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Senti.. Ascolta.

Le 00:20 sulla destra il Golfo di Napoli illuminato..

La radio manda uno dei miei pezzi preferiti: 2 minuti e 26 ‘e pace..

Una mano è fuori dal finestrino intenta come sempre a giocare con l’aria.. a giocare con la notte provando a scansare le paure che reca con sé..

Qualche goccia di pioggia, la luna è piena ed io canto a squarciagola.

Il mio sentire ascolta..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Violenze domestiche: conseguenze psicologiche e fisiche.

Il fenomeno della violenza domestica ha a che fare con una serie di azioni che hanno luogo all’interno della relazione che partono dal passato e arrivano al presente. Questa serie di condotte e azioni riguardano l’aspetto psicologico, economico, fisico e sessuale. Nel tempo le conseguenze di questi atti possono portare a danni di natura fisica e psicologica.

La violenza psicologica è moto subdola e può riguardare tutta una serie di atteggiamenti intimidatori, vessatori, denigratori. Sono subdoli perché spesso non esplicitati e di difficile comprensione da parte delle persone estranee alla coppia. Il partner tende infatti a mettere in atto tutta una serie di “strategie” di isolamento, limitazione dell’espressione personale e terrore, nei confronti dell’altro partner. Attuando ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni nel privato e nel pubblico, umiliazioni e denigrazioni. Spesso l’ “efficacia” pervasiva di questi atti porta ad un vero e proprio “lavaggio del cervello” e la sensazione da parte delle vittime, di vivere sempre con la paura che possa succedere qualcosa di molto grave. La continua esposizione a queste condizioni portano le donne (che nella maggior parte dei casi sono le vittime delle violenze domestiche) ad avere gravi danni sul piano psicologico.

La conseguenza di queste situazioni porta la donna vittima di violenza a colpevolizzarsi continuamente, portando dentro di sé una sensazione costante di inadeguatezza. Entra così in un circolo vizioso di accondiscendenza e sottomissione alle richieste del maltrattante, così da risultare il più possibile adeguata alle sue richieste, per non farlo adirare.

Si crea così una sorta di perversa dipendenza psicologica dall’aggressore maltrattante.
La maggior parte delle donne che denunciano il partner che le maltratta, spesso non hanno intenzione di lasciarlo, ma solo di contenerlo e controllarlo. Capita che una volta subite le prime violenze le donne, loro malgrado, interpretano il ruolo di vittima. La serie di atti prima descritti e la pressione psicologica generata dal comportamento del maltrattante genera nella donna, come fonte di sofferenza, il senso di colpa per il sospetto di essere responsabili di quella reazione, in sintesi di meritarla.


In diversi i casi può accadere un ribaltamento della situazione: il soggetto maltrattante dopo la violenza diventa vittima della vittima, che ora si trova in una posizione di dominanza, desiderando il perdono.
Si invertono così i ruoli se la donna minaccia l’allontanamento fisico l’uomo risponde con il vittimismo. Questo altalenarsi della relazione in un sorta di danza perversa di dominanza/sottomissione, permette alla donna di restare. La donna infatti in questo caso avverte il vittimismo del compagno come un momento di gratificazione e quindi s’illude di poter avere la possibilità di “aggiustare” e controllare la relazione.

Immagine Personale

Le donne spesso denunciano questi fatti a parenti ed amici i quali non hanno le capacità o non avvertono la necessità di impedire l’aggressione fisica e psicologica.
La famiglia può rappresentare una risorsa e un aiuto, ma tante volte può diventare un ostacolo e paradossalmente può giustificare in qualche modo le violenze. Infatti può capitare che alcune famiglie possono incoraggiare la donna a tenere unito il matrimonio per ragioni etico religiose, giustificando anche la loro linea di pensiero con il fatto che i danni non sembrano particolarmente gravi.
Ad esempio può capitare quando nel compagno maltrattante viene riconosciuta una situazione di sofferenza, una qualche patologia mentale o psichica. In questo caso la donna non legittima la separazione in quanto comprende la sofferenza dell’altro, subordinando la propria di sofferenza.

La violenza fisica comprende invece tutta quella serie di azioni atti a far del male (procurare dolore fisico e segni) e quindi a spaventare la vittima, che può temere continuamente per la sua incolumità. La violenza fisica può essere esperita in tanti modi diversi (calci, pugni, morsi, colpi alla testa, torsioni del braccio, soffocamento, scossoni, spintoni). Queste violenze fisiche sono agite proprio per spaventare e rendere l’altra persona in un stato di soggezione e controllo.

La violenza economica riguarda tutta quella serie di espedienti volti ad evitare che la donna arrivi ad avere una indipendenza economica. Ciò ovviamente ha come finalità quella di rendere la donna sempre e comunque dipendente e senza nessuna possibilità di pensare di poter essere economicamente emancipata. Anche quando la donna ha un lavoro, il maltrattante farà in modo di gestire o sperperare il denaro del lavoro della partner., che sarà costretta a nascondere una parte dei propri introiti.

La violenza sessuale riguarda tutti quegli atti legati alla sfera del sessuale. Il partner in questo caso è costretto ad avere rapporti sessuali, con minacce, violenze e ricatti. Costrizione ad avere rapporti anche con terzi e visionare o fare video.

Immagine Personale


La violenza e gli abusi contro le donne non hanno alcuna giustificazione, qualunque natura essi abbiano.

Non bisogna mai sottovalutare i primi segnali di una escalation violenta.

Mai sottovalutare le offese, mai sottovalutare la limitazione delle libertà, mai sottovalutare i gesti e le intenzioni, mai sottovalutare una spinta o uno schiaffo!

Denunciare e chiedere aiuto è un grande passo verso la libertà.

La violenza domestica e contro le donne non può essere tollerata!

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Dormire…

“Come sono fortunate quelle persone che nella vita non hanno paure né terrori, per le quali il sonno è una benedizione che arriva ogni sera e non porta altro che bei sogni”.

Bram Stoker.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Musica, ritmo e sport

Finite le vacanze estive, siamo più o meno tornati tutti alle nostre consuete attività già da qualche settimana. Come fare per gestire lo stress da rientro?

Tenersi in forma, attività fisica o sportiva. Magari con ritmo.

Si, perché le performance sportive migliorano con la musica. Quindi camminare, correre, fare ginnastica o palestra al ritmo della propria musica preferita è un ottima idea.

La musica aiuta moltissimo a percepire meno la sensazione di fatica e quindi, può aiutare tanto con il miglioramento delle performance. Sono tanti i professionisti dello sport che utilizzano la musica per concentrarsi, per allenarsi e per prepararsi alle gare.

In alcuni studi effettuati in questi anni e pubblicati anche su importanti riviste di Psicologia e Sport , è stato osservato che la scelta della colonna sonora per accompagnare gli allenamenti non è casuale, ma finalizzata ad indurre stati emotivi ben precisi nell’atleta. Alcuni giovani atleti (tennisti) partecipanti ad una di queste ricerche hanno asserito che la musica li aiuta a sentirsi più energici e più sicuri di sé.

La musica ha la capacità di migliorare il tono dell’umore e di aumentare lo stato di vigilanza, inoltre può facilitare la concentrazione sui movimenti da eseguire negli allenamenti. Il ritmo e la melodia della musica è in grado anche di modulare ed armonizzare l’attività fisica. La differenza sul tipo di musica da ascoltare per allenarsi o per concentrarsi prima di una gara è però quasi sempre soggettiva.

Ognuno ha una preferenza personale rispetto la musica da ascoltare per agevolare la propria performance.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi
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Quel che hai superato.

“La forza di una persona è il risultato di quello che ha superato”.

Albert Einstein.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Sporchi, brutti e cattivi.

Chi è il cattivo?
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Giuseppe è arrivato da noi su invio del Tribunale dei Minori.

Il ragazzo ha 17 anni e ha all’attivo un curriculum da piccolo delinquente. Gira armato – sempre- ha messo in atto diversi furti più o meno grandi (da solo o con il favore di alcuni amici adulti); fuma sostanze “più o meno legali”.

Il ragazzo ha inoltre aggredito verbalmente ma soprattutto fisicamente alcuni familiari. L’estrazione sociale non è delle peggiori; Giuseppe non proviene dai quartieri malfamati; il padre (che lavora senza contratto) è elettricista, la mamma casalinga, la nonna malata di Alzheimer vive con loro.

Il nucleo familiare appare abbastanza sereno, all’apparenza, salvo poi mostrare la pluralità di sfaccettature e del non detto, tipiche di molte famiglie “disgregate”.

Giuseppe si presenta spavaldo.

Il ragazzo che apre la porta sembra avere molti più dei 17 anni dichiarati; barbetta curata, ciuffo di capelli arricciato in punta rigido e pieno di gel…

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Comunicare e meta-comunicare.

Un approfondimento del mio collega, il Dott. Rinaldi, in merito alla comunicazione.
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

“Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta-comunicazione”

Paul Watzlawick

Questo è il secondo assioma della comunicazione di Paul Watzlawick (“Pragmatica della comunicazione umana“).

Il primo assioma postulato da Watzlawick recità così: “Non si può non comunicare” (ne parlai, tra gli altri, in questo post un po’ di tempo faComunico ergo sum | ilpensierononlineare).

Immagine google

Cosa voleva dire Watlawick con il secondo assioma? In effetti questo enunciato sintetizza in maniera estremamente efficace due caratteristiche essenziali della comunicazione umana. In ogni comunicazione esiste un aspetto che riguarda il contenuto (la notizia contenuta nel messaggio espresso) e un aspetto di “comando” che riguarda essenzialmente il tipo di messaggio che viene espresso (definisce la relazione tra i comunicanti, una “cornice relazionale”).

Watzlawick sostiene che in genere le relazioni sono definite consapevolmente…

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Piangi, eroe.

“Ulisse pianse nel sentire cantare le gesta sue e degli altri Greci, a Troia. Ma non voleva farsi scoprire. Col lembo del mantello, si coprì il volto e asciugò le lacrime. Solo Alcinoo, re dei Feaci, se ne accorse ma non disse nulla.
Odissea.

Ti va di lasciarmi una canzone (o una frase), qui sotto?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Da nord a sud: come il mare.

Immagine Personale.

Da quando la pandemia è diventata realtà sempre più presente, il disagio psicologico si è elicitato con sempre maggior forza. Da un lato abbiamo visto l’aumento di casi di ansia, depressione o fobia sociale ma dall’altro, i nostri giovani si sono “ammalati di relazioni”.

Basta dare uno sguardo alla cronaca per vedere come casi di violenza domestica o violenza agita fuori, nelle piazze, sia una questione sempre più presente.

Per quanto concerne le consultazioni, nella nostra “isola del tempo”, sempre più giovani parlano noi dell’amore, delle relazioni e dell’abbandono.

Qualcosa – i nostri ragazzi- vorranno pur dirci.

Il ragazzo giunge in consultazione perchè assillato da domande di cui nemmeno conosce l’origine; sa di avere qualcosa dentro… qualche quesito ma ne ignora, per ora, l’origine o il senso.

S. è un ragazzo del nord trasferitosi al sud perchè una notissima azienda campana era alla ricerca di una certa figura professionale. Il giovane ha 25 anni e un figlio di 9 anni avuto da quella che è la sua compagna attuale.

S. racconta di essere molto felice nella nuova città, si è integrato bene e quasi pensa di non esser mai vissuto altrove: “mi sento bene qui; la gente sorride, ti chiede come stai. C’è il sole e passeggiare guardando il mare prima di andare a lavoro mi rimette in pace con il mondo. Non oso immaginarmi, allo stato attuale, altrove.”

Dove nascono allora queste domande che S. dice di avere nella mente?

Il ragazzo si è trasferito poco prima dello scoppio della pandemia a laurea triennale conseguita; racconta degli sforzi immensi fatti per studiare e fare qualche lavoretto per mantenere la sua piccola famiglia. La compagna appena saputo di aspettare un figlio ha smesso di frequentare la scuola e ha come “spento ogni possibilità anche solo di sognare, Dottoressa”.

Il ragazzo inizialmente aveva ipotizzato di non portare avanti la gravidanza, ma la famiglia della ragazza li ha obbligati (facendo leva sul peccato che avrebbero compiuto), a tenere il bambino. S. successivamente è stato felice della scelta perchè si è sentito subito padre, ma la compagna “non è mai diventata madre”.

Il ragazzo quando è sceso giù, lo ha fatto da solo perché la famiglia di origine della compagna era piena di pregiudizi (che per questioni personali, chi scrive, evita di riportare).

S. si è integrato in una realtà altra che sente però vera e se nella sua vita ha sempre e solo avuto questa donna al suo fianco, comincia a vacillare ogni piccola certezza in precedenza avuta.

“Mi sento un padre e un uomo che ha bisogno di conoscere, scoprire e sapere, perché un giorno voglio che mio figlio sappia a chi chiedere e sappia che le risposte che riceve non sono fredde ma frutto di un vissuto da me sentito”.

La compagna è giunta in consultazione su insistenza, senza voglia e sfidando pesantemente la professionista (la proiezione è stato il meccanismo di difesa più utilizzato -durante il colloquio- insieme alla negazione). Il problema è che se mentre con gli altri, la ragazza è riuscita attraverso i suoi meccanismi difensivi ad ottenere un controllo fino a manipolarli, qui in consultazione la questione si fa differente.

Messi l’uno di fronte all’altro, i due giovani hanno come avuto la sensazione di essere per la prima volta soli con la possibilità di guardarsi e parlarsi. I ragazzi – di fatto- dal momento in cui hanno avuto il bambino non hanno mai comunicato come una vera famiglia; lei vittima dei suoi genitori quasi carnefice verso il compagno che per il bene del bambino non ha mai detto “no”.

Il problema è che ora S, ha ben chiari quali siano i suoi desideri e i suoi bisogni. Vuole che il bambino possa avere la possibilità di vedere ben oltre il quartiere della grande città del nord che però “ingloba e tiene dentro certi confini schematici. Voglio che mio figlio conosca la bellezza dell’incertezza e della plasticità.. Voglio che impari a sognare pure se le cose vanno male. Io sono sempre stato schematico, ho sempre fatto quel che mi veniva chiesto. Vorrei essere più come il mare che vedo: rilassato ma deciso; fiero pieno e accogliente. Voglio che la donna che è al mio fianco non ci sia per dovere ma per certezza: la certezza di essersi scelti”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Attraverso gli altri diveniamo noi stessi..

“Attraverso gli altri diventiamo noi stessi.”

“L’apprendimento umano presuppone una specifica natura sociale e un processo mediante il quale i bambini accedono alla vita intellettuale di coloro che li circondano”

Lev Vygotsky
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Nel corso dello sviluppo secondo Vygotsky, pensiero e linguaggio (partendo da radici differenti), diverranno interdipendenti e l’interiorizzazione del linguaggio permette la formazione di funzioni psichiche superiori.

L’interazione sociale, l’influenza degli adulti significativi e l’ambiente in cui cresciamo sono necessari per il nostro sviluppo cognitivo e quindi per lo sviluppo del linguaggio e per l’apprendimento.

dott. Gennaro Rinaldi

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Pelle: Io.

Il bambino viene al mondo in uno stato di “Hilflosigkeit- impotenza”; l’infans in sostanza non ha ancora un Io completo (ha infatti bisogno del sostegno umano), ma ha un Io-corporeo.

Secondo Didier Anzieu, il bambino attraverso l’Io corporeo riesce ad andare oltre la sua dipendenza dall’ambiente di cura. Per l’autore l’Io corporeo è un Io pelle; per comprendere meglio la questione dobbiamo ritornare per un momento a Freud.

Freud parla di processi primari, intendendo con ciò una modalità di funzionamento mentale che viene prima del pensiero; perché il pensiero abbia luogo, l’Io deve essere adattato alla realtà. Senza un Io adattato alla realtà il bambino può infatti dare un solo senso al mondo (che è quello che viene esperito attraverso il suo corpo).

Anzieu sostiene che molte delle funzioni del corpo nella fase pre-Io vengono riprodotte su e attraverso la pelle.

Riferendo alle funzioni quali quelle di contenimento -ad esempio- Anzieu mostra come la pelle funzioni da Io surrogato perché la pelle svolge i compiti vitali che L’Io alla fine eseguirà.

La pelle del bambino può, quindi, essere vista come una sorta di modello corporeo per come si costruirà l’Io a tutti gli effetti.

Secondo Anzieu, l’Io-pelle è “un’immagine mentale di cui l’Io del bambino si avvale durante le prime fasi del suo sviluppo per rappresentarsi come un Io contenente contenuti psichici, sulla base della sua esperienza della superficie del corpo”.

Come manipoliamo il bambino? come lo curiamo, laviamo come lo accarezziamo?

Tutta la gestualità che concorre alle cure offerte al bambino saranno di fondamentale importanza per far comprendere al bambino stesso i confini del suo (e l’altrui) corpo; le cure parentali indicheranno pian piano al bambino come contenersi e contenere.

La pelle diviene quel filtro omeostatico che lascia passare solo alcuni elementi, precursore delle funzioni che spetteranno poi all’Io.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“Tanti auguri a me”: J. Lord.

Qualche tempo fa avevo anticipato che a breve – in un tempo non meglio definito- avrei presentato al lettore J. Lord.

Il motivo che mi spinge ad indagare, con voi, il vissuto e ciò che circonda il ragazzo, sarà ben chiaro man mano che (sempre a discrezione del lettore), si procederà nella lettura.

Sangue Africano cuore Napoletano: chi è J. Lord?

La biografia di Lord Johnson è caotica e confusa, quasi a voler mettere subito in chiaro una cosa “sono una seconda generazione, figlio di neri che cresce in una terra non sua. Avete presente la ferita narcisistica a cui sono esposto?”.

Vero è che le parole appena citate non sono un virgolettato diretto dell’artista ma a ben vedere, il suo vissuto così si palesa all’ascoltatore: confuso.

Il ragazzo -nemmeno diciottenne- è di origini Ghanesi ma cresce a Casoria (in seguito all’adozione da parte di una coppia. Anna il nome della madre adottiva, spesso citata anche nei brani). Il legame con la famiglia di origine non è ben chiaro, lui stesso dirà nell’intervista di aver vissuto la strana condizione di stare con il padre biologico nel mentre era stato allontanato da casa sua (a Casoria) poichè il padre adottivo stava morendo.

Figlio, d’improvviso, di un padre non del tutto tuo mentre tuo padre (seppur adottivo), sta morendo.

Ancora una volta, la confusione la fa da padrone.

Proviamo a fare il centro della questione.

Il ragazzo comincia a scrivere musica a 13 anni mentre tra i banchi di scuola, sentita la noia, insieme al suo amico compone rime “così”.. senza senso.. per puro piacere (quasi a rimarcare il concetto tanto caro a Lacan, di jouissance/godimento) e anche se provoca fastidio alla classe continua a rappare.

J Lord identifica (a domanda dell’intervistatore fatta) la libertà nella famiglia “l’unica cosa che mi dispiace è non saper parlare la mia lingua (riferito al Ghanese)” un chiaro messaggio, una cesura forte sentita; un taglio netto con le proprie origini pur dicendo “ho sempre portato dentro di me un pezzo del Ghana: me stesso”.

J Lord riempie lo spazio in maniera sincera e diretta. Non si atteggia a grande uomo né porge uno sguardo aggressivo; sembra più grande..( nonostante dall’eloquio si percepisca talvolta la giovane età) ma appare molto centrato rispetto a ciò che lui accade.

J Lord riconosce l’importanza dello studio; ha conosciuto la micro-criminalità, ha visto un amico in ospedale sopravvivere per miracolo e nei suoi occhi ha letto “vi prego aiutatemi”.

Il ragazzo ha compreso il territorio da cui proviene e a 16 anni scrive e urla, rappando “svegliati, studia.. fa qualcosa di importante per la tua vita invece di perdere tempo in mezzo alla strada senza fare niente”.

“Non vorrei avere una 38 ma una penna; le parole possono fare più male di una pistola”.

A 16 anni J Lord ha capito di dover contare solo su se stesso, rendendosi conto che solo lui può essere parte attiva della propria vita; una vita che non può essere abbandonata e non può essere preda del caos identitario che talvolta vive.

L’accezione “seconda generazione”, nella sua sterilità, indica come “la qualità dell’essere immigrato, permanga attraverso le generazioni, e venga mantenuta attraverso la discendenza, anche quando si tratta a tutti gli effetti di bambini nati nel paese di accoglienza”1.

Un ragazzo figlio di immigrati, che cresce lontano dalla terra di origine, cresce allontanato dal sistema simbolico che dovrebbe indicargli “lui chi è”. I genitori infatti, quando si trovano inseriti nel proprio ambiente di origine riescono a rispondere alla domanda del bambino “io chi sono”; ma quando tutto il sistema famiglia è tirato via dal proprio humus vitale, la situazione si modifica.

Finché la madre resta nel proprio sistema culturale può, infatti, svolgere la propria funzione di portaparola (Cfr., V. De Micco, Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori, p, 37); funzione resa invece complessa allorché la stessa madre si sente lontana e straniera a se stessa, quando ella si sente spogliata del proprio sistema simbolico, e sente di “non poter affiliare il proprio stesso bambino al suo lignaggio ovvero sia alla catena delle proprie appartenenze simboliche, di assegnarlo al posto di proprio discendente” 1 . Ne deriva quindi che il mondo perde la propria “ovvietà”, diventando oscuro e sconosciuto; un mondo dove anche la più semplice delle azioni quotidiane, risulta enigmatica e dove il “colore della pelle rende questi bambini contemporaneamente più nudi e più opachi degli altri, insieme sovraesposti e invisibili”2. Per il bambino è difatti “impensabile che il suo genitore, supporto nella sua prima infanzia dei suoi ideali, dei suoi investimenti, delle sue proiezioni, sia alle prese con dei conflitti intrapsichici”3, conflitti che se non adeguatamente supportati, creeranno una “falla transgenerazionale”, che terminerà nel non riconoscimento da parte dei genitori dei propri figli, che diventeranno estranei ai loro occhi, figli “né di questo, né dell’altro paese” (J. Lord racconta ad esempio di quando il padre biologico non voleva che il figlio ritornasse in Italia. In sostanza Lord non era riconosciuto dal proprio paese di origine ma, nemmeno dal paese di adozione).

Non a caso J Lord dice una frase bellissima “devo lasciare qualcosa con ciò che scrivo, altrimenti non ce la faccio” quasi a voler rimarcare quell’ Io ci sono, un Io che trova difficoltà nel far attecchire le proprie radici.

Il ragazzo parla per sé ma parla per tutta la sua famiglia una crew.. una squadra immensa che vede tutti i suoi fans “Voglio lasciare qualcosa per esserci ed essere qualcuno”.

Il ragazzo ha tanto da dire e lo fa usando un linguaggio nato per essere “sporchi e cattivi”, il rap.

Rime, slang, flow.. J Lord riporta in Italia qualcosa che mancava da un bel po’, uno stile tutto americano, il classico hip hop con influenze R&B il tutto servito su un flow che sa di rap old school, ma il ragazzo di Old non ha proprio niente.

Erre moscia e occhi con la cazzimma; Pelle scura, ritmo deciso che affonda il prorio beat, il battito in una lingua che di per sé è sonora e accattivante, la lingua napoletana.

La strada Lord la conosce, la vive, la canta e la rappresenta.

Sangue Africano, cuore Napoletano e beat Americano: Tanti auguri guagliò, “la strada è giusta, non è più quella sbagliata”.

Ci vediamo in giro, fratè!.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

1 Cfr., V. De Micco, Dal Trauma alla Memoria. Il ‘gruppo interno ’ tra origine e appartenenza in bambini migranti, in “Funzione gamma. Tecniche di ricerca e psicologia di gruppo”, rivista telematica scientifica dell’Università “La Sapienza” Roma, numero monografico su “Gruppo e migrazioni”, marzo

2011, http://www.funzionegamma.edu

2 Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 42, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

3 Micheline Enriquez, “Delirio in eredità”, p. 115, in Trasmissione della vita psichica tra generazioni. Trad. it. Borla, Roma, 1995

1 Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 32, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

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Sull’Addio..

“Non c’è niente di male nell’andarsene, Giusy…”

“Sì, ma”.. risposi

La frase citata mi fu detta durante una conversazione con una collega, in merito ad un caso che avevano seguito insieme.

Quanto può far male un addio?

Questo divenne il quesito del giorno. La mia collega (parecchio più grande di me), sosteneva che alla fin fine, un addio è un addio “arrivederci e grazie” in sostanza, e tutto torna -più o meno- come prima.

Nella mia opinione invece l’addio non è un “chi s’è visto s’è visto”; l’addio ha a che fare con l’assenza, con la sparizione, con il dolore, con la solitudine e quindi con il lutto.

L’addio fa sperimentare un crollo già avvenuto in uno stadio precedente nella vita del soggetto, analogamente a quanto Winnicott sostenne con “la paura del crollo” (ad esempio in merito agli attacchi di panico), dove la paura è -appunto- il ritorno di una paura già in precedenza sperimentata. Questa paura è inconscia in quanto si tratta di un evento passato che resta lì, come sull’uscio della porta pronto ad entrare; di questo evento (già sperimentato in passato), si ha paura, non lo si vuole ripetere anche se, non vi sono tracce di esso nella memoria (essendo relegato nell’inconscio).

Addio, non è Ciao. Ciao (ri)apre a un ritorno; è un “poi ci rivediamo, ci sentiamo”.. in sostanza è l’apertura, il tappeto che conduce alla porta che si riaprirà..

Addio è invece la serratura a cui è stato messo un lucchetto di cui non si conserva la chiave.

L’addio fa schifo, non ci sono altri termini e/o considerazioni.

Ma lo zero pulsionale non esiste; la pulsione anche quando è distruttiva e mortale è pur sempre una forza che spinge verso qualcosa.

Allora anche un Addio può trasformarsi in un nuovo “Ciao” che possiamo nuovamente offrire..

E che sia Ciao.. per tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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I meccanismi cognitivi del gioco d’azzardo.

Perché il gioco d’azzardo in tutte le sue forme, legali o no, ha così successo?

Sembra strano ma è proprio la rarità di un evento che ci fa sopravvalutare le possibilità che si verifichi. Proprio per questo ci facciamo l’illusione che vincere al gioco sia meno difficile di quanto lo sia in realtà.

In tutti i tipi di gioco (a partire dalle lotterie e dai giochi nazionali, scommesse, macchine da gioco..) le possibilità di vincere un premio (in particolare il primo premio) sono davvero remote, di contro le probabilità di perdere sono decisamente molto più alte di quelle di vincere. Sembra quindi paradossale che pur conoscendo queste statistiche e queste probabilità (ormai per legge sempre indicate) molte persone sono comunque spinte ad investire molto denaro nel gioco, illudendosi di poter avere la meglio sulla fortuna.

Tra le teorie psicologiche che provano a dare una spiegazione a questo comportamento c’è la teoria dell’ottimismo irrealistico, messo in evidenza dallo psicologo americano Neil Weinstein nel 1980. Attraverso questa teoria possiamo almeno in parte dare una spiegazione alla febbre da gioco.

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I risultati degli studi di Weinstein dimostrarono che le persone avevano per lo più la tendenza a credere che avessero molte probabilità di imbattersi in eventi positivi rispetto agli altri. Al contrario, tendevano a ritenere di avere probabilità minori rispetto agli altri di trovarsi a fronteggiare eventi negativi. Insomma, ciascuno è convinto che il futuro e la fortuna sarà dalla sua parte e che “certe cose capitano solo agli altri”.

Ricerche successive hanno potuto appurare che l’ottimismo irrealistico è molto diffuso nella popolazione. Infatti come già accennato l’ottimismo irrealistico, non alimenta solo false illusioni sulle possibilità di vincere al gioco, ma altera anche la percezione rispetto al fatto di poter essere colpiti ed esposti a malattie, eventi negativi, tragedie , di evitare incidenti automobilistici, ma anche di avere una vita lavorativa e sentimentale felice, ad esempio. L’ottimismo irrealistico è quello che spinge i ragazzi a guidare l’auto anche se palesemente ubriachi o sotto l’effetto di droghe. L’ottimismo irrealistico riesce persino ad alterare la nostra visione degli eventi sconosciuti e catastrofici e che ha spinto, ad esempio, alcune persone in questi mesi, durante la pandemia, a rifiutare di indossare le mascherine, ad organizzare feste, a non rispettare le norme basilari per evitare l’innesco dei contagi.

Nel contesto del gioco d’azzardo invece, l’ottimismo irrealistico ci spingerebbe a credere che le nostre probabilità di vincere siano maggiori di quelle degli altri giocatori. Dal punto di vista cognitivo il gioco d’azzardo presenterebbe tutte le caratteristiche appropriate a favorire errori di ragionamento, causando la distorsione delle probabilità di vittoria a favore del giocatore.

Nel 1996 lo psicologo inglese Peter Harris, sempre riferendosi al gioco, ha potuto osservare che la maggior part delle persone sono vittime di un preconcetto cognitivo; pensano che un evento molto raro abbia più probabilità di accadere a loro che ad altri.

La desiderabilità di un evento più è allettante tanto più si sopravvaluterà la probabilità che si verifichi.

Ellen Langer parla di “illusione del controllo” quando i giocatori hanno la possibilità di scegliere dei numeri, di grattare un biglietto o di lanciare un dado. Il giocatore ha così l’illusione di avere una parte attiva nel gioco e di poterne determinare l’esito. Con l’illusione del controllo i giocatori avranno la tendenza a sopravvalutare la loro capacità di controllare l’esito di un avvenimento, anche quando quell’evento è totalmente determinato dal caso.

L’ottimismo irrealistico risponderebbe, secondo i ricercatori, al bisogno di ognuno di sentirsi diverso e migliore degli altri quando si va a confrontare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Spina a spina.

C’è un certo dilemma.

Un gruppo di porcospini – dice Schopenhauer- deve difendersi dal freddo. Gli animaletti allora decidono di stringersi per proteggersi ma, ad un certo punto, sentite le spine degli altri e in conseguenza del dolore provato, decidono di allontanarsi.

Il freddo si sente ancora.

Si stringono, pertanto, avvicinandosi ma niente.. Ecco ancora una volta il dolore delle spine.

Secondo Schopenhauer l’oscillare tra la vicinanza calda e dolorosa e la lontananza sicura ma parimenti dolorosa (a causa del freddo), giunge al termine solo quando gli animali riescono a trovare una moderata distanza (di sicurezza), reciproca.

La migliore distanza per non soffrire (troppo) e stare bene.

Qualche tempo dopo, gli psicologi sociali, hanno indagato le implicazioni del pensiero del filosofo raccogliendo dati che sembrano mostrare un fatto interessante.

Sembra che le persone con disturbi ansiosi, in seguito ad un rifiuto (ad esempio: allontanati da me), reagiscono chiudendosi ancora di più ed evitano il contatto; le persone invece ottimiste, ad un rifiuto sembrano reagire cercando ancora di più la compagnia e il contatto umano.

Accade spesso che una spina riconosca un’altra spina; che un incontro improvviso si situi come ponte di collegamento tra due vissuti complessi e spinosi.

E allora…

Che fa spina contro spina?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Usare la testa..

“La testa. C’è chi l’abbassa, chi la nasconde, e chi la perde.

Io preferisco chi la usa.”

RIta Levi Montalcini
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In un’epoca dove le “emozioni globali” prendono il sopravvento e insinuano i nostri pensieri, dove la paura e l’incertezza ci fanno sentire più fragili e quindi più insicuri, usare la testa (pensare, comprendere, riflettere..) diventa probabilmente la nostra unica ancora di salvezza, in questi tempi caotici.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Trauma.

Immagine Personale.

La parola Trauma deriva dal greco; si tratta di un termine preso dal campo medico e sta ad indicare un buco, una ferita, una frattura – in tal caso- dell’apparato psichico.

L’apparato psichico va immaginato come un involucro dove la psiche è la circonferenza che separa tramite il lavoro di trasformazione e traduzione, l’interno dall’esterno. Ciò che buca questa circonferenza può essere un evento esterno o interno che produce un trauma.

Ciò che accade è che il nostro apparato psichico vive l’incapacità di “fare i conti” con questo stimolo ed ecco che si situa il trauma.

Un punto fondamentale del discorso è che non è importante l’evento in sè; lo stesso evento può infatti non essere traumatico per tutti. La visione di qualcosa o qualcosa che accade a due persone contemporaneamente, per uno può diventare un trauma e per un altro no.

Perchè?

E’ traumatico ciò che intrude con prepotenza nell’apparato psichico; ciò che si situa come una violenza di quest’ultimo può essere esperito come un trauma.

Ho deciso di non approfondire la storia della teoria sul trauma in quanto molto (troppo) lunga, articolata e densa di screzi avvenuti tra i diversi esponenti teorici. Quello però che ho sempre trovato affascinante (da amante delle etimologie e delle radici dei termini) era evidenziare -tramite l’etimologia- come non necessariamente il trauma deve essere immaginato come il derivato di un grosso evento scatenante, o come qualcosa di necessariamente e profondamente aberrante.

E’ l’apparato psichico.. fragile, in continuo rapporto con un esterno e un interno in continuo movimento, in burrasca costante a dover mantenere le redini di una barca che rischia di bucarsi e andare giù a picco.

E’ l’apparato psichico che soffre, lì da solo a destreggiarsi tra le difficoltà e le domande di un corpo che chiede e l’attuale, il presente, che risponde, magari senza tener conto della sua storia.

L’apparato psichico esposto ad una quotidianità che pare celata come dietro al velo di Maya chiede sì.. ma domanda e risponde.. si ferisce, si risana, perde talee di sè e le regala.. immagina, sogna, ha paura e trema.

L’apparato psichico come altre parti del corpo va curato, va ascoltato e non va dato per scontato.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Libero?

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“La libertà è ciò che fai con quello che ti è stato fatto.”

Jean Paul Sartre.

Perché -forse- la libertà più grande resta concedersi la libertà di scegliere, credere e portare avanti: il proprio vissuto.

Dott. Gennaro Rinaldi.

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“Si ricorda?”.

“Dottoressa ma quando ti dicono che di te non si dimenticano.. cioè.. quanto può durare il ricordo.. Quanto posso essere certa che la persona si ricorderà – per davvero- di me?”

La ragazza girava intorno a un pensiero continuo e costante “lui dice che di me non si dimentica però non c’è. E’ assente. E’ fantasma. Non so più che fare”.

Accade – spesso- che alcune persone decidano di riempire lo spazio dell’altro; uno spazio altro, uno spazio vitale che viene a perdere la sua connotazione di libertà per diventare enclave dominato dal pensiero assillante dell’altro.

L’altro intrude con (pre)potenza.

“Di me lui non si dimentica” e accade che nel mentre lui/lei sia assente il tuo spazio, riempito dagli ossessivi pensieri, diventa non più terreno noto e conosciuto, isola della propria psiche, ma terreno conquistato da una estraneità che diventa sempre più inquietante.

Nel mentre – poi- il pensiero si fa nebbia intorno al perno centrale “ma di me si ricorda?”, la eco che reca con sé, forma immagini negative e devastanti nella mente.

Il pensiero crea l’immagine e l’immagine porta la sensazione inquietante di non esser più padroni del proprio sentire.

Non potrò mai dire alla ragazza se “lui si ricorda”; ho preso però atto, dal suo raccontare ,che lui non c’è.

… Chi si ricorda, trova sempre il modo…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’educazione del pensiero.

Fonte Immagine Google.

Una volta un ragazzo – Marco- disse che a scuola si annoiava

“Non riesco a pensare, mi scoccio. I prof sono noiosi, la classe è noiosa, la scuola è noiosa, buia e vecchia. Là dentro io non riesco a pensare perchè tutto mi impedisce di concentrarmi e non mi sento a mio agio”.

Parlando con Marco, ciò che più di tutto lo infastidiva era il fatto che i professori continuassero a dire ai genitori “Vostro figlio non sa pensare”, mentre lui sosteneva di esserne capace “Mica so scemo Dottorè!, ma non ci riesco” continuava a dire. Le lacune di Marco sembravano insormontabili e tutto il corpo docenti continuava a dire che il ragazzo aveva enormi difficoltà di apprendimento.

La domanda diviene quindi si apprende per pensare o è il pensare che fa apprendere?

John Dewey sostenne che l’unica via diretta per un miglioramento permanente dei metodi dell’istruzione e dell’insegnamento, fosse concentrarsi sulle condizioni che esigono, promuovono e mettono alla prova il pensiero.

La capacità di apprendere (capacità geneticamente determinata in quanto funzione adattiva che consente all’uomo di entrare in relazione e gestire le proprie relazioni con l’ambiente), è la condizione primaria di ogni processo di formazione. Quando infatti il soggetto si confronta con nuovi dati offerti all’esperienza, dati che vengono messi in rapporto con le proprie – e già esistenti- configurazioni cognitive e psicologiche, è sollecitato a mettere in atto un complesso processo di adattamento, attraverso cui giunge a modificare le proprie strutture di conoscenza, i comportamenti e le modalità affettivo- relazionali: in tal modo apprende e costruisce nuove strutture di conoscenza.

Ogni apprendimento si costruisce sulla base di strutture cognitive e strumenti cognitivi che sono costantemente messi in gioco, testati, modificati , ridefiniti e nuovamente appresi nel corso delle varie esperienze in cui il soggetto è calato.

Il soggetto è pertanto portato a “apprendere ad apprendere” facendo leva sulle risorse intellettuali e strumenti cognitivi di crescente complessità.

L’apprendere ad apprendere e apprendere a conoscere sono riconosciuti come pilastro dell’educazione (International Commission on Education for the Twenty First Century, UNESCO, 1999) che si costituisce attraverso il consolidamento costante (e il potenziamento) delle capacità di concentrazione, memoria, pensiero.

Si tratta di imparare a pensare per imparare ad apprendere.

Colui che apprende si trova implicato in una molteplicità di configurazioni esperienziali che ha necessità di interpretare e decodificare, con lo scopo di ricavarne elementi che gli consentano di adattarsi a esse. In questo senso il pensiero è da intendersi come una complessa funzione esplorativa, interpretativa e organizzativa delle esperienze umane.

Da un insieme stocastico di sollecitazioni o risposte immediate e confuse informazioni, emerge una struttura di supporto che rappresenta la condizione di possibilità che avvenga l’apprendimento e la conoscenza.

Per pensare serve tuttavia qualche condizione essenziale. Ciò che Marco lamentava “il blocco dei pensieri”; blocco che non è stato accolto e contenuto dai professori che “non hanno tempo perchè l’anno scolastico è breve e i programmi devono essere portati a termine”, è il blocco di tutto un sistema che gli gravita intorno.

Quando Marco dice che la scuola è buia e noiosa e che i professori sono bui e noiosi “sempre arrabbiati e di corsa.. Pare pure che la loro stessa materia non gli interessi”, ci sta palesando il malessere di tutto un sistema che non si prende più cura di sè.

Analogamente a quanto avviene nel sistema familiare dove non è un solo membro (quello che porta il sintomo, il disagio) ad ammalarsi, ma è malato tutto il sistema familiare, anche nella scuola quando un ragazzo “non pensa, è svogliato, distratto”, le colpe non sempre sono sue o di chissà quale disagio interno.

Servirebbe talvolta avere un tono meno accusatorio e attuare un decentramento cognitivo (osservare i nostri pensieri e emozioni come degli eventi più che come verità, guardando alla nostra esperienza interna senza giudicare) che ci renda parte attiva anche del disagio altrui, facendoci chiedere se realmente il problema sia solo dell’altro oppure no.

(Marco ha successivamente trovato grande giovamento da un tutor esterno alla scuola che, rendendolo parte integrante e attiva dell’apprendimento – invece che parte passiva- ha risvegliato i pensieri del ragazzo).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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(Ri)Conoscersi.

“E invece neanche si erano dovuti cercare, questo è incredibile, e tutto il difficile era stato solo riconoscersi – riconoscersi – una cosa di un attimo, il primo sguardo e già lo sapevano, questo è il meraviglioso […] Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi.”

Alessandro Baricco.

Il tempo che una piccolissima porzione della tua pelle si sollevi senza nemmeno il tuo consenso, un brivido: (ri)conoscersi.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pillole di Psicologia: Il Pensiero

Il pensiero è un’attività mentale complessa che permette di ordinare e metabolizzare il mondo che ci circonda.

Il pensiero comprende diverse attività mentali quali: ragionare, riflettere, immaginare ricordare, fantasticare, risolvere problemi, costruire ipotesi sul mondo.

La sua complessità deriva dal fatto che è legato anche ad altre attività cognitive che lo caratterizzano e lo dirigono, come: la percezione, le emozioni, la motivazione e il linguaggio.

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Il pensiero ha da da sempre affascinato la Psicologia e inizialmente, tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento del secolo scorso, i primi studi furono portati avanti in laboratorio da Wundt e Watson. L’approccio era riduttivo in quanto ciò che si andava ad analizzare era fondamentalmente l’aspetto comportamentale della funzione cognitiva del pensiero, cioè il linguaggio. Quella che veniva considerata la parte osservabile e quindi misurabile del pensiero.

La Psicologia della Gestalt, qualche anno più tardi, propose un approccio diverso che vedeva il pensiero come vivo e produttivo nel momento della risoluzione di un problema.

Kohler teorizzerà l’esistenza di un pensiero per insight, che può tradursi in italiano con il termine “intuizione” e che descrive il momento in cui si riesce ad arrivare alla soluzione di un problema, attraverso una comprensione dell’insieme degli elementi disponibili, fino ad assumere una nuova forma coerente alla risoluzione del problema.

Wertheimer invece parlò di pensiero produttivo, analizzando i processi che portano il pensiero ad una produzione di conoscenze e ad una ristrutturazione del campo.

L’approccio cognitivo ha focalizzato la sua attenzione, in particolare, a definire i concetti di pensiero induttivo e pensiero deduttivo. Il primo indica un tipo di ragionamento che parte dal particolare per poi generalizzare; nel caso del pensiero deduttivo, invece, ci si riferisce ad un tipo di ragionamento in cui si traggono le conclusioni a partire da premesse, ha quindi una validità logica.

Infine in ambito clinico ed in particolare nella diagnosi di alcune patologie, un funzionamento disfunzionale dei processi di pensiero (disturbi del pensiero formali e del contenuto), può essere uno dei sintomi che caratterizzano alcune patologie come le psicosi, disturbi di personalità (borderline o paranoide) oppure patologie legate ad abuso di sostanze.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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People are Strange.

“when you’re a stranger”..
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

L’utente è appena andata via, tocca prendere la cartella clinica e scrivere il resoconto; inserire nel registro cartaceo le attività svolte e inserire la cartella nel faldone (mi raccomando mai a invertire i posti.. sono tutti in ordine di serie, anno e mese).

Dopo passa al registro informatico .. password da cambiare ogni mese.. numeri.. caratteri alfanumerici bizzarri..

Nel frattempo respira e assestati di nuovo per il prossimo colloquio ma..

Prima cosa: Cafè bello strong e amaro ergo.. chiama il bar nella speranza che arrivi in breve tempo senza che decida di andare a prendere i chicchi di caffè in Brasile e si presenti il giorno dopo..

Se tutto va bene.. Posso bere il caffè nel mentre col telefono (dal momento in cui alcuni siti sono bloccati.. non sia mai che i dipendenti si distraggano mentre lavorano), metti un pezzone e te lo canti e te lo balli.. Ora.. per…

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L’adolescente cattivo.

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Un po’ del mio campo di indagine preferito..

Buona Lettura.

Dal crollo dei garanti metapsicologici e matasociali, all'adolescente violento.

"Il mondo moderno e più ancora il mondo ipermoderno ci confrontano con un insieme di sconvolgimenti acuti che colpiscono la base narcisistica del nostro essere, nella misura in cui il contratto intersoggettivo ed intergenerazionale è sconvolto o addirittura distrutto; si tratta di quel contratto che ci assicura, attraverso l’investimento collettivo e gruppale, il nostro posto in un insieme, e che ci obbliga a investire a nostra volta la collettività ed il gruppo per assicurarne la conservazione" (Kaës,2013).

Ciò che appare  in crisi e in difficoltà, è sia il legame che gli individui intessono con le diverse sfaccettature della vita culturale e sociale, quanto il legame tra gli individui stessi. Ricorrere all'accezione "individui" piuttosto che "soggetti", risiede nel desiderio espresso da  Kaës stesso, di voler sottolineare come in difficoltà vi sia proprio il processo di soggettivazione. Le società attuali, ipermoderne e caotiche, appaiono come continuamente avvolte in una spirale votata al cambiamento; spirale che sembra coinvolgere anche quel caos identitario e quei difetti di simbolizzazione che Kaës ha individuato come caratterizzanti il malessere contemporaneo. L'autore evidenzia alcune caratteristiche in particolare che paiono strettamente implicate nel deficit del processo di simbolizzazione:
  1. La cultura del controllo: ha come obiettivo l’integrazione perfetta di tutti gli elementi della società in una unità immaginaria (…). Questo tipo di cultura produce una violenza regolata quando funziona e una violenza incontrollata quando si disgrega.
La ricerca di una integrazione perfetta tra le parti, sembrerebbe poter esporre il soggetto (probabilmente poco integrato, in quanto l'insieme intorno al bambino non ha preceduto narcisisticamente l'infans), a profondo disagio e incertezza. Sarà quindi la cultura a produrre e utilizzare la violenza incontrollata, quando il "controllo" stesso, non funziona.
  1. La cultura dell’illimitato e dei limiti estremi: essa caratterizza l’affinità della nostra cultura con l’onnipotenza, ma anche con il traumatico (…). Essa è allo stesso tempo una cultura del pericolo, ma anche dell’impresa trascendente. Superare i limiti e drogarsi di lavoro, o di droga. Essa ha per fondamento il rifiuto della castrazione simbolica e il trionfo del godimento senza limiti al servizio di un ideale feticizzato.
Strettamente connessa con l'onnipotenza e la sua continua ricerca. Lacan (1938), sostiene che il fantasma di castrazione, non è la minaccia di una evirazione compiuta, ma l'ultimo di una serie di scenari fantasmatici, al cui centro c'è il corpo. Il padre reale, quindi, con la sua presenza attua quella funzione simbolica che è l'interdizione dell'incesto (no al godimento). Ma cosa succede se tutto ciò, avviene in una società dove "il declino della figura paterna come principio di autorità e di legge interiore, dà i suoi segnali più allarmanti. La delinquenza minorile, come forma estrema di ribellione, è sempre esistita. Ma mai come oggi appare priva non solo di movente ma anche di sensi di colpa: il  comportamento antisociale [...] si perde nel magma indistinto, in quanto non è ancora intervenuta  la legge del padre a stabilire in nuovo ordine e un nuovo equilibrio" (Vegetti Finzi, 2013)1

1I casi di cronaca evidenziano, ormai quotidianamente, il crescere delle condotte violente. Il 4 gennaio 2019 a Livorno, un ragazzo disabile è stato picchiato nei corridoi della scuola, da tre bulli. Il 12 febbraio 2019, a Bolzano, una ragazza di 15 anni viene picchiata da una coetanea, nel bagno della scuola . L’11 settembre 2018, a Trentola Ducenta un ragazzo disabile è stato aggredito in strada da una baby-gang del luogo, in quanto colpevole di aver raccontato di precedenti aggressioni subite; alle minacce e alle botte è seguita l’uccisione del cane del ragazzo. L’elenco- purtroppo- potrebbe lungamente essere aggiornato.

  • La cultura dell’urgenza: (…) La cultura dell’urgenza e dell’immediatezza ha trasformato la temporalità nel mondo post-moderno. Il rapporto con il tempo privilegia l’incontro sincronico, il qui e ora: il tempo corto prevale sul tempo lungo . Il legame è mantenuto nell’attuale, sfugge alla storia poiché la certezza che l’avvenire è indecidibile è la sola certezza.
Il qui ed ora del tempo corto, senza legami: "Io ci sono, adesso". La spasmodica ricerca dell'essere presente, si traduce nel frenetico utilizzo di tecnologie che ormai propongono sempre più l'uso del tempo corto su quello lungo.1
  • Una cultura di malinconia: Essa caratterizza il fondo di lutto interminabile e inelaborato delle catastrofi del secolo scorso. Un lutto planetario: le morti di Dio e dell’Uomo, i genocidi, la “fine” della storia. La post-modernità ha accentuato gli aspetti persecutori e maniacali di questa perdita dei garanti métafisici, métasociali e métapsichici.
  • L’assenza del garante: Una delle manifestazioni, se non una delle cause del malessere ordinario, è la progressiva cancellazione del soggetto, l’assenza del garante che risponda ai nostri interrogativi su ciò che siamo e diveniamo. È la paura, l’insicurezza, l’angoscia muta e la violenza (…)2.

1Un esempio sono le “Instagram Stories”, una possibilità offerta dall’applicazione Instagram (applicazione strettamente legata all’immagine, in quanto basata solo sulla condivisione di foto e immagini),con cui è possibile condividere un momento della propria giornata (un breve filmato), che resta visibile solo per 24 ore, dopo di che la storia si cancella. Altro esempio sono gli “stati whatsapp” che seguono la stessa logica delle stories, analogamente infatti, anche questi stati vengono automaticamente cancellati dopo le 24 ore.

2Ibidem.,

Da: “Malessere e distruttività in adolescenza. Malaise and destructiveness in adolescence”, pp.,11,12,13, Giusy Di Maio, 2019.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Tra passato e futuro

“Ci sono momenti nella vita in cui dobbiamo capire che il nostro passato è esattamente quello che è, e non possiamo cambiarlo, ma possiamo cambiare la storia che ci raccontiamo sul passato, e in questo modo possiamo cambiare il futuro”.

Eleanor Brown
immagine personale

dott. Gennaro Rinaldi

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Cantare.

“Un uccello non canta perché ha una risposta. Canta perché ha una canzone“.
Proverbio cinese

Canta anche quando ti sembra di non aver nulla per cui cantare.

Anche se pensi di non avere una canzone.

Il fiato uscirà da sé.

Poi le parole.

Poi il senso.

La musica ha da sempre un ruolo centrale nell’elicitazione del disagio psichico.

“Tu m’haje prummiso quatto muccature, io so venuto me li voj dare1questo frammento, tratto dal ” Canto delle lavandaie del Vomero” è stato collocato da Roberto De Simone2intorno al XII – XIII secolo. Questo canto permette di comprendere il ruolo che la musica ha ben presto avuto nel contesto sociale napoletano: inizialmente la funzione del canto fu di “supporto” in quanto le lavandaie cantando, riuscivano a sopportare il duro lavoro nei campi; successivamente il brano servì per urlare con forza il proprio disprezzo contro il dominatore straniero accusato della mancata distribuzione delle terre promesse1.

Tuttavia secondo altre ipotesi, la connotazione di protesta del canto era presente fin dall’origine; pertanto sembra che il canto sia stato indirizzato a Federico II di Svevia (1194- 1250).

(Estratto da: Parole sospese e giochi ritmici, “Analisi delle dinamiche relazionali e comunicative alla base del fenomeno musicale Rap”, Giusy Di Maio.)

1Secondo una iniziale ricostruzione di Roberto De Simone, il canto era indirizzato ai dominatori aragonesi (1442-1503). Da http://www.wikipedia.org.

1” Tu mi hai promesso quattro pezzi di terra, me li vuoi dare”. Muccature : “termine di derivazione spagnola; indica il fazzoletto e per estensione, andrà ad indicare l’appezzamento di terra”.

2Da http://www.wikipedia.org.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La verità dietro un sorriso

“Se avete in animo di conoscere un uomo, allora non dovete far attenzione al modo in cui sta in silenzio, o parla, o piange; nemmeno se è animato da idee elevate. Nulla di tutto ciò! – Guardate piuttosto come ride.”

FËDOR MICHAJLOVIČ DOSTOEVSKIJ
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L’esperienza della risata porta benefici immediati: riduce la pressione del sangue e stimola la produzione di endorfine generando così una sensazione generale di benessere. Ma ancora più importante è l’esperienza relazionale della risata.

L’atto di ridere insieme al partner, ad esempio, crea un legame speciale, che sottintende condivisione di un’esperienza e di un ricordo o di un tratto comune. Questo vuol dire che si vede la vita allo stesso modo.

Dal sorriso di una persona siamo spesso in grado di capire il livello di autenticità, sincerità e di attrattività.

Insomma, il ridere è spesso molto più di una semplice risata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Dipingere e forare il proprio Sè.

Il fascino della pelle (psichica).
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Fonte Immagine “Google”.

“Sto meglio col piercing qua.. o qua.. ” Disse – riferendosi all’amica- la ragazza, mentre indicava il labbro superiore e il mento..

“Vabbè allora mo che vado a casa me lo faccio qua”.. Chiosò indicando il labbro inferiore.

Queste due frasi echeggiavano nel corridoio dell’ASL mentre due ragazzine attendevano il proprio turno.

La pelle è l’organo più vasto del nostro corpo e in un certo senso, quello che ci appartiene di più; è quello visibile; il mezzo che contiene (e protegge) l’interno dall’esterno: filtro omeostatico tra il me e il non me.

Questa terra di confine può essere sperimentata come un luogo di incontro con l’altro o di converso come un guscio protettivo che tiene e contiene.

Spesso accade che coloro che decidono di ricorrere a modificazioni corporee estreme, sentano il bisogno di identificarsi come diversi da; potrebbe essere il bisogno di sentirsi autentici verso se stessi…

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I più comuni disturbi del sonno.

Il sonno è uno stato fisiologico caratterizzato da una interruzione dei rapporti sensoriali e motori che legano l’organismo al suo ambiente. Il sonno è inoltre uno stato fisiologico importantissimo per il nostro organismo e per la nostra mente, perché ci permette di ristorarci dopo ore di attività fisica e mentale.

Ma quali sono i disturbi più comuni del sonno? Eccone alcuni:

Sonnambulismo: è la forma più nota di parasonnia. La persona affetta da questo disturbo si alza e cammina durante la notte. Resta, nonostante la persona stia praticamente dormendo, la capacità di percepire gli ostacoli e ciò permette al sonnambulo di evitare di farsi del male. Gli episodi di sonnambulismo durano in genere pochi minuti e difficilmente si verificano più di una volta per notte.

Bruxismo: si tratta dell’abitudine di stringere le mascelle e digrignare i denti durante il sonno. Spesso è legato allo stress.

Disorientamento della coscienza: in genere si verifica durante l’infanzia, ma possono esserci casi anche in età adulta. Nel caso dei bambini, questi, piangono, si agitano e sembrano svegli, ma in realtà non è possibile stabilire alcun contatto con loro, per consolarli. Le crisi possono durare da alcuni minuti fino a mezz’ora.

Terrore notturno: sono attacchi di ansia e panico, accompagnati da tutte le caratteristiche sintomatiche degli attacchi di panico. Sul volto di chi è colpito è visibile l’espressione di terrore. Possono o meno essere associati ad incubi. In questi casi le persone possono essere risvegliate abbastanza facilmente.

Disturbo comportamentale della fase REM: in questo caso si parla di una alterazione della fase del sonno REM. In genere durante la fase REM (fase del sonno in cui si sogna) i muscoli sono a riposo, come se fossero paralizzati. Chi ha questo disturbo invece muove si riesce a muovere in base a ciò che sta sognando. Ovviamente i movimenti sono incontrollati e possono diventare pericolosi sia per il soggetto che ne soffre sia per il partner che dorme nel suo letto.

Allucinazioni ipnagogiche e paralisi da sonno: Nel caso delle allucinazioni ipnagogiche queste possono essere indotte dai sogni nel breve passaggio tra la fase del sonno e quella della coscienza del risveglio. Un esempio molto comune è quello della caduta: quando ci si sveglia di soprassalto con la sensazione di precipitare nel vuoto. Nel caso della paralisi da sonno invece ci si sveglia con la sensazione di sentirsi completamente paralizzati; questa sensazione può avvenire perché probabilmente ci svegliamo nel momento stesso in cui stiamo sognando. Essendo prima del risveglio in fase REM il corpo e i muscoli hanno ancora atonia muscolare, indotta proprio da quella fase del sonno.

Apnea: la persona che ne soffre può smettere di respirare per qualche secondo durante il sonno. Possono verificarsi, ad esempio, apnee delle vie respiratorie superiori, che possono verificarsi solitamente in soggetti obesi. Durante il giorno queste persone possono lamentare sonnolenza.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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(E)..state.

“Il bacio aveva il sapore dell’estate
Sapeva di aria aperta.
Di pelle riscaldata dal sole.”

Georges Simenon

Resti il mio stato mentale nonostante le sfide che sempre mi porti.

Qual è il tuo stato mentale?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Incubo.

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“Mi sveglio sudata in preda a palpitazioni. Il cuore è fermo che batte su se stesso al centro della mia gola; sono cosparsa di acqua fredda su tutto il corpo.. è proprio lui, il mio corpo che si è attivato e mi rende il favore dell’incubo così.. facendomelo vedere mentre corre e scorre su di me. Sono scossa, non capisco bene cosa sia successo.. Ogni sera una lotta continua tra la parte che mi tiene di qua – sveglia- e la parte che mi tira dall’altro lato.. nel buio.. quello fatto di incubi che mi fanno agitare, muovere; gli stessi incubi che mi fanno dimenare le gambe perché vorrei scappare ma invece sono bloccata nel sogno; gli stessi incubi che mi fanno urlare ma solo nel sogno perché di là.. nel mondo reale nessuno sente il mio dolore e il mio urlare. Piango quando ho gli incubi.. però nessuno se ne accorge perché mi sveglio di scatto in preda ad una strana, orribile, sensazione che non mi darà più pace. Ho imparato a fingere che vada tutto bene.

Ma la notte, per me, è un vero tormento.

Un vero incubo che si ripete”.

Circa il 47% della popolazione generale adulta dichiara di aver avuto almeno un incubo una volta, nella vita. Il fenomeno si presenta in maniera ricorrente all’incirca nel 5-8% della popolazione, con una percentuale che giunge al 20-30% se consideriamo i bambini.

Gli incubi sono sogni dal contenuto spaventoso e terrificante; contenuto che porta con sé sentimenti e sensazioni di paura, ansia rabbia o tristezza. Le sensazioni provate sono così sgradevoli da portare il soggetto al risveglio.

Gli incubi possono essere di origine post-traumatica (come parte della reazione di stress post traumatico) idiopatici o stress indotti. Ne deriva che gli incubi possano insorgere in seguito ad un profondo e grave stress (ad esempio un abuso o l’esser sopravvissuti ad una catastrofe o qualcosa che ha messo seriamente in pericolo la propria vita); possono essere scatenati senza esser associati ad altra malattia o psicopatologia; possono poi essere il derivato di altro stress indotto (un esempio può essere la correlazione con un forte stress lavorativo).

Fino al XVIII secolo, gli incubi erano considerati il derivato di pratiche legate alla stregoneria; si considerava – infatti- che una creatura malefica si appoggiasse al petto del dormiente (da cui il termine incubare che stava proprio a richiamare l’immagine dello spirito del maligno che covava e stazionava sul petto del dormiente).

Attualmente per procedere con una corretta diagnosi, si procede innanzitutto andando a comprendere se la causa degli incubi sia legata ad un disturbo d’ansia o un disturbo post traumatico da stress. Nel 70% dei casi la terapia cognitivo comportamentale si è dimostrata efficace, portando alla scomparsa degli incubi.

Ugualmente efficace è la psicoterapia, utile ad una maggior comprensione del proprio disagio e vissuto emotivo.

Per quanto concerne la terapia farmacologica, questa è scarsamente utilizzata a causa degli effetti collaterali. L’approccio farmacologico è preso in considerazione nel momento in cui la vita del paziente è seriamente compromessa oppure la frammentazione/interruzione del sonno è troppo elevata. Gli antidepressivi utilizzati però, hanno proprio tra gli effetti collaterali l’aumento degli incubi, innescando un circolo vizioso di difficile risoluzione.

La psicoterapia (con o senza tecniche di training autogeno), resta ancora la cura migliore.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La memoria autobiografica

“L’oblio è un antidoto necessario contro gli eccessi della memoria”

Jorge Luis Borges

ilpensierononlineare

La memoria non è solo ciò che ricordiamo del passato ma è anche quell’insieme dei processi in base ai quali gli eventi del passato, influenzano le risposte future attraverso quei meccanismi di apprendimento che consentono alla nostra mente di essere in continuo sviluppo per l’intera durata della nostra vita, anche con la continua ricostruzione autobiografica..

La memoria, quindi, è fondamentale per la ricostruzione autobiografica. Il passato lascia tracce indelebili, che sarà poi il presente a ricordare. L’oggetto del ricordo investe ed incorpora significati importanti per la persona a cui esso si riferisce. Ogni ricordo ha un tono affettivo, certamente non paragonabile agli altri.

Salvador Dalì – I cassetti della memoria

Il lavoro autobiografico, si prefigge di mettere ordine ai ricordi dividendo quest’ultimi in tre momenti: l’inizio, lo sviluppo e la conclusione.

L’apprendimento della memoria autobiografica è incidentale, ciò che si ricorda è frutto del lavoro casuale di una serie di…

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“Dottoressa.. Dottorè..”

“Dottoressa! Dottoressa!… Buonasera ormai non vi vedo quasi più..”

Buonasera N., come stai?

“Eh Dottorè.. Non posso affermare di stare bene ma non posso negare di stare male.. Po’ penso Dottorè.. Penso sempre..”

A cosa pensi?

“Mah Dottorè.. lo sapete che mi è entrato nella testa, mo.. un pensiero.. Dico io.. Stiamo facendo le cavie.. diciamo pure che tengono ragione ma.. se tra qualche tempo si scopre che questa medicina ci salva.. Le persone che hanno rifiutato la medicina poi la vorranno anche loro? Cioè poi gli andrà bene che io ho fatto la cavia per loro?.. Non ci fate caso Dottorè.. è che io, lo sapete, prima di questo ero un filosofo.. Ah Dottorè.. vi porto la borsa.. ce lo prendiamo un caffè?”

Ti ringrazio N., la borsa posso portarla io e per il caffè.. sono le 21,30 magari facciamo domani mattina.

“Va bene Dottorè.. però fate sempre tardi!”

L’aria è pungente stasera e nonostante io sia una fan accanita della capsaicina e delle spezie, il sapore non è quello.

Non si sente aroma speziato, piccante o salato.. c’è più aria di scuro..

Uno scuro che sta ritornando in maniera nemmeno più così celata; uno scuro che fa spavento.

Le camicie nere non hanno mai fatto per me..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi.

Quindi…
Chi è il folle?
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Louis Wolfson è uno scrittore statunitense di lingua francese. Nato nel 1931 ebbe una diagnosi di schizofrenia e fu sottoposto a ripetuti ricoveri e interminabili elettroshock, per volere della madre.

Louis è un ebreo americano che mal sopporta la propria lingua “idioma inglese” ; il ragazzo giunge ad esprimere il rifiuto per la propria madre attraverso il rifiuto della lingua materna e di tutta l’impalcatura lessicale utilizzata a chi gli è intorno.

Wolfson rifiuta di subire l’abuso dell’intrusione delle parole data dalla lingua materna, l’inglese, e si difende da questa intrusione tappandosi le orecchie, distraendosi o camminando per strada a New York ascoltando delle cuffiette collegate ad un magnetofono.

Louis studia le lingue straniere: tedesco, ebraico, russo, sognando di instaurare una sorta di comunicazione con la madre che in quanto ebrea della Bielorussia, parlava fin da bambina il russo.

Il passo interessante che il Nostro compie, è studiare il francese…

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Abbraccia la (mia) mente.

La condivisione di uno stato mentale precede la condivisione di uno stato fisico, palesandosi come il preludio dello stato affettivo (e sentimentale).

La ricerca della sola fisicità ha per forza di cose legami con l’infantile, l’infantilismo e la ricerca di protezione e cure parentali spesso deficitarie.

Una ragazza lamentava la difficoltà di entrare in “sintonia mentale” con gli uomini. Ci sono volute numerose sedute per farle ammettere che l’abbraccio spezzato era per lei, uno solo…

… E che non sarebbe mai più tornato …

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Per tua volontà..

“Per tua volontà ti perdi, per tua volontà ti trovi, per tua volontà sei libero, prigioniero e legato”.  

Angelus Silesius
Photo by Roberto Nickson on Pexels.com

Nel bene o nel male sono le nostre scelte e la nostra volontà a direzionare il nostro percorso di vita. Abbiamo sempre la possibilità di decidere e cambiare, dipende dalla nostra volontà di farlo.

dott. Gennaro Rinaldi

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Come guardi il cielo?

“Nessuno è nato sotto una cattiva stella; ci sono semmai uomini che guardano male il cielo”.

XIV Dalai Lama.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Cerotti dell’apparato psichico.

Ci sono ferite, graffi più o meno profondi, tagli a carne viva che bruciano e meritano la nostra attenzione.

Ogni ferita prima o poi guarirà, è solo questione di tempo e di cura; cura per il proprio taglio e cura per l’eventuale cicatrice (più o meno visibile che sia).

Anche l’apparato psichico soffre, si ammala e richiede la nostra attenzione: richiede le nostre cure.

Il problema dell’apparato psichico è che non sanguina in maniera visibile e sappiamo – invece- quanto le persone desiderino vedere nel reale, la cosa.

Ciò però che vorrei sottolineare con voi è che in realtà anche l’apparato psichico “sanguina”, soffre e si ammala e ce lo mostra attraverso il sintomo.

In lingua napoletana abbiamo un detto traducibile con “il cervello/la testa è una sfoglia di cipolla”; secoli dopo -Lacan- riprendendo Freud il quale sosteneva che l’Io è fatto dalla successione delle sue identificazioni con gli oggetti amati e che gli hanno permesso di prendere la sua forma; sosterrà proprio che L’Io è fatto come una cipolla “lo si potrebbe pelare e si troverebbero identificazioni successive che lo hanno costituito”, Lacan, 1975.

Siamo allora fatti di strati più meno compattati, più o meno rotti, più o meno escoriati.

Se l’apparato psichico, se l’Io soffre, mette in atto tutta una serie di modalità difensive: converte, isola, sublima, si chiude, intellettualizza e così via.

Una volta una ragazza disse di non riuscire a cacciar via dal proprio cuore un ragazzo; provai a riflettere con lei e provammo -insieme- a notare una cosa.

Il cuore è l’ultimo dei problemi; non è da lì che vanno tirate via le persone o le questioni, le cose, e non è lì che vanno relegate.

E’ la mente la prigione, la gabbia o l’illusione più forte che possiamo avere; è la mente che sa generare la storia più incredibile.

La mente crea, distrugge e soprattutto ricorda.

Il ricordo poi può essere più o meno aderente alla realtà dei fatti. Il ricordo torna, (ri)torna in maniera più o meno camuffata (ne sono un esempio i sogni).

Il ricordo genera la mancanza fino a lasciare dietro di sé uno strato più o meno lacerato.

Le lacerazioni creano dolore.

E’ del nostro apparato psichico e delle sue cicatrici che dobbiamo avere cura.

Usiamo cerotti quando serve, teniamo al coperto le ferite quando sono calde e pulsanti; disinfettiamo e teniamo al sicuro la nostra pelle psichica.

Quando saremo pronti, quando i nostri strati avranno (ri)trovato quella parvenza di compattezza.. allora sì.. stacchiamo pure il nostro cerotto e continuiamo ad avere cura di quella piccola e quasi invisibile cicatrice.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Tieni il tempo?

L’orologio parlava ad alta voce. L’ho buttato, mi spaventava quello che diceva”.

Tillie Olsen

Dott.ssa Giusy Di Maio..

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Il mestiere di relazionarsi

“L’arte delle relazioni richiede la maturazione di due abilità emotive: autocontrollo e empatia”

Daniel Goleman
Photo by Kindel Media on Pexels.com

Non è scontato sapersi relazionare. Autocontrollo ed empatia sono abilità emotive complesse che vanno allenate costantemente.

dott. Gennaro Rinaldi

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Cammina.

In questi giorni di fine agosto, quelli che metaforicamente portano alla fine dell’estate e che ci dirottano verso i progetti autunnali, ho un po’ abbandonato la scrittura degli articoli scientifici per abbandonarmi maggiormente alle riflessioni di pancia.

Ognuno ha i suoi tempi: spazi e vissuto aprono finestre sull’esistenza che ciascuno decide di vivere nel rispetto del proprio essere.

All’interno delle mie scarpe c’è una piccola frase (che vedrete nella foto); una frase che spinge a camminare.

Qualcuno forse saprà quanto ami lo sport (ne ho parlato) e forse sapete quanto sia camminatrice aggressiva (e se dico aggressiva, dico aggressiva.. provate a camminare con me).

Vedevo le paraolimpiadi e avevo la pelle d’oca per come questi uomini e queste donne, siano capaci “di camminare”, nonostante tutto.

Non tutti hanno problematiche dalla nascita (ne abbiamo esempi con la nostra Bebe); altri invece hanno disabilità da sempre..

Il discorso è -comunque- sempre lo stesso: non possiamo considerare il tutto da un’ottica egocentrica “io non ce la farei mai.. oh… come fa a non vedere?”.. Ho sempre trovato questi discorsi privi di contenuto.

Una delle metafore più belle mi si è palesata con la corsa: l’atleta e la sua guida, fidarsi e affidarsi reciprocamente… correre allo stesso passo.. tenersi con una corda sottile sottile e darsi la carica.

Esserci: Al -reciproco- fianco.

Possiamo sempre decidere se e come vivere, se e come sorridere, se e come affrontare, se e come camminare.

Tu…Vuoi camminare?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Tempo fumoso..

Abbiamo parlato spesso dell’importanza dello “stare bene” e sentirsi al sicuro, coltivando -analogamente ad un terreno- il nostro spazio mentale e fisico.

Ciascuno ha i suoi rituali, il suo modo per sentirsi bene e forte; ciascuno esorcizza a modo suo, sfida o gode dopo una “battaglia”.

Sono questi temi che tratto da sempre e ancora una volta, voglio ricordare a tutti noi di lasciare per qualche minuto, ogni giorno, tempo per godere del nostro tempo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Compagnie..

“Passai accanto a 200 persone e non riuscii a vedere un solo essere umano”

Charles Bukowski
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dott. Gennaro Rinaldi

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Osservare e comprendere

“La gioia nell’osservare e nel comprendere è il dono più bello della natura”

Albert Einstein
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Quando si è bambini l’oggetto di osservazione è il mondo e i suoi fenomeni sempre nuovi ed entusiasmanti. Forse solo in quel momento l’osservazione e la successiva comprensione non è preparata e pianificata ed è scevra da ogni influenza interna ed esterna.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Aspettare.

“La pazienza è aspettare. Non aspettare passivamente. questa è pigrizia. Ma andare avanti quando il cammino è difficile e lento”.

Lev Tolstoj.

Quanto sei disposto ad aspettare?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Il possesso.

C’è una parolina fatta di 8 lettere; 8 letterine che evocano un concetto che spesso mi perplime: possesso.

Senza scomodare troppo i tecnicismi – possesso – indica un potere di fatto su una cosa (che si manifesta in un’attività corrispondente a quella esercitata dai titolari di diritti reali sulla cosa stessa); tale attività non è sempre corrispondente all’esercizio di proprietà.

Si può avere possesso direttamente oppure tramite altra persona, che detiene la cosa stessa.

Da dove nasce la questione…

“Io posseggo questo; Ti posseggo; possiedo ciò”, sono tutte frasi o termini che sento con sempre più frequenza. L’idea di possedere, di prendere quasi senza chiedere il permesso, l’altro o una cosa, il sottolineare con aggressività l’atto di possedere pur senza avere i diritti della cosa stessa ma “come se” quei diritti fossero nostri, mi inquieta.

Possiedo, specie in ambito relazionale, divide e lacera.

Questo è mio, questo è tuo: questo è il mio possesso questo il tuo possesso.

Le relazioni in cui ciascuno rivendica il proprio possesso di una cosa o di una certa questione, mi fanno rabbrividire. Amo molto la pittura e i pennelli perché un insieme di setole compatte concorre nello stesso atto, l’atto fatto dall’imprimere una certa forza al pennello stesso, per generare un segno grafico.

Prova a fare un cerchio con un pennello… Poi mi dirai.

Possedere mi sa di abitare senza essere stati invitati; rimanda a qualcosa che insiste legando fino a soffocare.

“Io ti possiedo” quasi come tu stessi rinunciando alla tua essenza, quasi come io ti stia abitando senza che tu possa opporre resistenza o ne possa avere opinione.

Al possesso ho sempre preferito l’infinito.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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AfricaNapoli: J. Lord.

A tempo debito vi racconterò la storia di Lord Johnson, in arte J. Lord.

Ragazzo di origini ghanesi adottato da una famigli di Casoria (Na); ragazzo che racchiude nella sua arte e nel suo essere quello che nella mia (ormai lontana) tesi triennale, si presentava come il cardine (e l’inizio) del mio lavoro di indagine: l’adolescente antisociale e il rap.

(No, il ragazzo non è un antisociale, ma per comprendere la sua storia e la sua frattura identitaria, dobbiamo aspettare un po’).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Cosa sta succedendo a mia figlia?

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una mamma di una ragazzina di 13 anni e di un bambino di 6 anni. La sua primogenita è figlia del suo primo compagno. Adesso lei convive felicemente con il padre del secondogenito, ma qualcosa in sua figlia sta cambiando e il cambiamento probabilmente è legato al legame della ragazzina con suo padre, oramai quasi del tutto assente. Ecco la sua lettera:

“Buongiorno, sono una mamma di una ragazza di 13 anni e di un bimbo di 6. Il mio secondo genito è arrivato dal mio attuale compagno, mentre il papà della mia bimba ci ha lasciate quando lei era ancora neonata (aveva 5 mesi). Non è mai stato presente nella sua vita è sempre stato fin ad oggi un padre completamente assente. Ad oggi i loro incontri, che nei primi tempi avvenivano un paio di volte al mese, si sono ridotti a massimo 3 volte l’anno e durante questi incontri le aspettative di mia figlia vengono puntualmente tradite. Quando mia figlia era più piccola era molto semplice (almeno in apparenza) gestire questa essenza. Poi sia io che il papà insieme al nonno (mio padre) facevamo di tutto per non farle mancare nulla. Infatti sembrava andasse tutto bene: giocava, si divertiva, aveva una sacco di amiche. Ma oggi la situazione è totalmente cambiata. Vedo mia figlia trascorrere dei momenti in cui soffre della mancanza del padre e più volte stesso lei mi ha fatta partecipe della sua sofferenza. Mi ha chiesta tante volte perché il padre non la chiamasse e non la cercasse più spesso. Le ho spiegato che non è assolutamente colpa sua! Le ho detto che alcuni adulti a volte scelgono di voler vivere liberi, come se fossero giovani, senza il peso delle responsabilità degli adulti. Ma il problema che più mi affligge in questo periodo, è che la osservo mentre interagisce e parla con le amiche, (anche in questo periodo di vacanze al mare) e noto che tende ad isolarsi. Non ride mai con loro, parla pochissimo, sembra che non si emozioni. Questa cosa mi fa paura perché vedo che poi si sente esclusa e non cerca la spensieratezza delle altre amiche. Non so come aiutarla. Provo a spronarla a lasciarsi andare ma è passiva, bloccata, apatica.
Vedo che si sente non all’altezza delle sue amiche, come se cercasse sempre qualcosa che le manca. Non ha problemi a scuola e studia danza da quando aveva sei anni. Sia a scuola che a danza è bravissima e non mi ha mai dato problemi.”

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Cerchi di guardare con gli occhi di sua figlia. Lei da madre ha compreso che c’è qualcosa che non va e sta provando ad aiutare sua figlia. Però noi adulti cadiamo spesso in un errore ingenuo e bonario, ma umano, che è quello di ridurre il nostro giudizio su ciò che accade ai bambini e ai ragazzi, alla nostra “visione adulta” delle cose. Lei più volte ha scritto “vedo..”, quindi probabilmente le sue sensazioni seppur giuste, non colgono appieno il punto di vista di sua figlia. Spesso capita di “proiettare” le nostre preoccupazioni e le nostre paure, senza che ce ne accorgiamo. Provi a vedere al di là delle sue paure, spinga lo sguardo più in là; è certa che sua figlia si senta esclusa dalle amiche, che non si senta alla loro altezza? Quanto è sicura che le sue amiche siano spensierate e felici? E che lei non si sia confidata con qualche amica?

Sua figlia sta vivendo una fase della vita “critica”. Si trova tra la fine di un ciclo (essere bambini) e all’inizio di un nuovo ciclo (adolescenza) in cui l’aspetto forse più importante riguarda principalmente il “definirsi”. Se volessimo fare un paragone, scomodando l’arte scultorea, sua figlia si ritrova a dover cominciare a dare una forma definitiva ad un pezzo di marmo che fino a questo momento della sua vita ha ancora forme indefinite. Come ogni buon artista sua figlia in questo momento ha bisogno di modelli riconoscibili e ben definiti da cui trarre l’ispirazione giusta per finire la sua scultura.

Probabilmente in questo momento della sua vita lei sente l’esigenza di attingere alle proprie origini (la ricerca del padre) e a quella storia che ha caratterizzato la sua e la vostra vita. Se volessimo metterci nei suoi panni, comprendere le ragioni e le motivazioni dell’allontanamento del padre potrebbero essere fondamentali per dare un senso alla sensazione di perdita e di mancanza che lei ha.

Potrebbe essere un occasione dare a lei e darvi, come famiglia, l’opportunità di affrontare insieme le vostre preoccupazioni e attingere positivamente alle vostre risorse per superare questa impasse.

Una terapia familiare affiancata ad incontri individuali dedicati a sua figlia potrebbero essere una soluzione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ricaricare le vitamine: il Vitamin Model di Warr.

Siete felici di ritornare a lavoro?

Con l’ingresso ufficiale nella stagione autunnale, possiamo considerarci (salvo alcuni fortunati) tutti ritornati agli impegni quotidiani, primo fra tutti: il lavoro. Il ritorno a ritmi frenetici e pressanti, così come il doversi destreggiare tra le continue richieste familiari, lavorative e individuali, comporta il dover attuare il più precocemente possibile, strategie che aiutino a limitare o gestire l’inevitabile stress correlato prima che questo cresca a tal punto, da rendere difficile gestire anche la più semplice delle attività quotidiane.

 

 

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“L’urlo” Edvard Munch. Fonte immagine Google.

Dallo stress lavorativo al benessere psicologico.

Attualmente si intende con stress-lavoro-correlato, una risposta psicofisica che occorre quando le richieste del lavoro superano le risorse o capacità del lavoratore di farvi fronte”. Gli elementi considerati sono:

1)le richieste del lavoro (stressors)

2)la risposta psicofisica (strain o outcome)

3)le caratteristiche della persona (che attenuano o rafforzano la relazione tra stressors e strain)

A tal proposito, la persona che si trova a dover fronteggiare un periodo di stress molto forte, può manifestare una vastità di malesseri che interessano tre domini differenti. Si possono pertanto manifestare:

  1. Reazioni psicologiche (irritabilità, tensione, disturbi del sonno)
  2. Reazioni fisiche (disturbi gastrointestinali, spiccato aumento o perdita di peso, allergie)
  3. Reazioni comportamentali (uso di alcool, tabacco o droghe, disturbi nella sfera sessuale).

Peter B. Warr (1987), ci ha fornito un modello in cui sostiene che il benessere psicologico sia da definire innanzitutto in termini affettivi, ovvero sulla base del tipo di emozioni esperite.

La metafora delle vitamine.

Il benessere psicologico è descritto sulla base di due dimensioni:

  • La piacevolezza dell’esperienza
  • I livelli di attivazione mentale (arousal)

Dall’incrocio di queste due dimensioni, si generano quattro stati affettivi: ansia, depressione, comfort ed entusiasmo, i quali a loro volta si differenziano in stati affettivi ancor più specifici. Warr specifica poi che per comprendere ulteriormente il benessere psicologico, sia necessario specificare la sfera di vita interessata. Secondo l’autore il primo livello è la vita in generale (free context, indipendente dal contesto) che comprende dei livelli ancor più specifici come la sfera lavorativa, la sfera familiare, quella del tempo libero e del sé. Ognuna di queste sfere può essere caratterizzata da un grado di benessere del tutto particolare. Secondo Warr il benessere sperimentato dipende sia dalle caratteristiche dell’ambiente che della persona. Per quanto concerne l’ambiente (specie quello lavorativo), Warr individua dodici fattori che concorrono a determinare il grado di benessere: 1)opportunità di controllo personale; 2)opportunità per l’utilizzo delle competenze possedute; 3)obiettivi generati esternamente; 4)varietà; 5)chiarezza ambientale; 6)contatto con gli altri; 7)disponibilità di denaro; 8)sicurezza fisica; 9)posizione sociale ben riconosciuta; 10)supporto dei superiori; 11)opportunità di sviluppo di carriera; 12)equità. L’influenza di questi fattori non è sempre uguale, ed è qui che Warr utilizza la metafora delle vitamine.

Le dodici vitamine.

I fattori in precedenza citati sono paragonati dall’autore alle vitamine e agli effetti che queste provocano nel nostro organismo.

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relazione tra dimensioni lavorative psicosociali e benessere: il modello di Peter Warr, 1987. Fonte Google.

I fattori dal 7 al 12, sono paragonati alle vitamine C ed E (constant effect) in quanto un sovradosaggio non causa problemi all’organismo; i fattori dall’1 al 6 sono paragonati alle vitamine A e D (additional decrement) il cui sovradosaggio può invece causare danni all’organismo.

Pertanto, com’è facilmente intuibile, l’ideale consiste nell’avere un equilibrio tra “le vitamine”, ma in che modo? Innanzitutto creando una buona rete di supporto sia all’interno dell’organizzazione lavorativa, che in quella familiare. Una buona rete consente infatti:

  • una migliore suddivisione dei compiti (il che comporta che tutti si sentano parte di un sistema più ampio, tenuto insieme proprio dal singolo apporto specifico. Il beneficio che il soggetto prova è nel non sentirsi un semplice anello di una catena di cui non si conoscono né l’inizio né la fine, ma viceversa, una parte attiva)
  • una migliore gestione dello stress (quindi un miglior adattamento psicofisico del soggetto)
  • la possibilità di fare squadra, intessendo solide relazioni con i propri colleghi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio