“Cattivi guagliuni”

Il piccolo paragrafo che decido di condividere con voi, appartiene a quello che fu il mio lavoro di tesi triennale. Da musicista e psicologa appassionata di suono, ritmo, parole e ascolto, decisi di procedere con un lavoro del tutto inesistente nel campo psy, provando a trovare delle analogie tra il mondo della psicoanalisi e quello del rap.

La tesi aveva come argomento l’analisi delle dinamiche relazionali e comunicative esistenti alla base del fenomeno musicale Rap, trattando questo mondo analogamente a quello delle masse (riuscii con estremo orgoglio, a collegare le teorie sulla massa, la libido e la leadership, con il mondo del Rap).

Il titolo che ho scelto “Cattivi guagliuni”,2011, (cattivi ragazzi) è preso in prestito da un pezzo meraviglioso dei 99 Posse, gruppo Rap/raggaemuffin sempre presente sulla scena musicale e non.

Buona lettura.

Fonte Immagine “Google”.

TRA SURREALISMO E FREESTYLE: UNA NUOVA LETTURA DEL RAP.

(…) Il freestyle è l’elemento che caratterizza maggiormente le esibizioni rap; quando un cantante nell’ambito di una battle, inscena un pezzo facendo esercizio del freestyle, procede con uno stile libero pertanto improvvisa rime, metafore, assonanze, compie giochi di parole ritmici senza saper bene da dove si parte, né tanto meno dove si giungerà (l’unico elemento fisso si ricordi, è l’uso del ritmo 4/4). Questo automatismo immediato, non “filtrato dalla coscienza”, avvicina per certi versi la tecnica del freestyle, al movimento artistico Surrealista.

Nel Manifesto surrealista scritto nel 1924 da Andrè Breton (profondamente influenzato dalla lettura dell’Interpretazione dei sogni di Freud), si dava del surrealismo la definizione di automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con parole, scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero (…) in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale. Lo scopo era pertanto liberare l’inconscio (il termine stesso surrealismo, stava ad indicare il superamento della realtà), così come accadeva nei sogni, per lasciarlo libero di esprimersi anche da svegli, utilizzando libere associazioni di parole, pensieri o immagini, senza freni. La scrittura divenne automatica e si presentava come il canale attraverso cui giungere a scoprire le leggi che sottostanno ai processi più nascosti. Questo modo automatico di scrivere, di lasciare che il libero fluire dei pensieri trovi sbocco all’esterno, sarà riconducibile in seguito, al flusso di coscienza.

Il freestyle, appare quindi come una messa in scena di un flusso di coscienza, dove il cantante si lascia ritmicamente andare ai propri pensieri, idee e sentimenti; è un automatismo psichico puro, compiuto di getto senza che ci siano preoccupazioni estetiche o legate alla morale (ci si presenta sul palco per quel che si è, e non ci si preoccupa di essere offensivi in quanto il linguaggio volgare, viene proprio usato come mezzo per provocare1). La battle è un momento di sospensione in cui liberandosi dalle convenzioni sociali, i rapper decidono di fare del proprio corpo ricoperto di tatuaggi che appare diverso, modificato, “acontestualizzato” e lontano da ciò che viene considerato come socialmente accettabile, un corpo spesso giudicato osceno, scabroso, tela che diviene arte da esporre.

Il rapper si sente libero di esprimere ciò che è usando il corpo, il gesto, il ritmo, la mimica. Tutto diviene teatro: le espressioni, le pose che si assumono, i giochi di parole. Il corpo libero, che si presenta come un collegamento tra mondo interiore ed esteriore, diventa mezzo per vivere ciò che si presenta oltre ciò che è immediatamente visibile.

1Come ricorda Edoardo Sanguineti, massimo esponente della neo – avanguardia italiana, uno degli intenti delle avanguardie storiche (di cui il Surrealismo faceva parte) era provocare e scandalizzare. Cfr., Guido Baldi, Silvia Giusso, et al., Dal testo alla storia dalla storia al testo, VOL G, 2000, Paravia Bruno Mondadori Editore.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

9 pensieri su ““Cattivi guagliuni”

  1. Ettore Massarese ( fu Franz)

    Ho qualche dubbio sull’attribuire il modello della scrittura automatica surrealista ai 99 posse; mi sembra figlio di un lucido progetto discografico il loro processo… con un target di , come dire, “consenso del dissenso” …lasciamo la scrittura automatica a Dada, ai surrealisti e al folle poeta del corpo/cuore Artaud… quelli che ti ho citato non vendevano milioni di copie e spesso marcivano nei manicomi… ai confini , loro si, di questa società malferma e marcia.

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    1. Giusy Autore articolo

      Posso comprendere il dubbio.. proprio i dubbi che all’epoca furono proposti dai miei professori, si presentarono come un duro scoglio limato solo in seguito alla lettura dell’intero lavoro. L’intento non era attribuire ai 99 “l’etichetta” di surrealisti, ma ampliare la visione di un mondo (quello del rap) molto poco conosciuto e confuso andando soprattutto ad evidenziare le dinamiche sottostanti esistenti (intrapsichiche e interpsichiche). L’intero lavoro verte infatti proprio sull’analisi psicodinamica del fenomeno evidenziando anche come il Rap, attualmente, si presenti come uno dei mezzi maggiormente utilizzati da giovani affetti da alcune psicopatologie (ad esempio disturbo antisociale di personalità), come mezzo per raccontare e raccontarsi.
      Apprezzo le citazioni e il consiglio di lasciare a chi di dovere, la “scrittura automatica” ma.. bisogna pur dire che o’ Zulù milioni di copie non ne ha vendute proprio perchè pur non marcendo nei manicomi, ha avuto a suo modo la possibilità di conoscere il marcio. Grazie per il commento e la lettura. Buona serata

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      1. Ettore Massarese ( fu Franz)

        non auguro certo i manicomi a chi fa arte. scherziamo…è che ho un’ideoa un po’ più complessa della “marginalità sociale”,. certo bisognerebbe leggere per intero il tuo elaborato… ma vedi di solito nelle espressioni d’arte i raffronti non sono sempre pertinenti…sulle implicazioni psico sociali e sulle manifestazioni del disagio che si rielaborano in composizioni di impulso e , come dire ” corporee” posso essere d’accordo…ma è un terreno “minato” dal quale vanno appunto dissotterrate le mine dei sistemi della moda ..quel che, appunto, ho chiamato “il consenso del dissenso”…su questo vorrei riflettessi Giusy 🙂

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      2. Giusy Autore articolo

        Accetto l’invito a riflettere, specie su di un campo come questo che per me è vitale. Nel mio scritto ho parlato di “riferimenti identificatori” proprio per evidenziare come in questo mondo (dove ad esempio abbiamo uno specifico stile di abbigliamento e/o di comportamento), si arrivi ad autoclusterizzarsi cercando invece di voler essere necessariamente diversi da.. Quello tuttavia che a me interessava era mostrare come Freud che nel 1913 sosteneva di essere quasi “incapace di provare godimento innanzi ad una composizione musicale”, avesse invece fatto proprio nel setting psicoanalitico uso del ritmo e quindi della musica. E’ lì che il mondo interiore del pz viene messo in scena e viene lasciato libero di fluire e raccontarsi ritmicamente. E’ in questo fluire ritmico, che trova espressione nella talking cure, che probabilmente si situa una sorta di legame tra rap e psicoanalisi; tra cura parlata e freestyle. Il freestyle è l’elemento che caratterizza maggiormente le esibizioni rap ecco perchè, unitamente al fatto che la vita dell’essere umano sia scandita fin dall’esperienza intrauterina dalla regolare presenza del battito cardiaco materno (battito che ritroviamo presente nella sua regolarità nel rap che batte sempre in un tempo 4/4), ho portato avanti questo tipo di indagine. Il terreno è minato, ma prima o poi le mine vanno pur affrontate: possiamo decidere se saltare con esse oppure se provare a disseminarle. Grazie per le profonde riflessioni e lo scambio.

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      3. Ettore Massarese ( fu Franz)

        🙂 figurati, è stimolo reciproco… poi sai sia per formazione che per professione diciamo d’arte e da docente su questo terreno non ho pregiudizi… ripeto molto interessante il punto del comportamento “corporeo” l’esibizione “nuda” , il tatuaggio/ferita… il sedimento dell’emarginazione sociale che si mescola col rimosso di un id non risolto e tutto in ribollimento esplosivo… (rabbia?) … sono d’accordo lo scambio è sempre ricchezza. 🙂

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  2. maxilpoeta

    è di sicuro un mondo attorno al quale ruotano tutti i malcontenti di una classe sociale, una forma di ribellione in forma artistica. Il nostro rap è basato un po’ su quello che è nato in America anni prima. Anche in quel caso la ribellione alle convenzioni, ai soprusi di una certa classe sociale, ha portato questa forma d’arte musicale nelle strade , nelle periferie, fino a raggiungere il mondo. Al giorno d’oggi è uno dei generi più amati dalle nuove generazioni, quello italiano ora lo chiamano trap, ma il concetto non cambia.
    Bello e interessante il tuo lavoro sull’argomento…😉

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    1. Giusy Autore articolo

      Ciao Max, esatto! Il fulcro del lavoro era proprio incentrato sull’analisi di questa “nuova” forma e mezzo di elicitazione del disagio giovanile. Nel corso dei miei training e della mia attività, ho avuto sempre più modo di vedere come i giovani e non (a ben vedere), utilizzassero questa forma comunicativa così diretta, spesso anche molto volgare, per dare voce e corpo al proprio mondo interiore. Questo genere musicale così ritmato (seppure restando in una ritmica molto semplice) è sempre più utilizzato anche all’interno dei contesti di riabilitazione sociale (carceri minorili) dove progetti basati sulla musicoterapia (affiancando la musica ad una comune psicoterapia di qualsiasi orientamento) sono sempre più diffusi. L’interesse per le forme di disagio giovanile mi interessano così tanto da aver ampliato il campo di indagine anche successivamente con la tesi magistrale dove ho ripreso l’argomentazione andando a lavorare maggiormente sulle forme di “malessere e distruttività in adolescenza”. Il trap è un figlio (anche se questo non è propriamente corretto)del “vecchio rap”; comprendo che possa o meno piacere il genere musicale o la forma di espressione, ma c’è da dire che non possiamo restare indifferenti innanzi ad un mondo che cambia e si trasforma, portando nuovi mezzi di espressione innanzi a forme di disagio sempre più crescenti. Mi sono piuttosto dilungata ma ti ringrazio davvero tanto per aver dedicato del tempo alla lettura del mio piccolo paragrafo e per aver compreso il mio intento e averlo apprezzato. Buona serata 🙂

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