoprire che vi erano degli elementi ricorrenti in chi aveva manifestato questo disturbo: estrema sensibilità, il viaggio in un paese straniero e l’incontro con un opera d’arte.

In genere le manifestazioni psichiche descritte in precedenza e caratteristiche di questo disturbo, sono passeggere e perlopiù senza conseguenze gravi. La cosa interessante, venuta fuori dallo studio, è che quasi tutti i pazienti con Sindrome di Stendhal, hanno una vita solo in apparente equilibrio, in cui tendono a nascondere le insoddisfazioni, le difficoltà relazionali, inoltre vivono una vita caratterizzata da eccessivo “perbenismo” che li rende “rigidi”. L’opera d’arte, con la sua potenza evocativa, irrompe e sconvolge le loro difese psichiche.

L’opera d’arte (insieme a tutto il contesto: viaggio, ambiente, situazione personale) è quindi in grado con la sua bellezza e con la sua potenza evocativa emozionale di risvegliare sentimenti ed emozioni che mettono alla prova la persona che osserva, che può reagire in modi differenti e quindi non reggere l’impatto emotivo.

Cappella San Severo – Napoli (immagine google)

Il viaggio in un luogo d’arte è come un viaggio dell’anima ed è capace di risvegliare emozioni e sentimenti che mettono in gioco tutte le sfaccettature dell’identità di una persona.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Mozart il bambino.

Noto per la sua incontinenza verbale, Mozart esprime in questo modo il desiderio di volersi riappropriare dell’infanzia negata.

“Accidenti, maledizione, mannaggia la miseria, (…) Ah! Il mio culo mi brucia come fuoco! Che può mai significare? Forse ne uscirà fuori uno stronzo? Che può mai significare? Sì, Sì, stronzo, io ti conosco ti vedo e ti gusto!”

La citazione appena fatta viene da una lettera che Wolfgang Amadeus Mozart scrisse alla cugina Maria Anna Thekla il 4 novembre del 1777.

Quando Mozart scrive, ha 21 anni e ha già composto 280 opere musicali; nello stesso anno – inoltre- scrive un celebre quartetto per flauto, una messa e due sonate per pianoforte.

Da un lato abbiamo -quindi- Mozart compositore; Mozart sublime e immortale, il Freddie Mercury della musica classica e dall’altro il Mozart infantile che fa continuo riferimento a parti anatomiche del corpo. Un bambino/adulto bloccato ancora nella fase anale dello sviluppo sessuale.

Sempre alla cugina, scrive il 28 febbraio del 1778:

“Cacca, cacca, O cacca! O dolce parola! Cacca! Pappa! (…) Che gusto, pappa e lecca! Pappa cacca e lecca cacca..”.

Con la cugina è certo che Mozart si sia abbandonato a giochi erotici durante l’infanzia, il che rende anche più comprensibile la “licenza poetica” che il giovane usa prendere verso di lei, ma continuando nella lettura delle lettere, la stessa libertà Mozart la prende anche con sua madre:

“Signora mamma -scrive il 31 gennaio 1778- io sto qua con della gente che di cacca ha pieno il ventre (…) Quanto al concerto lo butto giù a Parigi alla prima cacata”.

Linguaggio e tematiche anale-orale si ritrovano anche in alcune opere di Mozart. Il riferimento è ai Canoni una composizione a sfondo scherzoso. Alcune fanno parte di un vero repertorio che rimanda ai Carmina Burana del periodo tardo- medievale. Le parole sono così impresentabili che i suoi editori hanno di solito tenuto la musica e sostituito i testi.

Altro esempio, in merito, è il Leck mir den Arsch fein recht schon sauber, del 1882 (K233), che tradotto alla lettera vuol dire “Leccami ben bene il culo, lustralo a puntino”. Mozart lo scrive quando ha 26 anni ma tale comportamento verbale è presente in realtà da sempre, nella vita di Mozart, il che evidenzia come si tratti di un elemento che occupa una posizione strutturale nella personalità del giovane.

Circa l’infanzia di Mozart sappiamo che a 4 anni, istigato dal padre, comincia a suonare il violino e scrive note musicali; non frequenta una scuola e non si relaziona con altri bambini tranne che la sorella che ha 4 anni più di lui. Mozart è sempre a stretto contatto con il padre che proietta sui figli (ma ben presto solo su Wolfgang) i suoi desideri per il successo mai raggiunto.

Wolfgang presenta fin da subito una straordinaria memoria musicale così come una creatività strabiliante (come la sua capacità di suonare precocemente il pianoforte).

Abilissimo soprattutto con i bassi (la mano sinistra) il che rimanda a una dominanza forte dell’emisfero cerebrale destro quello deputato alla creatività in generale e a quella musicale, in particolare.

Tale abilità musicale lo ripagherà in qualche modo, per quella infanzia mai avuta.

Il linguaggio ritmico (c’è del flow, nelle sue lettere: del rap) esprime un bisogno di relazione infantile (stadio orale e anale). Wolfgang entra -in realtà- nello stadio fallico (avendo generato 6 bambini), ma avrà sempre valenze infantili presenti.

Dalla sua personalità emerge anche una forte tendenza alla dipendenza (fase di attaccamento tipica della prima infanzia) prima con il padre poi con Costanza, la moglie.

Si potrebbe ipotizzare la diagnosi di depressione bipolare andando ad analizzare sia la personalità del nostro Wolfgang che le sue opere.

Mozart ha prodotto un gran quantitativo di opere (il che farebbe ipotizzare la mania), ma soffermandoci sulla questione temporale della produzione stessa, troviamo una certa continuità (non vi sono vuoti prolungati).

Mozart compone anche quando (come egli stesso afferma in alcune lettere) la condizione esistenziale non è delle migliori; momento in cui la malinconia è molto forte.

Negli ultimi quattro mesi di vita compone una Cantata per pianoforte (K619); il flauto magico; La clemenza di Tito; Un concerto per clarinetto (K622); una cantata massonica per coro completo (K623); il Requiem.

Non possiamo parlare, quindi, di depressione nel senso clinico del termine (il che non esclude che Mozart abbia avuto momenti di forte malinconia).

Mozart è in sostanza un grande bambino immerso in un piccolo mondo fatto da adulti.

Negli anni della sua esistenza, avvennero grandi atti sociali come la Rivoluzione Francese ma Wolfgang non aveva la minima sensibilità sociale proprio come un piccolo bambino tutto centrato su di sé; un bambino con una potenzialità creativa imponente.. così tanto imponente da diventare distruttiva più che costruttiva.

Wolfgang muore a 35 anni, giovanissimo.

Le sue incredibili opere vibranti e pulite giungono all’orecchio praticamente perfette.

La musica è chiara e leggibile; il suo animo da grande bambino, no.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Psicologia della testimonianza. Podcast.

Il viaggio di oggi ci porta tra le stanze della psicologia forense e più nello specifico, nella psicologia della testimonianza.

Cosa accade quando qualcuno, ad esempio un bambino vittima di abusi che è sia vittima che testimone, è chiamato a testimoniare? Quei ricordi, sono davvero attendibili oppure la sua memoria può essere “tratta in inganno”?

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La fine e l’inizio..

Oggi volge al termine un altro anno.

Penso alla fine di un anno come il finale di un capitolo di un libro. Un libro che scriviamo giorno per giorno; ogni giorno una pagina, ogni mese un paragrafo, ogni anno un capitolo.

Dei due ultimi capitoli della nostra vita, condividiamo tante emozioni, tante storie comuni.

Condividiamo: la paura, la tristezza, il senso di vuoto, la solitudine, la rabbia, l’insicurezza, il senso di inutilità, il sospetto, il complotto, la speranza, il caos, la disperazione, la confusione, la voglia di libertà, la sensazione di essere prigionieri.

I nostri due ultimi capitoli della nostra vita hanno in comune quel senso di futilità del tempo, che sembra essersi appiattito.

Hanno in comune: la ridondanza dei numeri, delle immagini, delle parole, dei pensieri, delle accuse, delle raccomandazioni, degli ammonimenti, degli egoismi, delle convinzioni, delle paranoie, delle ipocondrie.

Photo by Domenico Paolella on Pexels.com

L’uomo ha probabilmente dei forti limiti quando si trova a fronteggiare delle difficoltà imprevedibili e “invisibili”, ma spesso e volentieri non ne è consapevole.

L’uomo ha bisogno di sentirsi al sicuro e cercherà questa sensazione a tutti i costi, anche se c’è bisogno di negare, fuggire, nascondersi, accusare; in fondo l’esperienza egoistica del narcisismo accomuna tutti sin dalla nascita.

Inoltre, il meccanismo di difesa della proiezione è un aspetto che contraddistingue movimenti psichici individuali e collettivi inconsci spiacevoli relativi a momenti e a situazioni particolari. Per fuggire a queste sensazioni spiacevoli interne, da cui è impossibile fuggire, si ricorre alla negazione di queste e le si attribuisce a cose o persone esterne.

Per Freud la proiezione è alla base della superstizione, della mitologia e dell’animismo.

Il meccanismo della proiezione agisce per Freud anche nella paranoia, dove una persona (ad esempio) riferisce ad altri rappresentazioni intollerabili, che non riconosce in se stessa, potendo così agirle sotto l’apparenza di un’azione di difesa dai suoi presunti nemici.

Questi ultimi due capitoli della nostra vita ci hanno unito dal punto di vista delle sensazioni e delle emozioni, ma hanno scavato profondi solchi e trincee e scatenato odiose guerriglie “civili”.

La speranza è che alla stesura del nuovo capitolo, tiri un’aria nuova, che possa ispirare scritture diverse e variegate, senza l’assillo o la brutta sensazione di un esito comune scontato e troppo simile ai due capitoli precedenti.

Napucalisse – Mimmo Borrelli – video Rai

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Psicologia e bambini: l’importanza del NO per i bambini – PODCAST

Con la nostra prossima tappa viaggeremo leggeri perché ci spingeremo a piccoli passi e con molta cautela alla scoperta della mente dei bambini, del loro comportamento e perché no, anche del comportamento di noi adulti.
Dire “NO” al proprio bambino a volte è proprio difficile, ma quanto è importante la parola “NO” per la formazione di un bambino?
Scopriamolo insieme.. buon ascolto

Psicologia e bambini: l’importanza del NO per i bambini -PODCAST – Spreaker
Psicologia e bambini: l’importanza del NO per i bambini -PODCAST – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Un anno Psy.

Non so bene il discorso dove mi porterà; lavoro con l’inconscio che tutto gestisce da lì…immerso nella penombra del suo topos ..

Il lavoro dello psy è incredibilmente affascinante (e non per quello che si vede in TV o sulle varie piattaforme); quello è stupro della professione. Il lavoro psy è bello perchè lavora sulle ipotesi e non sulle certezze.

Verità: che brutta parola.

Siamo in un periodo storico in cui ognuno crede fermamente nella propria unica e assoluta verità, dimenticando di lasciare spazio al dubbio e alla potenzialità dell’incertezza; vera costruttrice delle cose. Ora immagina cosa è stato per me, che non credo nei portatori di verità, accettare quanto sta succedendo…

Cos’è un anno psy…

Hmmm…

Un anno psy è stato vivere al costante fianco dell’incertezza sì, ma anche e soprattutto della paura; delle domande (di cui non conosci le risposte) e delle risposte (di cui non conosci le domande).

E’ stato vivere mettendo da parte molto “di te”, per lasciare un margine incredibile di spazio, all’altro.

Un anno psy è stato la rabbia, talvolta la delusione, come quando ho scritto un post in cui mi dichiaravo (e mi dichiaro) completamente NO fascista e (colpa mia), per aver fatto un gioco di parola con NoVax, vedermi commenti in cui mi si invitava a riflettere sulla questione del vaccino.

Riflettere, a me….

Che rifletto per lavoro ma soprattutto per predisposizione…

Accade che ho dovuto prendere coscienza del fatto che ora tutto è una sola cosa e che non c’è più spazio per altro e per l’Altro.

Un anno psy è che mi trovo ancora a dover piangere per la morte di un neonato, in mezzo al mare… Che quello sì che è un povero cristo morto per colpa nostra.. altro che quello che ci raccontano, nella nota storiellina..

Ma l’umano ha bisogno di deresponsabilizzarsi e allora… va bene la storiella tramandata da secoli, va bene girare sempre intorno alle stesse cose; ma accettare che oltre il vaccino e il covid, c’è un mondo che continua a girare e rigirare… quello no.

Un anno psy è Antonio, Ciro, Maria, Francesca, Nunzia, Paolo, Marco, Michele, Martina (…) giovani, ragazzi completamente spaesati.

Adolescenti, giovani donne, giovani uomini terrorizzati da non si sa cosa.

Sono i loro occhi spenti che emergono dalla mascherina che per metà li protegge “Dottorè io riesco a parlare solo perché la mascherina mi nasconde mezza faccia. Solo per questo riesco a guardarti negli occhi”; sono loro… con i loro vestiti rotti, bucati (e non per moda, ma per difficoltà economiche). Sono loro che studiano nonostante vengano da un certo quartiere ; sono loro che diventano genitori quando ancora non sono nemmeno figli (ragazzi senza padre, madre, cresciuti da qualche zia di turno).

Poi ci sono le signore, quelle preda dell’ansia e del panico sempre prese a fare fare fare e ci sono i rari uomini che chiedono aiuto; quelli che arrivano con l’aria da piacioni e alla prima risposta che da soli, si danno, annegano tra le lacrime riscoprendosi infans bisognosi di cure.

Un anno psy è il paziente che ti squalifica o ti sfida; la soddisfazione di portare a termine i percorsi psicologici. Il breve terrore negli occhi del ragazzino che sa che da te, la settimana prossima non tornerà ma è anche quella piccolissima fiammella che torna a rendere vivo e acquoso un occhio prima spento che ora sa che da solo, può farcela.

Almeno può provare e poco male se si cade, tanto ci si può (sempre) rialzare.

Un anno psy è la parte di vita personale. Quella che si protegge perchè le storie vere vanno sempre protette.

La verità si protegge: sempre.

Allora ci sono io, da qualche parte.

C’è che forse nel 2022 riesco a scrivere un curriculum (cosa a cui sono da sempre contraria) è che proprio odio chi si descrive attraverso i titoli che ha però -a quanto pare- ad alcuni, sapere la mia matricola di iscrizione all’albo oppure sapere dove con chi ho suonato o cosa ho fatto… rende loro più sicuri. Evidentemente potermi categorizzare in qualcosa, li rende più sereni.

Solo che qualcuno mi disse che sono come l’aria: non contenibile all’interno di qualcosa.

Ci sono i miei (questa volta) occhi chiari, dai mille colori, che sono stanchi. La sera sono secchi e bruciano; mi dicono di darmi una calmata e che potrò tornare ad immergermi nel mondo che tanto amo, con la mia valigia sempre pronta e mai del tutto riposta, nell’armadio. Ci sono le decisioni che devo prendere, quelle che saranno impalcatura di quel meraviglioso tempo che è il futuro.

C’è la carne dei miei pensieri, la più difficile da toccare, quella in cui una volta che ti insinui è quasi impossibile uscirne.

Le increspature del mio sentire; i capelli lunghissimi crespi aggrovigliati su loro stessi, portatori della mia storia.

C’è il lavoro con il tempo che mi fa capire che ora, non è tempo.

Non è ancora tempo per molte cose, ma sarà sicuramente tempo per molte altre.

Ci sono le promesse che io non faccio mai, perché sono contraria alle illusioni ma amo la quotidianità, quella fatta di piccole attenzioni e amo -soprattutto- le costruzioni specie quelle che arrivano dopo maremoti di indicibile (pre)potenza.

La presenza anche lontana, lontanissima.. che si incista lentamente ma fortemente dentro di te, saldandosi a fiamma di fuoco che arde ma non rende cenere, bensì si presenta come energia calda e viva. Combustibile per il sentire.

Cosa ti auguro per l’anno nuovo?

Un inizio continuo, vivo e pieno. Ti auguro la salute per i tuoi cari che la cosa peggiore che possa accadere è vedere chi ami stare male. Ti auguro tanto benessere per il tuo apparato psichico così tanto trascurato. E ti auguro tanti inizi, che di “fine” ne abbiamo vista davvero troppa…

E se per qualche motivo tu dovessi incontrare un’anima affine, dalle il tuo tempo ed offrile tantissimi caffè, magari mentre siete seduti all’ombra di una maestosa montagna, con un piedi nel blu del mare e una canna da pesca fatta di stelle, tra le mani, che affondi il proprio amo (senza punta) nell’acquario dei sentimenti, delle passioni, della voglia, della fantasia e del desiderio.

Desiderare per essere

questa la strada per (r)Esistere senza insistere.

Buon anno a tutti quanti, guagliù!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

(Un augurio speciale lo faccio a tutti i colleghi Psy che stanno resistendo in questi anni di pandemia; a tutti quelli che si sono reinventati essendo stati completamente dimenticati dall’ordine che nemmeno mezza mascherina ci ha mai fornito -almeno per quanto concerne l’ordine degli Psicologi della Campania-. Al mio collega, psicoterapeuta incredibilmente talentuoso, dalla mente viva e dal cuore generoso).

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Occhi.

Mi mancano gli occhi con cui guardavo -prima- il mondo.

E mi manchi tu.

A molto… molto presto!

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Psicologia, Percezione, Gestalt e attribuzione di significati.

Percepire significa innanzitutto prestare attenzione e la memoria pare inevitabilmente legata a tale processo.

Inoltre, dagli studi effettuati dalla Psicologia della Gestalt è stato possibile comprendere alcuni importanti meccanismi alla base dell’esperienza percettiva, in particolare quella visiva. Wertheimer e Kohler affermano che, in generale, un’immagine visiva viene organizzata in una parte centrale e in uno sfondo, come dimostrato dagli studi delle figure reversibili (di Rubin).

Vaso di Rubin

Altro aspetto importante è il raggruppamento percettivo, cioè la tendenza a organizzare gli elementi presenti nel campo visivo in schemi di significato. La Psicologia della Gestalt studia quindi le relazioni tra gli oggetti reali, lo stimolo che forniscono in relazione alla loro forma e il modo in cui l’individuo le trasforma in percezioni.

La Gestalt spiega la percezione degli oggetti attraverso le qualità fisiche dello stimolo – oggetto e dei meccanismi neuro-biologici, non esclude però l’influenza dell’esperienza passata (buona forma).

Le teorie cognitive e quelle della psicologia sociale, sottolineano invece l’importanza che assumono la conoscenza passata, le motivazioni, gli interessi, le relazioni umane nella costruzione attiva dell’esperienza percettiva, che risulta essere estremamente personale e variabile, anche nello stesso individuo, in momenti diversi.

Percepire significa anche attribuire dei significati.

Tale concezione più ampia della funzione percettiva ha dato agli psicologi la possibilità di ritenerla estremamente utile come elemento da valutare nell’ambito della Psicologia Clinica e nella valutazione diagnostica degli individui.

Attraverso le tecniche proiettive risulta infatti evidente il modo in cui il soggetto si relaziona con lo stimolo mostrato e quindi con le sue strutture psichiche profonde come accade ad esempio con il reattivo di Wartegg.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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I reattivi grafici: psicodiagnostica. Podcast

Il viaggio di oggi vuole presentarti un altro campo di indagine della psicologia: la psicodiagnostica.
La psicodiagnostica è quel campo che si occupa della valutazione e diagnostica psicologica, personologica e psicopatologica tramite l’uso di strumenti come test, questionari e diverse batterie e tecniche testistiche sia psicometriche che proiettive.

Oggi ti parlerò del DAP Test, un reattivo grafico proiettivo che può dire molto di noi, della nostra storia, del nostro sé e dei nostri meccanismi di difesa.

La psicodiagnostica è una specifica attività professionale che fa parte delle competenze dello psicologo clinico specialista in psicodiagnostica.

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Disturbo Schizoide di Personalità e Dipendenza da Internet – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio osserveremo più da vicino il Disturbo di Personalità Schizoide e attraverso l’analisi di un caso clinico (il caso di Louis di Vittorio Lingiardi), scopriremo insieme quanto possa essere forte il legame tra questo tipo di disturbo e una Dipendenza Patologica da Internet. E per comprendere meglio questo legame attingeremo alle teorie di Donald Winnicott, Glenn O. Gabbard, Fairbairn.
Buon ascolto..

Disturbo Schizoide di Personalità e Dipendenza da Internet – Podcast – In viaggio con la Psicologia

Lo schizoide “guarda il proprio mondo attraverso una lastra di vetro”

Fairbairn
Disturbo Schizoide di Personalità e Dipendenza da Internet – Podcast – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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L’interpretazione erronea: psicologia sociale. Podcast

Capita spesso di porsi tutta una serie di domande e di non avere la certezza che le risposte (che ci diamo), siano quelle giuste.

Richard Nisbett e Stanley Schachter (1960), dimostrarono l’interpretazione erronea che le persone attribuiscono ai propri pensieri, compiendo un esperimento sugli studenti della Columbia University.

Quanto è importante dubitare delle/sulle proprie scelte?

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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I genitori.

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Quando una coppia decide (più o meno coscientemente, per così dire), di avere un bambino sono diversi i pensieri, le sensazioni, che affollano la mente della coppia stessa. Accade -non di rado- che il bambino sia visto quasi come una seconda chance, un possibile riscatto innanzi agli occhi del mondo.

Una volta nato però, il bambino può non rispettare i “buoni canoni” che venivano lui richiesti e questa sorta di candida pagina bianca che doveva riscattare l’esistenza della coppia genitoriale, diventa d’improvviso una pagina sporca: macchiata.

Per molte coppie, il nuovo nato più che un nuovo inizio o un prosieguo di un percorso familiare, diviene uno stop; una pausa (non richiesta) nel proprio cammino.

L’investimento che i genitori (sia in termini di coppia, che singolarmente) fanno sulla nascita del nuovo bambino, costituisce un nucleo assai complesso ricco di fantasie che si presentano come molteplici e contrastanti.

Le proiezioni che i genitori fanno inizialmente sui figli, possono essere immaginate come delle grandi impalcature che vengono erette per la costruzione di un edificio; tali impalcature sono indispensabili e verranno smantellate solo dopo, quando l’edificio potrà tenersi saldamente sulle proprie fondamenta.

Durante la presa in carico della coppia genitoriale, dobbiamo dare spazio e attenzione sia agli elementi che creano il problema, sia a quelli che si presentano come un serbatoio vitale. Accanto e insieme alle identificazioni proiettive, vi sono le identificazioni introiettive; i genitori possono infatti vedere i loro figli non solo come una possibilità di liberarsi di parti del loro sé difficilmente integrabili, ma anche come i depositari di parti che desiderano proteggere e -soprattutto- a cui dare la possibilità di un ulteriore sviluppo futuro e migliore.

Bleger, 1992, parla a tal proposito di “buona simbiosi” andando ad intendere quella che si instaura tra il nuovo nato e l’ambiente familiare; agli inizi con la madre prima forma che si stacca dallo sfondo e che funge da collettore di tutti gli altri attori/presenze, presenti.

Buona simbiosi perché necessaria e fondante, ed è qui che il processo analitico viene a presentarsi come un’occasione per rifare un percorso che probabilmente, nella sua versione originaria, è stato carente o accidentato.

L’analisi diventa pertanto un processo desimbiotizzante (ibidem)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Cicatrici.

“Non c’è nulla di turpe in una cicatrice se è stato il coraggio a causarla.”

Publilio Siro

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pillole di Psicologia: I meccanismi di difesa.

I Meccanismi di difesa sono processi mentali non consapevoli che servono a mantenere un equilibrio e una stabilità emotiva ragionevole.

Hanno importanti scopi difensivi e sono al servizio dell’Io. Sono essenziali a gestire e sedare “conflitti” interiori, altrimenti potenzialmente pericolosi.

Ma anche i meccanismi di difesa possono diventare dannosi. Infatti, quando si ricorre troppo spesso ad essi o troppo a lungo, possono portarci ad una sorta di “rigidità psichica” e ci impediscono un adeguato adattamento alla vita e alle difficoltà.

L’utilizzo più o meno frequente dei meccanismi di difesa costituiscono un aspetto distintivo della personalità di ciascuno.

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Quali sono gli scopi dei meccanismi di difesa?

(schema dello psicoanalista Henry P. Laughlin)

  • mantenimento della sicurezza emotiva.
  • aumento della sicurezza.
  • mantenimento o aumento della stima di se.
  • difesa contro l’esperienza soggettiva dell’ansia
  • risoluzione del conflitto psichico.
  • raggiungimento di un compromesso tra bisogni e le mire inaccettabili o impossibili e le richieste della società.
  • aiuto a ottenere il controllo, il rifiuto o la soddisfazione nascosta di impulsi o bisogni altrimenti (consciamente) intollerabili
  • mantenimento o accrescimento della rimozione.

Quali sono invece possono essere gli effetti e le conseguenze?

  • contributi positivi all’efficienza, alla soddisfazione nella vita e alla serenità.
  • contributo nel determinare la struttura del carattere e la costellazione dei tratti della personalità.
  • formazione di sintomi che conducono a ogni genere di disturbi.
  • patologica esagerazione dei tratti difensivi del carattere già esistenti.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Il tarantismo: Podcast.

La nostra storia, le nostre radici, non si nascondono non si recidono con cesoie magari arrugginite che creano danni alle radici stesse.

Le radici si proteggono.

Alla scoperta del Tarantismo e del cattivo passato che ritorna (così come De Martino, ci dice); il passato che – in conseguenza di un morso- reale o meno, di un certo animale, può “ora” essere messo in scena. Il mio dolore -oggi- può essere visto.

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’esperimento del precipizio visivo: Gibson e Walk. PODCAST.

Quando siamo davvero pronti a cadere? Quand’è che nell’essere umano nasce, in un certo senso, la capacità di capire che uno spazio “vuoto” non necessariamente è uno spazio che porta a una caduta e che la nostra percezione, può aiutarci a non cadere in errore?

Alla scoperta dell’esperimento del “precipizio visivo”, un viaggio nella psicologia dello sviluppo.

Buon ascolto e buon viaggio.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Casa.

“La casa è il vostro corpo più grande. Vive nel sole e si addormenta nella quiete della notte; e non è senza sogni.”

Khalil Gibran

Dott.ssa Giusy Di Maio.