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Il colore della strada.

E per restare in linea con il post di oggi.. Condivido una canzone che mi ricorda un bizzarro e bellissimo weekend condiviso con coloratissimi amici.

Al ritorno da quei due giorni densi di qualsivoglia colore ed emozione, il nero è diventato (non per mio volere), il colore dominante..

In quel momento ho capito ancora di più che gli attimi non si rimpiangono, ma si vivono.. momento dopo momento.

La felicità è un percorso.

Sei pronto a percorrere la tua strada?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Profezie..

“La profezia dell’evento porta all’avverarsi della profezia. La sola condizione è che ci si profetizzi o ci si faccia profetizzare qualcosa, e che la si ritenga un fatto imminente e di forza maggiore. In questo modo si arriva proprio là dove non si voleva arrivare.”

Paul Watzlawick
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Una profezia che si autodetermina si può avere quando un individuo, timoroso, si convince così tanto del verificarsi di eventi futuri che modifica il proprio comportamento (anche in maniera inconsapevole), in modo tale da causare gli eventi stessi che lo intimorivano e che aveva previsto o che gli avevano previsto. In tal modo la persona si convince della veridicità e dell’affidabilità di quelle previsioni.

Le persone tendono spesso a cambiare il loro atteggiamento e il loro comportamento per allinearsi a ciò che dicono agli altri.

Nel film Matrix 1999, l’Oracolo fa riflettere il protagonista Neo sulle profezie che si auto adempiono. Al loro primo incontro, gli dice di non preoccuparsi per il vaso: Neo si guarda intorno per capire di cosa sta parlando la donna, e così facendo urta un vaso e lo rompe. L’Oracolo gli chiede di meditare sul punto chiave: se non avesse detto niente, lo avrebbe rotto lo stesso?

da wikipedia

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Il colore Umano.

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Non giudicare sbagliato ciò che non conosci, cogli l’occasione per comprendere.”
Pablo Picasso

Amo i colori, ormai lo sappiamo; sono noiosa e monotona nel mio urlare – gonfiando a più non posso i miei polmoni- “fatemi vivere in una pozzanghera di colori a tempera mischiati.. che poi.. sono felice.”

I colori mi hanno sempre attirata..

Ricordo il piacere del disegno, dell’educazione artistica (a scuola).. La creatività, l’arte.. Pennelli, mani e corpo che creavano rendendo visibile la fantasia di un mondo colorato che potevo rendere reale e vivo all’esterno, su carta o tela..

Ancora oggi l’aspetto artistico vive al mio fianco, palesandosi in diverse forme.

Crescendo – poi- il mio amore senza confini per i colori, il piacere del dettaglio e della sfumatura è diventato il piacere per la scoperta dell’umano.

Per carattere non ho mai cercato nemici, nel prossimo.. Mi sono sempre approcciata all’esistenza in una maniera rilassata, aperta e con reale desiderio di conoscere e sapere..

L’altro è lentamente diventato per me una tavolozza su cui si adagiavano infinite sfumature di colori o più semplicemente, una base su cui esplorare infinite angolazioni dello stesso colore primario.

Non ho mai pensato che qualcuno potesse avere un colore sbagliato; che potesse essere poco colorato, troppo colorato.. Che qualcuno potesse diventare un colore fuori moda.. fuori posto.. Un colore non in linea con il bon ton.

E’ capitato nel corso del mio cammino, di incontrare colori poco attinenti alla mia armocromia e in tal caso, senza mai offendere… ho proseguito il mio percorso alla ricerca delle sfumature.

E’ capitato che il mio colore umano, non andasse bene..

Ed ecco il punto.

Cos’è un colore… cos’è una sfumatura..

E’ quasi come chiedersi cosa e chi è l’umano…

Trovo avvilente dover specificare l’importanza di dover preservare, oggi più che mai, anche e soprattutto in termini di leggi, l’importanza della libertà di poter scegliere il proprio colore umano.

Sono giorni difficili.. giorni in cui le intromissioni su una importantissima legge, una legge che altro non fa che preservare la bellezza e la libertà di espressione del colore umano, stanno bloccando quello che potrebbe essere un primo scatto di civiltà.. un primo passo concreto e di contenimento materno in cui ciascuno può sentirsi libero.

Nessuno tocchi il tuo colore umano.

Nessuno tocchi il mio colore umano

Restiamo umani.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’utero è mio: F.

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“Perchè dovete fare i conti con il mio utero?”

F. urlava a gran voce il desiderio – che diventava quasi un bisogno urlato in maniera sorda ma incessante- di voler scegliere del proprio corpo, della propria vita.

F. è una bellissima donna di 35 anni, appare sicura e ha lo sguardo sincero e limpido; i suoi occhi sanno di vita conquistata passo dopo passo, senza chiedere niente a nessuno.

La donna ha chiesto dello psicologo perchè tormentata dalle richieste di chi a 35 anni la vuole madre e moglie.

“Non fanno altro che dirmi che devo muovermi.. che è tardi.. che sono vecchia.. che sarò la nonna dei miei bambini.. E quando rispondo che figli non ne voglio.. mi dicono che sono una persona orribile! Ma la smettono di fare i conti con il mio utero?”

F., ha urlato così tanto il bisogno di vivere la propria vita da aver perso la voce.

F., ha inizialmente mostrato una sempre crescente difficoltà a pronunciare alcune parole (ad esempio sediolino, tavolino) fino a giungere a una afasia sempre più presente e forte.

Le prime parole che F., ha smesso di pronunciare rimandavano in termini quasi onomatopeici o per similarità acustica (o desinenza) al termine bambino: tavol-ino/ bamb-ino… sediol-ino/bamb-ino.

Sembrava esserci stato uno scivolamento del significato dal simbolico, sul piano del reale creando una sostituzione dove nell’impossibilità di attestare la mancanza di un bambino, F., ha cominciato lentamente ad eliminare termini che ad esso, per linee associative, rimandassero.

Poco alla volta F., ha ridotto sempre più il suo vocabolario convertendo nel somatico il proprio disagio psichico

“Quando smetteranno di dirmi quel che devo essere?”.

“Io voglio essere come i bambini; magari se torno una bambina tutti torneranno ad amarmi”

“I bambini non parlano”.

F. sta seguendo un percorso di riabilitazione psichiatrica che prevede la centralità, oltre alla cura farmacologica, della psicoterapia familiare. Tutti i membri della sua famiglia (attivazione della rete di supporto familiare), sono membri attivi del percorso di riabilitazione di F.

Quando i membri di una famiglia si mettono tutti in gioco, diventando membri di una squadra che procede tutta verso lo stesso obiettivo, i risultati riescono ad essere non solo più veloci, ma anche duraturi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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I Libri..

” […] Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza , nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Conoscete la leggenda di Ercole e Anteo, il lottatore gigantesco, dalla forza incredibile, finché fosse rimasto coi piedi per terra? Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole sospeso nel vuoto, senza radici, egli perì facilmente[…] “

Ray Bradbury – Fahrenheit 451 –
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I libri hanno la capacità di evocare ricordi ed emozioni solo con la loro presenza fisica. L’odore della carta, della polvere, il suono dei fogli che lasciamo passare tra le nostre dita, il colore della copertina e la regolarità delle righe scritte; ed è proprio in quel contatto che abbraccia tutti i sensi che si percepisce la vera essenza di un libro.

Il brano del libro “Fahrenheit 451” riportato sopra, è stato scritto negli anni cinquanta del novecento, ma pare descrivere una condizione attuale dell’uomo. Le tecnologie hanno tantissimi pregi, enormi pregi, ma stanno condizionando le nuove generazioni all’abbandono di alcune “usanze” e “rituali” culturali quotidiani, che hanno caratterizzato la vita dell’uomo per centinaia di anni. Il cambiamento tecnologico è veloce, quasi in maniera esponenziale raddoppia la sua velocità ogni anno.

Cosa sostituirà quel “limo nero fertile e quella buona pioggia” che alimenta le nostre menti? Il vecchio Faber, nel testo sopra citato, dice che i libri sono temuti perché rivelano i pori sulla faccia della vita. I libri rappresentano le varie sfaccettature dell’umanità, hanno in essi il potere delle storie; messaggi, simboli, significati, insegnamenti, stralci di vita e di esperienze e conoscenze. Le persone di questo tempo sembrano diventare ciò che Faber definisce come “gente comoda” che vuole solo “facce di luna piena”, perfette, senza difetti, inespressive o con espressioni improponibili. I libri servono anche a questo, stimolano il libero pensiero e non lo cristallizzano in stereotipi e apparenze, di bellezza e banalità. I libri stimolano le nostre radici a restare ben salde e vigorose; facciamo in modo che non ci tengano per troppo tempo “sospesi nel vuoto” come è accaduto ad Anteo.

Non possiamo pensare di vivere come fiori e nutrirci solo di “fiori e giochi pirotecnici”, per calarci nella realtà, evolverci e crescere abbiamo bisogno di nutrirci soprattutto di quel limo nero fertile e bagnarci sotto la pioggia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Bugia o Inganno?

“E questo cielo? E tutte queste stelle? Sono un’altra bugia della Patagonia, Baldo?

Che importa? In questa terra mentiamo per essere felici. Ma nessuno di noi confonde la bugia con l’inganno”

Luis Sepúlveda Calfucura, “Patagonia Express”.

La bugia che mi raccontai – all’epoca- fu quella di odiare il professore (odio reciproco) che andando molto oltre la sua materia, consegnava alle nostre menti in formazione doni culturali, impalcature di quello che diventava lentamente il nostro futuro.

Doni che ancora oggi, porto dentro.

Meglio la bugia o l’inganno?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’Immigrato allo specchio II

Oggi 20 giugno è la Giornata Mondiale del Rifugiato. Secondo l’UNHCR ci sono circa 80 milioni di persone nel mondo che sono costrette, per qualche motivo a fuggire dalle proprie case. Secondo un sondaggio internazionale di Ipsos, fatto in occasione di questa giornata nel 2021, su 19000 cittadini di paesi diversi, la maggioranza degli intervistati concorda sul fatto che gli immigrati avrebbero diritto a rifugiarsi in un altro paese per sfuggire alla guerra, alla persecuzione e alla povertà. Ma circa il cinquanta percento non vorrebbe i rifugiati nel proprio paese e vorrebbe che si chiudessero le frontiere.

In Italia il 79% degli intervistati concorda sul diritto a rifugiarsi, ma solo il 49 % è d’accordo ad accogliere i migranti. Il 46% vuole invece chiudere i confini.

“Gli intervistati in Malesia (82%), Turchia (75%) e India (69%) hanno maggiori probabilità di sostenere la chiusura delle frontiere ai rifugiati, mentre quelli in Polonia (34%), Giappone (38%), Stati Uniti (41%) e Argentina (41%) sono i meno favorevoli a una politica di completa chiusura.”(IPSOS)

Inoltre c’è molto scetticismo, nei diversi paesi, sul fatto i migranti siano veramente dei rifugiati e che quindi abbiano il diritto di varcare le frontiere. In Italia sono circa il 57% degli intervistati a sostenere che i migranti non siano veri rifugiati. Il 58% è invece abbastanza sicuro che i rifugiati possano integrarsi senza problemi.

“In media nei 28 Paesi esaminati, il 47% degli intervistati concorda sul fatto che i rifugiati si integreranno con successo nelle loro nuove società, mentre il 44% non è d’accordo.” (IPSOS)

In merito a questo argomento e in occasione di questa giornata vi ripropongo alcune considerazioni di qualche mese fa.

Viviamo un periodo storico in cui sembra che quasi tutta l’attenzione mediatica politica e sociale, sia rivolta alle migrazioni. Addirittura alcuni partiti politici italiani, europei e statunitensi per ottenere consensi, hanno incentrato gran parte delle loro campagne elettorali degli ultimi anni su questa tematica, tendendo sostanzialmente a stigmatizzare lo straniero, l’immigrato e premendo su quella che pare essere una paura “antica” delle persone, la paura del nuovo, del diverso, dello sconosciuto.
Probabilmente conoscere alcune dinamiche psicologiche che caratterizzano l’esperienza migratoria, dal punto di vista del migrante e dal punto di vista di chi “accoglie” gli immigrati, potrebbe aiutarci a essere meno estranei all’estraneo.

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Tendenzialmente, quando il fenomeno migratorio diventa “evidente e ingombrante”, perché invade i nostri luoghi di convivenza sociale, ci sentiamo smarriti e spaesati e ci rintaniamo in una posizione difensiva alzando alte barriere di pregiudizi rafforzati da collanti di moralismi e idee nazionalistiche.

“…l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno”.

( “L’Altro” Ryszard Kapuscinski  ).

Siamo portati ad allontanarci, come in una reazione difensiva, dalla possibilità di comprendere le ragioni e le sofferenze che sottendono gran parte delle migrazioni e dell’esperienza migratoria. La paura dello sconosciuto determina chiusure e fughe.

“Notiamo che il concetto di altro è sempre del punto di vista dell’uomo bianco, dell’europeo.” … “ In questo senso siamo tutti nella medesima barca. Tutti noi abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me ….” 

“L’Altro” Ryszard Kapuscinski

L’esperienza del migrante è complessa e dolorosa, è fatta di distacchi improvvisi, di pericolosi viaggi, di esperienze nuove e tragiche, di fame, sete, sfruttamento, di traumi e violenze. È segnata inoltre da diversi passaggi emotivamente molto dolorosi: la partenza con lo sradicamento dalla terra d’origine, il viaggio, l’arrivo in una terra nuova e il difficile inserimento nel nuovo contesto sociale.

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L’emigrazione inoltre coinvolge diversi aspetti psicologici ed emotivi. La paura della separazione, il senso di abbandono, la solitudine, l’incontro con lo sconosciuto, lo scontro con una nuova lingua. La sensazione di impotenza di fronte la possibilità di non poter comunicare è ciò che inizialmente angoscia di più. Lo stesso Freud durante il suo esilio a Londra provò sulla sua pelle questa esperienza dolorosa e in una sua lettera a Raymond de Saussure scrisse queste parole:


“Avete tralasciato un punto che l’emigrante avverte in modo particolarmente doloroso, è quello per così dire della perdita della lingua con la quale ha vissuto e pensato e che pur con tutti gli sforzi di immedesimazione non potrà mai sostituire con un’altra”. “ Ho realizzato, mediante una comprensione dolorosa, quanto i mezzi linguistici, che avevo facilmente a disposizione, mi mancano nell’Inglese…. “

(Sigmund Freud – lettera scritta in esilio a Londra a Raymond de Saussure).


Ciò che si osserva nelle persone che si apprestano ai primi colloqui è un senso di “solitudine” e di “vuoto comunicativo” ; perché comunicare attraverso la mediazione di un linguaggio non originario determina in parte la perdita del significato e la potenza del peso specifico delle parole e quindi della descrizione di aspetti emotivi e sensazioni del proprio vissuto. La sensazione di non essere compreso può tramutarsi facilmente, in una persona spaventata e sola, nella sensazione che l’altro non voglia comprendere e quindi può generare angosce, paranoie, tristezza e quindi il ritorno di pensieri legati ai propri vissuti di abbandono.

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Tutto ciò inevitabilmente può rispecchiarsi nell’altro che accoglie. Se lo straniero è portatore di sofferenze, traumi dolorosi, povertà, può generare in chi lo accoglie sensazioni di impotenza e fragilità che cozzano con la possibilità di incuriosirsi e comprendere la sofferenza dell’altro.
È più facile e veloce erigere muri e chiudere e proteggere i nostri confini piuttosto che lasciarsi andare alla curiosità e quindi aprirsi all’accoglienza, all’aiuto e all’integrazione.

Dott. Gennaro Rinaldi

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Mi sento impotente.

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Avete mai riflettuto sulle possibilità (e suoi benefici) dati dalla capacità di poter controllare il nostro ambiente o il nostro spazio? (sia esso mentale o fisico).

Ricerche condotte su animali mostrano che i cani tenuti in gabbia (cui viene insegnato che non hanno possibilità di sottrarsi alle scosse elettriche), diventano sempre più passivi fino a rinunciare alla possibilità di sfuggire a tali scosse; i cani inoltre rinunciano alla possibilità di sfuggire ad una punizione, anche in condizioni diverse da quella appena citata (voglio sottolineare che prendo le distanze da qualsiasi tipo di esperimento che veda come soggetto/oggetto un animale).

I cani – invece- che apprendono il controllo personale, riuscendo a evitare le prime scosse, si adattano con maggiore facilità a nuove situazioni.

Martin Seligman notò alcune somiglianze di impotenza appresa nelle persone depresse; le persone depresse o oppresse, diventano passive perché credono continuamente che i loro sforzi siano inutili “tanto me lo merito”; cani ridotti all’impotenza e esseri umani depressi soffrono entrambi di paralisi della volontà, di rassegnazione passiva e apatia.

Le persone – tuttavia- possono ottenere enormi benefici, allenando i muscoli dell’autocontrollo, così come evidenziato dagli studi di Megan Oaten e Ken Cheng (2006) presso la Macquarie University di Sidney.

Gli studenti impegnati nell’esercizio dell’autocontrollo mediante esercizio quotidiano, ad esempio attuando uno studio regolare e una gestione del proprio tempo (tempo scelto e tarato sulla base delle proprie esigenze/necessità), mostrano più autocontrollo anche in situazioni sperimentali altamente stressanti.

Ellen Langer e Judith Rodin (1976) hanno messo alla prova l’importanza dell’autocontrollo trattando i pazienti di una casa di riposo.

Con un gruppo, le assistenti degli anziani evidenziavano l’importanza della loro responsabilità, somministravano i farmaci ai pazienti svolgendo un ruolo talmente attivo da rendere altamente passivo e “deresponsabilizzato”, quello degli anziani. Tre settimane dopo, la maggior parte di questi pazienti venne giudicata da loro stessi, dagli infermieri e dai familiari come maggiormente debilitata.

L’altro gruppo di anziani fu invece lasciato libero di poter scegliere: scegliere cosa mangiare a colazione, quando andare al cinema, l’orario in cui andare a letto o come rifarsi il letto. Inoltre questi pazienti prendevano quotidianamente piccole decisioni e svolgevano piccolo compiti non particolarmente gravosi. Nelle tre settimane seguenti il 93% dei soggetti mostrò un incremento nel senso di felicità, nell’attivazione generale e nella prontezza di riflessi (fisici e psichici).

Studi mostrano inoltre che:

. I detenuti a cui viene offerto un minimo di controllo del proprio ambiente (spostare le sedie, accendere la televisione, accendere le luci) sperimentano meno stress, meno problemi di salute e attuano meno atti vandalici (Ruback et al, 1986)

. I residenti istituzionalizzati a cui viene concesso un minimo di libertà di scelta (cosa mangiare offrendo più alternative, quando andare al cinema, e così via), vivono più a lungo e mostrano maggiori emozioni positive (Timko e Moos, 1989).

. I senza dimora che percepiscono il proprio scarso potere decisionale in merito a quando mangiare, dove dormire, sperimentando un controllo nullo sulla propria privacy, mostrano maggior atteggiamento passivo di fronte alla possibilità di trovare un alloggio o un posto di lavoro (Burn, 1992).

. In tutti i paesi studiati, le persone che percepiscono se stesse come dotate di potere decisionale, sperimentano maggiore soddisfazione nella vita.

L’impotenza, l’insoddisfazione e la paura, una volta sperimentate vanno contraccambiate attuando delle piccole risposte (che via via cresceranno, in difficoltà), con cui (analogamente al bambino che prima è sempre in braccio, poi gattona, poi lentamente barcollando e cadendo diviene autonomo, camminando), ci si abituata – di nuovo- ad essere autonomi e padroni del proprio tempo e del proprio spazio.

La paura o il senso di insoddisfazione non possono essere completamente abbandonati perché congeniti (in un certo senso) nell’essere umano; sono forze che spingono – invece- a trovare sempre nuove strategie e nuovi modi per modellarsi alla realtà che è in continuo mutamento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Psicologia del Viaggiatore

“Non possiamo smettere di esplorare e alla fine della nostra esplorazione arriveremo là da dove siamo partiti e conosceremo quel luogo per la prima volta.

T.S. Elliot

Cos’è che spinge una persona a viaggiare?

Potrei rispondere a questa domanda in questo modo: l’uomo viaggia per andare alla scoperta dell’altro e per scoprire se stesso.

La risposta in apparenza è abbastanza semplice, anche se sono davvero tanti gli aspetti della personalità e del comportamento che mettiamo in gioco durante un viaggio o una vacanza.

Immagine Personale

Ad esempio, per le persone che associano il viaggiare alla scoperta e alla cultura, uno dei motivi che spinge una persona ad intraprendere un viaggio riguarda la propria costruzione identitaria, che avviene attraverso il confronto con l’altro. Per altre persone viaggiare è una vera e propria necessità psicologica primaria.

La differenza tra un turista e un viaggiatore, secondo uno psicologo statunitense Michael Brein, esperto in questo campo, sta nel soddisfacimento dei bisogni. Il turista tenderà infatti a soddisfare soprattutto i bisogni primari (alimentarsi, bere, sesso, pulizia, riposo..) : il viaggiatore invece tenderà a nutrire anche la propria curiosità e il proprio intelletto. La ricompensa per un eventuale fatica sarà prima di tutto mentale o risiederà nel superamento dei propri limiti.

Secondo la branca della Psicologia Sociale che studia il fenomeno del turismo ci sono otto motivazioni di base, che in maniera diversa e in combinazione, possono indurre a muoversi, a viaggiare e a scegliere una destinazione:

  • Motivazioni culturali: apprendere dalle nuove culture nuove cose e accrescere quindi la propria conoscenza di nuove culture;
  • Motivazioni esplorative: per soddisfare il bisogno di vivere nuove esperienze;
  • Ragioni di status: riguarda l’esigenza per alcuni gruppi sociali di esibire le proprie possibilità economiche e quindi fare le stesse esperienze del proprio gruppo sociale di riferimento;
  • Motivazioni fisiologiche: ricerca del benessere psico-fisico con terapie mediche ed estetiche (terme, spa..);
  • Ragioni ambientali: esplorare la natura, posti incontaminati e respirare aria pulita;
  • Ragioni Interpersonali: conoscere nuove persone, farsi nuovi amici e trovare un partner;
  • Motivazioni di “fuga”: staccare la spina per fuggire dalla quotidianità, da situazioni stressanti o molto complesse e problematiche, allontanamento da relazioni in crisi;
  • Ragioni Psicologiche soggettive: riposo, relax, tranquillità. Possibilità di rafforzare legami familiari o magari distaccarsi temporaneamente da essi. Sono per lo più motivazioni legate al vissuto personale e ai bisogni di quel particolare momento.

Insomma, forse ogn’uno di noi ha un motivo particolare per viaggiare e tutti possono vantarne una propria esperienza molto personale e particolare.

La cosa certa è che viaggiare è emozionante..

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Mare.

Tanta voglia di mare..
E voi? Di cosa avete voglia, oggi?

ilpensierononlineare

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“Son nato a Napoli.. perciò mi piace il mare..”

Cantava Pino Daniele. Il mare per me è sempre stato fondamentale. Non potrei concepire un mondo che non sia circondato da una distesa d’acqua; tutte le città che preferiscono hanno qualcosa in comune con l’acqua.. che sia il più ampio mare o un fiume che le attraversa: senza acqua non so stare.

Riflettevo mentre asciugavo i capelli, su quanto mare ci sia spesso stato tra me e le persone. Il mare connette, rende possibile l’unione e separa.

II mare fa viaggiare.. fa andare in vacanza.. è pieno di sogni e possibilità: sa di enigma pertanto di infinito.

L’acqua trova sempre un modo.. scorre anche se viene bloccata.. mal che vada crea un ingorgo e trovata la via di sfogo, cede alla sua irruenza.

Il mare sa essere sereno e pacifico.. beato.. quieto..

Il mare sa essere aggressivo e impetuoso…

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Chi tiene il cane?

“Le storie, e tu lo sai, devono avere un’origine semplice per evolversi, non durano se devono riabilitarsi, lottare, vincere, infliggersi e procurare sofferenze invece di dedicarsi serenamente a se stesse”

Diego De Silva.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Fuga psicogena

“Un cittadino di Birmingham,nel regno Unito, descrisse uno stato durante il quale egli “aveva viaggiato” fino a una città. che non aveva riconosciuto, dove le persone parlavano francese. Mentre camminava per le strade si accorse di essere vicino al terminal di un aeroporto e con sua grande sorpresa si rese conto di essere a Montreal. Contemporanea alla sua avventura era la storia del fallimento del suo matrimonio, avvenuta poco prima che egli scomparisse”

Andrew Sims – “Introduzione alla Psicopatologia descrittiva”

Per fuga psicogena (o fuga isterica) si intende un improvviso allontanamento dai luoghi familiari, con un restringimento della coscienza e una successiva amnesia e quindi incapacità a ricordare il proprio passato. L’amnesia, conseguente alla fuga psicogena, è un disturbo raro, descritto anche nel DSM e ICD nei disturbi dissociativi.

In genere è un disturbo “transitorio” si esaurisce in poche ore o pochi giorni, ma ci sono casi in cui l’amnesia è perdurata per diversi mesi; può presentarsi in conseguenza ad eventi traumatici e provoca uno stato alterato della coscienza, che funge da meccanismo di difesa per sottrarsi al ricordo dell’evento traumatico e dimenticare.

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Le persone interessate dal disturbo sembrano, in apparenza, essere in contatto con la realtà circostante, comportandosi anche in modo appropriato, mostrando anche una certa disinibizione. A volte è presente anche una perdita della propria identità e l’assunzione di una nuova identità falsa.

Insomma la fuga dissociativa è una modalità di funzionamento mentale che si attiva nel momento in cui una persona, per fuggire da situazioni vissute come molto traumatizzanti, ha bisogno di “evadere” e dimenticare per non crollare e impazzire.

Questo tipo di disturbo è infatti molto comune in persone che hanno vissuto disastri naturali, guerre, violenze sessuali e abusi.

In questi ultimi venti anni anche alcuni fatti di cronaca nera ( casi di omicidio) molto famosi mediaticamente in Italia, sono stati spiegati in parte con eventi di “fuga dissociativa” e successiva amnesia da parte dei presunti colpevoli ad esempio: delitto di Cogne, il caso del piccolo Loris.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Il passato ricorda.

“Siamo felici solo nel passato. Dal passato emergono ricordi di una mattinata, di una festa, di un pranzo, magari con una persona cara che non c’è più, come nel mio caso, o semplicemente della gioventù perduta, ed ecco che sorge lancinante il rimpianto. Eppure, in quel momento che stai ricordando, eri davvero felice? No, non lo eri. Pensavi al mutuo, alle vacanza, a un paio di scarpe nuove, non sapevi che di lì a qualche anno ne avresti avuto nostalgia”.

Maurizio De Giovanni.

In quel luogo, questa canzone è diventata fondamentale.

Amo Almodòvar, amo i suoi film e il taglio degli occhi che riesce a conferire ai suoi personaggi. Amo i suoi colori, la Spagna e questa canzone che anche se âgée, per me è tanto cuore e ricordi..

Inoltre.. mi diverto tantissimo a cantarla (balletto incluso).

Avete una canzone che (seppur non sia la vostra preferita in assoluto), portate nel cuore perché vi è legato un ricordo specifico, unico e indimenticabile?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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La mia maglia è blu, la tua… non lo so!

Mi sono ricordata di questo vecchio post – stamattina- dopo aver assistito all’ennesimo litigio di coppia per questioni ritenute importanti dall’uno, ma non dall’altro.
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Immagine Personale.

E’ un po’ l’eterno dilemma delle coppie:”Perchè non ricordi quello che ti ho detto due minuti fa?”

Vi siete -infatti- mai chiesti per quale motivo ricordiamo con maggiore facilità certi tipi di informazioni, mentre altre diventano preda dell’oblio quasi senza che noi ce ne rendiamo conto?

Anche in questo caso la psicologia sociale, funge da salvagente e prova a spiegarci cosa accade in queste situazioni.

Buona Lettura.

Il sè influenza anche la nostra memoria portando ad un fenomeno che prende il nome di effetto autoreferenziale. Accade pertanto che quando l’informazione è pertinente con il concetto di sé, questa si elabora più rapidamente e la si ricorda senza difficoltà. Se infatti proviamo a chiedere a qualcuno se la parola “introverso” lo descrive, in un secondo momento quella stessa parola sarà ricordata da quel soggetto con maggiore facilità rispetto a se gli fosse stato chiesto se (lo stesso) termine, possa…

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Il suono della Dolcezza.

“È la storia di una ragazza di periferia, cresciuta nelle case popolari, succube della monotonia di un quartiere dormitorio che vive giornate sempre uguali e strutture aggregative assenti. Laura, la protagonista, sogna di scappare e trovare un’alternativa all’eterno deja-vu della sua quotidianità trascorsa fra zapping televisivo, amiche, ragazzi, sigarette e una cultura media in cui non si rispecchia. Dal balcone di casa sua vede il mare ma i chilometri di cemento fatiscente, quelli dell’ex Italsider di Bagnoli, la separano dal rumore delle onde. Il video è una rivisitazione della storia di una mamma in difficoltà costretta a prostituirsi per sopravvivere. Protagonista è l’attrice Elisabetta Mirra. Il videoclip è vincitore al festival #TulipaniDiSetaNera nella categoria #MigliorRegia.” InfoBox Youtube

C’è una specifica sfumatura armonica in questo brano, che è il suono a cui penso quando immagino la dolcezza.

La musica si ascolta con tutti i sensi…

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La vita e le scelte

“La vita è fatta di scelte. Di alcune ci sentiamo, di altre siamo fieri. Siamo quelli che decidiamo di essere”. 

Graham Brown

La scelta è un atto di volontà che determina un “movimento”; la non scelta implica invece una sorta di immobilismo autoindotto. Ma anche la non scelta è pur sempre una scelta.

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Si sceglie di non scegliere perché probabilmente siamo spinti a restare al sicuro, nel punto esatto in cui siamo.

Anche il lavoro di psicoterapia è fatto di scelte. Il paziente, in terapia, sceglie per se stesso e ciò gli permette di svincolarsi dal vincolo delle scelte indotte dagli altri. Se decidiamo di non scegliere, molto probabilmente gli altri decideranno per noi, ma noi abbiamo sempre la libertà di scegliere purché decidiamo di farlo.

«La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una “possibilità che si” e di una “possibilità che no” senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro

Søren Kierkegaard

Il sentimento dell’ angoscia secondo Kierkegaard nasce come contrappeso proprio alla libertà di scelta e di fronte alle molteplici possibilità di scelta. Ed è proprio questo sentimento d’angoscia che caratterizza le vite di tanti giovani e giovanissimi e non solo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Riflessioni Psy: L’emo-emozione.

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Vi sarà (abbondantemente) capitato di vedere bambini, ragazzini e anche adulti farsi il segno del cuore o parlarsi in termini di “faccine”.. Un po’ come si stesse su una piattaforma online mentre siamo – invece- vis-à-vis.

La riflessione che l’osservazione di tale comportamento, mi ha spinto a fare, concerne la difficoltà riscontrata dalla maggior parte dei ragazzi, nell’identificare, nel dare il nome, alle proprie emozioni.

I nostri bambini stanno crescendo nell’epoca del virtuale; un “ti amo” diventa un cuore rosso, l’imbarazzo una faccina con le guance arrossate; il pianto ( che può essere più o meno disperato), diventa una faccina con una lacrima o con occhi strapieni di lacrime.

I nostri bambini – i nostri giovani- sono quotidianamente esposti a un qualche schermo; schermo che riflette una immagine fredda – spesso registrata- (mi riferisco magari ai video pubblicati dai vari influencers); un’immagine riflettente un contenuto spesso piuttosto carente a un contenitore in via di formazione che corre il rischio di riempirsi del nulla (il surplus vuoto che riempie è spesso il cardine della psicopatologia attuale, una psicopatologia che si colloca sul confine borderline, fatta di giovani che lottano continuamente lì.. sul confine tra lo spettro nevrotico e lo spettro psicotico, pronti a varcare la barriera di separazione).

Quando la barriera si rompe, osserviamo lo squarcio bulimico (il vomito, ad esempio) osserviamo le condotte autolesive; osserviamo gli acting out (l’azione violenta e/o aggressiva, la scarica piuttosto che la mentalizzazione del disagio).

Cosa c’entrano le emoticon, allora…

Ho spesso accennato all’importanza, per il bambino, del legame con la figura di attaccamento, definito come una relazione di lunga durata, emotivamente significativa, con una persona specifica (Schaffer, 1998); l’attaccamento avrebbe la funzione biologica di proteggere il bambino e la funzione psicologica di fornire sicurezza (Bowlby, 1983).

La qualità dell’attaccamento è importante non solo perché fornisce le basi a ciò che sarà la nostra sicurezza, la nostra tolleranza alle frustrazioni, l’indipendenza o la gestione dello stress; un buon legame di attaccamento fornisce le basi per la nostra futura capacità di sviluppare una teoria della mente con cui saremo capaci di attribuire stati mentali, pensieri e emozioni a noi stessi e agli altri.

Sì, ma le emoticon?

In molti colloqui o semplicemente osservando l’ambiente circostante, è facile vedere bambini con i dispositivi sempre connessi; pur stando insieme, di fatto i bambini sono soli perché incollati innanzi a uno schermo che con il tempo, finisce di dire loro “chi sono”.

La vecchia funzione genitoriale, la censura morale, la figura del padre castrante che spaventa, la mamma che accoglie e consola.. sono diventate immagini ormai legate a una vecchia “fantasia” di famiglia.

Bambini che crescono con l’idea che la felicità sia una faccina gialla o che la rabbia sia una faccina rossa, avranno per forza di cose difficoltà a sintonizzarsi con la realtà dell’emozione, esperita, quando sentita.

No, non esagero. I bambini che arrivano in studio, cadono inesorabilmente quando si parla di emozioni.

Ci si educa alle emozioni?

No: il sentire non si educa ma si sente, si percepisce, si condivide e gli si dà un nome; il tutto dovrebbe avvenire in maniera naturare all’interno di un ambiente familiare pronto a sintonizzarsi con le richieste del bambino/a .

Accade però che nell’epoca dell’immagine (una immagine che in realtà ci appartiene sempre meno), i genitori siano stanchi, svogliati e incapaci a loro volta di dare un nome alle proprie emozioni.

La mia riflessione non vuole essere una critica fine a se stessa, alla genitorialità attuale; come professionista non devo dare giudizi o creare allarmismi; voglio solo condividere con voi quello che Sara, 11 anni, oggi ha detto

.“Allora Sara, ti andrebbe di fare un gioco? sapresti disegnarmi la felicità?

S.”In che senso?”

.”Sai che cos’è la felicità? Cos’è che ti rende felice?”

S. “Non ho capito in che senso, la felicità.

. “C’è qualcosa nella tua vita, un alimento, una festività, un ricordo che ti rende felice?”

S. “AAhh.. Ma tipo come quando (nome dell’influencer), apre i pacchi che gli mandano a casa, con i trucchi?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Il senso di un delirio.

“Il paranoide ricostruisce il mondo, non più splendido in verità, ma almeno tale da poter di nuovo vivere in esso. Lo ricostruisce col lavoro del suo delirio. La formazione delirante che noi consideriamo il prodotto della malattia costituisce in verità il tentativo di guarigione, la ricostruzione”.

Sigmund Freud

Il delirio offre ad una persona un nucleo di significato, un senso agli eventi circostanti. Offre quindi l’opportunità di ri-costruire e riorganizzare il “mondo” che -anche se in maniera alterata-, comincia a funzionare. Questo nuovo senso ( anche se distorto), funge da funzione protettiva (ri – orientamento nel delirio).

La persona cerca di ricostruire una realtà che da un momento all’altro si è disgregata e che la invade in mille frammenti di esperienze confusi. Il mondo infatti viene percepito e vissuto come insopportabile, estraneo, ostile, minaccioso, falso.

L’interpretazione delirante è il modo più facile per ripartire e ricostruire quel mondo che ormai pare irriconoscibile. Quest’interpretazione di significato permette di rimettere in moto la propria esistenza che si era letteralmente impantanata nell’angoscia, nel non senso e nella passività.

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Jervis dice: ” Improvvisamente il soggetto intuisce: egli è invaso da forze estranee, succede qualcosa, c’è un complotto, o una mascheratura; qualcosa gli viene nascosto, ma egli comincia a capire, vede significati, nuovi e cifrati. è il delirio”.

Roberts (1991) sostiene anch’egli che i deliri sono una risposta adattiva a qualcosa che ha determinato una rottura (psicotica). I deliri allora prendono significato e servono alla persona a fronteggiare una vita che è diventata priva di senso, senza scopi; serve a combattere la solitudine , il senso di inferiorità, l’isolamento, la disperazione, la consapevolezza della rottura delle relazioni significative. Il delirio permette di dare nuovo senso di identità, un nuovo senso alla vita, ai propri limiti e alle proprie responsabilità, un’esperienza di libertà e di protezione.

“Ma che dolce delirio è il loro, allorché si fabbricano mondi senza fine, allorché misurano come con il pollice e con il filo, sole, luna, stelle, sfere.”

Erasmo da Rotterdam

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Corri nella natura.

Chi ha (già) letto qualche mio post, sa il tipo di relazione che ho con la natura.. Conoscerà quasi sicuramente la mia (pessima) battuta “sono un girasole mancato“.

La questione è però reale.. ho bisogno di fare la fotosintesi quotidianamente e vivo seguendo il sole e la luce.

Ho una relazione potente e profonda con la natura, con la terra.. con il tutto da cui tutto viene a cui tutto torna..

L’altro giorno mi è capitato dopo un pò, di perdermi nel verde: finalmente!

Da camminatrice aggressiva quale sono, specie sotto il sole.. ho apprezzato il verde che avevo intorno lasciando il cervello respirare, perdendomi nel verde, riflettendo il giallo e sognando l’azzurro.

Avete presente quei micro momenti infinitesimali di gioia però intensa, piena e incontenibile ?

Basta così poco per viverli.. basta lasciarsi andare.. eppure è al contempo la cosa più difficile da fare.

Cosa ti fa stare bene?

“Non dimenticate che la terra si diletta a sentire i vostri piedi nudi e i venti desiderano intensamente giocare con i vostri capelli”.

Khalil Gibran

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Come gli Alberi.

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“Fate come gli alberi: cambiate le foglie e conservate le radici. Quindi, cambiate le vostre idee ma conservate i vostri principi”.

Victor Hugo.

La natura insegna.. per sapere chi siamo e dove stiamo andando, servono radici solide e chiome pronte a rigenerarsi, ad ogni stagione…

Dott. Gennaro Rinaldi.

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Psicologia Sociale: Il sé.

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Quando vi trovate di fronte ad uno specchio, cosa fate?

Avete mai riflettuto sull’azione di guardarsi e -soprattutto- riconoscersi in una immagine che lo specchio rimanda?

Gordon Gallup (1977) condusse una serie di studi proprio su questo tema giungendo alla conclusione che oltre agli esseri umani, solo le grandi scimmie (scimpanzé, gorilla e oranghi), sembrano essere in grado di riconoscere se stessi.

Gallup pose animali di diverse specie in una stanza con un grande specchio davanti loro; all’inizio gli animali si rivolgevano all’immagine riflessa nello specchio con vocalizzi o gesti tipici che implicavano una risposta da parte dell’altro.

Dopo alcuni giorni, le grandi scimmie (ma non gli altri animali come ad esempio i gatti), iniziarono ad usare lo specchio per eliminare residui di cibo dai denti, per spulciarsi o fare facce buffe, divertendosi. In altri studi, poi, Gallup dopo aver (in seguito ad anestesia) dipinto una striscia rossa sulla testa delle scimmie, notò come al risveglio gli animali, una volta trovatisi innanzi allo specchio, lo usassero per guardarsi e pulirsi la testa.

Successivamente, compiendo esperimenti simili (senza anestesia), alcuni psicologi scoprirono che i bambini riescono a riconoscere la propria immagine nello specchio tra i 18 e 24 mesi.

La capacità di riconoscersi è la prima chiara espressione del concetto di sé. (Boyesen e Himes, 1999).

Dopo questo riconoscimento, il concetto di sé diviene estremamente importante; immaginiamo a tal proposito di vivere senza avere una chiara idea di chi siamo..

Nella conduzione della nostra vita, quotidianamente, ciò che noi avvertiamo come il nostro sé, occupa e dirige le nostre azioni.

Se per qualche motivo abbiamo problemi di vista, corriamo ai rimedi indossando occhiali o lenti a contatto; se tuttavia abbiamo problemi di udito.. difficilmente ricorriamo ad apparecchi acustici..

Perché?

Secondo Mayers è più difficile accettare un apparecchio acustico (anche se invisibile) perché molto probabilmente siamo così preoccupati dell’immagine che diamo di noi stessi (immaginiamo a tutti i soldi spesi, annualmente, per parrucchieri, estetisti, palestre o creme varie), da non voler che qualcuno pensi che il nostro udito sia imperfetto e che noi possiamo invecchiare.

Il sè quindi riveste un ruolo fondamentale in numerosi aspetti della nostra vita tanto da spingere la persona ad usare numerose energie nel tentativo di costruirlo e mantenerlo.

Per scoprire da dove origina la percezione del sé, i neuroscienziati hanno esplorato le attività del cervello alla base de costante senso di essere se stessi. Alcuni studi suggeriscono che pazienti con danni all’emisfero cerebrale destro, non riescono a riconoscere e a controllare la propria mano sinistra. La corteccia prefrontale mediale, una struttura di tipo neocorticale che occupa la scissura centrale tra i due emisferi cerebrali (dietro gli occhi), sembra essere la responsabile della coesione del sé e risulta essere più attiva quando si pensa a se stessi.

Gli elementi del concetto di sé (le specifiche convinzioni in base alle quali si definisce se stessi) sono quelli che vengono definiti schemi di sé.

Gli schemi di sé sono considerazioni sul sé che strutturano e guidano l’elaborazione di informazioni importanti per il sé.

Se per una persona, l’atletica è fondamentale (per il proprio concetto di sé), tenderà a notare il corpo e le abilità fisiche degli altri e richiamerà alla mente con maggiore facilità, esperienze legate allo sport. Se il compleanno di un tuo amico è vicino al tuo è più facile che tu ricorderai la data (altro che facebook che avvisa; il miglior computer resta il nostro cervello e il suo funzionamento tecnicamente perfetto).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Eva l’anticonformista.

“La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede.”

Margherita Hack

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’universo osservato da una donna.

“Nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell’universo ci sono più di cento miliardi di galassie. Pensare di essere unici è molto improbabile.”

MARGHERITA HACK
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Il 12 Giugno 1922 nasceva Margherita Hack (Astrofisica), una mente eccezionale.

dott. Gennaro Rinaldi

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L’apatia

Con il termine Apatia (termine di origine greca) intendiamo impassibilità, insensibilità, assenza di passioni ( a – pàthos ). In psicologia con apatia si indica un’indifferenza affettiva per situazioni che normalmente susciterebbero interesse o emozioni.

L’apatia è frequente nella depressione, dove generalmente c’è un’ impossibilità di gioire e una generale difficoltà a proiettarsi nel futuro ottimisticamente. L’apatia può essere presente nella schizofrenia dove la persona, assorta dai propri fantasmi, non riesce a reagire adeguatamente agli stimoli del mondo esterno.

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L’apatia può però anche manifestarsi in persone che non soffrono di gravi disturbi psichici, ma che vivono un forte frustrazione; una usurante condizione di vita routinaria; un forte stato d’ansia; una grave crisi affettiva o in persone che hanno passato un lungo periodo in condizioni di assenza e privazione di scambi con gli altri e con il mondo (ospedalizzazioni, lockdown, quarantena, prigione).

L’apatia potrebbe derivare da una valutazione patologica dei benefici, la sensazione personale che ogni proprio sforzo o gesto sia completamente inutile e che nulla abbia più valore. Ciò comporta un’assenza di motivazione a provare ad agire.

L’apatia, in tal senso, potrebbe essere connessa anche ad una valutazione patologica dei costi. La persona apatica ha una stima del “costo” (mentale e fisico) dei propri sforzi eccessiva. Tale condizione scoraggerebbe la persona a proseguire e a impegnarsi a modificare il proprio atteggiamento e quindi comporterebbe una riduzione dell'”impegno” e dello sforzo prodotto.

Sicuramente è possibile uscirne fuori e tornare ad assaporare la “sensibilità” alle emozioni e recuperare le passioni perdute. Non è però un lavoro facile e richiede uno sforzo enorme. Ma è una sfida che si può vincere. In genere un lavoro di psicoterapia è essenziale e dà ottimi risultati, ma nei casi in cui vi è presenza di disturbi psichici più gravi in comorbilità con l’apatia (depressione o schizofrenia, ad esempio) è necessario fare anche una terapia farmacologica insieme alla psicoterapia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Pillole di Psicologia: Confabulazione vs Pseudologia.

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La confabulazione (detta anche fabulazione) è un’attività rappresentativa con cui si dà vita a racconti privi di rispondenza concreta seppur – spesso- verosimili e strutturalmente concreti.

Si distingue:

una confabulazione infantile in cui si esprime la tendenza a caricare di significati immaginari il mondo concreto echeggiando -ad esempio- fiabe, racconti fantastici o reminiscenze di eventi recenti e passati, con sostituzione di significati reali con significati immaginari e

una confabulazione patologica frequente ad esempio nella sindrome di Korsakov, nelle demenze e in alcuni stati deliranti. La confabulazione svolge il ruolo di compensare i vuoti di memoria o di rendere le esperienze reali congruenti con la struttura del delirio.

La confabulazione è caratterizzata da una totale inconsapevolezza del soggetto che è pienamente convinto di ciò che sta dicendo e in ciò, si distingue dalla pseudologia (detta anche pseudologia fantastica, mitomania o bugia patologica) ovvero il frequente ricorso (che diventa patologico), alla bugia.

E’ frequente in soggetti istrionici o psicopatici e viene considerata un prodotto dell’immaginazione, ciò vuol dire che non dipende da deficit della memoria e non va confusa – per l’appunto- con la confabulazione. Il soggetto – inoltre- abbandona la propria produzione fantastica quando è messo innanzi all’evidenza dei fatti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Luci nella notte

“E di notte che è bello credere nella luce”

Edmond Rostand

Immagine Personale

dott. Gennaro Rinaldi

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Con Chopin e Vincent sotto le stelle.

“Non so nulla con certezza, ma la vista delle stelle mi fa sognare”.

Vincent Van Gogh

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Riflessioni Psy: Vittima di bullismo.

Per anni ho conosciuto i bulli..

La loro presenza – non richiesta- nella mia vita è stata costante, invadente talvolta invalidante.

Ho spesso meditato sull’importanza di parlare del bullismo ma quello che voglio fare adesso, non è fare una lezione sulla terminologia o sul motivo per cui una persona “decide” di diventare bullo.

Non faccio altro che sentire di quanto i bulli siano ragazzi con problemi ma a me, all’epoca, non avrebbe minimamente aiutato o giovato sapere che quella stessa persona che mi buttava a terra, strattonava o insultava pesantemente aveva dei problemi.

Il problema all’epoca era il mio.

Quando andavo a scuola, il termine non esisteva .. così come il problema in sé. C’era il ragazzino o la ragazzina problematica, i galletti di turno.. e tu da solo te la vedevi con loro.

Molti anni sono stati difficili; portare i capelli rossi con la mia altezza, il mio colorito di pelle chiaro e le lentiggini è stato un vero dramma.

Ho odiato il colore dei miei capelli in maniera viscerale; odio ancora le lentiggini; uso da poco indossare abiti con le gambe a vista perché -anche in tempi recenti- donne adulte, hanno preso in giro le mie gambe bianchissime.

Mi hanno chiamata nei modi peggiori a causa del colore dei capelli, mi hanno fermata per strada ponendomi le domande più imbarazzanti e assurde della mia vita..

Poi all’improvviso per alcuni i miei capelli erano poco rossi.. poi la pelle chiara era come quella delle bambole… Insomma non sapevo più se l’immagine che vedevo era quella giusta o meno.

Ma giusta, per chi???

La tua pelle sarà sempre o troppo chiara o troppo scura; gli occhi saranno sempre troppo rotondi o troppo allungati; tu sari sempre o troppo magra o troppo grassa..

(E no.. qui c’è poco da fare ironia, l’argomento è serio.)

Recentemente una madre ha prima ucciso la figlia, poi si è tolta la vita perché la propria bambina subiva bullismo, ovunque.

Lo studio è invaso di ragazzini e ragazzine vittima – più raramente incontriamo i carnefici- dei bulli.

Ho capito – con il tempo- che le persone si possono uccidere e/o ferire prima con le parole.. le stesse parole porteranno poi a dei fatti spesso dall’esito nefasto.

Cosa ho fatto..

Ho deciso nella mia vita che non avrei mai ucciso una persona con le parole ma che quelle stesse parole, quelle armi, le avrei usate per accogliere e contenere chi invece le aveva vissute sulla propria pelle come punta di coltello appena affilata.. quella punta che non buca ma resta fissa ferma immobile creando un livido sempre più scuro e dolente.

Non mi piace la violenza. Non mi piace la morte, specie quella psichica. Non mi piace la distruttività.

Col tempo ho capito che quei benedetti bulli potevo vincerli con l’intelligenza, lo studio e la passione.

Non sarò mai abbastanza.. forse…

Ma sarò sempre me stessa, e la cosa più difficile oggi è aversi, sapere chi sei e portare avanti il tuo personale progetto di costruzione del tuo sé.

Questo non vuol dire “sono così accettami a prescindere”.. questo atteggiamento cela, probabilmente, una non integrazione delle tue parti, lasciando spazio a uno scarico di responsabilità sul prossimo “non mi accetti, il problema è tuo”. Sembra quasi un atteggiamento da bullo.

Cosa ti devi, allora…

Innanzitutto -denuncia- perché oggi i bulli possono essere fermati anche legalmente poi datti il tempo di capire e metabolizzare insieme ad uno specialista.

Dopo che hai denunciato, hai chiesto aiuto e sei ripartito, regalati del tempo e dedicalo alla tua personale costruzione.

Non sarai mai perfetto; le lentiggini saranno sempre troppe.. la tua identità di genere non sarà mai accettata, da qualcuno; alcuni troveranno ripugnante il tuo peso “elevato” o “basso”.

Sarai sempre poco simpatico, troppo frivolo o “facile”.

Ho visto dei bulli ed è vero.. Hanno dei problemi, anche piuttosto profondi, ma quello che puoi fare è non chiuderti in casa o in te stesso a rimuginare per anni perché è così che i bulli vincono.

Puoi decidere di costruire e di edificare la versione che hai, di te stesso.

Le due foto qui sotto, per me, sono piene di difetti (no… non voglio sentirmi dire cose come – non è vero-) voglio più che altro dire una cosa..

Ognuno ha le sue insicurezze.. ognuno vede pregi e difetti che un’altra persona non vede. Ci sarà sempre un “ma”…

Fa che quel ma sia uno spazio di dilatazione al cui interno ci sei solo tu. Sii come la farina (quale tocca a te, saperlo), ingrediente centrale e principale in ogni ricetta, diventa maglia glutinica e solleva te stesso.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Vicinanza reale e vicinanza social

Possono le relazioni social sostituire le relazioni reali?
Probabilmente, dopo esserci lasciati alle spalle mesi di distanziamento fisico forzato e dopo aver provato a relazionarci esclusivamente attraverso i social, le videochiamate e le videoconferenze, forse adesso abbiamo capito che non possiamo fare a meno delle relazioni umane reali e del contatto umano. Le persone hanno bisogno di relazioni; le persone sono “affamate” di contatti, di abbracci, di calore umano.. di guardarsi negli occhi, comunicare, sentirsi e vivere la vicinanza..

ilpensierononlineare

Siamo proprio certi che le nuove tecnologie, che i nuovi mezzi di comunicazione, ogni anno sempre più raffinati e potenziati siano veramente in grado di “avvicinarci” ?

Tra “me” e l’altro si è in maniera prepotente inserito un mezzo tecnologico che promette di far “rete”, di creare connessioni. La questione è che le persone comunicano tra loro non solo attraverso le parole, ma anche attraverso la comunicazione “analogica” (non verbale). Lo stare insieme, vicini, sentire la presenza reale dell’altro è un’esperienza che difficilmente può essere sostituita. Il rischio, in “assenza di presenza”, che si corre è quello di alimentare il senso dell’assenza con un’inebriante illusione della presenza. Essere solo, in presenza degli altri, gruppi di persone anonime e distanti.

Le persone costrette all’uso smodato dell’intermediario tecnologico, perdono la loro abilità sociale, quel senso del reale, dello stare assieme a livello umano, emotivo, psicologico.

“L’incontro con l’altro, o con gli altri…

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Trovare la motivazione: il modello delle competenze di successo.

Un piccolo approfondimento sulle competenze e il successo, in ambito aziendale.
Buona lettura.

ilpensierononlineare

Il modello delle competenze è caratterizzato per essere orientato sul lavoratore e in particolare – come vedremo- sulle sue motivazioni.Una piccola preliminare annotazione, ci chiede di chiarire cosa siano le competenze. In ambito aziendale, ciò che porta alla definizione delle competenze (ovvero ciò che le risorse, quindi ad esempio gli impiegati, devono possedere per realizzare gli obiettivi prefissati dall’azienda), è la fase in cui si analizzano gli obiettivi, i valori, le modalità operative, definiti nell’ambito della strategia aziendale. Tale modello nasce intorno agli anni 70, dagli studi dello psicologo David McClelland. Ciò che questo modello tenderà ad evidenziare, è che la competenza sia una caratteristica intrinseca della persona riguardante aspetti motivazionali, capacità, tratti personali e l’immagine di sé.

Le componenti della competenza di successo si acquisiscono con l’esperienza e si organizzano in maniera gerarchica . Spencer e Spencer usano a tal proposito, una interessante metafora: quella dell’icebearg.  La metafora  ci aiuta a…

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Il rifugio della follia

“Ci sono volte in cui la mente riceve un tale colpo da nascondersi nella follia. Ci sono volte in cui la realtà non è altro che sofferenza e per sfuggire a quella sofferenza la mente deve lasciarsi alle spalle la realtà”.

 Patrick Rothfuss.
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La follia diventa una via d’uscita, un rifugio, un buon compromesso per sfuggire ad una realtà altrimenti insopportabile…

dott. Gennaro Rinaldi

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Scorciatoie della mente.

… e voi.. quanto siete riflessivi? Quando dovete compiere una scelta, riflettete prendendovi il vostro tempo oppure vi basate su vecchie idee, “aggrappandovi” a  sensazioni e emozioni?
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Immagine Personale.

Nei vari approfondimenti che sto condividendo con voi, ho spesso citato o evidenziato il fatto che il nostro sistema cognitivo sia un economizzatore di risorse. Il tempo in cui ci troviamo a vivere la nostra quotidianità è sempre più veloce, caotico e per nulla favorevole alle decisioni lente e meditate.

Ciò che oggi vi presenterò è un modo che il nostro sistema cognitivo ha di agire in maniera veloce ed essenziale (il che però non vuol dire privo di errori), ovvero le euristiche.

Buona lettura.

“Linda 31 anni, single schietta e molto intelligente, ha studiato filosofia; da studentessa era molto coinvolta in tutto ciò che era legato all’ambito sociale e delle discriminazioni. Partecipava alle manifestazioni antinucleare e amava vestirsi con abiti lunghi a fiori”.

Basandosi su tale descrizione, è più probabile che Linda sia:

1- Una cassiera in una banca

2- La cassiera in una banca e sia…

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L’oceano dei perché.

“Perché perché perché perché.. Ho l’impressione che sulla terra sprechiate troppo tempo a chiedervi troppi perché. D’inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate. D’estate avete paura che arrivi l’inverno. Per questo non vi stancate mai di rincorrere il posto dove siete: dove è sempre estate”.

Danny Boodman T.D. Lemon Novecento., “La leggenda del pianista sull’oceano”

L’oceano dei perché e un film che amo.. da sempre!

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Psicologia e Ambiente: l’Ecopsicologia.

L’ecopsicologia nasce per studiare il rapporto tra uomo e natura. Oggi analizza l’influenza dei fattori ambientali sul nostro comportamento.

Gli ecopsicologi si chiedono come un ambiente creato e modificato dall’uomo possa influenzare la salute, la qualità della vita e il benessere psicologico. Oggi il mondo è fortemente caratterizzato dalla mobilità e dai trasporti (stradale, ferroviario, aereo, navale..) che provoca rumori e suoni più o meno fastidiosi.

Ad oggi il rumore del traffico è probabilmente uno dei fattori ambientali che in maniera più marcata ha effetti negativi sull’individuo. Ad esempio diversi studi hanno dimostrato che il rumore cronico determina una situazione duratura di stress in chi vive nei dintorni di un aeroporto, di una strada trafficata o di una ferrovia, accrescendo il rischio di disturbi cardiocircolatori.

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Altra fonte di influenze ambientali nocive è costituita da alcune sostanze che possono essere usate in edilizia (tipo i solventi delle vernici e delle colle). L’esposizione cronica a queste sostanze hanno un effetto a lungo termine di tipo neurotossico, determinando così l’alterazione dello sviluppo psichico.

La possibilità di subire danni alla salute fisica e mentale causata dal rumore, dalle sostanze tossiche, dallo smog o dall’assenza del contatto con la natura divengono più significativi man mano che procede il veloce processo di urbanizzazione. Molte persone infatti preferiscono trasferirsi dalle città alle campagne, ma nonostante questa inversione di marcia si prevede che entro il 2050 i due terzi della popolazione mondiale abiterà nelle aree urbane e nelle grandi città.

Nel 2011 alcuni ricercatori dell’Istituto centrale per la salute psichica di Mannheim hanno evidenziato che chi vive nelle grandi città, rispetto a chi vive nelle campagne, reagisce allo stress attivando maggiormente un area del cervello che si attiva nelle situazioni di pericolo (l’amigdala).

“Io sono me più il mio ambiente e se non preservo quest’ultimo non preservo me stesso.”

José Ortega Y Gasset

Tutte queste osservazioni dello studio dell’ecopsicologia ci fanno comprendere quanto sia importante per le persone circondarsi di un ambiente sano e sostenibile. Il legame con la natura ha radici antiche e influenza il nostro benessere psicologico e fisico e con esso anche il rispetto e l’attenzione che tributiamo alla natura. Se preserviamo l’ambiente in cui viviamo, preserveremo noi stessi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Lacerazione del vestito Identitario: H. e il cutting.

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Una ragazza di origini straniere arriva al consultorio su invio della madre. La giovane di 15 anni è in realtà molto felice di essere da noi (le motivazioni intrinseche appaiono pertanto piuttosto forti sin da subito), e H. non ha problemi a raccontarci la sua storia.

Brevemente: la ragazza si presenta come una giovane molto carina e curata; è leggera quando si muove nello spazio, quasi sembra sia fatta di seta, resistente e di spessore sottile. Ciò che colpisce è – tuttavia- una sorta di spettralità che quasi avvolge la ragazza; una sorta di alone di tristezza che si mescola con la sua evanescenza dei movimenti.

La giovane dice di essersi trasferita in Italia con la madre quando lei aveva all’incirca 3 anni; del padre non si sa nulla. La madre aveva un ottimo lavoro nel paese di origine ma ha deciso ugualmente di trasferirsi.

Dalla raccolta anamnestica sappiamo che la famiglia (composta dalle sole 2 donne) si trasferisce frequentemente: pur restando nella stesa regione, la diade cambia comune di residenza almeno 2 volte l’anno. H. non ha amici e nemmeno un fidanzato (cosa che vorrebbe, invece con tutto il cuore); ama il teatro ma non può frequentare nessuna compagnia a causa dei continui trasferimenti; ha smesso gradatamente di mangiare “tanto mangio sempre da sola!” dorme sempre meno (fa un uso smodato delle maratone netflix), non ha interessi per nulla e dice di sentirsi pesante nel petto.

Da successive informazioni e un ulteriore colloquio con la madre, sappiamo che H. da qualche tempo usa infliggersi tagli sul corpo.

Circa il 70% dei giovani tra i 12 e i 14 anni usa provocarsi ferite, piccoli tagli e/o bruciature. L’autolesionismo è stato inserito nel DSM V all’interno dei “disturbi diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza” come autolesionismo non suicidario e autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato.

Nock, 2006 o Fliege, 2009, evidenziano come l’autolesionismo in adolescenza sia associato con la depressione, relazioni familiari disfunzionali, isolamento scolastico, ansia, etc; sembra inoltre che tale condotta possa essere letta come una strategia disadattiva di coping. Le strategie di coping sono infatti tutte quelle con le quali le persone affrontano le situazioni potenzialmente stressanti. Il coping viene definito come l’insieme degli sforzi cognitivi, affettivi e comportamentali di un individuo attivati per controllare specifiche richieste interne.

Sappiamo – con Freud, 1928- che l’Io è innanzitutto un’entità corporea, è infatti il derivato sia di tutte quelle sensazioni corporee che di quelle provenienti dalla superficie del corpo; è ciò che Winnicott – ad esempio- ci rende noto quando parla dell’handling materno ovvero di tutte quelle attività che riguardano la manipolazione del corpo del neonato (pulizia, massaggi, coccole, e così via).

Sappiamo che H. si trova in quella delicata fase della vita che è l’adolescenza.. un adulto in divenire che lotta continuamente con le spinte regressive (che lo vogliono ancora bambino) e le spinte date dal suo nuovo corpo sensuale e sessuale che chiede e domanda.. un corpo che (si) sente adulto.

Nella labilità identitaria sperimentata da H., labilità che vede non solo la presenza della fase del ciclo di vita connotata dall’adolescenza, ma anche una labilità che fa sì che H., sia una ragazzina senza origine e senza alcun legame con la sua storia familiare, la giovane sembra infliggersi dolore su l’unica parte che sente (forse) ancora appartenerle: la pelle.

H., non ha un padre e non ha un centro stabile, un fulcro generazionale e familiare che la inscrive in un lignaggio di provenienza; un lignaggio che le fa sentire che lei sia parte di quel qualcosa; di quella famiglia, di quel luogo.

H., sperimenta quotidianamente un dolore: il dolore del sentirsi estranea a se stessa, straniera nel suo stesso corpo nudo, sprovvisto di quel vestito identitario che dovrebbe identificarla.

Il dolore psichico forte, impensabile..

Il dolore per quel buco identitario si attesta nel registro del reale con la lacerazione della pelle. Il dolore rende reale una sofferenza psichica che sarebbe altrimenti senza corpo; la vista del sangue caldo che sgorga rende viva e reale la sua sofferenza..

Poi il nulla..

Lo stato onirosimile in cui la giovane cade dopo aver compiuto il suo gesto.

H., ha davanti a sé un lungo percorso, un percorso che per forza di cose vede in prima linea anche sua madre. Le due donne avranno molto da dirsi, da raccontarsi. Ci saranno molte ferite da disinfettare, molte da suturare cominciando lentamente ad intessere punto dopo punto la leggera trama di cui H., è fatta.

Ogni punto segnerà una piccola scoperta nella storia familiare della ragazza e la madre – come un ago tenuto tra le mani da un sapiente chirurgo- dovrà lentamente legare con sottili fili di congiunzione, ogni passaggio della storia della ragazza.

Come la seta H. è resistente, ma dovrà imparare ad avere cura delle sue (molte) cicatrici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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L’altro irritante..

“Tutto ciò che degli altri ci irrita può portarci alla comprensione di noi stessi.”

Carl Jung
Photo by Anni Roenkae on Pexels.com

E se quello che odiamo negli altri rispecchiasse ciò che ci infastidisce di noi stessi?

La comprensione di noi stessi passa anche attraverso la comprensione degli altri e di noi con gli altri. Anche quando gli altri ci irritano ci sarà un perché..

dott. Gennaro Rinaldi

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Mio padre mi chiamava così.

“Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo.”
Isabel Allende.

Immagine Personale

Voi avete qualche piccolo rituale, gesto o altro che sfoderate quando la giornata è stata davvero molto stressante?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Vivere l’Hic et Nunc: possibili vantaggi e rischi evidenti..

Prendo spunto da un post sull’ “Hic et nunc” di Alessia (Erbe del benessere) di un paio di giorni fa. In effetti l’argomento è molto interessante e merita una (doppia) riflessione in quanto in parte già la mia collega Giusy ha avuto modo di approfondire nell’articolo di ieri: Frat(tempo) e Hic et Nunc.

La questione di vivere nell’Hic et Nunc, nel qui ed ora, liberi da vincoli temporali passati e futuri è vivere nella consapevolezza del momento presente. Vivere il presente, “l’adesso” senza rimandare e senza aspettare situazioni o momenti più propizi.

I vantaggi di questo modo di approcciare alla vita possono essere tanti. Ad esempio chi vive nel qui ed ora, è libero dai vincoli del passato e dalle preoccupazioni del futuro; non rimanda mai le cose da fare, evitando di pensare troppo alle conseguenze ( se voglio chiedere ad una ragazza di uscire, lo faccio; se mi viene voglia di un gelato e di una pizza a mezzanotte, cerco qualcuno che è ancora aperto per comprarli); se vivo nel qui ed ora non mi importa del futuro e di tutte le preoccupazioni e incertezze che porta con sé, piuttosto mi concentro solo sulle giornate che vivo; se vivo nel qui ed ora non mi interessa di progettare una vacanza, se ho voglia di andarmene e partire, lo faccio.

Non pensare: SENTI. La sensazione esiste qui e ora, quando non viene interrotta e anatomizzata da idee o concetti. Nel momento in cui smettiamo di analizzare e ci lasciamo andare, possiamo cominciare a vedere e a sentire davvero come un tutto unico.

Bruce Lee

Vivere il qui ed ora permette alla mente di scaricarsi e liberarsi dai numerosi vincoli, responsabilità, pensieri, preoccupazioni, pregiudizi.. un modo di interpretare la propria vita davvero molto bello.

Photo by Paula Schmidt on Pexels.com

Ma è davvero possibile? Quali sono i rischi per chi prova ad interpretare la vita in questo modo?

Ci sono persone che vivono riducendo la vita all’attimo presente, al qui e ora, senza il respiro del tempo e senza la proiezione di sé nel futuro. Persone, dunque, che usano il denaro per acquistare la cosa che in quell’attimo si presenta come indispensabile, l’unica che al momento li fa sentire bene. Quella cosa è curativa nei confronti del mal d’essere, toglie questa sensazione sgradevole e si prova persino un attimo di felicità.

Vittorino Andreoli, Il denaro in testa, 2011

Guardando esclusivamente al nostro personale interesse qui e ora, smarriamo il senso comune delle cose, e la loro prospettiva nel tempo.

Vittorino Andreoli, L’uomo di superficie, 2012

Il rischio è dietro l’angolo, purtroppo. Faccio una riflessione, premettendo che, attingendo anche alla mia esperienza di Psicologo e Psicoterapeuta, sia davvero complesso per una persona vivere esclusivamente il “qui ed ora” senza determinare qualche piccola “interferenza” con il mondo circostante. Inoltre, a meno che non si abbia una capacità meditativa e spirituale molto elevata e la possibilità di vivere la propria vita slegati dal mondo circostante, dalla propria famiglia, dal proprio lavoro è davvero molto difficile vivere veramente nel Hic et nunc.

Infatti credo che proprio per questo motivo il credo che il concetto sia stato svuotato del significato “antico” puro e abbia invece acquisito un nuovo significato più moderno. E proprio questa cosa l’ha decisamente deviato. Come riportato anche sopra, nelle parole di Andreoli (Psichiatra), il rischio, per le nuove generazioni è quello di vivere guardando esclusivamente al presente, slegandosi dalla concezione più complessa del proprio tempo.

Il pensiero di un giovane sarà più o meno questo: “se la mia vita è solo adesso, non mi importa di ciò che sarà domani, non mi importa di guardarmi intorno, di fantasticare sul mio futuro; non mi importa di ciò che è comune; non mi importa di sapere se ciò che faccio avrà delle conseguenze. Adesso è il mio vivere, scapperò dal mio passato, rifugiandomi nel presente infinito e eviterò di guardare più in la di domani, perché futuro non c’è”.

Il rischio è quindi quello di interpretare il concetto di “qui ed ora” come uno scivolo veloce verso la deresponsabilizzazione.

La società dei consumi è forse l’unica società della storia umana che prometta la felicità nella vita terrena, la felicità qui e ora e in ogni successivo “ora”: felicità istantanea e perpetua.

Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, 2007

Vivere esclusivamente il qui ed ora rischia di svuotare di significato la propria vita e slega gli eventi dalle emozioni. Ma il passato ritorna prima o poi e con esso la percezione della possibilità del futuro. Meglio affrontare subito il mare agitato di un passato e un futuro tormentato che imbattersi improvvisamente contro uno tsunami.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Dov’è la Biglia? Test della Falsa Credenza.

Il test della “falsa credenza” (false belief task) o ancora  Sally-Anne test, è un test nato per verificare lo sviluppo della capacità metarappresentazionale negli esseri umani, ovvero lo sviluppo di una teoria della mente.

La teoria della mente implica la capacità di attribuire stati mentali, credenze, intenzioni, desideri o emozioni a sé stessi e agli altri; si tratta – in sostanza- della capacità di comprendere che gli altri hanno stati mentali diversi dai propri.

Nello specifico, il test Sally-Anne è stato pensato per valutare la capacità dei bambini di saper attribuire agli altri stati mentali che siano diversi dal proprio; il nodo centrale del test è l’attribuzione di una falsa credenza. Non sempre, infatti, una credenza che una persona ha, in un dato momento, rispecchia lo stato effettivo delle cose, nella realtà.

Le azioni possono infatti essere determinate da una errata credenza.

Il test Sally-Anne si svolge sotto forma di gioco: ai soggetti vengono presentate 2 bambole ovvero Sally ( che porta un cestino) e Anne ( che ha una scatola). Successivamente si procede con un gioco di finzione in cui Sally esce a passeggio dopo aver messo una biglia nel proprio cestino e averlo coperto con un panno.

F

*Immagine Google

Mentre Sally è via, Anne prende la biglia e la nasconde nella propria scatola.

A questo punto Sally torna con l’intenzione di giocare con la biglia; l’esaminatore chiede – adesso- al bambino dove avrebbe guardato Sally per prendere la biglia.

Secondo voi, qual è la risposta corretta? Dove guarderà Sally?

Per poter superare il test il bambino deve comprendere che Sally andrà a cercare la biglia dove lei stessa crede che la biglia sia posta, e che crede che la biglia si trovi ancora dove l’ha lasciata ovvero nel cesto. Deve capire che – in quella particolare situazione riprodotta- Sally non ha alcun modo di vedere che cosa è successo durante la sua assenza, per questo motivo Sally si è formata una rappresentazione scorretta della realtà, una credenza falsa.

Il bambino rispondendo correttamente deve assumere la posizione dell’altro e perciò sospendere momentaneamente la propria percezione delle cose, per rappresentare il contenuto della sua mente, cioè una credenza falsa rispetto alla realtà, cosi da riuscire a prevedere cosa farà l’altro proprio sulla base della sua falsa credenza.

I bambini fino a 3 anni danno sistematicamente la risposta sbagliata: per loro, infatti, Sally cercherà la biglia dove si trova “ora” per davvero (nella scatola).

A 3 anni e mezzo alcuni bambini cominciano a dare la risposta esatta (diranno cioè che Sally cercherà la biglia dove lei l’ha lasciata).

Dai 4 anni in poi, diventa prevalente la risposta corretta.

Gli psicologi dello sviluppo ritengono che dopo i 4 anni anni, i bambini, iniziano a sviluppare una conoscenza tacita del comportamento altrui come determinato da stati mentali interni; questa capacità è stata nominata proprio teoria della mente.

Uno dei motivi per il quale è stato ritenuto che la capacità di superare il test della falsa credenza identifichi una capacità cognitiva specifica -la teoria della mente- è quello di aver riscontrato una grande difficoltà o un netto ritardo da parte dei bambini affetti da autismo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Quando lo Stress ci fa dimenticare gli appuntamenti importanti..

Vi è mai capitato di essere così pieni di lavoro, imbrigliati nel traffico e travolti dagli impegni quotidiani che vi dimenticate di fare delle cose o di un appuntamento importante?

Queste dimenticanze improvvise e inaspettate possono preoccuparci e pensare a chissà che problema (magari un invecchiamento cerebrale precoce). In realtà, spesso condizioni di stress continuo possono produrre nel nostro cervello un vero e proprio “cortocircuito” che può provocare anche problemi di memoria e inficiare le nostre capacità di apprendimento o di attenzione. Quindi condizioni di stress intensivo come ore passate nel traffico e nel caldo, oppure un trasloco, o un lavoro incessante, possono farci dimenticare un appuntamento importante o una incombenza necessaria da svolgere.

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Alcune ricerche negli Stati Uniti (Università della California) hanno evidenziato che anche lo “stress lampo” (quello legato ad episodi stressanti acuti, ma temporanei) può danneggiare la trasmissione delle informazioni nelle aree cerebrali deputate alle funzioni di ricordo e apprendimento. Quindi avviene più o meno la stessa cosa che accade per uno stress prolungato.

Il cervello, sovraccaricato, è come se si “spegnesse” per l’attivazione delle corticotropine, molecole selettive in grado di rilasciare ormoni (cortisolo) capaci di influire sul processo di archiviazione e conservazione dei dati in memoria.

Insomma, l’ansia e lo stress, sono fenomeni costanti nella nostra vita, possono anche in forma acuta e temporanea generare fenomeni, come quelli legati alle dimenticanze e alle “assenze temporanee” che possono farci preoccupare.

Lo stress e l’ansia non si possono eliminare, bisogna solamente saperli gestire, ad esempio, evitando eccessi e sovraccarichi inutili quando è possibile e gestendo al meglio i propri limiti e le proprie forze.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Frat(tempo) e Hic et Nunc.

Photo by Karolina Grabowska on Pexels.com

Ieri, Alessia mi ha “nominata” nel suo blog. Prima di procedere con la questione, se non conoscete Alessia e il suo blog, vi invito a seguirla subito; il blog è uno spazio interessantissimo, rilassante e soprattutto Alessia è una persona molto intelligente e accorta, una grande padrona di casa!

Il post in cui si chiede la mia opinione, è questo qui : si tratta di una riflessione aperta su un dei concetti maggiormente confusi, quello del “qui ed ora”.

Insieme al mio collega abbiamo deciso di offrire due punti di vista – specialistici- sulla questione, in modo da portare alla lettura punti di vista differenti ma omogenei.

Grazie per la Lettura.

Del, sul e intorno al tempo ho scritto davvero tante volte; ho affrontato la questione dal punto di vista musicale – essendo io musicista- dal punto di vista psicologico e dal punto di vista concettuale/riflessivo.

Il tempo è ovunque: lega, blocca, lascia fluire, etichetta, racchiude, rinchiude.. Cambia pur restando uguale a se stesso (le stagioni cambiano di anno in anno ma tornano, recando lo stesso nome ma presentandosi come più o meno piovose, secche, afose, fredde)…

Nel frat(tempo) fra il tempo, pertanto.. qualcosa si (o ci) modifica.

Qui ed ora.

Hic et nunc è la locuzione latina che indica l’idea di “vivere il presente senza rimanere imprigionato tra passato e futuro”, analogamente a quanto Orazio indicava.

La questione gira – a ben vedere- intorno a quel tra .. piccola preposizione intermedia che congiunge due tempi che resterebbero separati se non ci fosse tra di loro, il tempo presente a fungere da ponte di collegamento.

Questo ponte di collegamento è ciò che spesso viene confuso e fuso in un “vivi liberamente dimenticandoti del resto”; capiamo bene che scindere l’esistenza in blocchi separati è qualcosa di non perfettamente applicabile all’essere umano che per sua natura vive sotto le leggi del Kronos ; un Kronos che per essere manipolato e reso meno inquietane ha bisogno di essere nomenclato “domani farò.. oggi dirò.. due anni fa è successo che..”

E allora cos’è questo “qui ed ora?”

L’ambito di esplicazione diviene qui quello prettamente psicologico.

Nella consulenza psicologica, il paziente espone il suo problema nell’hic et nunc contestualizzando e portando il suo problema, al momento attuale; da questo momento in poi, in accordo con lo psicologo verrà deciso un tempo (ad esempio 10 sedute) entro cui può essere analizzato il problema (motivazioni intrinseche o estrinseche della richiesta, storia del paziente, obiettivo). Dopo questo tempo – le 10 sedute- se le domande poste in origine, non hanno trovato ancora risposta, si può procedere ad esempio con un percorso più approfondito (psicoterapia).

Ora la questione diviene un po’ più sottile.

E’ davvero possibile focalizzarci solo sul presente dimenticando il passato e non pensando troppo al futuro?

Nel setting, nel momento in cui la dualità paziente/psicologo si trova in essere, ovvero a vivere nel suo momento presente dato dalla creazione della relazione terapeutica, avviene un qualcosa..

La relazione terapeutica è quella specifica data da quel dato momento che per forza di cose è unico, inimitabile e irripetibile; non ci saranno altre relazioni terapeutiche analoghe e molto probabilmente le stesse persone – in un momento diverso- darebbero vita a un altro tipo di momento presente.

Il qui ed ora diviene pertanto quel momento da cogliere, quel carpe diem dato da quella specifica situazione (nel caso poi della seduta, in quel momento presente potrò, guidata dallo psicologo o dal terapeuta, analizzare e riportare nel presente quello che è accaduto nel passato e immaginare e pensare a cosa sarà del futuro).

Cosa significa quanto detto fino ad ora?

E’ possibile oppure no, Dottoressa, vivere solo nel e del tempo presente?

Illudendosi è possibile.

Nessuno è – purtroppo o per fortuna- un cavallo libero che corre a briglie sciolte (una metafora tra l’altro cara a Freud, circa il rapporto ES/IO), poichè quanto di presente c’è adesso è per forza di cose il derivato di ciò che è stato e sarà l’impalcatura di ciò che sarà.

Possiamo – tuttavia- imparare a godere del momento presente cercando di non imprigionarlo troppo con il ricordo del passato e la paura del futuro.

La pandemia ci ha regalato giornate intere bloccate nel momento presente.. il passato – libero- è stato lontano e denso di malinconia; il futuro impensabile.. e in effetti il boom dei disagi psicologici mostra come sia impossibile scindere i tempi della nostra esistenza.

Abbiamo innanzi psicopatologie – per così dire- legate all’essere intrappolati nel tempo passato; psicopatologie legate all’impossibilità di godere del tempo presente e psicopatologie legate al terrore del tempo futuro…

Proviamo ad integrare i tempi della nostra esistenza e a riportare – nel tempo presente- le molteplici sfaccettature del nostro Kronos personale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Cos’è il Burnout ?

Bruciarsi e consumarsi a causa dell’iperlavoro? Purtroppo è una realtà comune e spesso invalidante per chi vive questa condizione. Vi ripropongo stamattina un post sul burnout.. buona lettura!

ilpensierononlineare

In questi mesi a causa dell’emergenza sanitaria, abbiamo purtroppo visto spesso immagini e interviste di operatori sanitari oberati di lavoro e sempre più stanchi. Costretti ad affrontare tutti i giorni turni massacranti, in una condizione di continua attivazione, costretti a scelte difficili e con la persistente paura di essere contagiati e poter contagiare.

Lavorare con questo continuo carico di stress può portare a quella condizione di logorio psicofisico chiamata sindrome di burnout (crollo, esaurimento, surriscaldamento).

Il burnout è una condizione per cui l’eccessivo stress legato al lavoro porta a una situazione psicologica, emotiva e fisica in cui ci si sente come “bruciati”, “fusi”. Una delle sensazioni è quella di sentirsi a pezzi, “sbriciolati” a livello psicofisico, per cui non si riesce più ad andare avanti sia per la stanchezza sia ed ancor più per la confusione mentale che ne deriva. Le persone che arrivano a questo livello di stress, si…

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On the Floor..

Immagine Personale.

E questa canzone?

Sa di besos, sal picante, horchata de chufa e stelle…

Tante ma tante… shhh…

estrellas

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Tolleranza

“Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra.”

MARGHERITA HACK
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Tutto ciò che è discriminazione, intolleranza, razzismo, xenofobia, sopraffazione, supremazia è solo violenza insensata e gratuita.

“I can’t breathe..!!”

L’umanità deve imparare l’umanità.

Nero su Bianco – 99 Posse – Brano pubblicato il 25 maggio 2021, ad un anno di distanza dalla morte di George Floyd.

dott. Gennaro Rinaldi

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Imparare a ricominciare..

“A volte la cosa più difficile non è dimenticare, ma imparare a ricominciare da capo”. 

Nicole Sobon
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Una volta un paziente mi disse che non sarebbe riuscito a dimenticare quella relazione, che la fine di quella storia l’avrebbe segnato a vita, che difficilmente si sarebbe ripreso dopo tutto quel tempo insieme a quella persona.

Era svuotato, deluso, disperato, arrabbiato e non riusciva a reagire.

Ripartire, ricominciare, rinnovarsi, ricostruirsi, queste sono le parole chiave. Ricominciare da capo è una bella sfida, difficile e faticosa e bisogna lasciare andare qualcosa. Ma se impariamo a ripartire si apriranno tante possibilità fino al momento prima sconosciute.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi