Articoli in primo piano

Ansia da valutazione e procastinazione – PODCAST

Continua il nostro affascinante viaggio nel mondo della psiche umana.

La nostra prossima tappa ci avvicinerà ad un problema piuttosto comune legato all’ansia ed in particolare all’ansia di essere valutati e alla sua quasi naturale conseguenza, quella del rimandare, procrastinar: esami, valutazioni o eventi importanti ed altamente ansiogeni.

Ansia da valutazione e Procastinazione – PODCAST – In viaggio con la Psicologia

“Ogni evitamento conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l’evitamento successivo.”

Giorgio Nardone
Ansia da valutazione e Procastinazione – PODCAST – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Mangerò per il tuo piacere: Mukbang.

“Donne e uomini senza desiderio che aboliscono il desiderio primario che è quello del cibo”.

Con il termine mukbang si indica un recente fenomeno che consiste nel compiere abbuffate online.

Il Mukbang è a tutti gli effetti l’elicitazione di un disturbo alimentare.

Buon Ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Cleptomania. L’impulso irresistibile del furto.

Il termine cleptomania (dal greco kléptein – rubare), fu usato per la prima volta nel 1838 dall’alienista francese Jean-Etienne Dominique Esquirol che utilizzò il termine per indicare una propensione ad un impulso difficilmente controllabile del furto, causata probabilmente da un disturbo psichiatrico. Lo psichiatra Bleuler in seguito, osservo che in queste persone non c’erano altri comportamenti di tipo antisociale e che spesso gli oggetti rubati non avevano particolare valore. Addirittura nel XIX secolo i clinici e i medici in generale, osservarono che in prevalenza il disturbo si presentava nelle donne e lo associarono a possibili disfunzioni uterine, fortunatamente questa tesi fu abbandonata non molto tempo dopo. Dopo di che, l’interesse clinico per questo disturbo fu lentamente abbandonato.

Fino agli anni settanta del ventesimo secolo, ci fu un generale disinteresse. Con la prima edizione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM) l’interesse per questo particolare disturbo venne ripreso.

La cleptomania non è un disturbo comune, si stima che circa 6 persone su mille ne soffrono e circa il 5 % dei taccheggiatori abituali. I cleptomani agiscono sotto l’ “effetto” di un impulso incontrollabile. Quando rubano sono soli e non hanno complici, sono consapevoli del rischio legale che corrono e cercano quindi di non farsi scoprire. Non ricavano profitto dagli oggetti che rubano, infatti generalmente li buttano, li regalano, li collezionano (spesso senza utilizzarli) o addirittura, in alcuni casi, provano a restituirli. Circa i due terzi dei cleptomani sono donne.

Topo cleptomane – Immagine google.

Il disturbo ha il suo esordio durante l’adolescenza e può avere un decorso cronico oppure avere lunghi periodi di remissione, alternati da fasi in cui l’impulso per il furto è molto forte e si arriva anche a rubare 3 o 4 volte durante la stessa giornata. Le fasi in cui il sintomo si acuisce sono legate a situazioni stressanti (lutti, separazioni). Purtroppo per la maggior parte dei cleptomani passa molto tempo prima che arrivino a cercare un aiuto professionale, a causa del senso di vergogna che provano per un comportamento socialmente poco tollerato e che proprio non riescono a controllare.

Alcuni studi hanno osservato che la cleptomania può associarsi ad altri disturbi più comuni come alcolismo, disturbi di personalità, deficit d’attenzione, disturbo ossessivo compulsivo, bulimia, deficit d’attenzione, anoressia..

Una comorbilità abbastanza evidente è con la bulimia nervosa. Alcuni studi hanno dimostrato che circa il 25% delle persone con bulimia, hanno anche episodi di cleptomania. Negli uomini invece è stata osservata una correlazione con disturbi sessuali e traumi alla nascita. Nelle famiglie di cleptomani, invece, si trovano spesso storie di depressione, alcolismo e anche di cleptomania.

Secondo Carl Abraham (psicoanalista tedesco), il cleptomane sin da piccolo non ha ricevuto prove d’amore concrete e gratificazioni, quindi il furto potrebbe essere interpretato come il tentativo di trovare un piacere sostitutivo a quelle mancanze oppure una vendetta fantasmatica contro le figure genitoriali incapaci di dargli, quando necessario, le giuste gratificazioni.

immagine google

Per Charles Kligerman, invece il cleptomane, che in passato ha ricevuto una ferita narcisistica, attraverso il furto riesce a ricostruire temporaneamente il proprio Sé. C’è in queste persone una regressione ad una modalità infantile di cercare la propria indipendenza, che richiede una gratificazione immediata (prendere senza chiedere). Tutto ciò si accompagna ad una fragilità strutturale del Super-Io e ad un bisogno di essere scoperti e quindi essere puniti (dall’autorità).

Lo stile comportamentale del cleptomane, è stato anche associato ai disturbi ossessivo-compulsivi, perché ha alcune caratteristiche comuni con questi disturbi; ad esempio, pensieri ricorrenti o ripetitività dei comportamenti che condizionano negativamente gran parte della quotidianità della persona.

Per i cleptomani, l’atto di rubare è vissuto (o piuttosto seguito) da una sensazione di “piacere”. Ed è proprio questa “sensazione di piacere” insieme con la paura del giudizio negativo degli altri, ad allontanare queste persone da un percorso terapeutico. Molte volte intraprendono un percorso di cura solo nel momento in cui devono affrontare problemi legali conseguenti ai furti. Per le persone che soffrono di questo disturbo esistono diverse strategie di cura. Su tutte, dove ci sono tutti i presupposti, la psicoterapia è molto efficace, qualunque sia l’approccio teorico di riferimento (Sistemico-Relazionale, Psicoanalitico o Cognitivo Comportamentale). A volte può aiutare anche una terapia familiare o di coppia. Inoltre i gruppi di mutuo aiuto (Tipo alcolisti anonimi), associati ad una psicoterapia individuale, possono aiutare moltissimo. Nei casi molto gravi può essere associata alla psicoterapia anche una terapia farmacologia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Disturbi Somatoformi.

“E’ giovedì e Giovanna ha due esami; si sveglia anche se ha la sensazione che la notte non ci sia stata. La ragazza ha crampi dolorosissimi allo stomaco e sente dolori ovunque, nel corpo, poi sviene”.

Cosa sono i disturbi somatoformi? Quale può essere una possibile relazione tra mente e corpo, in questo caso? Sono disturbi simulati?

Buon ascolto

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Schwa la “neutralità” che include.

Photo by RODNAE Productions on Pexels.com

Certe lingue, con il loro portato di storie, suoni, dominazioni e culture, sono sempre avanti (più di noi -umani- e dei nostri complotti).

Esiste un suono (quello di una vocale indistinta), il suono neutro che evita l’imbarazzo (per certi) della non corrispondenza del genere e del sesso biologico; un suono potente (con buona pace di chi ancora crede che le parole non siano importanti), rappresentato da una piccolissima letterina che lì, si mostra nella sua strabiliante potenza; una potenza narcisisticamente affascinante che sa abbattere anche chi, per non accettare un famoso DDL, ha riportato in essere l’espressione “margaritas ante porcos”.

“ə”

Lo schwa si trova anche nell’alfabeto fonetico internazionale, il sistema riconosciuto (a livello internazionale) per definire la corretta pronuncia delle lingue scritte esistenti.

Nel sistema fonetico lo schwa identifica una vocale intermedia, il cui suono si pone esattamente a metà strada fra le vocali esistenti. Si pronuncia tenendo rilassate tutte le componenti della bocca, senza deformarla in alcun modo e aprendola leggermente.

Per quanto concerne la storia dello schwa (storia che mi trovo a dover comprimere), sembra che il termine sia comparso per la prima volta nell’ebraico medievale parlato da un gruppo di eruditi intorno al decimo secolo dopo Cristo; in generale comunque quel che sappiamo è che a un certo punto la parola schwa fu utilizzata per definire i due puntini che nell’ebraico biblico, posti sotto una consonante, indicano una vocale brevissima o l’assenza di una vocale.

La lingua napoletana e lo schwa.

La morfologia del dialetto napoletano è costituita dalla quasi totale assenza delle vocali finali, di solito sostituite da un suono indistinto, registrato nell’IPA (alfabeto fonetico internazionale) proprio con la trascrizione fonetica dello schwa. Accade però che alcune parole perdano il morfema del femminile e maschile e allora come si fa in questa lingua ad individuare il genere?

Ecco che si giunge ad usare il raddoppiamento fonosintattico, la variazione metafonetica; fenomeni molto spesso imprevedibili certo non classificabili facilmente come nella dimensione binaria, dell’italiano.

Con la lingua napoletana tutto si risolve “tuttə quantə ‘cca?” (tutti quanti qua?) oppure il fantastico mammətə..

La sociolinguista Vera Gheno esalta le potenzialità dello schwa perché -spiega- è un suono pronunciabile, indistinto per i generi indistinti, è sperimentale, non stona in un testo. La sociolinguista ricorda -infatti- che la lingua si modifica in base all’uso oltre a sostenere che lo schwa ha un suono esotico dall’indiscusso appeal (con buona pace di chi allo ə inorridisce perchè il suono è un po’ troppo da neomelodico tamarro…)

Certo in alcuni paesi della provincia il suono di certe vocali chiuse e cafone (do you know the Afragolese?) è tutto tranne che esotico e per alcuni anche un po’ troppo maschilista.

Ma il senso del post?

Nulla di troppo forbito.. e senza scomodare il linguista svizzero Ferdinand de Saussure che ho pure studiato, insieme alla psicoanalisi (e non chiedetemi perché, ma il senso c’è), volevo solo sorridere e forse anche riflettere.

Sorridere soprattutto perché di tutto quello che per una vita può farti ombra che certe volte vorresti non vedere (nemmeno riflessa) e sentire (tanti hanno da storcere il naso per certi accenti.. ma.. c’amma fa, La storia è storia…) Niente.. d’improvviso quest’ombra ti si veste a cappotto invernale, caldo e avvolgente per mostrarti che la tua lingua, ti ha decisamente insegnato a campare, bypassando tanti drammi linguistici a cui oggi, siamo esposti.

(Lo schwa -ovviamente- è presente in molte altre lingue, d’altronde.. tutto il mondo è paese, no?).

La questione è che il neutro esiste da sempre e francamente piuttosto che un generico asterisco che deumanizza completamente manco codice a barre della confezione di salumi dell’iper, magari… ‘nu bell schwa, pure neomelodico dal richiamo arabeggiante, è più inclusivo (e sonoro).

Salut a tuttə quantə

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Identità digitali e Social – un’analisi Psicoanalitica del fenomeno – PODCAST

La nostra prossima tappa ci farà viaggiare ancora una volta in luoghi virtuali e luoghi reali, luoghi social e luoghi sociali. Faremo un viaggio nelle reti delle nostre innumerevoli connessioni, alla scoperta dei nuovi modelli di interazione nell’era dell’iper-connessione, dei nativi digitali e della generazione Z.
Cosa direbbe Freud delle identità digitali?

Ecco un’ “Analisi” psicoanalitica del fenomeno.
Buon ascolto..

Identità digitali e Social – un’analisi Psicoanalitica del fenomeno – PODCAST
Identità digitali e Social – un’analisi Psicoanalitica del fenomeno – Podcast – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

ASMR e Psicologia: Podcast.

Le piattaforme online sono ormai invase di video ASMR, video in cui i vari influencer fanno rumori (da masticazione, lame di forbici, suoni dell’acqua o schiuma da barba); ma cosa si intende con tale acronimo?

Autonomous sensory meridian response (risposta autonoma del meridiano sensoriale), ciò che dovrebbe portare ad uno stato di rilassamento ed estremo piacere esperito, nel e sul corpo, sotto forma di brividi.

Cosa c’è di vero e cosa no? Possiamo considerare questi video come una nuova frontiera delle perversioni sessuali?

Buon Ascolto.

https://www.spreaker.com/user/14965187/asmr-e-psicologia

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Poteri della fantasia..

Mi è capitato di incontrare una bambina che aveva letto “Pinocchio”, ma non aveva ancora visto il film. Dopo che lo vede, mi sembra scettica e allora le chiedo che cosa non l’ha convinta. Lei risponde perplessa; “La voce del Grillo parlante era completamente diversa rispetto al libro”.

Anna Oliviero Ferraris

Leggere una storia permette alla propria immaginazione di lavorare e fa viaggiare la fantasia, che attingerà a tutte le risorse cognitive e di memoria per dare vita alle parole che diventeranno immagini, suoni, odori, sensazioni, emozioni…

Abituare sin da piccoli i bambini all’utilizzo esclusivo di “facilitatori tecnologici” potrebbe limitare la loro capacità a sviluppare e usare le proprie risorse immaginative.

Invogliamo i bambini ad usare la loro immaginazione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Tricotillomania #2.

Qui la prima parte della trattazione.

La situazione familiare della tipica tricotillomane è diversa da quella di chi si procura piccole lesioni e tale differenza spiega la diversità delle aree corporee sottoposte a mutilazione.

La ragazza che si strappa i capelli non è stata trascurata dalla madre, ma ha sviluppato verso di lei un attaccamento conflittuale verso quella che è una madre dominante e possessiva. E’ possibile che il padre, dall’altro lato, non sia stato particolarmente disponibile ad aiutare la bambina nella sua separazione dalla madre; si tratta di un uomo piuttosto rigido e distante ma al contempo gentile e premuroso; nonostante ciò quest’uomo non è riuscito a rendere la propria presenza sufficientemente forte, all’interno della struttura familiare.

Nel momento in cui il padre ha cercato di far sentire la sua voce, provando ad essere più vicino alla figlia, la madre non ha consentito al padre e alla figlia la piena espressione del reciproco affetto.

Ci troviamo innanzi la situazione in cui il padre è considerato (da un lato) come una celebrità e un uomo di successo, dall’altro lato è invece denigrato.

Questa madre non può rinunciare al proprio potere sulla figlia (che è invece considerata sua proprietà) fino ad ostacolarle movimenti e separazione. Da questa figlia ci si aspetta che faccia da madre alla madre aprendo alla situazione in cui da un lato, la figlia deve assecondare i bisogni (insoddisfatti) di dipendenza della madre e dall’altro deve rimanere attaccata alla madre stessa in maniera infantile e servizievole.

Ed ecco il punto: queste richieste così incompatibili e inconciliabili fanno letteralmente venire la voglia di strapparsi i capelli!

Perchè è possibile considerare la tricotillomania una perversione che, nel suo significato psicologico, è assimilabile alle automutilazioni?

Il contenuto manifesto è pertanto lo strapparsi i capelli; andando più a fondo, questo strappo può essere interpretato come una versione più violenta della lotta adolescenziale per la separazione/individuazione.

I conflitti da separazione sono più evidenti e più vicini alla superficie mentre i conflitti sessuali (connessi alla tricotillomania) sono meno appariscenti.

Studi sui rituali associati ai capelli, mostrano le connotazioni simboliche di separazione al loro taglio, associate.

In alcune società di cacciatori e raccoglitori c’era l’usanza di organizzare una festa quando il maschio primogenito veniva svezzato. Durante i festeggiamenti (svolti quando il bambino aveva circa 2 anni), al bambino venivano tagliati per la prima volta i capelli e gli veniva conferito il nome: questi eventi sancivano la nascita di una identità separata (soprattutto dal corpo della madre). Nasceva un “nuovo” e “separato” piccolo uomo.

Più tardi (verso la pubertà) si tagliava al ragazzo una ciocca di capelli e quando questa gli ricresceva tanto da poter essere intrecciata, il ragazzo veniva considerato un uomo a tutti gli effetti pronto ad assumersi le responsabilità virili di un vero e adulto uomo.

In tutte le epoche i capelli hanno avuto significati specifici: virilità, mascolinità, energia o estrema femminilità, bellezza, obbedienza.

I capelli così prossimi all’anima o alla testa; così vicini ai pensieri sono considerati come qualcosa di nobile e sacro.

Il pelo pubico invece così prossimo all’ano è spesso associato a ciò che è sporco.

Tutte queste associazioni portano con sé un certo grado di ambivalenza: non è ben chiaro se capelli (e peli) siano sede delle più alte qualità umane o siano portatrici di qualcosa di sporco. Ecco che capelli e peli diventano sede elettiva dei conflitti umani.

“In nome della pulizia ma anche della convinzione che i capelli costituiscono la fonte del potere sessuale e dell’attrattiva femminile, prima del matrimonio le donne ebreo-ortodosse devono rasarsi i capelli e portare la parrucca”. H.S. Barahal.

Pensiamo ancora al taglio dei capelli da parte delle suore, che rinunciando alla piena espressione della femminilità giurano amore, obbedienza e fedeltà al Padre; pensiamo all’iconografia di Medusa (lunghi e fluenti serpenti al posto dei capelli) o ancora alle streghe crudeli e spietate a causa (anche) dei lunghi capelli; prima di essere torturare venivano completamente rasate.

Gli oggetti di pelo sono inoltre tra i feticci maggiormente preferiti dai pervertiti di sesso maschile.

L’uomo che taglia le trecce, infligge alla donna una castrazione simbolica che usa l’idea che i capelli, a differenza dei genitali, possono ricrescere.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Depersonalizzazione- Derealizzazione.

Ti è mai capitato di non sentire una parte del tuo corpo? Di sentire quella terribile sensazione di estraneità, quasi come se il corpo non ti appartenesse?

Questa sensazione è sperimentata da coloro che soffrono del Disturbo di depersonalizzazione derealizzazione; un disturbo che può spesso essere particolarmente invalidante tanto da rendere impossibile vivere anche la più banale delle azioni quotidiane.

Buon Ascolto e Buon Viaggio.

Note per l’ascolto: Al fine di rendere più fruibile e piacevole l’ascolto, ti invito ad indossare gli auricolari. Il tono della mia voce  è volutamente basso. L’inizio della traccia prevede una tonalità adatta per portare te in uno stato di rilassamento; quella specifica frequenza serve a renderti comodo, rilassato e ricettivo. Nel centro della traccia, la tonalità sale e la prosodia diventa maggiormente discorsiva per rendere la sensazione di star parlando in tranquillità senza scendere in tecnicismi eccessivamente freddi. Sul finire la prosodia e il flusso diventa libero. La sensazione data diventa quella di due amici che si salutano. Se ti va, come qualcuno ha fatto, lasciami pure un tuo feedback; stiamo lavorando per rendere l’esperienza maggiormente fruibile, rilassante e interessante.

(Ah.. resta poi la questione della natura: la mia voce  è bassa, eheheh).

Grazie mille!

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

L’identificazione – il processo di Soggettivazione secondo Lacan – PODCAST

La nostra prossima tappa ci porterà molto “vicini” alla psicoanalisi francese.

Scopriremo insieme una delle teorie più interessanti sul processo di identificazione (essenziale alla strutturazione dell’identità di una persona), secondo Jacques Lacan: la Soggettivazione.

buon ascolto..

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

“Te miro y tiemblo”.

Solo osservare.

Solo, tremare.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Motivazioni

La motivazione è un fattore dinamico che spinge il comportamento di un individuo verso una meta o alla soddisfazione di un bisogno. Le motivazioni possono quindi spiegare il comportamento, in quanto essere rappresentano uno stato interiore in grado di dirigere e condizionare un’azione. Esse quindi si attivano e si orientano in base a comportamenti specifici.

Le motivazioni si possono distinguere in: primarie (di natura fisiologica); secondarie (di natura personale e sociale); superiori (gli ideali, i modelli esistenziali, religione). 

Nel processo motivazionale intervengono incentivi estrinseci o intrinseci, ovvero delle vere e proprie ricompense che muovono verso scopi o obiettivi.

Photo by Tirachard Kumtanom on Pexels.com

Nell’ambito psicofisiologico le motivazioni sono spiegate in relazione a stimoli primari interni innati, importanti per la sopravvivenza (tipo la fame) e a variabili ambientali.

Gli studi etologici di Lorenz hanno dimostrato l’esistenza di schemi comportamentali come l’imprinting, che può essere considerato come una motivazione innata alla sopravvivenza.

I primi studi psicologici hanno inoltre evidenziato che la spinta motivazionale principale che regola e orienta il comportamento umano è la ricerca del piacere e quindi la fuga da uno stato che può recare dispiacere o dolore.

Una concezione che in parte è stata ripresa dalla teoria pulsionale di Freud con delle implicazioni teoriche più complicate che hanno condizionato tutto il lavoro teorico, partendo dalla descrizione di elementi pulsionali innati, che promuovono la sopravvivenza dell’individuo: passando per la concezione di pulsioni sessuali inconsce governate dal principio di piacere, ma regolate e incanalate verso altre mete, dal principio di realtà; fino alla concezione e alla teorizzazione della presenza di pulsioni sessuali di vita (Eros) e pulsioni sessuali di morte (Thanatos).

Sempre riguardo le motivazioni, è molto importante il concetto di Drive che sta ad indicare uno stimolo abbastanza forte, che può spingere l’individuo verso un’azione; questo stimolo si estinguerà con la terminazione dell’azione stessa. Nell’ambito della teoria delle motivazioni, si distinguono un drive primario ed uno secondario, che a differenza del primo è appreso.

La motivazione, infine, spinge verso uno scopo attraverso un comportamento, raggiunto lo scopo si genera un vissuto emozionale, che a sua volta determina, rinforzandolo o meno, il comportamento.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Disfunzioni sessuali.

“R. Ha cominciato da qualche tempo una terapia di coppia insieme alla moglie a causa della sua difficoltà a raggiungere l’erezione”.

Cosa sono le disfunzioni sessuali?

E i disturbi del desiderio sessuale?

Buon Viaggio e Buon Ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Il senso di un Delirio – deliri e idee deliranti – PODCAST

La nostra prossima tappa ci porterà ancora una volta nei meandri più oscuri e sconosciuti della nostra mente e ci aiuterà a guardare più da vicino il senso di un delirio..
Buon Ascolto

Il senso di un Delirio – deliri e idee deliranti – PODCAST

“Il paranoide ricostruisce il mondo, non più splendido in verità, ma almeno tale da poter di nuovo vivere in esso. Lo ricostruisce col lavoro del suo delirio. La formazione delirante che noi consideriamo il prodotto della malattia costituisce in verità il tentativo di guarigione, la ricostruzione”.

Sigmund Freud

Il senso di un Delirio – delirio e idee deliranti.. – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Logica e immaginazione.

“La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto.”
Albert Einstein

E questo è il cappello magico.

Tira il nastro verde.. e.. scopri in che dimensione ti porterà:

Immagina.

Divertiti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

La memoria del ricordo: pensieri Psy.

Avevo la convinzione di riuscire a metter insieme parole che fossero di senso compiuto; speravo -dico invece ora- , di riuscire a rendere in parole scritte l’emozione e il sentimento -doloroso- della perdita.

Mi rendo conto, invece, che su (e di) alcuni sentimenti non ci sono dissertazioni che tengano.

Il sentimento puro persiste nella sua accezione più piena, viva e dolorosa anche quando la carne che lo accompagnava, non c’è più.

E quello resta forse il problema: c’è carne che resta e carne che va e quella che resta, cerca di attuare tutta una serie di strategie volte alla metabolizzazione a al superamento (difficile ma possibile), di un lutto.

Ho recentemente invidiato una persona al supermercato perché stava ancora avendo quel che io, non potevo più.

L’invidia è durata trenta secondi perché poi è subentrata una dolce malinconia e un sorriso leggero, quasi da ebete, che mi ha accompagnata mentre sceglievo le spezie.

Gabriel Garcìa Marquez diceva “La memoria del cuore elimina i cattivi ricordi e magnifica quelli buoni, e grazie a questo artificio , siamo in grado di superare il passato”.

Non dimenticherò mai quella telefonata alle 2 del mattino; non dimenticherò mai la strana agitazione di quel giorno e tutti i lunghissimi – seguenti- venerdì in cui non ho chiuso occhio lasciandoli invece sgranati, nella luce del buio.

Il pensiero di un saluto che potevo fare e che poi ho rimandato “tanto passo domani”, non potendo sapere che “domani” non sarebbe stato possibile.

Ho smesso di rimandare, nei sentimenti; così come non ho più creduto a chi fa mille giri e trova mille sovrastrutture per viver(si) qualcosa.

Qualcosa è adesso.

Ah.. Un mese dopo… La fuga a Berlino, la città sospesa.. un po’.. come lo ero, io.

Immagini Personali.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Sulla Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne

Oggi è la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne.

Purtroppo i numeri sono impietosi. Le cronache italiane quasi quotidianamente devono raccontare di violenze e femminicidi.

Va bene la sensibilizzazione, ma bisogna responsabilizzare le persone ad atti concreti contro il perpetuarsi di queste violenze.

Negare è come difendersi dall’idea che quella cosa stia accadendo veramente, per sfuggire alla paura, ma non è un meccanismo di difesa efficace, ha solo la capacità di spostare il problema e non di risolverlo.

Bisogna cambiare qualcosa a livello psicologico, culturale, sociale, giuridico; bisognerebbe iniziare un circolo virtuoso, in cui lo Stato può farsi garante di un percorso continuo, sicuro e completo per le donne vittime di violenza e per i bambini che hanno perso la madre.

Photo by Anete Lusina on Pexels.com

Di seguito riporto alcuni stralci molto interessanti di un articolo del 2018, di Anna Costanza Baldry (1970 – 2019) (Psicologa, Criminologa), che ho avuto la fortuna di conoscere da studente universitario. Una delle maggiori esperte sul fenomeno della violenza di genere, in Italia. La Baldry ha anche collaborato con la Polizia di Stato, con la NATO e le Nazioni Unite.

” […] è importante capire come ogni persona ha una responsabilità, nel senso professionale, oltre che personale, nello scalfire il fenomeno della violenza, e quindi dire basta al negazionismo e guardare nella realtà quelli che sono questi comportamenti e quindi anche di fatto agire di conseguenza.
Non esiste il reato di femminicidio, è un omicidio a tutti gli effetti. Anche se la legge, passata proprio nel 2018, che tutela gli orfani di femminicidio, ha introdotto il fatto che, l’essere ucciso da qualcuno con cui si era legati da una relazione affettiva, è più grave, perché viene leso un rapporto di fiducia e di stima.
Femminicidio è un termine che c’è già da tanto tempo nella nostra cultura e nella letteratura sociologica e criminologica, che fa riferimento proprio a questi tipi di omicidi, cioè all’omicidio della donna in quanto donna.

… è emerso che nel 70% dei casi l’omicidio non è stato un raptus.”

Anna Costanza Baldry

” […] Non è mai un raptus, perché se si va a vedere il numero delle perizie richieste e fatte, che hanno avuto come esito la non imputabilità (quindi la non capacità di intendere e di volere, che è quell’espressione giuridica che riconosce che la persona, al momento del fatto, non era in sé e quindi non è imputabile, quindi non si può sottoporre né ad indagini e né tanto meno ad un processo) è molto residua in questi casi. Si parla di situazioni dove presumibilmente c’era sotto anche un aspetto patologico.[…] “

Anna Costanza Baldry

” […] Dietro a questi comportamenti omicidiari, ma anche dietro la violenza, ci sono una serie di fattori di rischio, che possono essere più legati all’individuo, possono essere legati al contesto.. Però, al netto di questi fattori individuali, relazionali, contestuali, fattori di rischio quindi, come precedenti penali, abuso di sostanze, l’essere cresciuto in un determinato contesto sociale e culturale, avere dei disagi, dei disturbi psicologici, va detto che in ogni caso quello che c’è alla base di molti di questi comportamenti violenti, misogini è la sopraffazione e il potere.[…]”

Anna Costanza Baldry

dott. Gennaro Rinaldi

Articoli in primo piano

Amore (?).

Così un altro anno è passato e un anno dopo, ancora, mi ritrovo come psicologa clinica -donna- a dover (ri)scrivere della violenza su/contro le donne.

L’argomento è complesso perché parte da un percentuale infinitesimale di banalità (il lettore capirà -mi auguro- leggendo) e da un forte pregiudizio padre/figlio/fratello di una cultura che si fa qui personale, nel senso di legata strettamente alla persona.

Quest’anno vorrei fare una riflessione un po’ più aperta e di pancia; lo scorso anno mi ero dedicata alle spiegazioni più tecniche (tipo i fattori di rischio che possono aumentare la possibilità di commettere uxoricidio), ma al momento mi preme fare un discorso più “vicino”; meno statistico.

“Loro non lo sanno”, è un periodo (non giorni, non settimane) ma un periodo lunghissimo, che parlando con alcuni colleghi ripeto sempre questa frase “loro non lo sanno”. Facendo colloqui clinici, incontrando le persone, facendo progetti (quindi non disquisendo sull’umanità senza frequentarla, parlarci o conoscerne almeno vagamente i sottesi meccanismi psichici), mi sono resa conto che la stragrande maggioranza delle cose che paiono ovvie, loro non le sanno.

Parliamo tanto, nel caso della violenza sulle donne, dell’importanza delle radici culturali di certi comportamenti poi incorriamo in bias allucinanti. Ne vuoi uno su tutti? Al sud il maschio padrone uccide più del libero nord.. Peccato che statistiche alla mano si uccida maggiormente nelle regioni del nord.

Si parla di donne e violenza sulle donne, vero, ma in una maniera completamente errata. La tv che tanto ci ha riempito di immagini si scarpette rosse (col tacco, mi raccomando.. altrimenti che donna sei.. al massimo puoi essere femmina).. conferisce un’aura quasi di fiaba a quella che non solo è un’emergenza seria, ma una psicopatologia a tutti gli effetti.

L’Amore non uccide. L’amore non lega. L’amore non soffre, spezza, blocca. L’amore non toglie il respiro, non crea ansia, disagio panico o stress. L’amore non è proprietà, né possesso; l’amore non è gelosia che circonda impedendo ogni possibilità di attracco a navi straniere. L’amore non colpisce, non ferisce.

L’amore non è uno stravaso di sangue: un livido.

L’amore è mare in tempesta, sì, ma che rincoglionisce di piacere, di speranza e di desiderio; crea immagini nella mente e accompagna, cullando e accogliendo l’altro in sé e sé nell’altro aprendo ad una specularità in cui ognuno riflette e si riflette permettendo anche all’esistenza altra (il mondo circostante) di riflettersi.

Il sangue pulsa e scoppia, sì.. ma non in conseguenza di un colpo magari mortale, ma a causa di una certa passione.

Cercare di romanzare quella che è una patologia psichica strettamente legata a problemi di attaccamento, all’esser cresciuto in ambienti emotivamente deprivanti (e così via) sta portando all’effetto contrario: molti si sono stancati di sentir parlare di femminicidi.

Ho spesso letto, in giro, oppure parlando con persone del fatto “eh..ma ora sono tutti femminicidi? tanto se le cercano le cose, le donne”.

Ovviamente… una donna che accetta una relazione con un uomo abusante (vorrei ricordare che nessuno diventa un mostro dalla sera alla mattina e che non voler vedere certi comportamenti, non giustifica il non essersi accorte di nulla) ha -per forza di cose- parimenti problemi (di attaccamento, di insicurezza, di dipendenza) e così via.

Allora che si fa?

Si fa che si portano avanti percorsi volti al supporto e al benessere psicologico della popolazione. Si fa che si fa comprendere ai giovani piccoli, piccolissimi, che qua né l’uomo né la donna è superiore e che la proprietà non esiste.

Si fa che si insegna il rispetto, sì, ma prima di e per sé stessi.

Si fa che io sono donna, libera professionista, e non voglio essere agevolata o aiutata perché donna né voglio essere sminuita perché donna.

Si fa che un uomo, per accarezzare il mio corpo deve accarezzare la mia mente e in nessun caso abuserà del mio corpo e quindi della mia mente.

Si fa che io ho imparato a volermi bene e che se anche tu, donna, ti vuoi bene, anche chi ti sta vicino ti vuole bene e ti rispetta.

Scarpe rosse (col tacco) o meno.

https://wordpress.com/posts/ilpensierononlineare.com?s=amore+cosa%3F

#Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 2021

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Liberi di vivere (per sempre?)

“Si può essere tutto ciò che si vuole, basta trasformarsi in tutto ciò che si pensa di poter essere”.

Freddie Mercury

Tu decisamente vivrai per sempre.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

25/11/2020 – D10S

“Voglio giocare anche se ho il menisco in pezzi. Chi è sempre prudente non arriva mai primo. Io intendo giocare e vincere; è una follia? Farò il pazzo per tutta la vita.”

DIEGO ARMANDO MARADONA
Foto web – google

“È fantastico ripercorrere il passato quando vieni da molto in basso e sai che tutto quel che sei stato, che sei e che sarai non è altro che lotta”

DIEGO ARMANDO MARADONA
Murales – DIos Umano – Jorit (Napoli)

È pazzo chi lotta? O per lottare bisogna essere un po’ pazzi?

Ci vuole sicuramente un pò di follia, estro, genio, coraggio, motivazione, voglia di rischiare e cambiare, per restare unici e per lasciare il segno.

E credo che tutti, nel nostro piccolo, possiamo provare a farlo.

Ciao D10S

dott. Gennaro Rinaldi

Articoli in primo piano

Disturbo Fittizio.

Simulazione o produzione di sintomi psicologici o fisici oppure (in caso di reale patologia) tartassare di continuo chi si ha vicino, fingendo o esagerando i propri sintomi: questa la breve identikit di chi soffre di un disturbo fittizio.

Il disturbo cela, in realtà, difficoltà emotive molto più profonde di quanto si possa pensare e non appare come una semplice “presa in giro o menzogna”, nei confronti dell’altro.

L’unico trattamento efficace resta, la psicoterapia.

Buon Viaggio e Buon Ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Nella risata un desiderio.

Mentre lavavo i denti, l’inconscio (che torna sempre prepotentemente alla ribalta), mi si è ripresentato nel migliore dei modi: facendomi ridere. Senza -infatti- nemmeno dare il tempo alla coscienza di capire cosa stesse accadendo, mi sono ritrovata piegata in due dal ridere.

Hai presente quando ridi così tanto che gli addominali cominciano a farti una male cane.. così male che ti è difficile recuperare fiato?

Quella ero io.

Ridere è un’attività presente precocemente, per l’essere umano (la prima “vera” risata la facciamo quando abbiamo circa due mesi) .

Ma perché quando ridiamo ci sentiamo meglio? Oltre al fattore psicologico, è molto importante anche quello legato al nostro organismo. Ridere, infatti, mette in moto i muscoli facciali e parecchi muscoli del corpo, come cervicali, addominali, muscoli pelvici…

Secondo alcuni studi una bella risata riduce lo stress e aiuta a respirare meglio (in misura pari a 15 minuti di cyclette in palestra). Ma non solo: quando ridiamo l’organismo produce le endorfine, le famose sostanze che danno un senso di benessere ed euforia; la risata stimola inoltre il nostro sistema immunitario (clownterapia ti dice qualcosa?)

Ridere di gusto, insomma… fa bene.

Sarà che io o rido o non rido (prevale sempre la prima alternativa, comunque).

La questione del mio ridere “piegandomi in due” posa -certo- poco da signora ha legami col mio sentire emotivo.

Le emozioni a metà non fanno proprio per me; è un po’ come chi beve la coca zero “vorrei ma non posso… Edulcoro di edulcorante la bevanda proibita” (Beninteso che la cola per me è un no a prescindere che sia realmente zuccherina o edulcorata chimicamente).

E anche lì… com’era? “Niente emozioni a metà”

E’ che io son abituata a certi fluidi che di cenere, recano il sapore…

A certi fluidi che sanno di terra impastata al fuoco dall’acqua di mare…

Ti pare che mi accontenti?

(Ma stamattina la dottoressa dove vuole parare?)

Vuol parare nel fatto che ridere -per me- ha relazione con i desideri.

Abbandonarsi ad una sana risata equivale -per me- a spostare più su, più fuori un desiderio.

Ha relazioni con la speranza.

Ha relazioni con i sogni.

E giusto per restare in maniera (non troppo) lineare sul tema dei sogni

Puortame là fore” il rap scritto dai ragazzi dell’IPM di Airola e interpretato da Lucariello e Raiz prodotto da Sarah Startuffo e girato da Johnny Dama “Puortame là fore” è il risultato dei laboratori, organizzati da the CO2 Crisis Opportunity Onlus nell’ambito del progetto “Il palcoscenico della Legalità”, nell’istituto penale per i minorenni di Airola (BN). Luca Caiazzo, in arte Lucariello, ha condotto nell’IPM un laboratorio di scrittura e un corso di formazione di tecnico del suono. Il percorso, improntato sul lavoro di squadra, per imparare a lavorare insieme, con disciplina di gruppo, è durato circa quattro mesi. Il laboratorio ha avuto anche l’obiettivo di offrire un’opportunità di riscatto concreta ai ragazzi in carcere attraverso una formazione capace di valorizzare la loro esperienza per accompagnarli nel mondo del lavoro reale offrendo anche un’opportunità economica attraverso il diritto d’autore per i laboratori di scrittura e la possibilità di imparare un mestiere con la formazione di tecnico del suono. (Infobox Youtube).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Psicologia delle Masse – L’ideologia (III parte) – PODCAST

Continua il nostro affascinante viaggio nel mondo della psiche umana. La nostra prossima tappa parlerà ancora una volta di Psicologia dei gruppi e ci aiuterà a capire un altro aspetto psicologico importante che diciamo funge da legante per i gruppi sociali.

Parleremo dell’ideologia dal punto di vista e dalla prospettiva della psicologia di Otto Kenberg.  

Buon Ascolto..

Psicologia delle Masse – L’Ideologia – podcast
Psicologia delle Masse – L’Ideologia – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Pubblica una foto! Adolescenti e social.

Il viaggio di oggi sarà in compagnia di una ragazza tutta social e immagine.

E’ attraverso la sua storia e le sue parole, che faremo un piccolo scalo che apre alla riflessione: “quanto stanno cambiando i nostri giovani, a causa dei social?

La condivisione di tutte queste foto e video, può voler dire qualcos’altro sul piano simbolico oppure si tratta di semplice voglia di apparire?”.

Buon Ascolto e Buon Viaggio!

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Tricotillomania #1

Photo by Bennie Lukas Bester on Pexels.com

Con il termine tricotillomania si indica il comportamento volto a strapparsi i peli del corpo (come vedremo, infatti, non si tratta del solo strappare e tirare via con forza e decisione i capelli).

Si tratta di un disturbo legato all’automutilazione che interessa adolescenti e donne di tutte le età.

Potenzialmente, infatti, tutte le pazienti sono donne e prima che qualcuno riconosca che tali donne siano affette da un disturbo psicologico, queste vengono curate per calvizie con irradiazioni ultraviolette, vitamine, ormoni tiroidei e steroidi topici, e così via. Anche quando i medici sono disposti a riconoscere che si tratta di un disturbo psicologico, la diagnosi che queste donne ricevono è “comportamento compulsivo” il che etichetta, sì, ma di fatto dice soltanto una cosa che la paziente già sa “quando la persona sente l’impulso, si strappa i capelli”.

Sebbene la tricotillomania sia meno grave dell’infliggersi piccole lesioni alla pelle, strapparsi con forza e decisione, dalla propria pelle, capelli e peli può essere parimenti devastante.

L’area tipica delle aggressioni è il cuoio capelluto, ma le mutilazioni possono interessare sopracciglia, ciglia, peli del viso, braccia o zona pubica. Uno dei motivi per cui appare ai nostri occhi, inizialmente, meno grave tale comportamento, è che i peli non godono di ottima stima nella società odierna e -in secondo luogo- non immaginiamo che dolore possa provare la pelle sottostante la zona della mutilazione.

Strappare i peli può lacerare la pelle.

Nella sua sostanza psicologica, l’atto di strapparsi i capelli è violento come mutilarsi la pelle e talvolta riesce a produrre cicatrici temporanee o permanenti.

La donna che si strappa via i capelli, non lo fa in un attimo di furia; i suoi metodi sono spesso altamente creativi.

E’ meticolosa.

Generalmente si strappa via i capelli uno ad uno a piccoli ciuffi, può attorcigliare i capelli intorno la spazzola e tirare via tutto; può separare ciascuna doppia punta dei capelli (al fine di avere due capelli per punta) “perdendo” anche ore per far ciò.

Alcune ragazze succhiano o masticano i capelli tirati via: tricofagia.

Il tempo che passa tra l’impulso iniziale a strappare, tirare, dividere o depilare e la conclusione dell’atto può andare da qualche minuto a qualche ora.

Tra le donne che strappano via i capelli, alcune ricordano con rabbia un taglio di capelli avuto durante l’infanzia; una sorta di trauma legato all’improvvisa scomparsa dei tanto amati e lunghi capelli.

Oltre a problemi con i capelli, quasi tutte le giovani donne hanno problemi con il peso. Si riscontrano comportamenti (nella maggior parte dei casi), bulimici, ma anche anoressici.

Sul piano della consapevolezza lo scopo di tutti questi atti di mutilazione fisica è di essere bella e desiderabile.

Inconsciamente queste giovani donne stanno protestando perché i loro corpi sono invasi dai segnali di una femminilità sempre più ingombrante.

Se un sintomo non riesce a prendere il posto dell’angoscia, la prospettiva di separarsi dalla madre, la sconvolgerebbe.

Ciò che occorre è un sintomo che consenta di dare espressione alle fantasie inconsce che producono l’angoscia.

Strapparsi i capelli si sostituisce a tale angoscia terribile, perché quando si strappa i capelli, la donna dimentica il resto.

Strapparsi i capelli è -inoltre- una espressione simbolica di separazione, castrazione e perdita.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Disturbo Borderline di Personalità.

Il nostro viaggio di oggi, ci porta alla scoperta di un disturbo di personalità piuttosto attuale e frequente.

Si tratta di un disturbo “del confine”; disturbo i cui soggetti presentano un quadro clinico più drammatico delle nevrosi ma non tanto compromesso da rientrare tra le psicosi.

“Il disturbo borderline di personalità è caratterizzato da una modalità pervasiva di instabilità e di ipersensibilità nei rapporti interpersonali, instabilità nell’immagine di sé, estreme fluttuazioni dell’umore, e impulsività”.

Buon Ascolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Il lavoro con il bambino (e i genitori).

Photo by Emma Bauso on Pexels.com

Il post di oggi vuole presentarti (in maniera -mi auguro- abbastanza comprensibile), cosa succede dopo la presa in carico di un (paziente) bambino.

Il punto di partenza è presentarti il lavoro con genitori e bambini (in trattamento psicoanalitico) modello che prevede tre o quattro incontri durante l’anno analitico.

Il modello tradizionale parte dall’assunto secondo cui i contatti con la famiglia debbano essere minimi, al fine di lasciare il bambino libero di sviluppare il proprio transfert e di converso, per non minare il controtransfert del terapeuta (che potrebbe riempirsi di identificazioni proiettive).

Accade però che se durante l’analisi del bambino emerge che anche i genitori, hanno bisogno di un sostegno psicoterapeutico, questi vengono inviati ad altro terapeuta.

Ad inizio trattamento, i colloqui con i genitori hanno lo scopo di costruire (e rinsaldare) l’alleanza terapeutica, proteggere la terapia del bambino, comprendere la posizione del bambino nel gruppo familiare ed entrare maggiormente in contatto con i bisogni psichici del bambino stesso.

La questione per il clinico o lo psicoanalista diventa complessa in quanto bisogna muoversi sapientemente (e con gran competenza) tra l’identificazione proiettiva e il transfert/controtransfert. Spesso accade infatti che (a causa anche di una sottesa psicopatologia in essere nella coppia genitoriale), l’analisi infantile si interrompa bruscamente.

Altra situazione ricorrente è quella secondo cui, nel momento in cui vi è un grosso miglioramento nel bambino, i genitori concludono prematuramente e bruscamente l’analisi dando come spiegazione “mio figlio è guarito! Ora sta bene, Dottoressa!”. Tale conclusione è spesso correlata al fatto che il sintomo del bambino sia parte dei problemi della coppia genitoriale; ne deriva che le difese della coppia siano pesantemente minacciate dalla scomparsa del sintomo del bambino il che porta i genitori alla comprensione -improvvisa- di essere loro stessi quelli, adesso, ad aver bisogno di una psicoterapia o analisi.

Nella maggior parte dei casi, questa proposta o presa di coscienza, viene completamente denegata.

Appare così altamente consigliato un lavoro a doppio setting che non si situa come un lavoro di due terapie in parallelo, ma di un unico processo terapeutico che si volge su due versanti che sembrano separati ma sono -di fatto- confluenti.

Non si tratta pertanto di un modello che segue il setting parallelo(abbiamo un terapeuta per il bambino e uno per i genitori), ma doppio setting ovvero lo stesso terapeuta del bambino, vede anche i genitori:

“questo modello viene considerato un’estensione degli incontri periodici di revisione, ed è appropriato quando i genitori appaiono molto riluttanti a vedere qualcun altro (..).. Rustin, 2002).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Il Cyberbullismo – conseguenze psicologiche e fisiche

Con la nostra prossima tappa andremo a conoscere, con maggior chiarezza un fenomeno in continuo aumento tra le giovani generazioni e che inevitabilmente condiziona in negativo le loro vite.

Il bullismo diventa cyberbullismo) quando si passa dal piano del reale a quello del virtuale attraverso la diffusione illecita e perpetuata volutamente di messaggi, e-mail, foto, video offensivi (sulle diverse piattaforme social) creati ad hoc e di situazioni di violenze filmate da altri e non rispettosi della dignità altrui.
Buon Ascolto..

Cyberbullismo – conseguenze psicologiche e fisiche – In viaggio con la Psicologia – Podcast
Cyberbullismo – conseguenze psicologiche e fisiche – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Cos’è e come agisce il pregiudizio.

Sai cos’è il pregiudizio e come agisce?

Sei del tutto sicuro di essere “immune” da atteggiamenti che recano con sé atteggiamenti negativi (preconcetti) su un gruppo o membro?

Mettiti comodo e viaggia insieme a me, tra le stanze della psicologia.

Buon Ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

La Paranoia: il Disturbo Paranoide di Personalità – PODCAST

Con la nostra prossima tappa torneremo a ripercorrere le vie della psicopatologia e proveremo a comprendere cosa significa vivere la propria vita con l’idea persistente che qualcuno stia tramando qualcosa per tradirci, per manipolarci e per farci del male.

Cosa significa vivere quotidianamente con la convinzione e con il sospetto che esista un mondo esterno che cospira contro di noi e che esistano trame oscure e verità nascoste che ci vengono celate?

Scopriamolo insieme..
Buon Ascolto..

La Paranoia – Disturbo Paranoide di Personalità – Podcast – In viaggio con la Psicologia

La Paranoia – Disturbo Paranoide di Personalità – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Separarsi da un manipolatore narcisista.

“Quando ci siamo conosciuti, lui era molto gentile e premuroso; uno da fiori ad ogni appuntamento, un uomo soddisfatto che stava raggiungendo tutti i suoi obiettivi professionali e personali.”
Attraverso le parole di una donna conosciamo -insieme- alcune caratteristiche di un manipolatore narcisista.

Si tratta di soggetti che vestono una maschera, per poi toglierla quando più gli conviene.

Aggressivi, inquietanti e accusatori, sono uomini (e donne) che possono raggiungere picchi di vera crudeltà e pericolosità.

Buon ascolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Vita.

Immagine Personale.

“La vita non è quello che dovrebbe essere. E’ quello che è. Il modo in cui lo gestisci è ciò che fa la differenza”.

Virginia Satir.

Dare la colpa agli altri chiudendosi nella gabbia del “se solo..”

Definirsi continuamente cercando approvazione o scuse per qualcosa che non va.. toglie solo spazio vitale alla vita che, nonostante tutto, va.

Quanto siamo realmente capaci di gestire la nostra vita senza costringerci nelle gabbie delle definizioni e delle apparenze?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Psicologia delle Masse – Le Bon Freud e Bion – (II parte) mentalità e cultura di gruppo – PODCAST

Con la nostra prossima tappa ci ricollegheremo virtualmente con la scorsa tappa, “Psicologia delle Masse – Le Bon, Freud, Bion – uno sguardo al passato per comprendere il presente” e approfondiremo alcuni meccanismi psicologici molto importanti, descritti Freud e da Bion, che stanno alla base del funzionamento anche dei gruppi organizzati: cultura e mentalità di gruppo.
Lanceremo, infine, uno sguardo al concetto di “assunti di base” di Bion, che avremo modo di approfondire nelle prossime tappe.
Buon Ascolto!

https://www.spreaker.com/user/14965187/psicologia-delle-masse-le-bon-freud-e-bi_1

“Nelle folle possono coesistere le idee più opposte senza reciproco ostacolo e senza che dalla loro contraddizione logica derivi un conflitto”

Sigmund Freud
Psicologia delle Masse – Le Bon, Freud, Bion (II parte) – mentalità e cultura di gruppo – Podcast -Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Possibili ipotesi di intervento con l’adolescente violento.

Oggi comincio con voi un nuovo viaggio che ha come scalo odierno, quello nel mondo della musicoterapia. Il mondo delle sette note, la musica, diviene oggi più che mai ponte/collante per entrare in relazione empatica, con giovani provenienti da contesti svantaggiati.

Un viaggio quello di oggi, che parla di giovani “cattivi” che decidono di raccontarsi utilizzando la musica.

E’ in particolare nelle carceri minorili che la musicoterapia trova largo uso.

Buon viaggio e buon ascolto!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Compra la tua vita: riflessioni Psy.

Fonte Immagine “Google”.

Poi giunse il giorno in cui guardai Squid Game.

Avevo detto a gran voce che squid game, per me, sarebbe rimasto un qualcosa di sconosciuto. Non sopporto quando certe serie – indirizzate ad un pubblico di giovani adulti- diventano delle ossessioni virali/vitali, che perdono completamente il senso e la funzione della narrazione, della storia e della fotografia.

Le serie che vengono viste dai fruitori solo perché sono fighe e di moda, senza abbandonarsi alla riflessione, sono per me intrattenimento alla panem et circenses.

La riflessione che segue non è nè un giudizio a chi la serie la ama e sostiene, nè una critica “a prescindere”, nè un’analisi stilistica in quanto tale; si tratta di una riflessione molto aperta che segue alcuni colloqui tenuti con (più o meno) giovani adolescenti.

Come spesso dico per la musica -oggi- uno dei canali comunicativi che maggiormente ci connette con certe fasce d’età, restano videogiochi, musica, calcio e serie tv.

In qualche modo i giovani, vanno agganciati.

La serie che mi sono trovata innanzi, quando ho deciso di procedere con la visione è, da subito, piuttosto complessa da seguire: si devono leggere i sottotitoli perché è stata diffusa in coreano tradizionale.

E già qui il mio primo dubbio.

Come fanno bambini molto piccoli (visto che la serie sta avendo effetti altamente negativi già in bambini della scuola primaria) a seguire qualcosa che va letto?

Si tratta di dover leggere, seguire, comprendere e osservare una trama che dice nelle immagini, essendo queste immagini caratterizzate di per sé da un dato contenuto.

La serie è coreana il che apre ad una tecnica recitativa/attoriale particolare. Il suono di sottofondo della lingua è un po’ fastidioso e (ovviamente) molto lontano da qualsivoglia aggancio culturale vogliamo trovare.

Spesso risulta difficile (per ovvie ragioni) trovare corrispondenza nel modo con cui i protagonisti esprimono certe emozioni (magari urlano in maniera incredibile per dire grazie o esprimono il dolore in maniera quasi inespressiva).

Il tema centrale sembrerebbe essere quello della dipendenza dal gioco (ma questo è il tema per chi, alla prima apparenza vuol fermarsi).

Proverò a mantenere un certo senso logico, nel mio scritto, portando avanti ciò che i ragazzi durante i colloqui hanno riferito e ciò che chi scrive, ha sentito durante la visione.

Avevo visto Alice in borderland lo scorso anno, Squid Game è molto, molto simile all’altra serie, pertanto inizialmente (vuoi anche preconcetti personali), non ho avuto nessun “Wow” come reazione se non un “madonna me tocca leggere”.

Poi arriva la sesta puntata e lì… Mi sento male.

Il fastidio.

Non è la violenza che vediamo, la morte o il sangue ad infastidirmi (il che misà che bene manco è), ma i sottesi dilemmi morali a cui i protagonisti sono esposti (che vengono con garbo e leggiadria evitati), a darmi fastidio.

Tradire un amico che -a differenza tua- realmente è in questo gioco per fame e miseria, che ti ha trattato come un capo a cui è stato sempre fedele, per evitare tu stesso la morte (non rispettando quindi le regole del gioco a cui hai deciso volontariamente di partecipare), mi ha letteralmente dato un fastidio tale da provocarmi disagio emotivo e fisico.

La serie non mostra il sangue, il gambling (quelle sono a mio avviso, soluzioni narrative che vogliono edulcorare lo stato delle cose).

La serie mostra come è facile diventare mostri.

Umano/Disumano.

A tutti i ragazzi ho posto una serie di domande, durante i colloqui.

Nessuno mi ha riferito di questi presunti problemi morali ma sono partiti tutti dalla bellezza della scenografia e dalla figata della storia:

“Si vince un premio dottorè… Uà! Perchè quelli hanno le maschere? Eh vabbè.. ma quello ha fatto sicuramente qualcosa per avere quella fine. Le punizioni sono sempre paragonate a qualcosa che è successo prima. E io che ne so cosa farei in quella situazione? Ah perchè.. tradire un amico è sbagliato? I soldi Dottorè.. Ma avete visto quanti soldi ci stanno in premio? Embè.. io tradisco ma se posso diventare ricco io penso che faccio tutto. Non lo so cosa farei in quella situazione ma se ci stanno i soldi in mezzo posso fare anche tutto”.

L’idea di giungere (con qualsiasi mezzo) ad un premio finale così corposo, prende il sopravvento su tutto il resto.

Non ci sono amici, famiglia, morale o etica che sostenga… Un po’ come tutti questi ragazzi che ogni giorno, pur di diventare influencer prestigiosi e di successo, per fare soldi, sono capaci di fare qualsiasi cosa (ricordiamo che per soldi, abbiamo avuto in Itali diversi scandali legati alla baby prostituzione).

Per quanto concerne i più piccoli… lì purtroppo (o per fortuna), diventa una questione di educazione familiare. I bambini sono spugne pari pari a quelle che abbiamo in bagno o sul lavello della cucina: lasciate in un ambiente si riempiono, assorbendo, per poi creparsi o ammuffire, quando troppo piene.

Sta ai genitori evitare la visione di certi contenuti (e no… se vostro figlio non vede la serie non viene bullizzato perchè solo lui non l’ha vista; al massimo può solo essere un futuro ottimo amico).

Concludo il mio pensiero psy con un certo interrogativo che giunge, invece, da una serie che forte di pregiudizi che si sa dove originano ma non si sa se (e dove) finiscono dice “Ma un amico che ti tradisce, è sempre un amico?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Il segreto che logora.

“Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere” –

Charles P. Baudelaire

Ognuno ha qualche segreto.. da nascondere o da condividere.

Ma possono i segreti incidere negativamente sul nostro benessere psicologico?

ilpensierononlineare

“Dottore ho un peso sullo sterno, sento di non riuscire a respirare profondamente, ma non ho niente ho parlato con il mio medico curante e con il medico a lavoro. Non so che sta succedendo. Non ce la faccio più. Ho una bella famiglia, un lavoro decente, non ho problemi economici, ma ho un angoscia costante che mi accompagna tutti i giorni da qualche mese ormai. Sono spento, sempre con la testa tra le nuvole, nervoso e stanco.. sono stanco, stanco perché ho troppi pensieri che mi ossessionano la mente. Sono stanco dottore, ma non so perché.. “

“Mi ha detto che ci sono dei pensieri che la “ossessionano”. Cosa pensa? Cosa le torna in mente? Sembra così potente da prendere il sopravvento su tutto il resto.”

” Ehm.. non credo sia importante, non è nulla di che, però ci penso sempre. Dottore io ho un segreto.. mi è successa…

View original post 403 altre parole

Articoli in primo piano

Mondo.

“Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiar se stesso”

Lev Tolstoj

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Colpevole o innocente?

Vuoi metterti in gioco?

Il viaggio di oggi è un piccolo scalo tra i dilemmi morali. Tutti parlano di morale e di scelte giuste (ciascuno difende -sempre- la propria verità) ma esiste la scelta giusta e/o quella sbagliata?

Terror è stato un spettacolo teatrale largamente replicato; questo spettacolo pone lo spettatore davanti a una scelta ben specifica: colpevole o innocente?

Buon ascolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Comunicazione e relazioni: il terzo assioma

“La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti”

Paul Watzlawick

Questa citata sopra è il terzo assioma della comunicazione umana, definito da Watzlawick nella sua “Pragmatica della comunicazione umana”.

In genere, per punteggiatura potremmo definire l’insieme dei segni che definiscono i rapporti sintattici tra le parti di un testo e servono a suggerire, a chi legge, eventuali pause e intonazioni della voce nella lettura.

Watzlawick fa riferimento ovviamente alla comunicazione umana.

Può esserci una discrepanza di punteggiatura e quindi questo può generare un dubbio su ciò che il comunicante debba considerare come causa e ciò che deve considerare come effetto.

Immagine internet – Pinterest

Ad esempio, in una relazione interpersonale, può capitare che un’interlocutore crede di star solo reagendo a certi comportamenti o atteggiamenti dell’altro, ma non pensa possa essere stato lui a provocarli. In tal caso, il rischio è che si instaurino circoli viziosi che è difficile infrangere, a meno che i due interlocutori non comincino a comunicare sulla comunicazione e cioè a meta-comunicare.

Un esempio di punteggiatura del discorso è possibile farla anche con quelli che con hanno bisogno di interlocutori. I “discorsi interiori”.

Ad esempio nel caso del fenomeno della “profezia che si autoadempie o autodetermina”, la persona pensa di star reagendo a situazioni tangibili e realistiche ( “non penso di essere competente” – “inutile, sono fatto così” ) e non immagina che agendo in un determinato modo può far si che avvengano.

Praticamente la persona non si percepisce come un soggetto attivo, spesso lo esclude; bensì crede di essere un soggetto che subisce solo l’azione degli altri, esterna. Questo è l’esempio di una punteggiatura, legata ad un “discorso interno” e va a toccare quella che è la percezione di sé e le capacità legate all’autodescrizione.


“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Voce Anima. Voce Soul.

Mi viene da ridere.

Certe volte la (quanto mai attuale) legge dell’attrazione funziona.. e funziona pure in positivo.

Stamattina mentre facevo la doccia ascoltavo PeppOh e riflettevo sulla sua voce-anima ed ecco che “Taaac” notifica: Nuovo pezzo del cantante.

PeppOh è voce anima; voce strumento.

Ora lo sappiamo…. io di musica poco ne capisco…

Procediamo.

L’unica voce strumento -realmente strumento- che si confonde con la chitarra tanto da non riconoscerne la fine e l’inizio dell’una e dell’altra è (per me che niente ne capisco), quella di Pino Daniele.

Da quando ho conosciuto PeppOh, l’appellativo di voce Strumento, il giovane, l’ha meritata sul campo.

Voce fatta di curve sinuose, morbide e rotonde (come le onde del mare, come un otto); voce sfumata dove ogni piccolo trattino della linea che sarà contribuisce alla rotondità della stessa; voce di sabbia graffiante ma leggera e sottile.. penetrante.. da trovare ovunque.. dove meno te lo aspetti.

Voce anima. Voce soul.

Il soul questo fa: ti fa venir la voglia di farsi mangiare. Si tratta di un tipo di sound che fa godere talmente tanto da dire “cazzo! fatti mordere. Voglio, devo, assaggiarti. Entrami dentro.. ” e tu resti lì, come un cretino, ad uso e abuso del sound anima che si anima dentro di te.

Le atmosfere fumose.. contorno perfetto di certi baci e certi abbracci rubati (ma neanche troppo) tra un bicchiere e un altro (magari pure di finto cristallo).

(Che meraviglia certi baci dal sapore in bianco e nero.)

L’asta del microfono .. pure quella si fa abbracciare.. pure le camicie mai del tutto chiuse .. quelle con gli ultimi bottoni aperti che tanto fanno rivoltare l’anima di qualcuno.

E tu resti lì.. con una certa espressione da ebete fuso e confuso dalla linearità di una musica che ti scuote e rende assolutamente non lineare i tuoi visceri.

Il pensiero di oggi è sparso per davvero… Tutto di pancia, forse poco di sostanza ma io.. vi lascio col pezzo nuovo di PeppOh.

PS- ho sempre pensato che solo lui, potesse cantare Pino Daniele e in effetti… in una radio, un giorno, l’ha cantato… Non imitato o rovinato, ma cantato.

La Doc, vi saluta

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Psicologia delle Masse – Le Bon, Freud, Bion – uno sguardo al passato per comprendere il presente – PODCAST

La nostra prossima tappa ci permetterà di viaggiare nel tempo, e dagli oblò del nostro aereo sbirceremo tra le nuvole per conoscere alcune delle idee e teorie del padre della Psicoanalisi (Freud) e di un altro grande teorico (Bion). Freud e Bion (e prima ancora LeBon) osservarono, studiarono e svilupparono teorie sul comportamento dei gruppi, delle masse e quindi degli individui all’interno dei gruppi.

Teorie davvero molto interessanti, che nonostante la loro età, possono aiutarci a capire anche avvenimenti e movimenti contemporanei.

Psicologia delle Masse – Le Bon, Freud, Bion – Podcast

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
Articoli in primo piano

Assediato: la nevrosi ossessiva.

“Dottorè io non ci sto capendo più niente… Se non conto almeno dieci volte fino a dieci so che succede qualcosa di brutto a mia madre”…

Ossessivo deriva da Obsessum ovvero assediato.

La terminologia rimanda proprio al pensiero costante, continuo che la persona ha: pensiero tenuto continuamente nella mente.

Scopriamo insieme la Nevrosi ossessiva.

Buon Ascolto

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Le punizioni del dott. Schreber.

Photo by Pexen Design on Pexels.com

I libri e il metodo educativo proposto dal dott. Schreber furono, all’epoca dei fatti (1808-1861), molto popolari e largamente accettati.

Il medico proponeva un metodo pedagogico (che a breve conosceremo), piuttosto violento. Si trattava di istruzioni pratiche, rigorose e organizzate rigidamente, al fine di contenere (ed eliminare) immaginazione, capricci e qualsiasi tipo di deviazione, nel bambino.

Schreber era assolutamente convinto che nell’arco di una giornata, si potessero ottenere enormi miglioramenti morali e fisici; l’importante era che il genitore seguisse alla lettera, senza mai cedere, il metodo proposto dal dottore stesso.

Pianti, piagnucolii, cattivo umore e testardaggine potevano essere eliminati completamente, già nel primo anno di vita.

Un esempio del metodo Schereber è la prova della pera:

Questa prova aveva lo scopo di esemplificare l’arte della rinuncia. Il tirocinio alla rinuncia prevedeva che la bambinaia o la governante, dovesse mangiare sotto gli occhi del bambino (che nel frattempo era tenuto in grembo), tutte le volte che lo desiderava senza mai soddisfare, di converso, la fame del bambino (non importava quanto il bambino si disperasse o implorasse un goccio di acqua o una mollica di pane).

Schreber non capiva che in tal modo, con questo tipo di tortura, stava assicurando nel bambino l’espressione di risposte sadiche e masochistiche.

La teoria del dott. era che tramite la sottomissione all’autorità genitoriale, nel bambino si andava a rafforzare l’arte della rinuncia “se non si fosse risvegliato il desiderio, non si sarebbe potuto fare esperienza della rinuncia”.

Schreber fece addirittura licenziare una bambinaia per inettitudine morale, a causa del suo cedere innanzi alle richieste del piccolo bambino (di cui si prendeva cura) affamato.

Altra caratteristiche del metodo Schreber era la punizione fisica che non era mai ingiustificata; era infatti ingrediente essenziale dell’educazione del bambino indipendentemente dal fatto che il bambino fosse obbediente o meno.

Sottomissione e rinuncia dovevano essere fortificati dalla colpa.

La punizione -infatti- non aveva solo lo scopo di far cessare un cattivo comportamento ma doveva anche provocare l’ammissione di colpa (il bambino doveva infatti chiedere perdono), inoltre solo chi aveva erogato il castigo, poteva perdonare il colpevole (il bambino tendeva la mano a chi lo aveva frustato e doveva chiedere perdono).

Il dott Schreber aveva iniziato la sua carriera come medico dedito alla cura dei corpi dei bambini menomati progettando delle apparecchiature che rinforzassero e raddrizzassero ossa e muscoli.

Ben presto però si accorse che le sue apparecchiature potevano produrre ottimi risultati anche su bambini sani; su bambini che avrebbero avuto (a suo dire) danni successivamente a causa della pigrizia.

Al centro della teoria del dott., che aveva come scopo la formazione di un corpo sano e normale vi era il dogma che i bambini di ogni età dovessero essere tenuti dritti (nel camminare, nel sonno, a scuola, giocando o stando sdraiati e seduti).

Per assicurare la corretta crescita della mandibola e denti, il dottore progettò una fascia per il mento in cuoio, fissata alla testa da un casco di ulteriori fasce di cuoio incrociate, per tener diritte sia la mascella che la testa.

Atra invenzione era il Kopfhalter (reggitesta) che impediva alla testa del bambino di piegarsi di lato o in avanti. Si trattava di una robusta cinghia sospensoria di cuoio che da un lato andava agganciata alle mutande del bambino, dall’altro era fissata ai capelli. A ricordare al bambino di tener dritto il capo, avrebbe provveduto lo strattone forte a cui, in caso contrario, sarebbero stati sottoposti i capelli.

Altro marchingegno il Geradhalter, era uno strumento portatile a forma di T che poteva essere avvitato a ogni banco di scuola o tavolo di casa e serviva ad impedire che il bambino stesso curvo durante i compiti. La sbarra orizzontale premeva contro la clavicola o la parte anteriore delle spalle in modo da impedire ogni movimento in avanti o qualsiasi posizione curva. La lunga sbarra verticale che reggeva quella orizzontale che la teneva fissa al tavolo, aveva un ulteriore effetto benefico… Premendo contro il bacino, la sbarra verticale gli faceva passare la voglia di accavallare le gambe, di stringere le cosce o compiere altri atti moralmente disdicevoli……

Questo meraviglioso medico… che padre sarà mai stato?

Un figlio, all’età di 38 anni, dopo la nomina a consigliere del tribunale, si tolse la vita con un colpo di pistola; l’altro passò gli ultimi 27 anni della sua vita entrando e uscendo dai manicomi* (delle figlie femmine, tre, non abbiamo notizie certe).

*Il figlio Paul, quello finito in manicomio, a 61 anni pubblicò un testo Memorie di un malato di nervi, in cui descriveva le torture del padre. Il dottore aveva progettato un sistema che serviva a rompere le costole del bambino -il petto stretto- per portare ad una interruzione del respiro. Altra macchina era quella per comprimere la testa, macchina che serviva a scacciare i demoni (su questo aggeggio chi scrive, evita di dare dettagli che paiono fin troppo raccapriccianti).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Articoli in primo piano

Musica.

Ero molto (molto) giovane quando conobbi i 99 Posse. Sono cresciuto con la loro musica e i loro concerti, c’è poco da dire.

Oggi è il compleanno del frontman ‘o Zulù (Luca Persico).

Quanta polvere mangiata, ai tuoi concerti.

Auguri Guagliò!

Voi avete cantanti che vi accompagnano, da sempre?

dott. Gennaro Rinaldi.

Articoli in primo piano

Cadere.

Photo by julie aagaard on Pexels.com

“Cadere non è un fallimento. Il fallimento è rimanere là dove si è caduti”.

Socrate.

Quante volte siete caduti? E quante vi siete rialzati?

dott. Gennaro Rinaldi.

Articoli in primo piano

Vertigine.

Batofobia: fobia della profondità o dell’altezza, accompagnata da vertigini, per il timore di perdere il controllo trovandosi in luoghi elevati o in prossimità di un abisso. In alcuni casi può diventare tanto intensa da trasformarsi in vera e propria patologia che impedisce al soggetto l’accesso a tali luoghi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Lacerazione del vestito Identitario: H. e il cutting.

Photo by Andre Moura on Pexels.com

Una ragazza di origini straniere arriva al consultorio su invio della madre. La giovane di 15 anni è in realtà molto felice di essere da noi (le motivazioni intrinseche appaiono pertanto piuttosto forti sin da subito), e H. non ha problemi a raccontarci la sua storia.

Brevemente: la ragazza si presenta come una giovane molto carina e curata; è leggera quando si muove nello spazio, quasi sembra sia fatta di seta, resistente e di spessore sottile. Ciò che colpisce è – tuttavia- una sorta di spettralità che quasi avvolge la ragazza; una sorta di alone di tristezza che si mescola con la sua evanescenza dei movimenti.

La giovane dice di essersi trasferita in Italia con la madre quando lei aveva all’incirca 3 anni; del padre non si sa nulla. La madre aveva un ottimo lavoro nel paese di origine ma ha deciso ugualmente di trasferirsi.

Dalla raccolta anamnestica sappiamo che la famiglia (composta dalle sole 2 donne) si trasferisce frequentemente: pur restando nella stesa regione, la diade cambia comune di residenza almeno 2 volte l’anno. H. non ha amici e nemmeno un fidanzato (cosa che vorrebbe, invece con tutto il cuore); ama il teatro ma non può frequentare nessuna compagnia a causa dei continui trasferimenti; ha smesso gradatamente di mangiare “tanto mangio sempre da sola!” dorme sempre meno (fa un uso smodato delle maratone netflix), non ha interessi per nulla e dice di sentirsi pesante nel petto.

Da successive informazioni e un ulteriore colloquio con la madre, sappiamo che H. da qualche tempo usa infliggersi tagli sul corpo.

Circa il 70% dei giovani tra i 12 e i 14 anni usa provocarsi ferite, piccoli tagli e/o bruciature. L’autolesionismo è stato inserito nel DSM V all’interno dei “disturbi diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza” come autolesionismo non suicidario e autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato.

Nock, 2006 o Fliege, 2009, evidenziano come l’autolesionismo in adolescenza sia associato con la depressione, relazioni familiari disfunzionali, isolamento scolastico, ansia, etc; sembra inoltre che tale condotta possa essere letta come una strategia disadattiva di coping. Le strategie di coping sono infatti tutte quelle con le quali le persone affrontano le situazioni potenzialmente stressanti. Il coping viene definito come l’insieme degli sforzi cognitivi, affettivi e comportamentali di un individuo attivati per controllare specifiche richieste interne.

Sappiamo – con Freud, 1928- che l’Io è innanzitutto un’entità corporea, è infatti il derivato sia di tutte quelle sensazioni corporee che di quelle provenienti dalla superficie del corpo; è ciò che Winnicott – ad esempio- ci rende noto quando parla dell’handling materno ovvero di tutte quelle attività che riguardano la manipolazione del corpo del neonato (pulizia, massaggi, coccole, e così via).

Sappiamo che H. si trova in quella delicata fase della vita che è l’adolescenza.. un adulto in divenire che lotta continuamente con le spinte regressive (che lo vogliono ancora bambino) e le spinte date dal suo nuovo corpo sensuale e sessuale che chiede e domanda.. un corpo che (si) sente adulto.

Nella labilità identitaria sperimentata da H., labilità che vede non solo la presenza della fase del ciclo di vita connotata dall’adolescenza, ma anche una labilità che fa sì che H., sia una ragazzina senza origine e senza alcun legame con la sua storia familiare, la giovane sembra infliggersi dolore su l’unica parte che sente (forse) ancora appartenerle: la pelle.

H., non ha un padre e non ha un centro stabile, un fulcro generazionale e familiare che la inscrive in un lignaggio di provenienza; un lignaggio che le fa sentire che lei sia parte di quel qualcosa; di quella famiglia, di quel luogo.

H., sperimenta quotidianamente un dolore: il dolore del sentirsi estranea a se stessa, straniera nel suo stesso corpo nudo, sprovvisto di quel vestito identitario che dovrebbe identificarla.

Il dolore psichico forte, impensabile..

Il dolore per quel buco identitario si attesta nel registro del reale con la lacerazione della pelle. Il dolore rende reale una sofferenza psichica che sarebbe altrimenti senza corpo; la vista del sangue caldo che sgorga rende viva e reale la sua sofferenza..

Poi il nulla..

Lo stato onirosimile in cui la giovane cade dopo aver compiuto il suo gesto.

H., ha davanti a sé un lungo percorso, un percorso che per forza di cose vede in prima linea anche sua madre. Le due donne avranno molto da dirsi, da raccontarsi. Ci saranno molte ferite da disinfettare, molte da suturare cominciando lentamente ad intessere punto dopo punto la leggera trama di cui H., è fatta.

Ogni punto segnerà una piccola scoperta nella storia familiare della ragazza e la madre – come un ago tenuto tra le mani da un sapiente chirurgo- dovrà lentamente legare con sottili fili di congiunzione, ogni passaggio della storia della ragazza.

Come la seta H. è resistente, ma dovrà imparare ad avere cura delle sue (molte) cicatrici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.