Flavio.

Immagine Personale.

Flavio è un giovane uomo di 40 anni. Si presenta in studio portando tutta la sua altezza e la corporatura massiccia contenuta in un pantalone di cotone leggero dai toni chiari, e una maglietta sottile che lascia intravedere il torace prestante da “uomo fatto”. Flavio è calvo, ha degli enormi occhi marroni e delle belle labbra disegnate quasi a matita, i lineamenti del volto sono abbastanza regolari e lui si muove nello spazio con fare sicuro e diretto.

Flavio dice di aver bisogno di un consulto con la psicologa motivo per cui è venuto direttamente senza chiedere un appuntamento.

Flavio si è infatti “introdotto” tra un colloquio e un altro, nello studio, senza minimamente pensare al fatto che prima di un consulto, ci sia tutto un iter da seguire. In realtà la presenza dell’uomo non appare invadente; si è infatti reso quasi subito conto della gaffe fatta e continua a chiedere scusa invece di approfittare per chiedere informazioni e fissare un nuovo colloquio.

Il giorno del colloquio un puntualissimo Flavio varca la porta dello studio. Questa volta abbiamo innanzi un uomo stanco (dirà che ha da poco smontato da un turno in fabbrica), pulito e curato ma meno ansioso di parlare rispetto al precedente incontro.

Flavio ti guarda e aspetta una domanda, una mossa (la sensazione è proprio quella di una partita di bridge in cui vivi l’ansia dell’impasse ). L’aria di sospensione viene mossa dall’eco del colpo di tosse di Flavio a cui seguiranno parole dette creando un circolo di chiusura intorno alle stesse

“Dottoressa io sento qualcosa che non so cos’è; non so darle una definizione del mio stato di malessere che poi non so nemmeno se è reale malessere; mi sento .. Boh! Sa che non so dirle come mi sento? Mi crede?”

Dico a Flavio di poter capire la sua sensazione e che se vuole, può aiutarmi a capire ancora di più così da provare a dare insieme una definizione di questo suo malessere che tanto lo infastidisce, lo mortifica, ma di cui sembra non conoscere la reale natura.

Flavio fa un cenno con la testa e guarda in un punto vuoto dello studio.

Si sente un respiro molto profondo nella stanza a cui seguiranno le parole dell’uomo:

Avevo un amico, Dottoressa.. un amico fraterno, speciale.. (NO! io non ce la faccio.. dice mentre ride in maniera stizzita cominciando a piangere)

Gli dico che non è obbligato a parlarne, non ora se non vuole, ma di considerare l’idea che in questo spazio neutro che a lui è dedicato, può abbandonarsi a qualsiasi tipo di sensazione ed emozione senza ricevere giudizi o pareri “è il tuo spazio e noi siamo qui per te. Considera questa possibilità e prova a capire se può essere utile per te, in questo momento della tua vita, ricevere il supporto necessario per affrontare il tuo malessere; un supporto con cui tu potrai provare a dare un nome alle tue sensazioni”.

Flavio accenna un sorriso e va via.

Il giorno del terzo incontro l’uomo dice di essere capace, oggi, di raccontarci la sua storia.

Figlio unico di una famiglia fredda e assente, Flavio si lega in un’amicizia unica, fedele, fraterna ed eterna al suo amico Salvo. Flavio si descrive come un ragazzo tutto sommato normale, con la difficoltà a legarsi sentimentalmente (si è sempre spiegato questo punto come il derivato di esperienze familiari affettive deprivanti) ma con il suo amico ha vissuto in pieno la vita. Hanno viaggiato tantissimo lui e Salvo; hanno goduto dei tramonti di ogni parte del mondo (racconta di un viaggio zaino in spalla fatto fino al Vietnam).. racconta dell’Islanda.. l’Africa.. ore e ore a lavorare nei turni più assurdi in fabbrica (insieme) per permettersi questi viaggi.

Mai un litigio.. mai un muso lungo.. un amore di amicizia che nemmeno nelle famiglie più unite “ha presente il detto il sangue non si sceglie?” Ecco.. Salvo ed io ci siamo scelti che nemmeno le migliori relazioni d’amore.

Flavio si tocca continuamente la testa e racconta di quando portava le treccine e Salvo le ha tagliate perchè continuavano ad impigliarsi nello zaino mentre stavano facendo il cammino di Santiago, così.. in una notte sotto le stelle “mi ha evirato, Dottorè! “.

Mentre ride Flavio scoppia in un pianto improvviso, senza sosta e incontenibile.

Salvo è morto un paio di mesi prima per un incidente. Flavio racconta che una sera lui aveva avuto una febbre molto forte e Salvo stava correndo a casa dell’amico per capire se portarlo in ospedale o meno; una manovra sbagliata dal conducente dietro la macchina di Salvo e del giovane uomo è rimasto poco o niente…

Flavio ha un attacco di panico (dei peggiori mai visti); riusciamo a farlo “rientrare” ma l’uomo è esausto, senza forze e dissociato.

Nei giorni seguenti Flavio avrà un atteggiamento di scissione pensandosi e descrivendosi come alternativamente buono e cattivo (sono una persona cattiva, faccio schifo, merito la morte vs. sono una brava persona Dottoressa, non ho colpe). Flavio alternerà momenti di forte negazione giungendo a non affrontare i conflitti emotivi – e le fonti di stress- rifiutando di conoscere alcuni aspetti della realtà (Flavio negherà ad esempio la notizia avuta sul fatto che il conducente dietro Salvo avesse bevuto e consumato droghe); Flavio inoltre metterà in atto un altro meccanismo di difesa che è l’annullamento retroattivo con cui eseguirà una serie di cose (ad esempio indossare per una settimana di seguito la maglia che aveva la sera che Salvo è morto oppure fare 10 giri con la bici intorno allo stesso palo della luce) per annullare e “scontare” il pensiero secondo cui la colpa della morte di Salvo sia solo sua.

Flavio fa un uso enorme dei meccanismi di difesa che paiono enormi iceberg protettivi difficili da sciogliere.

Le sedute continuano, Flavio si presenta regolarmente.. un giorno è curato, l’altro meno.. alle sedute seguono i giorni, le settimane e i mesi.

Sottoposto anche a psicodiagnosi con test specifici e a colloqui con la psichiatra Flavio (preferisco per diverse ragioni, non essere troppo specifica sul tipo di diagnosi), continua nel suo percorso.

Un giorno sembrava un ragazzino.. un piccolo adolescente in (ri) scoperta del mondo. Abbiamo parlato dei viaggi.. del tempo.. del mare e della musica.. Ci siamo chiesti quando – e se- il covid sarebbe finito.. quando – e se- avremmo potuto stringerci la mano per salutarci all’inizio e alla fine di un colloquio.

Flavio è uno di quei pazienti che ti entra dentro e non ti lascia indifferente; ha una storia familiare ben più complessa di quanto detto inizialmente e ha un mondo interno pieno di affascinanti sfumature. Il giovane ha – inoltre- una spiccata sensibilità artistica, scrive, dipinge e suona (realmente, non come tanti che si descrivono come grandi poeti).

Un giorno in cui ammetto la mia difficoltà nel trattenere l’emozione, Flavio entra in studio con una tela. Ha dipinto un tramonto (uno dei tanti visti insieme a Salvo); il tramonto “ride” come il sorriso di Salvo; il mare è fatto di treccine come quelle che gli aveva tagliato l’amico (di cui entrambi ne conservavano una); la spiaggia è fatta con le pietre della spiaggetta su cui bevevano e cazzeggiavano e al centro salvo ha impresso l’impronta della propria mano quella che è sicuro Salvo, non lascerà mai e poi mai..

.. Ovunque lui sia..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

36 pensieri su “Flavio.

  1. Paquerite

    Ciao Giusy,
    È una storia molto commovente. Spero che Flavio pianga il suo amico. È da sperare.
    Non è sempre facile dire addio, soprattutto quando la persona muore accidentalmente. Deve essere orribile.
    Grazie per la tua storia.
    Buon giorno Giusy😚

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    1. Giusy Autore articolo

      Ciao Corinne❤
      come dicevo.. Flavio mi è entrato dentro e attraverso il suo vissuto sto avendo modo di chiarire, a mia volta, tante dinamiche. Una storia forte ma che ha il sapore della rinascita e scoperta. Buona giornata 😘

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      1. Giusy Autore articolo

        Ti dirò.. senza la componente e la predisposizione empatica (che comporta anche piangere o essere capace di commuoversi) questo lavoro non lo fai. Ora.. ci sono situazioni che riesci a gestire..situazioni dove impari, in un certo senso. io “psicologo”, non sono lì per vivere il tuo dolore ma per fare da tramite tra te ed esso per aiutarti a dargli un nome, a capirlo e analizzarlo in un lavoro che resta comunque tuo.. un po’ come se io ti aiutassi mantenendo una fiaccola mentre tu scavi in una caverna buia. Capita di vivere casi che ti prendono perché aprono ricordi, ferite, varchi.. ma se ti lasci trasportare troppo vuol dire che non hai risolto qualcosa e allora vai tu dal tuo terapeuta (considera che anche noi passiamo attraverso la terapia😊) quindi quando ci sono terapeuti incompetenti qualcuno da qualche parte ha “commesso qualche leggerezza”.
        Per ritornare sulla domanda.. si impara AP😊 si impara, passo passo ad incontrare il dolore altrui e il tuo cercando di accoglierlo senza esserne fagocitati 😊

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  2. maxilpoeta

    di sicuro la morte improvvisa dell’amico l’ha turbato non poco. Penso sia difficile avere una relazione così profonda con un amico, ma quando capita sicuramente se uno dei due ha un problema, ne soffre tantissimo anche l’altro. E’ stata davvero una brutta tragedia, speriamo si riprenda del tutto, magari gli ci vorrà un po’ di tempo…

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      1. Giusy Autore articolo

        🙈🙈🙈 questo è tentato omicidio, Albert! L’unica radio al mondo a prendere ovunque.. pure sott’acqua 😂😂
        Buona giornata 🌻

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  3. SaraTricoli

    storie come quella di Flavio mi fanno piangere, mi lasciano frustrata e impotente… e nello stesso tempo sorrido perché lui ha avuto la gioia di provare cos’è la vera amicizia, quella speciale dal sapore di un tempo…
    Mi domando come un tormento: cosa dove imparare Flavio da questa esperienza? Non riesco a comprenderlo e cara Giusy credimi, ci passerò giorni a pensarci… sempre che poi una risposta ci sia…
    ma poi, ci sono storie che non ti entrano dentro? Io non potrei lasciarne andare nemmeno una, tutte hanno il loro perché, ma capirlo è il problema…

    un abbraccio💕

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    1. Giusy Autore articolo

      ciao Sara, non ho ben compreso.. ti chiedi cosa Flavio stia imparando dalla terapia o dalla storia (sua) personale?
      Hai posto comunque un bel quesito a cui, in parte, avevo risposto anche ad AP un pò più su. Le storie, le persone che incontro mi entrano tutte indistintamente dentro.. come dissi tempo fa quando chiudo la porta di casa non resto mai sola.. ma il mio appartamento è pieno dei “fantasmi” delle storie delle persone che ho modo di incontrare durante il mio percorso professionale. Quelle che condivido sono piccoli pezzi dei resoconti che trascrivo dopo i colloqui (condividendole con le dovute cautele da usare) ma ci sono tanti casi ancora (specie quando si parla del tribunale dei minori pertanto di abusi sui bambini), dove la notte non ci dormi proprio.
      Ti dico che il primo caso che ho visto, per il tribunale, non lo dimenticherò mai (era una violenza sessuale su minore da parte del padre).
      Il discorso è che la mi è stata una scelta pertanto devo imparare durante i miei lunghissimi anni di studio/training a non fare mio il dolore dell’altro restandone imprigionata e fagocitata (ecco la differenza tra uno specialista e un amico, familiare.. ecco perchè non possiamo prendere in cura un caro).. non posso far sì che la tua sofferenza sia mia, devo sentirla (l’ascolto e la capacità empatica, che sono altro da quello che si pensa per senso comune; sono infatti specifiche tecniche che si imparano) si basano su una grandissima predisposizione innata verso l’altro e verso il “sentire”, ma vanno veicolate e indirizzate in maniera “tecnica e specifica”.
      Grazie per il tuo pensiero e ti mando un super abbraccio!😚😚😚

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      1. SaraTricoli

        sì scusa ho scritto di getto e probabilmente non mi sono spiegata bene… ero troppo colpita da quella testimonianza!
        Intendevo dalla storia personale, mi chiedevo cosa dovesse imparare…
        Io credo che tutto accade per un motivo, anche se a volte ci sembra veramente ingiusto e incredibilmente crudele!
        Che la terapia lo possa aiutare non ho dubbi. Credo molto nell’aiuto che si può ricevere da uno specialista, dalle terapie… a volte sono l’unica vera cura per certi traumi o problemi!
        Per il resto che mi spieghi, il tuo aver imparato a non fare tuo il dolore degli altri… devo ammettere che immagino quanto lavoro ci debba essere per imparare a “schermarsi” (passami il termine), pur rimanendo empatici. A volte credo sia veramente difficile, ma necessario, per mantenere un certo distacco che fa rimanere obbiettivi e quindi ti permette di aiutare in maniera più efficace.
        Grazie per quello che fai 💕🙏💕
        un forte abbraccio 😘

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      2. Giusy Autore articolo

        Quello che Flavio imparerà ce lo dirà lui quando il suo percorso sarà terminato 😊 al momento è ancora in corso e tra alti e bassi prosegue. Dici bene.. impariamo a schermarci in un certo qual modo. Mi fa comunque molto piacere quello che dici e l’interesse che si muove intorno alle storie che propongo. Questo davvero mi rende molto molto felice 🤗❤

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    1. Giusy Autore articolo

      Grazie mille Stefano! Cerco di rendere giustizia alle vite, prima di tutto e alle storie dei pazienti che incontro. Come dico sempre.. faccio il tifo per tutti loro. Grazie ancora e buona serata 😊

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    1. Giusy Autore articolo

      grazie per il feedback Giuseppe 🙂 mi fa comunque piacere condividere le storie per quel che posso e quando posso, ed è bello vedere l’interesse che riuscite a provare per tutte queste persone indipendentemente dal vissuto, dalla storia e da tutte le variabili incluse. grazie mille per le tue letture. Buon pomeriggio 🙂

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