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Una domenica al mare.

In macchina accendo la radio e il pezzo va..

Gli occhi si chiudono e mentre dondolo comincio a cantare.

Con quella linea melodica che raggruppa i miei pori facendoli sollevare fino a diventare scoglio su cui adagiare i pensieri…

Sarà che con certe lingue che sanno di vento e mar d’Africa io, mi sento a casa…

Sarà che più scendo giù – nel mondo- e più mi sento cullata…

Ma le radici non sono in alto, vicino alla testa, ma giù ben piantate nella terra (e un po’… anche nell’acqua).

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Superare le proprie paure

“Una delle più grandi scoperte che un uomo può fare, una delle sue più grandi sorprese, è scoprire che può fare ciò che aveva paura di non poter fare”

Henry Ford
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dott. Gennaro Rinaldi

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PsicoPillole di Lessico: Querulomania.

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La querulomania indica un atteggiamento lamentoso protratto che nasce dalla persuasione reale o immaginaria di aver subito un torto.

Può degenerare in delirio, innescando nel soggetto delle condotte che si esprimono ad esempio facendo continue domande di risarcimento, citazioni giudiziarie e simili.

Si tratta di continue rivendicazioni che il soggetto compie.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La Comunicazione

La comunicazione si può definire come uno scambio di informazioni e significati tra due o più individui, che hanno intenzionalità reciproca nel condividere e costruire un’informazione attraverso dei sistemi simbolici convenzionali di riferimento.

La comunicazione, quindi, nasce dall’interazione e produce significati; è un’attività sociale che caratterizza ogni essere umano e contribuisce a formare e consolidare il nostro senso di identità.

Un primo approccio “matematico” alla comunicazione, quello di Shannon e Weaver (rappresentato nella figura sotto), intendeva la comunicazione come un processo lineare, in cui non è tanto rilevante il contenuto del messaggio, che passa decisamente in secondo piano.

Nello schema di Shannon e Weaver è possibile osservare che un segnale (messaggio) passa dal mittente, attraverso un trasmettitore, al destinatario, attraverso un recettore, lungo un canale fisico (supporto materiale). Il messaggio, in sostanza, deve essere codificato da chi lo emette e decodificato da chi lo riceve.

Modello Comunicazione di Shannon – Weaver – (fonte google)

Il contesto, in cui avviene la comunicazione, in questo modello, gioca un ruolo poco importante. Sono previsti, però, dei “rumori” (fattori di disturbo) lungo il canale, che possono disturbare la trasmissione corretta del messaggio.

Inoltre, bisogna che ci sia un feedback (segnale di ritorno) per segnalare che il messaggio è arrivato a destinazione.

Il difetto di questo modello è che riduce di tanto la complessità della comunicazione umana. Si danno per scontato quelli che sono i processi di interpretazione, l’ambiente, la cultura, il contesto comunicativo e gli eventuali problemi psicologici, di chi comunica.

Non molto tempo dopo, l’approccio relazionale di Paul Watzlawick (1971) descriverà la comunicazione come un processo di interazione tra due o più persone. La vera svolta però sarà il primo assioma della sua “pragmatica della comunicazione“.

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Egli ritiene infatti che non si può non comunicare; in una interazione è impossibile non comunicare nulla. Quindi per comunicare non c’è bisogno dell’intenzione. L’interazione è un sistema aperto che consente la possibilità di perturbazioni della comunicazione.

La comunicazione si basa secondo Watzlawick, su cinque assiomi che descrivono proprietà semplici della comunicazione; tali proprietà hanno fondamentali implicazioni
interpersonali.

  • Non si può non comunicare.
  • Ogni comunicazione ha due livelli: uno di contenuto e uno di relazione, quest’ultimo ha valore metacomunicativo, perché classifica e contestualizza il primo.
  • La natura della relazione dipende dalle punteggiature delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.
  • Gli esseri umani comunicano sia in modalità numerica (digitale) sia in modo analogico (verbale e non-verbale).
  • Gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari.

Per approfondire, ecco due articoli sul primo e secondo assioma della comunicazione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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“Dottoressa che sintomi ha la felicità?”

“Dottoressa ma che sintomi ha la felicità?”

Chiese…

Forse è asintomatica – risposi- perché non va cercata ma va vissuta…

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Sono brutto: pillole di psicologia.

“E che devo scrivere qua… Dottoressa… tanto… Sono Brutto!!!”

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Con il termine Dismorfoestesia (detta anche dismorfia) si indica la sensazione di essere particolarmente brutti, impresentabili, deformi o ripugnanti. La persona si percepisce (e vede) come particolarmente grassa e/o brutta.

Tale condizione può presentarsi sia in forma monosintomatica (come durante l’adolescenza) quando la trasformazione puberale può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con più o meno angoscia (soprattutto quando la pubertà stessa con tutti i cambiamenti che comporta, è rifiutata dalla famiglia stessa della persona), o in un quadro di nevrosi ossessiva o schizofrenia (in tal caso il rifiuto del proprio aspetto può assumere caratteri fobici che disturbano l’espressione della personalità).

In questo caso di parla di dismorfofobia che (rispetto alla dismorfoestesia adolescenziale che ha tratti più transitori), ha tratti più irriducibili.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Capirsi.

“Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”
Luigi Pirandello.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Aggressività e apprendimento sociale

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

ilpensierononlineare

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

Albert Bandura nella sua teoria dell’apprendimento sociale sostiene che i bambini possono apprendere l’aggressività sperimentandone le gratificazioni ma anche osservandola negli altri. Bandura sostiene infatti, che come per gli altri tipi di comportamento sociale, anche l’aggressività si può acquisire osservando il comportamento degli altri e le sue conseguenze. (nella teoria dell’apprendimento sociale Bandura sostiene che gli esseri umani apprendono il comportamento sociale per osservazione e imitazione e mediante un sistema di ricompense e punizioni).

L’esperimento di Bandura: la bambola Bobo

La scena sostanzialmente è questa: viene portato un bambino in età prescolare in una stanza. La stanza ha diversi elementi di svago. Il bambino comincia ad interessarsi ad un’attività artistica. Nella stessa stanza, ma da un’altra parte, ci sono delle costruzioni, un pupazzo di gomma gonfiabile e una mazza e c’è anche un adulto. L’adulto in questione gioca contemporaneamente al bambino…

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Gioco simbolico.

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Durante il secondo anno di vita, i bambini cominciano a pensare a situazioni possibili o ipotetiche e non più solo a cose presenti.

Questa nuova abilità – che apre la strada all’immaginazione nelle sue diverse forme – si manifesta inizialmente come “gioco di finzione”. E’ grazie all’opera di Piaget (nata dall’osservazione dei suoi tre figli) che conosciamo, nello specifico, tale abilità.

Secondo Piaget, possiamo affermare che il gioco di finzione segna l’emergere della rappresentazione simbolica, la capacità di usare qualcosa (il significante) per rappresentare qualcos’altro (il significato).

Alan Leslie pur concordando con Piaget, sostiene che vi sia una piccola differenza rispetto a quanto affermato dallo studioso svizzero. Se Piaget sostiene che il gioco simbolico, in quanto assimilazione pura è fondamentalmente un’attività individuale (e implica la creazione di simboli soggettivi), Leslie sostiene che nel momento in cui cominciano a far finta giocando da soli, i bambini riconoscono anche la finzione negli altri.

Il gioco è presente sin dalle fasi più precoci dello sviluppo e diventa via via più complesso e sofisticato: le forme rudimentali di gioco con l’oggetto (come la sua semplice manipolazione), si evolvono in gioco funzionale nel quale il bambino cerca di conformare l’azione all’oggetto; successivamente le azioni di gioco vengono separate dall’oggetto in sé e il bambino sarà in grado di fingere che un oggetto sia qualcosa di completamente diverso o di evocare un oggetto “finto”, dal nulla.

Leslie ha identificato tre aspetti chiave del gioco simbolico.

Il primo aspetto consiste nella fungibilità di un oggetto per un altro; il secondo consiste nel creare un oggetto immaginario; il terzo aspetto è costituito dall’attribuzione all’oggetto di proprietà simulate.

Anche un singolo episodio di gioco può contenere tutte le strutture prototipiche ravvisate dall’autore: sostituzione, creazione di un oggetto e attribuzione di proprietà.

E’ uno, in particolare, l’aspetto fondamentale del gioco simbolico: la creazione e attribuzione di stati mentali a oggetti inanimati.

Wolf e colleghi hanno documentato, con uno studio longitudinale, questo sviluppo. Intorno ai 18 mesi di età i bambini cominciano a trattare le bambole come rappresentazioni di esseri umani (ma le bambole non vengono dotate di sentimenti autonomi o facoltà di azione; vengono infatti nutrite, lavate e messe a letto). Tra i due anni e i due anni e mezzo, i bambini attribuiscono alle bambole alcune abilità comportamentali ed esperienziali (le bambole parlano) successivamente attribuiscono loro desideri, sensazioni ed emozioni. A partire dai tre anni e mezzo (quattro anni), i bambini iniziano a dotare le bambole di processi di pensiero più espliciti e intenzioni complesse.

Dal momento che il gioco simbolico costituisce la prima manifestazione della capacità metarappresentazionale che consente al bambino di comprendere e attribuire stati mentali a se stesso o agli altri, lo sviluppo dell’abilità simbolica di “far finta” è considerato la principale pietra miliare nello sviluppo della teoria della mente.

Giocare è sempre una cosa seria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Meglio l’Altro.

“E’ più facile amare gli altri che se stessi. Degli altri si conosce il meglio”.

Gesualdo Bufalino.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Uccidiamo l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore.

Nell’ambito della filosofia morale “il problema del carrello“, di Edmonds, è ormai un classicone a cui tutti gli studenti, sono stati sottoposti!

Nella sua prima e basilare formulazione, il problema è stato posto dalla filosofa inglese Philippa Foot; la filosofa elaborò la prima formulazione del problema in occasione della proposta di conferimento di una laurea honoris causa da parte dell’Università di Oxford al presidente Harry S. Truman nel 1956, per conferire la quale era necessaria l’approvazione degli accademici di Oxford. La Anscombe dichiarò pubblicamente che avrebbe votato contro, perché Truman, autorizzando l’uso della bomba atomica contro il Giappone, aveva sì, fatto cessare la guerra ma a prezzo della vita di centinaia di migliaia di innocenti.

Secondo la Anscombe questo era infatti pur sempre un omicidio, pertanto il Presidente era un assassino.  La Foot sostenne la collega in questa circostanza.

Truman aveva infatti evidenziato (indirettamente) un importante punto: era infatti il presidente consapevole del fatto che, lanciando la bomba, avrebbe ucciso degli innocenti (intenzione) o aveva soltanto previsto (senza intenzione) che alcuni innocenti sarebbero morti?

A questo punto possiamo affrontare il problema del carrello, detto anche del Ramo Deviato.

Abbiamo innanzi una scena: stiamo osservando un carrello ferroviario che sta viaggiando senza controllo su un binario sul quale cinque persone sono legate; ne deriva che queste persone saranno sicuramente uccise. Ci rendiamo conto, tuttavia, che azionando una leva, possiamo deviare il carrello su un altro binario su cui però è legata un’altra persona (una sola).

Fonte Immagine Google.

Cosa facciamo?

Edmonds ci informa che la maggioranza delle persone cui è stato posto questo interrogativo, in tutto il mondo, a prescindere dalla cultura di provenienza e dalla condizione personale, ha risposto istintivamente che avrebbe deviato il carrello (ugualmente accadde nella mia aula universitaria).

In seguito un’altra filosofa, Judith Jarvin Thomson, ha proposto di immaginare una situazione leggermente diversa: siamo su un ponte e il binario con il carrello impazzito è sotto di noi. Come in precedenza ci sono 5 persone legate ma accanto a noi c’è un uomo molto grasso che se spinto giù, fermerà sicuramente il carrello. Come nel primo esempio anche qui, morirà un solo uomo per salvarne 5.

Fonte Immagine Google.

Che facciamo? Buttiamo giù l’uomo grasso oppure no?

A differenza del primo caso, ora la maggioranza degli interrogati (riferisce Edmonds), dice di no. Perché? (Qui devo dire che nella mia aula – al tempo- molti decisero di sacrificare l’uomo grasso -per chi scrive, no- e la mia interpretazione, in merito, fece ridere tutti soprattutto il Professore -fino alle lacrime- il quale tuttavia disse che la mia interpretazione era molto centrata e innovativa).

Dal punto di vista di una razionalità utilitaristica non cambia niente nelle due situazioni: il male minore è che uno muoia per salvare gli altri. Eppure se istintivamente in questo caso la maggioranza dice che non spingerebbe l’uomo giù dal ponte, nonostante sembri sempre vantaggioso rispetto al numero delle vittime, deve esserci qualche differenza. 

C’è pertanto qualcosa che fa sembrare immorale l’azione di buttare giù un solo uomo?

In un terzo esempio, è stata introdotta un’altra piccola variante: non si deve spingere l’uomo, ma si può azionare una leva che apre una botola in cui l’uomo cade e i cinque si salvano. Tuttavia anche in questo caso, la risposta non cambia e le persone continuano a sostenere di non voler spingere l’uomo giù ritenendo più accettabile toccare una leva.

Come per qualsiasi altro tipo di dilemma etico o dilemma morale, è sempre interessante non tanto la risposta data, quanto il tipo di ragionamento sotteso (un po’ la questione del non mi interessa che tu mi dica sì o no, ma come arrivi al sì o no..).

La filosofia morale è un ambito interessantissimo proprio perché consente (per chi ne ha piacere e passione) di porre attenzione al come piuttosto che al cosa (e credetemi.. abbiamo riso come dei matti, durante il corso, perché ascoltare i nostri ragionamenti nei caldissimi pomeriggi primaverili era qualcosa di entusiasmante e altamente formativo).

Per i più curiosi.. (perché lo so che, giustamente, lo siete)..

Gettare giù una persona, toccandola (e non come nel caso della leva in cui tocchi solo un oggetto stando lontano dalla vittima), è considerato dalle persone, omicidio. Molti infatti considerano toccare e gettare giù una persona, una responsabilità troppo alta da prendere; appare inoltre come un atto di volontà di uccidere qualcuno. Nel 2001 un filosofo di Harvard Joshua Greene, ha constatato (tramite scansione cerebrale), che nelle due situazioni si attivano aree cerebrali distinte, e ha chiamato le due situazioni “decisione morale impersonale e decisione morale personale”.

Ma questa.. sarà altra storia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La Sindrome di Capgras

In questa sindrome una persona è convinta che un impostore abbia preso il posto di qualcuno a lui familiare. La Sindrome di Capgras fu descritta per la prima volta nel 1923 da uno psichiatra francese, Joseph Capgras che la definì comeillusion des sosies” (l’illusione dei sosia ), anche se non è propriamente un illusione, perchè la percezione sensoriale dei pazienti affetti è intatta.

Enoch e Trethowan la definiscono come una sindrome “rara e colorita nella quale il soggetto ritiene che una persona solitamente a lui familiare, sia stata rimpiazzata da una copia esatta.”

Questo “errore” di identificazione risulta essere di natura delirante e in genere coinvolge una persona con la quale il soggetto ha forti legami emotivi e nei confronti della quale diventano molto riconoscibili elementi di ambivalenza, al momento dell’esordio dei primi sintomi.

La cosa interessante è che questa sindrome sia stata riconosciuta ed è presente in tutte le culture. ciò che cambia è il contenuto caratterizzante il delirio.

“..un paziente era convinto che sua madre fosse stata rimpiazzata da una copia proveniente da un mondo parallelo e ciò spiegava gli orribili accadimenti delle ultime settimane.”

Introduzione alla Psicopatologia Descrittiva – Andrew Sims

La maggior parte dei pazienti che soffrono di questa sindrome presentano sintomi legati alla schizofrenia e non presentano allucinazioni, ma denotano invece che, il falso riconoscimento per quella determinata persona, sia legato ad un cambiamento dei sentimenti del paziente per la “vittima” dei suoi deliri. La relazione affettiva nei confronti della “vittima” di natura ambivalente era presente già prima dello sviluppo della Sindrome di Capgras.

“Una paziente chiede del proprio marito: ” Chi è quel signore che ogni sera conduce i miei familiari a farmi visita? è un impostore: sta a casa ad aprire tutte le lettere di mio marito. In ogni modo, almeno paga i conti di casa… In effetti, è vero che assomiglia a mio marito assai da vicino, non fosse che è un po’ più grasso di lui…”

Andrew Sims

Quindi non vi è una falsa percezione, ma una percezione delirante, tant’è che la paziente ammette che la replica assomiglia esattamente all’originale.

Questa sindrome in genere può essere diagnosticata nei pazienti schizofrenici, nei pazienti con disturbi dell’umore, nei pazienti con diagnosi di demenza o con danni cerebrali. Inoltre è stato riscontrato una maggiore prevalenza del disturbo nelle donne che negli uomini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Psicologia in pillole: Doll Therapy.

Nel lavoro con le demenze, un filone piuttosto recente vede l’uso delle bambole; si tratta della doll therapy o terapia della bambola.

Durante le sessioni di terapia, vengono utilizzate delle vere e proprie bambole giocattolo che vanno consegnate alla persona affetta da demenza, con lo scopo di andare a stimolare tutta una serie di funzioni.

La teoria di riferimento della doll therapy è la teoria dell’attaccamento questo perché l’attaccamento si realizzerebbe in situazioni caratterizzate da forte stress, non familiari e con elevato senso di insicurezza: tutti elementi presenti nei pazienti con demenza. 

La bambola potrebbe fungere da “oggetto transizionale”, quell’oggetto che rassicura e aiuta nel passaggio tra il me e non me portando sicurezza e tenendo contenute le angosce e le paure che possono presentarsi all’improvviso.

Le bambole da doll therapy possono, inoltre, riportare alla memoria emozioni e vissuti riguardo l’esperienza della genitorialità andando pertanto sia a riattivare sensazioni che ricordi legati alla dimensione della cura e del proprio vissuto (come genitore o nonno).

La doll therapy migliora la stimolazione sensoriale attraverso l’utilizzo del tatto e le capacità comunicative di chi la utilizza. Alcuni ricercatori hanno evidenziato anche un aumento dell’autostima degli utenti, sviluppatosi attraverso attività di cura nei confronti della bambola (come cantare delle ninne nanne) e un maggiore senso di sicurezza.

Il fatto inoltre che le persone si prendano cura della bambola vestendola, nutrendola e cullandola sembra riattivare anche la dimensione della cura personale promuovendo una maggiore autonomia e un aumento dell’autostima.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Suono come: Violoncello.

La musica risolve sempre tutto.

ilpensierononlineare

Di quelle forme sinuose ricordava i contorni morbidi e geometrici a forma di “otto”; violoncello su cui muovere e strusciare sapientemente le mani, in attesa di trovare l’accordo perfetto.

Le dissonanze erano ormai svanite e il desiderio scorreva libero come l’archetto che conosceva e usava a memoria; anche il suo corpo era ormai memoria, corde.. percorso conosciuto su cui aprire e giocare con la fantasia.

Del legno aveva il colore brillante della pelle: viva e lucida trasparenza su cui fantasticare.

Si vedeva attraverso di lei.. attraverso tutte le combinazioni che sapeva assumere; il suo umore sapeva mutare. Suono prodotto da un corpo vibrante , mai puro, ma costituito da più suoni differenziati tra loro per intensità e frequenza.

Era come un suono fondamentale.

Fondamentale per lui.

Essenza da abbracciare e tenere stretta tra le gambe.

Corpo a corpo.

Pelle a pelle.

Battito a battito.

“Finisce bene quel che comincia male”.

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Le radici..

“Non si può odiare le radici di un albero e non odiare l’albero. Non si può odiare l’Africa e non odiare se stessi.”

Malcolm X
immagine personale

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Delicato (come qualcuno innamorato).

17 persone a pranzo più un bambino di 16 mesi.

Dallo scoppio della pandemia i legami (emotivi, sociali o entrambi) sono stati messi a dura prova, ma i legami si sa sono (etimologia alla mano) come l’intreccio di una treccia (di capelli, di stoffa…); intreccio che ha bisogno di sentirsi stretto in sé altrimenti si rischia di allentare un qualche capo con l’inevitabile scioglimento del legame stesso.

I legami chiamano e le persone rispondono.

Il pranzo va liscio (come il vino che si sta bevendo) un vino rosso e corposo da trattoria; vino di quelli che tinge e fa macchia richiamando in tal modo al colore del sangue, sangue che arriva tutto in volto – d’un sorso- che diventa bollente presenza anch’esso al tavolo dei bevitori.

Si mangia, si beve, si ricorda ed eccola lì la solita domanda “ma tu, un figlio quando lo fai? e quando ti sposi? diventi vecchia… che lo sai che metti che fai un figlio a tot anni… quando lui… tu ne avrai… poi il compagno?..”.

Vero è che la frase appena citata era detta in maniera simpatica, ma la simpatia non è sempre portatrice di delicatezza.

E la delicatezza è attitudine d’animo.

C’è un luogo comune che urla come un silenzio che è il risultato di una complicità culturale che vuole la donna (specie di una certa età) sposata e soprattutto con figli.

Nel mio rispondere “la smettete di fare i conti con il mio utero e i miei genitali?” c’era però un messaggio molto chiaro e deciso: il mio involucro psichico è mio.

Molte donne (vale anche per gli uomini, ma qui si parla ovviamente al femminile), hanno un uomo ma non hanno un amore; molte donne hanno un amore ma non hanno una passione; molte donne hanno un uomo ma non hanno né un amore né una passione: molte di queste donne hanno bambini e molti di questi bambini sono quelli che quotidianamente vediamo nella stanza dello psy.

La delicatezza è attitudine, dicevo. Nasci delicato e accorto.

Corpo e psichismo si installano l’uno rispetto all’altro in un rapporto di reciprocità. Il corpo sente, lo psichismo crea immagini che diventano rappresentazioni che gli consentiranno successivamente di trovare un senso a quel vissuto.

E il corpo non dimentica niente: immagazzina, conserva e ricorda.

Ricordati di essere delicato ogniqualvolta ti approcci all’altro.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Giornata Mondiale della Salute Mentale

“Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita. “

Franco Basaglia (da Conferenze brasiliane, 1979)
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Follia è una dimensione della mente e del corpo in cui si rompe l’equilibrio interno alla persona per il prodursi di un comportamento bizzarro ed invasivo svincolato dalla ragione e dalla realtà.

La follia non è una malattia ma una possibile evoluzione della normalità: un uscire fuori con il possibile successivo rientro arricchito e cambiato in un nuovo equilibrio di normalità, in una nuova dimensione, con un arricchimento del Sé e posizione esistenziale nel progetto di vita.

La follia è una dimensione possibile, estrema dell’ampia fascia della normalità.

“Visto da vicino nessuno è normale”

Franco Basaglia

#WorldMentalHealthDay

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Freud e il sogno: i sogni infantili.

Secondo Freud non solo il sogno, appare come la migliore preparazione per lo studio delle nevrosi, esso è anche un sintomo che ha il vantaggio di essere presente in tutte le persone sane. Esso diventa in tal senso oggetto di indagine psicoanalitica, interpretarlo significa trovare un senso nascosto.

L’unico prezioso contributo della scienza esatta, alla conoscenza del sogno, si riferisce all’influenza che sul contenuto del sogno hanno gli stimoli somatici attivi durante il sogno.

Il sogno costituisce la vita della psiche durante il sonno, ha alcune somiglianze con la veglia, ma se ne discosta per grandi differenze. È uno stato nel quale si ritira l’intero interesse dal mondo esterno, evitando i suoi stimoli. A livello biologico il sonno funge da ristoro. È come il ritirarsi ogni notte in uno stato prenatale, simile alla vita intrauterina.

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Freud da anche una indicazione sull’attività onirica dei bambini piccoli, che a suo parere non è ancora condizionata da quell’attività psichica complessa presente negli adulti.

Secondo Freud, i sogni infantili, sono infatti sogni senza deformazioni, coerenti, chiari, brevi e facili da comprendere. Ovviamente si fa riferimento ai bambini compresi tra l’inizio dell’attività psichica osservabile fino ai quattro cinque anni, dopo quest’età i sogni hanno già tutti i caratteri dei sogni degli adulti.

C’è comunque una influenza della vita psichica diurna sul sogno dell’infante, è bene quindi conoscere informazioni sulla vita del bambino. Il sogno del bambino piccolo risulta essere una conseguenza di una esperienza diurna che ha lasciato dietro di se un rammarico, un desiderio irrisolto; il sogno, in tal caso reca l’appagamento diretto, scoperto di questo desiderio.

Il desiderio irrisolto funge da perturbatore del sonno il quale reagisce con il sogno (lo si considera come custode del sonno). Suscitatore del sogno è il desiderio, contenuto del sogno è l’appagamento del desiderio. Il sogno rappresenta questo desiderio appagato in forma di esperienza allucinatoria. Ogni volta che un sogno ci appare pienamente comprensibile, esso si rivela essere un appagamento di un desiderio.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Relazioni che ammalano, relazioni che guariscono..

” Di relazioni ci si ammala, di relazioni si guarisce.”

Patrizia Adami Rock
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Noi nasciamo in un sistema di relazioni (la famiglia) e viviamo la nostra vita circondati da relazioni. Queste possono farci ammalare, oppure possono farci star bene.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Paura e panico.

Chi non ha paura?
Vi ripropongo un articolo che tratta di una condizione molto comune a tantissime persone.
Paura e panico possono influenzare negativamente la nostra vita e hanno un grosso impatto negativo anche sulle relazioni. Insomma, con la paura non si scherza..
Fortunatamente il supporto psicologico e la psicoterapia, in questi casi il più delle volte, sono molto efficaci.
Buona lettura!

ilpensierononlineare

Oggi voglio parlarvi della paura e del suo esito più estremo il panico (approfondirò poi in un prossimo articolo il disturbo da attacchi di panico). Potremmo considerare il panico come quella sensazione di paura incontrollabile che può prenderci alla sprovvista e che ci rende impotenti. Spesso questa sensazione può avere delle connessioni con fattori oggettivi esterni, ma tante volte può alimentarsi con fattori interni all’individuo. La paura può infatti essere condizionata anche dall’interpretazione falsata di segnali esterni. La persona che la prova, per esempio, percepisce come pericolosi segnali che per altre persone risultano innocui e decisamente affrontabili.

Una crisi di panico può verificarsi sia in situazioni oggettivamente critiche e pericolose (incidenti, disastri, incendi…) sia in situazioni legate a luoghi della quotidianità (in supermercato, in ascensore, al cinema, in auto, per strada..), “l’elemento comune è che la persona perde il dominio di sé, dei propri atti e pensieri e…

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Basta na jurnata ‘e sole.

… e ‘o mare che tiene quando niente contiene e contiene quando niente tiene…

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La bambina (im)perfetta.

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“Nel mondo, tuttavia, avvengono in ogni momento assassini non detti di piccole anime, non nei locali sadomaso o nei manicomi, nei campi di concentramento, nelle prigioni (…) bensì nella classica stanza dei bambini dove regna un’apparenza di normalità e dove l’obiettivo cosciente dei genitori sembra essere quello di educare nel modo più adeguato le bambine alla femminilità e i bambini alla maschilità”. Louise J. Kaplan

I bambini sappiamo essere, per un certo periodo della loro vita, dipendenti da chi di loro si prende cura; questo stato fa sì che i bambini si sentano al sicuro quando incontrano ” il favore”, appunto, dell’altro. Accade pertanto che nell’educazione, i bambini vengano portati all’assunzione di ruoli di genere stereotipati che (nell’ottica della società), produce bambini sani e normali.

Acquisendo la sua identità femminile, la bambina rinuncia a una parte (più o meno grande, piccola), di qualità, talenti o virtù normalmente considerati maschili (nonostante si pensi che certe attitudini siano ormai possibili anche alle donne, l’evidenza – per chi nella società non sopravvive ma ne vive calato- è altra).

Possiamo pertanto solo ipotizzare che donna, sarebbe potuta diventare quella stessa bambina, se inserita in un altro sistema sociale o in altra struttura familiare.

La questione si apre quando tutti questi che sono stati definiti dalla Kaplan (cfr., supra) assassini o crimini dell’anima, che avvengono attraverso l’assunzione degli stereotipi legati ai generi, non riescono mai fino in fondo; tutto ciò che è stato represso in qualche modo, prima o poi, (ri)torna.

La bambina quindi si presenta nel mondo come la mamma la vuole: composta, giusta, misurata ed educata, “sei la luce dei miei occhi; che brava bimba che sei; come sei dolce”.

La bambina, nello sguardo e nell’amorevole tono materno, riconosce se stessa e riceve l’immagine di se tanto che – da quel momento- è pronta a rinunciare a qualcosa di sé pur di riflettersi nell’immagine dell’altro.

L’anoressia è il risultato di uno di questi assassini dell’anima che avvengono nell’infanzia: “per non morirne, la bambina rinuncia ad aspetti del sè che sarebbe potuta diventare e diventa invece un’estensione speculare del potentissimo altro da cui dipende”. L., J., Kaplan

E’ intorno alla metà del diciannovesimo secolo che i medici cominciarono a notare un aumento di giovani donne che venivano portate in ambulatorio perché – letteralmente- morivano di fame.

Erano state bambine ideali, adolescenti perfette che una volta raggiunta la pubertà, riempivano (a differenza del proprio stomaco) i genitori di preoccupazioni circa il loro stato di salute.

Queste giovani donne erano figlie di coppie benestanti e di genitori della classe medio alta; provenivano inoltre da ambienti in cui non mancava né cibo né attenzioni.

Nonostante ciò le ragazze erano sempre sul punto di morire per denutrizione (nessun caso del genere, era presente nei figli maschi).

Il disturbo fu chiamato anoressia, mancanza di appetito da Ernest Laseque, in Francia nel 1873, mentre da Sir William Gull, inghilterra nel 1873 anoressia nervosa (mettendo in luce l’angoscia nervosa che accompagna la perdita di appetito).

Laseque pensò che si trattasse di una variante dell’isteria (anoressia isterica) ma qualche anno dopo, un altro medico francese, scartando l’origine isterica del disturbo propose la definizione di anoressia mentale.

In Germania poi il disturbo è noto come Pubertatsmagersucht: deperimento puberale compulsivo; la terminologia tedesca è molto centrata poiché il disturbo porta alla perdita dell’appetito ma di fatto il disturbo ha anche relazione con il digiuno autoimposto e compulsivo; le ragazze e le donne – infatti- non pensano che al cibo, a mangiare, e sono tendenzialmente ottime cuoche sempre pronte a provare una nuova ricetta; hanno inoltre sempre fame.

Con il procedere del ventesimo secolo i casi di anoressia nervosa sono aumentati tanto da lasciare i medici in grossa difficoltà, questo perché gli specialisti continuavano a cercare in un solo punto della sindrome anoressica: mangiare o non mangiare, concentrandosi – così- solo sulla componente orale del disturbo.

Dopo molti decenni, alcuni specialisti si sono resi conto che sotto la superficie della strategia anoressica, c’era altro: la preoccupazione del cibo si presentava come la copertura di desideri genitali inconsci.

E’ stato solo negli anni 80 che qualche medico ha cominciato a sospettare che il disturbo tipicamente femminile (da leggere ad ampio raggio, lontano dallo stereotipo di genere femminile), potesse essere una perversione.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Costruire le correnti.

L’energia delle correnti marine (immensi flussi di acqua che possiedono caratteristiche fisiche e meccaniche uniche), prende il nome di energia cinetica; tale energia è prodotta dalle masse di acqua in movimento che costituiscono le correnti marine.

Si tratta di una fonte di energia rinnovabile o alternativa…

Le correnti marine sono masse di acqua di densità diversa che non si mescolano ma scorrono l’una accanto all’altra, sopra, sotto, seguendo una direzione che è quasi costante con una caratteristica velocità.

Le correnti marine si distinguono dalle acque circostanti sia per la temperatura che per la salinità; talvolta anche per il colore e le concentrazioni di materiali sospesi.

Mi piace pensare a certi incontri come due correnti marine; tali incontri sono così peculiari da sembrare quasi energia nuova, fresca e rinnovabile.

Sono incontri che camminano in parallelo non si mescolano, con il rischio di perdersi e annegare, ma si stanno accanto – accompagnandosi- alternando la posizione: sopra, sotto…

Questi incontri non devono mescolarsi per il semplice fatto che hanno un sapore tutto loro “la salinità” e una temperatura (calda, fredda) che caratterizza il loro esserci.

Questi incontri -inoltre- hanno una concentrazione di materiali tutta loro che sembrerà incomprensibile a chi da fuori, cerca risposta o modo per veicolare in qualche modo queste correnti che insieme, possono solo generare energia.

Costruire.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Un Figlio.

Di chi è un figlio?
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Immagine Personale.

“Ho sempre immaginato la mia famiglia come numerosa; tanti bambini che mi giravano intorno mentre io ero intenta a fare le faccende domestiche. Non ho problemi a dire che – nonostante mamma e papà mi hanno sempre permesso di studiare, e nonostante le capacità per poter andare all’università- per me, fare una famiglia era più importante.

L’idea di essere una super mamma divisa tra i bambini.. pannolini, pappe.. incontri a scuola, Dottorè a me piace.. quello che non sapevo è che l’idea non corrisponde a ciò che mio marito aveva in mente.

Da ragazzi.. durante il lungo fidanzamento lui evitava sempre l’argomento figli.. “eh.. po’ vediamo”, diceva.. poi i giorni so diventati mesi e i mesi anni.. e io sto qua.. tutta sola in casa dalla mattina alla sera vedendo le mie sorelle mamme soddisfatte e serene, i miei genitori che mi accusano di aver buttato al vento…

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Insegnare

“È necessario che l’insegnante guidi il bambino, senza lasciargli sentire troppo la sua presenza, così che possa sempre essere pronto a fornire l’aiuto desiderato, ma senza mai essere l’ostacolo tra il bambino e la sua esperienza.“

Maria Montessori

Oggi è la Giornata Mondiale degli Insegnanti.

Educare è una grandissima responsabilità. L’insegnamento è un lavoro complesso e molto dinamico e deve essere valorizzato.

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L’insegnante deve avere passione, deve saper emozionare ed emozionarsi, deve essere sensibile, rispettoso, paziente e accogliente.

L’insegnante offre degli strumenti al bambino affinché egli cresca e lavori acquisendo una propria indipendenza. Questa è una delle più grandi sfide per l’insegnante.

“Per insegnare bisogna emozionare.“

Maria Montessori

dott. Gennaro Rinaldi

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La parola sporca: perversione #4

Qui la terza parte della trattazione.

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Sadismo sessuale.

Si è comunemente portati a pensare che gli uomini siano più sadici delle donne o che siano “per natura” portati verso certi comportamenti (che come vedremo, sono spesso culturalmente accettati).

I casi di sadismo sessuale che terminano con l’omicidio sessuale, sono statisticamente rari e quando identificati, coloro che hanno commesso il fatto, vengono trattati come criminali e sottoposti a pena detentiva.

La questione si fa complessa quando riferiamo a casi in cui il corpo della vittima non viene ritrovato oppure quando trattiamo di tutti quei casi che non vengono denunciati o (se) denunciati, vengono trattati con pochezza e superficialità.

La quotidianità è piena di casi in cui “lei se l’è cercata; sono ragazzi; l’uomo è uomo; non è una brava moglie non soddisfa il marito”.

La verità – studi alla mano- è che gli uomini non sono sadici nati ma quando le loro tendenze femminili, umilianti e paurose arrivano troppo vicino alla superficie, per non essere svelate e accettate vengono seppellite sotto atti sadici comprendenti stupro, mutilazione e così via.

“Altri dopo una giornata di lavoro o di disoccupazione frustrante e avvilente, tornano a casa semplicemente per riaffermare la loro virilità, picchiando le mogli, abusando fisicamente dei figli. Questi atti fin troppo ordinari sono, a mio parere, manifestazioni della strategia perversa e rientrano nella categoria sadismo sessuale, anche se non comportano il coito”. Louise J. Kaplan.

Tra i motivi delle perversioni, negli uomini, abbiamo la paura dei loro stessi desideri femminili oppure il terrore di dare via libera al pieno sfogo della distruttività provocata dal corpo femminile o qualsiasi corpo che rappresenti agli occhi del pervertito, la debolezza femminile.

Le perversioni sono un chiaro esempio di come le passioni erotiche cerchino di contenere gli impulsi di morte e distruttività.

Nelle 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade, abbiamo un chiaro esempio di come la distruttività sovrasti l’eccitamento. Per provocare l’eccitamento del protagonista, devono infatti aver luogo 15 operazioni, simultaneamente, su altrettante donne. Ciascuna di queste giovanissime ragazze era marchiata da un numero che designava l’ordine di ingresso nell’anfiteatro al cui interno avvenivano tutta una serie di torture.

Il sadismo di De Sade è definito “sadismo estetico” ovvero: pornografia.

Per quanto concerne la pornografia una sorta di “mito culturale” è che serva ad intensificare il desiderio erotico: “la verità è che la pornografia serve a contenere il sadismo esplicito”. Louise J. Kaplan.

E’ attualmente in voga un filone nell’ambito della cinematografia a luci rosse detto slasher o snuff (la traduzione dei termini, in italiano, è impropria essendo questo tipo di filmografia quasi inesistente – se non- inesistente. Si tratta di un iperrealismo dell’orrore e della violenza contro il corpo femminile fino a mostrarne la morte/uccisione).

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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#NoToRacism.

My skin is your skin: this is our skin.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La notte.

Il giorno ha occhi. La notte ha orecchie.”
Proverbio Persiano

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Alla ricerca della perfezione..

Lo stimolo a far sempre meglio e alla ricerca continua della perfezione è una delle chiavi del successo (in particolare nel lavoro), ma se si trasforma nella ricerca di una perfezione difficilmente raggiungibile, allora può diventare unavera e propria malattia.

Il perfezionismo è un tratto della personalità molto importante. Consente infatti di orientare il processo creativo ed il lavoro, fino ad essere determinante per la riuscita degli obiettivi prefissati. In tal senso, una buona dose di perfezionismo può aiutarci tantissimo, perché ci consente di essere efficaci e ci spinge a sfidare noi stessi e a dare il meglio di noi in ogni cosa.

Ma c’è il risvolto della medaglia. Se il perfezionismo comincia ad assumere proporzioni esagerate, diventa incontrollabile e può intrappolare in un loop ossessivo sia coloro che ne soffrono, sia coloro che ci vivono accanto.

Esistono tre tipi di perfezionismo:

  • quello orientato verso di sé, che consiste nell’esigere la perfezione da se stessi;
  • quello orientato verso gli altri, in cui siamo noi ad esigere la perfezione dagli altri che ci circondano;
  • quello socialmente prescritto, e cioè richiedere perfezione verso l’ordine sociale.
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Il perfezionismo orientato verso di sé rappresenta un fattore di vulnerabilità per una psicopatologia. Ad esempio, in situazioni di stress, chi ne è affetto rischia. Il perfezionismo sociale può generare un sentimento di impotenza simile a quello delle persone depresse. Il perfezionismo orientato verso gli altri, potrebbe avere effetti devastanti, specialmente all’interno delle relazioni dove il perfezionista esige in modo quasi tirannico che il partner sia perfetto (secondo i suoi standard) e lo critica in continuazione.

Quindi se il perfezionismo risulta essere un carattere prevalente e rilevante, può causare vari sintomi; in particolare una insoddisfazione permanente e una paralisi all’azione. In questo caso il perfezionismo diventa “tossico” e bisognerebbe intervenire per rimediare e contenerlo, perché può assumere facilmente i contorni di una psicopatologia.

Le aspettative del perfezionista tossico sono sempre troppo elevate, e si impone sempre e soltanto obiettivi irraggiungibili, non è mai soddisfatto dei risultati ottenuti. I perfezionisti tossici sono eterni insoddisfatti e invece di ammettere dell’impossibilità dei loro obiettivi, pensa di non essere abbastanza bravo per raggiungerli. Questo tipo di atteggiamento li porteranno a perdere fiducia in se stessi e quindi a imporsi degli obiettivi ancora più assurdi (ovviamente saranno destinati a fallire in continuazione). Questo perfezionismo è definito di valorizzazione: per sentirsi valido una persona deve essere perfetta.

Malgrado poi alcuni successi, il perfezionista tossico, sarà sempre e comunque insoddisfatto si se stesso. Non sa godere dei momenti di piacere e di gioia. Teme l’errore e il fallimento ed è terrorizzato dall’imperfezione. I perfezionisti sono spesso anche ossessionati dal senso dell’ordine e del dettaglio. Hanno difficoltà a prendere decisioni, rimandano spesso o fanno decidere gli altri. Inoltre non sopportano le critiche.

Ma non bisogna demonizzarlo, a esserne consapevoli. Il perfezionismo se è moderato è assolutamente benefico; infatti le aspirazioni sono elevate, ma non irrealizzabili e raggiunti gli obiettivi si è fieri di se stessi. Questo perfezionismo buono si accompagna ad un sentimento di soddisfazione personale. L’errore è visto come fattore positivo e punto di partenza: sbagliando si impara.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Il poeta e la schizofrenia: Leopoldo Maria Panero.

SchizofrenicaMente.
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Fonte Immagine Google.

Volendo compiere una sorta di viaggio circa la relazione (possibile) tra creazione artistica e schizofrenia, si potrebbero quasi rintracciare tre ramificazioni (forse periodi), che hanno portato alla comprensione che anche (se non) soprattutto, i manicomi sono stati luoghi del sentir e del vivere artistico.

I manicomi sono spesso stati in odor di arte.

Inizialmente il folle è stato considerato come lontano dalla possibilità della creazione artistica; il folle infatti non ha “qualità” umane. Successivamente si è immaginato che il folle (e la sua creazione artistica) potessero coesistere solo nella fasi inter critiche, quando – in sostanza- nella ciclicità della malattia, vi era una pausa della fase critica. Gaston Ferdière, uno psichiatra francese, che si occupò di Antonin Artaud sosteneva, ad esempio, che Artaud stesso fosse un grande artista ma solo quando la follia era controllata dalle terapie (Artraud fu trattato con 62 elettroshock).

L’ultima (per così dire)…

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Fuoco su fuoco.

“Il fuoco è un simbolo naturale di vita e passione, sebbene sia l’unico elemento nel quale nulla possa davvero vivere.”
Susanne K. Langer

Dal Greco: flègo, “brucio”, “ardo”. Campi Flegrei.
Monte Epomeo (horst vulcano tettonico).

Tu: che elemento sei?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Pillole di Psicologia: Intelligenze multiple

Secondo Howard Gardner non si può parlare di una sola intelligenza. Tra gli anni ottanta e novanta, ha infatti elaborato una teoria molto interessante, secondo la quale le intelligenze sono 8. Si parla infatti di intelligenze multiple: intelligenza linguistica, logico-matematica, musicale, spaziale, cinestesica, naturalistica, esistenziale, personale o intelligenza emotiva (ovvero la capacità di individuare gli stati d’animo e sentimenti altrui).

“L’intelligenza umana deve essere considerata una realtà poliedrica piuttosto che una funzione generale di una struttura globale.” (Psicologia – Umberto Galimberti)

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Un individuo, ovviamente, ha “accesso” a tutti i tipi di intelligenza e una intelligenza non esclude l’altra, ma si può eccellere in una, in più di una o addirittura in tutte. Quindi, ad esempio, una persona può eccellere nelle capacità logico-matematiche e in quelle spaziali e magari avere capacità meno brillanti nelle altre intelligenze.

La differenza nell’intelligenza, secondo Gardner, non è quantitativa, bensì qualitativa. L’inclinazione rispetto ad una delle 8 intelligenze è inversamente proporzionale alla flessibilità (la versatilità personale per le varie attitudini). In una persona non è quindi “utile” misurare l’intelligenza globale, ma valutare la sua “forma mentis”, ossia la sua inclinazione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Dove sei.

“Il passato non è mai dove credi di averlo lasciato”. 

Katherine Anne Porter

E insieme al passato, dove abbiamo – realmente- lasciato noi stessi?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“When September Ends…”

Casa.

Chiudi gli occhi e abbandonati alla primissima suggestione che la mente (il tuo inconscio) ti rimanda. Per fare ciò, però:

inspira – uno, due, tre- ed espira (lascia fluire l’aria fuori, libera il respiro e lascialo andare al suo naturale ritmo; non forzare in alcun modo il flusso).

Se non forzi il flusso della respirazione, anche il flusso dei pensieri (s)correrà libero.

Getto l’amo nel tuo inconscio, una suggestione: qual è il primo ricordo che emerge se pensi al mese di settembre?

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La parola sporca: perversione #3.

Qui la seconda parte della trattazione.

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Durante il ventesimo secolo, le categorie utilizzate dai sessuologi in merito alla distinzione tra comportamento sessuale “normale e patologico”, subirono uno scossone poiché considerate non più idonee a giustificare il cambiamento che il gusto sessuale della popolazione, andava esibendo.

L’incertezza diagnostica ha attraversato anche i manuali diagnostici, primo fra tutti il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali). Nel 1952 l’APA (American Psychiatric Association) pubblica la prima versione del DSM; in esso, le deviazioni sessuali erano classificate insieme ai disturbi della personalità psicopatica (in accordo con il fatto che la maggior parte delle perversioni sessuali, venivano attuate da coloro che portavano a termine un reato: criminali antisociali).

Nel 1958 il manuale fu sottoposto a revisione. Nasceva così il DSM- II al cui interno le deviazioni sessuali erano elencate secondo categorie di disturbi della personalità che suonavano meno minacciose rispetto ai criminali: isteria, narcisismo..

Nei decenni successivi (procedendo sempre di pari passo con l’evoluzione del gusto sessuale della popolazione), furono elaborati nuovi criteri relativi alla salute mentale. Nasceva nel 1980 il DSM- III e nel 1987 la sua revisione DSM- III TR. In queste edizioni più recenti, le perversioni sessuali erano indicate in una categoria a sé stante e venivano trattate- per la prima volta- in maniera meno “etichettante”: nascevano le parafilie (para- deviante e filia – attrazione).

Altra potente innovazione del manuale fu l’eliminazione dell’omosessualità e del coito orale e anale dalle perversioni.

Continua però a restare una certa diffidenza sociale, da tali pratiche.

Non si parla, inoltre, delle perversioni femminili nelle quali l’eccitamento e la performance sessuale sono di rado i fattori dominanti e in nessun caso sono elementi cruciali o decisivi.

Attualmente siamo giunti (passando le il DSM IV), al DSM V dove si parla di “disturbi parafilici:

Si parla di disturbo parafilico quando una parafilia, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare, danno a se stessi o agli altri.

In tal senso, una parafilia è una condizione necessaria ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico.

Un esempio:

Masochismo sessuale: le fantasie masochistiche che accompagnano il coito o la masturbazione sono così diffuse da poter essere considerate universali. Quasi tutte le perversioni, comportano una variazione del copione masochistico ma a differenza del travestitismo e feticismo (che sono quasi esclusivamente maschili); il masochismo sessuale può esser ritrovato in entrambi i sessi.

Vi sono donne, ad esempio, che sono costrette a recitare all’interno di scenari masochistici in cui è richiesto all’uomo di assumere il ruolo di sadico umiliatore (di solito la donna partecipa a pagamento o volontariamente , o entrambe le condizioni); in questo scenario la donna si trova sotto il controllo dello scenario inventato dal partner sessuale.

L’idea che il masochismo sessuale sia prerogativa maschile si comprende meglio quando si capisce che tale strategia perversa mira a dare sfogo ai desideri femminili dell’uomo che resta però, nella posizione di potere.

Quando Freud parla di masochismo femminile, si riferisce ai desideri femminili degli uomini (le successive divagazioni – marchiate tra l’altro da profondo pregiudizio- fatte da certi tecnici, non rendono giustizia nell’ottica di chi scrive, all’opera di Freud).

Travestitismo e masochismo sessuale sono perversioni che permettono all’uomo di identificarsi con la posizione degradante assegnata alle donne, nell’ordine sociale, senza però perdere la faccia, ovvero senza veder minacciata la propria virilità.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La fine di una relazione.

La storia comune in una relazione.
Buona lettura.

ilpensierononlineare

Immagine Personale.

Dottoressa Buongiorno. Ho incontrato questa donna: è la persona giusta nel momento sbagliato. Sono sposato da 11 anni con la fidanzata della vita; la donna che è sempre stata al mio fianco ma qualcosa non va. Non so spiegare il motivo del mio malessere, il mio sconforto, il mio dolore, i miei pensieri. Sono qui perchè ho bisogno di verbalizzare questa sofferenza che mi porto dietro. Sono legato a mia moglie, non so più se la amo sono onesto. Ho incontrato “lei” all’improvviso.. è stato impatto puro, un boom improvviso.. na botta di quelle che non scordi. Avevo dimenticato il piacere di desiderare di sapere qualcosa di qualcuno; il piacere di leggere un messaggio al mattino, l’attesa.. la speranza.. la curiosità di conoscere un mondo intero. E’ bella, bellissima.. ma non è neanche quello il discorso (che comunque io ne sia attratto non lo nascondo) è proprio che…

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Il Male.

“L’idea di una fonte sovrannaturale del male non è necessaria, gli uomini da soli sono capaci di ogni nequizia”. 

Joseph Conrad

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La speranza di un tesoro..

“Dove c’è una rovina, c’è la speranza di un tesoro”.

Gialal al-Din Rumi 
Photo by Daniel Lienert on Pexels.com

A nessuna sofferenza è impossibile porre rimedio. La sofferenza può essere trasformata, grazie alle nostre innumerevoli risorse e alla resilienza. In tal senso la sofferenza può essere vissuta come occasione di cambiamento e di miglioramento di se stessi e della propria esistenza.

Dove ci sono in apparenza solo rovine e nient’altro, in realtà si possono scovare grandi tesori.

dott. Gennaro Rinaldi

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Cecità al cambiamento

Vorrei la vostra attenzione per pochi minuti per questo piccolo esperimento.

Vi mostrerò un video in cui ci saranno dei ragazzi che si passeranno una palla.

Come è indicato anche nelle istruzioni del video, dovete riuscire a contare quante volte si lanciano la palla i ragazzi con la maglia bianca. Buona fortuna!

The Monkey Business Illusion – test di Daniel J. Simons

Siete riusciti a contare i passaggi? Avete notato nulla di insolito?

Sono curioso delle vostre risposte.. siate sinceri..

Daniel Simons (Università dell’Illinois) e C. Chabris (Harvard University), in questi esperimenti alla fine degli anni novanta del secolo scorso, hanno scoperto che il 50% circa degli spettatori non si accorge del gorilla o degli altri cambiamenti.

Il nostro cervello cerca di sostituire un racconto sensato in base a ciò che vede, eliminando dalla coscienza ciò che è inutile ed incongruente.

L’effetto gorilla, in gergo tecnico “cecità inattentiva” o “cecità al cambiamento”, fa parte di un principio più generale del sistema visivo e cioè che il nostro cervello cerca sempre di costruire un racconto sensato in base a ciò che vede e percepisce.

Proprio a causa di questo principio qualunque elemento che non coincide con il racconto o irrilevante rispetto al compito che siamo intenti a fare, viene spazzato via dalla coscienza.

Un esempio di questo fenomeno di interferenza tra il racconto in atto nel cervello e la percezione è il gioco in cui bisogna scoprire le differenze tra due immagini quasi identiche. In questo caso le immagini proprio perché quasi identiche, verranno percepite dal cervello come totalmente identiche. Solo se ci concentriamo e ci soffermiamo ad osservarle con attenzione saremo in grado di individuare le differenze.

Ecco un altro video. Provate a vedere se notate qualcosa di insolito in questa semplice conversazione tra queste due donne..

1997 – Movie Perception Test – Lewing & Simons

Siete riusciti a notare qualcosa di insolito durante la prima visione della conversazione?

Quei piccoli particolari che ci sfuggono.. In fondo siamo tutti “vittime” di questo fenomeno percettivo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Emozioni musicali.

Sono una musicista, pianista (di strumento) e musicista di voce; sono musicista di corpo, di mani e movimento…

Musicista di emozioni.

Con le emozioni mi ci sono più scontrata che incontrata; è sempre stata una dura lotta non cedere alla terzina di Debussy o alla volatina di Chopin. Trecento volte ho suonato lo stesso accordo, trecento volte ho pianto (tanto che una volta, il maestro mi disse di non saper cosa fare; la mia risposta fu “Lei, maestro?”).

Le emozioni mi hanno paralizzata sul palco.

Conosco il suono delle sfaccettature, gli armonici che accompagnano un suono fondamentale conferendogli la sua particolare qualità.

Ho ricercato nell’umano tutte quelle piccole notine (perché il suono prodotto da un corpo vibrante non è mai puro, ma costituito da più suoni che si differenziano per intensità e frequenza) e ho immaginato che l’umano facesse scorta di altro umano, per (ri)suonare.

Sono suono; suono di piedi – sempre scalzi – che camminano sulla terra mia quella fatta di magma che calpesto; magma che mi attraversa , mi fa vibrare, magma che fuoriesce da me, dai miei capelli che avvolgono e attraversano la schiena tutta e mia.

Sono corpo che vibra come pelle di tammorra, percossa da mano sapiente che gioca con la membrana che mi riveste.

Sono suono d’aria, di vento e di risata (sempre e comunque).

Sono suono di sole che brucia la pelle e conferisce a ciascuno, il suo colore.

Suono di voce jazz che si perde nel fumo che emerge dal retro di un bicchiere – sempre pieno- di rosso o di amaro..

Suono di vestito che gira e rigira in una eterna danza.

Sono suono di silenzio, il silenzio che ho accettato e accolto nel mio lavoro, un lavoro che sa di equilibrista che (pure) in punta di piedi si sposta da capo all’altro del sentire umano.

Sono suono di emozioni, quelle che ti fanno bruciare la pancia, lo stomaco.. Quelle che senti nel petto che “pizzica” e nel viso che diventa rovente (proprio come raggio di sole).

Cerco i suoni anche delle stonature peggiori perché ascoltare, viene (sempre) prima di giudicare.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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“E se domani”..

“e sottolineo se”..

La canzone scritta da Giorgio Calabrese e cantata da Mina s’era fatta eco situandosi come sonora presenza nella mia testa.

E s’era fatta eco perché il periodo ipotetico un po’ mi mal predispone.

Mi (pre)dispone male perché rinchiude (bloccandolo quasi in un loop) tra una frase dipendente condizionale e una frase principale, un sentire, un vissuto.

“Se..allora”.

“Se lui torna.. se lascerà la moglie.. se dice che come sta con me con nessuna mai..”.

Il sentire non può essere (sempre) un’ipotesi.

l’Amigdala è una piccola formazione ovale di sostanza grigia, facente parte del sistema limbico, localizzata nella parte anteriore del lobo temporale mediale dei due emisferi cerebrali. Importante nelle risposte emozionali, di formazione della memoria, comportamento aggressivo, reazione di paura, etc.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La parola sporca: perversione #2

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Qui la prima parte della trattazione.

Un adulto, maschio o femmina che sia, che si senta obbligato a metter in scena un rituale perverso, spreca una grande quantità di energia; energia che circola dalla notte al giorno, quasi senza sosta al fine di poter dominare e controllare quelle emozioni e quegli affetti che durante l’infanzia erano intollerabili e incontrollabili.

La perversione – infatti- finché ha durata (siano essi 10, 20 anni o tutta la vita della persona), diviene la preoccupazione centrale dell’esistenza della persona stessa.

La preoccupazione che accompagna colu* che attua una strategia perversa, è diversa da quella che accompagna un sintomo compulsivo (ad esempio lavarsi frequentemente le mani o pulire di continuo la casa). Nella coazione, la persona avverte che sta correggendo qualcosa di sbagliato e che sta facendo qualcosa di “giusto”. Accade infatti che tutte queste attività che la persona si sente costretta a svolgere, siano accompagnate da una coscienza molto presente dell’ansia (talvolta della vergogna); queste attività servono però a non tenere sul piano inconscio la colpa.

Nella perversione, la persona sente che sta facendo qualcosa di “immorale”, è consapevole di esser costretta a fare qualcosa che va in contrasto con il sistema morale; è tuttavia proprio sfidando questi codici morali che la persona prova un senso di sollievo.

Ci si sente fieri e coraggiosi.

La preoccupazione insita nella perversione comporta pertanto che le questioni legate al peccato, divengano predominanti e consce ma solo per mantenere inconsce la vergogna e l’ansia.

Uno, infatti, degli aspetti principali della strategia perversa è di mantenere in primo piano le idee di peccato e colpa ma non per dissuadere dalla trasgressione morale, ma anzi come ingredienti centrali della strategia stessa (ingredienti che sono, per esempio tormento, tortura, sofferenza).

Le perversioni maschili (feticismo, travestitismo, esibizionismo, voyeurismo, masochismo sessuale, sadismo sessuale, pedofilia, necrofilia), puntano ad attività bizzarre, insolite, come sistema per avere vittoria sui traumi dell’infanzia.

Nella perversione maschile, la strategia si limita a portare alla coscienza una esagerazione difensiva della mascolinità fallico- narcisistica; la strategia della perversione maschile permette infatti a un individuo di esprimere i suoi desideri femminili proibiti travestendoli da ideali di virilità.

Nella perversione maschile l’eiaculazione e l’orgasmo sono una prova da cui dipende la sopravvivenza, più che la ricerca di piacere.

Tutti gli aspetti della strategia perversa agiscono in stretto collegamento l’uno con l’altro.

Un elemento, ad esempio, consiste nel permettere a un impulso infantile vietato (es esibizionismo), di trovare espressione.

Per l’esibizionista, il rischio legato all’esibizione in pubblico del proprio pene, così come la possibilità di essere arrestato, sono preferibili alla mortificazione (che potrebbe diventare conscia), di riconoscersi come essere mortale e comune, dotato di genitali ordinari.

L’esibizionista – inoltre- costringendo una vittima non consenziente a vedere il suo pene, riesce a dar corpo ad una aggressività primitiva e vendicativa che, se non fosse regolata da questa strategia “erotica”, porterebbe alla luce un’ansia intollerabile.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La Sindrome di Stoccolma

Siamo a Stoccolma è il 23 agosto del 1973, ore 10:15. Una banca della Sveriges Kreditbanken viene assaltata da un criminale evaso di nome Jan-Erik Olsson (32 anni).

Olsson prende in ostaggio quattro persone e chiede che gli venga consegnato il contenuto delle casseforti della banca. Ne frattempo, sul posto, arrivano le forze dell’ordine. Cominciano le trattative e una lunga attesa snervante. Olsson, si barrica bene nella banca e forte dei suoi ostaggi, riesce a negoziare per il rilascio di un suo vecchio compagno di cella che lo raggiunge nell’edificio della banca.

Passano tante ore (in tutto saranno sei i giorni del sequestro) e cominciano a filtrare informazioni strane e sorprendenti, dall’interno della banca. Alcuni ostaggi pare abbiano dichiarato di avere piena fiducia nei loro sequestratori, non sembrano avere paura di loro e anzi credono che possano addirittura “proteggerli” dalla polizia. Addirittura durante la successiva liberazione gli ostaggi si frappongono tra i due criminali e le forze dell’ordine venute per salvarli.

La cosa ancora più sorprendente avviene durante il processo dei due rapinatori: i loro ex prigionieri si rifiutano di testimoniare contro i loro rapitori e regolarmente vanno a trovarli in carcere.

Film – Rapina a Stoccolma

Cosa è successo durante i sei giorni del sequestro?

La definizione di “Sindrome di Stoccolma” è stata coniata proprio in occasione di questa rapina, dallo psicologo e criminologo Nils Bejerot, che collaborò con la polizia durante le trattative. Il termine fu usato per la prima volta in una trasmissione televisiva, ma divenne veramente “famoso” dopo la vicenda di Patricia Hearst nel 1974.

Il 4 febbraio del 1974 il sedicente Esercito di Liberazione simbionese rapì Patricia Hearst . Due mesi dopo il sequestro, Patricia, nipote del magnate dell’editoria William Randolph Hearst, fu fotografata con un mitra in mano mentre assaltava ua banca insieme con i suoi rapitori. Successivamente, in un video diffuso dalle reti televisive, dichiarò di essere entrata nell’Esercito di liberazione e rinnegò le sue origini capitalistiche. Aveva assunto lo pseudonimo di Tania.

Quando, però, dopo essere stata arrestata per la rapina in banca, durante il processo nel 1975, sostenne di aver subito violenze fisiche, psicologiche e il “lavaggio del cervello”. I giudici non si convinsero e la condannarono a sette anni di carcere. In seguito Patricia fu graziata da Jimmy Carter nel 1979.

Patricia Hearst – immagini web – rapina in banca con rapitori

In questa particolare condizione psicologica l’ostaggio sposa la causa del suo rapitore fino ad arrivare ad identificarsi con lui. Si schiera dalla sua parte e contro tutti quelli che vogliono “liberarlo” da quella condizione (polizia compresa). Tra il rapitore (carnefice) e l’ostaggio si instaura un legame affettivo apparentemente perverso che probabilmente nasce dall’esigenza della mente di recuperare un equilibrio dopo lo shock della cattura.

Alcuni psicologi ne estendono il significato e includono in questa Sindrome tutti i tipi di attaccamento di una vittima con il proprio carnefice, come nei rapporti di dipendenza caratteristici dei casi di violenza domestica o come nelle relazioni che si instaurano nelle sette religiose o nei campi di prigionia.

Come è possibile che una persona minacciata di morte, detenuta contro la propria volontà prenda le parti della persona che minaccia di ucciderla e che l’ha privata della propria libertà?

La fase della cattura rappresenta un trauma emotivo che lascia tracce profonde; è uno stress psicologico estremo che può indurre una sorta di paralisi. L’individuo è pietrificato e incapace di reagire. La sua mente è così sovraccaricata da un flusso di informazioni estremo, che è impossibile per la persona prendere qualsiasi decisione.

La vittima, in un primo momento è incapace sia di capire ciò che sta realmente succedendo, sia di seguire le più naturali regole per la propria sicurezza (come ad esempio restare inermi e immobili senza mettersi al riparo, nonostante ci sia una sparatoria in corso).

In questo momento sono saltati tutti i punti di riferimento psicologici della persona (vittima). In particolare nelle vittime, nei primi momenti vi è una sostanziale perdita del senso di sicurezza e dell’illusione di “immortalità”. La mente della vittima deve riadattarsi ad una situazione potenzialmente “mortale”. L’idea di poter morire da un momento all’altro si palesa come possibilità evidente. Si rompono tutti quegli schemi e quelle routine che rendono la nostra quotidianità prevedibile e quindi potenzialmente sicura. Nelle situazioni traumatiche come quelle descritte in precedenza, la sicurezza è violata, l’autonomia sulle proprie azioni non c’è più, il cervello non può più pianificare e il caos si sostituisce alle certezze.

In queste condizioni di squilibrio e alla ricerca di un nuovo equilibrio la vittima cerca paradossalmente di costruire una relazione “umana” con il proprio rapitore. Questa relazione sarà fondata sulla dipendenza totale, completamente asimmetrica e che sarà in grado di plasmare e modificare il nuovo sistema di valori della vittima.

Arresto di Olsson

La seconda fase del rapimento (il periodo della permanenza col rapitore) sarà invece caratterizzata da un dipendenza estrema. La vittima infatti dipenderà dal suo carnefice per qualunque cosa: mangiare, dormire, andare in bagno, lavarsi. Questa dipendenza estrema comporta una sorta di regressione ad uno stato precoce dell’infanzia (pre-edipico). Una fase dello sviluppo in cui il bambino è ancora completamente dipendente dalla madre, non è ancora distinto da lei. Alcuni psicologi hanno ipotizzato che le vittime trovandosi immerse in uno schema affettivo e relazionale simile a quello della madre con il bambino, adottano i comportamenti che potrebbe avere un bambino nei confronti dei genitori. E per i genitori proveranno: ammirazione, amore ed identificazione.

Inoltre l’ostaggio sarà in seguito considerato, dal rapitore, alla stregua di una merce di scambio. Perché, attraverso l’ostaggio il rapitore può ottenere dei favori o la propria libertà. In questa condizione l’ostaggio, presa coscienza di questa cosa, si sentirà oggetto. Questo porterà al processo di disumanizzazione della vittima. La disumanizzazione è anch’essa parte della genesi della Sindrome di Stoccolma.

Se passa diverso tempo dal momento del rapimento, l’aggressore sarà costretto a cercare un interlocutore e quindi inevitabilmente parlerà e si rivolgerà alla vittima. Questa sarà così restituita, almeno in apparenza, della sua umanità. Il rapitore sarà così percepito come un modello al quale ci si può identificare. L’identificazione risponde al bisogno di un modello in una situazione di vulnerabilità. Quindi, in una situazione di piena regressione l’ostaggio può identificarsi con l’aggressore e questo lo spinge a condividerne posizioni ideologiche e le rivendicazioni.

Infine, l’avvicinamento tra ostaggio e rapitore è dovuta anche al fatto che attraversano insieme una situazione eccezionale che valutano da un punto di vista in qualche modo simile. Sono interessati entrambi alla libertà.

“Finisce bene quel che comincia male”

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