Sporchi, brutti e cattivi.

Giuseppe è arrivato da noi su invio del Tribunale dei Minori.

Il ragazzo ha 17 anni e ha all’attivo un curriculum da piccolo delinquente. Gira armato – sempre- ha messo in atto diversi furti più o meno grandi (da solo o con il favore di alcuni amici adulti); fuma sostanze “più o meno legali”.

Il ragazzo ha inoltre aggredito verbalmente ma soprattutto fisicamente alcuni familiari. L’estrazione sociale non è delle peggiori; Giuseppe non proviene dai quartieri malfamati; il padre (che lavora senza contratto) è elettricista, la mamma casalinga, la nonna malata di Alzheimer vive con loro.

Il nucleo familiare appare abbastanza sereno, all’apparenza, salvo poi mostrare la pluralità di sfaccettature e del non detto, tipiche di molte famiglie “disgregate”.

Giuseppe si presenta spavaldo.

Il ragazzo che apre la porta sembra avere molti più dei 17 anni dichiarati; barbetta curata, ciuffo di capelli arricciato in punta rigido e pieno di gel, orecchini con diamantino ad entrambi i lobi, fisico atletico e tatuaggi: tantissimi tatuaggi.

Nonostante la minore età Giuseppe ha tatuato una lacrima sotto l’occhio sinistro, una tigre sulla mano, un cobra che spunta dal petto di cui si vedono i denti mordere il collo, svariate scritte, nomi..

Insomma Giuseppe sembra una cartina geografica così com’è, pieno di scritte.. una cartina di cui però sembra non conoscere i punti cardinali e la direzione lungo cui muoversi.

L’atteggiamento spavaldo di Giuseppe cozza – tuttavia- tantissimo con il suo sguardo.

Quando gli viene posta una domanda, e lui sente che qualcuno è lì, per lui, pronto ad ascoltare la sua risposta, il ragazzo va quasi in tilt. Finché muoviamo lungo i confini del suo piccolo mondo fatto di tatuaggi, calcio, rapine, fumo, lui appare sicuro fino a gonfiare il petto, quando parla.

Si esprime con tono di superiorità e sfida più volte il suo interlocutore (spesso ho dovuto ricordargli di dover tenere la mascherina su e non appesa al collo, a mo’ di collana). Il pavone che è in Giuseppe cessa di esistere nel momento in cui gli viene chiesto

“Come stai?”

La possibilità di attuare un decentramento cognitivo e di guardarsi; la possibilità di trovare un ascolto e non un etichettamento o una semplice parola “delinquente” portano nel caos Giuseppe.

In tutti i colloqui portati avanti emergerà sempre con più forza e determinazione l’impossibilità che il ragazzo ha vissuto, nel tempo, di poter dar voce al proprio malessere e soprattutto alle emozioni da lui provate. Giuseppe, di fatto, non conosce le emozioni; sa che esiste la tristezza, la gioia, ma non sa realmente come ci si sente quando sei triste o felice.

Dalla storia familiare emergerà poi che il padre per i primi 10 anni di vita del ragazzo è stato assente in quanto la moglie, lo aveva cacciato di casa perchè dipendente dal gioco e perchè avente una relazione parallela (il signore ha vissuto diversi anni come barbone); la madre ha subito un brutto intervento a causa di un tumore da cui, non si è mai emotivamente ripresa (è casalinga in seguito alla depressione post tumore); la nonna.. unico porto sicuro di Giuseppe si è ammalata abbastanza giovane, così da lasciare il ragazzo, come gettato in mezzo alla tempesta, in un mare sempre più agitato e schiumoso.. dove – senza imbarcazione nè salvagente- non riesce nemmeno a girarsi nella speranza di avvistare, anche solo da lontano, un piccolo lembo di terra.

Giuseppe è arrabbiato. Giuseppe non è triste, ferito o confuso.

Sente a dispetto della tempesta in cui è immerso fuoco ardente, dentro.. e quando questo fuoco diventa fiamma, poi incendio, non ha altro modo per sedare il calore se non tramite l’azione violenta; azione di scarica volta a ridurre l’ansia e la rabbia provata.

Giuseppe dice di non aver mai pianto; dice inoltre di non avere interesse alcuno (scoprirò in realtà che è un grande appassionato di calcio e di canzoni Rap).

Nei mesi in cui il giovane, settimanalmente, è venuto ai colloqui (un risultato e un profondo messaggio, che lui sia rimasto in gioco), scopriamo un giovane sensibile e accorto (e non è il luogo comune che vuole che tutti quelli che sembrano cattivi, siano in realtà dei buoni camuffati). Giuseppe soffre l’abbandono di tutto un nucleo familiare che non c’è mai stato; tutti sono persi nel proprio dolore dimenticando che quando si è una famiglia, si è come una squadra e come tale.. ognuno ha bisogno di lavorare e funzionare in interdipendenza con l’altro senza dimenticare che l’azione di ciascuno, influenza quella dell’altro e viceversa.

Gli occhi chiari di Giuseppe sono sempre più appannati; un giorno alza la mascherina così tanto da coprirsi quasi tutto il volto:

il ragazzo stava piangendo ricordandosi di quando con la nonna, andava al mare e mangiava la pizzetta poi il gelato. La nonna adesso, a stento lo riconosce e quando capita quel giorno, il ragazzo scende in strada e per non pensare prova a rubare al primo che gli capita davanti.

Ho visto la lenta trasformazione di un paio di occhi.

Ho visto degli occhi saccenti, superiori e freddi; ho visto degli occhi appannati persi e vuoti; ho visto degli occhi sgranati; ho visto degli occhi prendere pian piano vita.

Ho visto degli occhi.

Auguro a Giuseppe di poter raggiungere pian piano il suo lembo di terra e gli auguro, soprattutto, di potersi sì bagnare ma con l’acqua fatta dalle sue lacrime…

e che siano lacrime di gioia..

Uno dei pezzi preferiti di Giuseppe…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

23 pensieri su “Sporchi, brutti e cattivi.

  1. maxilpoeta

    molto toccante questa testimonianza, non è facile avere a che fare con soggetti simili, ma una volta che entri nell’ottica dei loro problemi inconsci molte risposte si riescono a trovare. Chissà quante di queste storie in Italia ci saranno, delle quali non sappiamo nulla…

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  2. Giuseppe Grifeo

    Ho un amico psicanalista che mi ha raccontato diverse storie, ormai lontane, della sua esperienza (resta molto sul vago rispetto alle più recenti). Una somiglia molto a questa che mi è tanto piaciuta. Molte altre sono state poi al centro di articoli che mi hanno permesso di delineare alcuni comportamenti. Altre volte me li ha scritti lui direttamente come sue esperienze raccontate. Ogni volta per me tesori unici di conoscenza, tutti preziosi e rivelatori delle tante sfaccettature mentali frutto di vite vissute e degli infiniti casi/interazioni che delineano esistenze, nel bene e nel male

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    1. Giusy Autore articolo

      Buonasera Giuseppe, molto lieta di sapere che il piccolo resoconto ti sia piaciuto. Belli i “regali” del tuo amico,soprattutto, apprezzo molto quello che fa.. spesso nel nostro ambiente sono molto chiusi e poco propensi al racconto. Grazie ancora per la lettura 🙏

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    1. Giusy Autore articolo

      Buongiorno Sara, grazie mille😊. Diciamo che ascoltare è fondamentale ma spesso si sottovaluta l’importanza di uno specialista e si creano solo ulteriori danni. Mi è capitato di genitori convinti di saper ascoltare e invece sapevano solo fagocitare i propri figli, creando ulteriori danni. Giuseppe in qualche modo ce la farà.. ci vorrà tempo -tanto- e numerose derive in mezzo al mare.. ma.. siamo lì per lui. Buona giornata 😘😘🤗 e grazie ancora 😊

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    1. Giusy Autore articolo

      Buongiorno Speranza.. Giuseppe, come dicevo, può farcela ma ci saranno tante tempeste ancora. È un ragazzo antisociale, certo.. non un vero delinquente ma ci sono ancora tante modalità da sbloccare o convertire in impulsi vitali piuttosto che distruttivi. Siamo tutti lì per lui, però e io credo fortemente nelle Sue possibilità. Buona giornata 😊😊😊

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    1. Giusy Autore articolo

      in molti casi le famiglie si perdono e disperdono ciascuna nel proprio dolore; ogni singolo membro si arrotola (letteralmente) su se stesso, escludendo l’altro. Se tutti chiarissero che “tutti possono” soffrire; che tutti possono sperimentare dolore, sofferenza o disagio.. ecco.. avrei meno lavoro io ma ci sarebbe maggiore benessere in giro 🙂

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      1. Giusy Autore articolo

        partirei con una piccola precisazione: noto che c’è in giro troppa “cultura della sofferenza” come se “senza sofferenza non puoi cambiare o vivere e comprendere la vita”. ho notato che questo ha portato a sovvertire un pò l’ordine delle cose.. pertanto chi davvero soffre non viene visto e a prendere la scena sono solo coloro che fanno della sofferenza quasi un vanto.
        Sappiamo – per il resto- di poter soffrire?
        Se sai chi sei o se sei consapevole del te in costruzione, sì. Il caso citato è esempio di una famiglia multiproblematica quindi da tenere leggermente separato dai “casi comuni”, diciamo così.
        Ritorniamo sempre allo stesso punto: dobbiamo avere il coraggio di viverci.

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      2. ailuig91

        Anche questa cultura della sofferenza è un modo sbrigativo per liquidare le proprie emozioni, uno schermo per non affrontarle davvero. È complesso conoscersi e non è neanche scontato doverlo fare. Però è un’esperienza affascinante e totalizzante.

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