La parola sporca: perversione #4

Qui la terza parte della trattazione.

Photo by Mohan Nannapaneni on Pexels.com

Sadismo sessuale.

Si è comunemente portati a pensare che gli uomini siano più sadici delle donne o che siano “per natura” portati verso certi comportamenti (che come vedremo, sono spesso culturalmente accettati).

I casi di sadismo sessuale che terminano con l’omicidio sessuale, sono statisticamente rari e quando identificati, coloro che hanno commesso il fatto, vengono trattati come criminali e sottoposti a pena detentiva.

La questione si fa complessa quando riferiamo a casi in cui il corpo della vittima non viene ritrovato oppure quando trattiamo di tutti quei casi che non vengono denunciati o (se) denunciati, vengono trattati con pochezza e superficialità.

La quotidianità è piena di casi in cui “lei se l’è cercata; sono ragazzi; l’uomo è uomo; non è una brava moglie non soddisfa il marito”.

La verità – studi alla mano- è che gli uomini non sono sadici nati ma quando le loro tendenze femminili, umilianti e paurose arrivano troppo vicino alla superficie, per non essere svelate e accettate vengono seppellite sotto atti sadici comprendenti stupro, mutilazione e così via.

“Altri dopo una giornata di lavoro o di disoccupazione frustrante e avvilente, tornano a casa semplicemente per riaffermare la loro virilità, picchiando le mogli, abusando fisicamente dei figli. Questi atti fin troppo ordinari sono, a mio parere, manifestazioni della strategia perversa e rientrano nella categoria sadismo sessuale, anche se non comportano il coito”. Louise J. Kaplan.

Tra i motivi delle perversioni, negli uomini, abbiamo la paura dei loro stessi desideri femminili oppure il terrore di dare via libera al pieno sfogo della distruttività provocata dal corpo femminile o qualsiasi corpo che rappresenti agli occhi del pervertito, la debolezza femminile.

Le perversioni sono un chiaro esempio di come le passioni erotiche cerchino di contenere gli impulsi di morte e distruttività.

Nelle 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade, abbiamo un chiaro esempio di come la distruttività sovrasti l’eccitamento. Per provocare l’eccitamento del protagonista, devono infatti aver luogo 15 operazioni, simultaneamente, su altrettante donne. Ciascuna di queste giovanissime ragazze era marchiata da un numero che designava l’ordine di ingresso nell’anfiteatro al cui interno avvenivano tutta una serie di torture.

Il sadismo di De Sade è definito “sadismo estetico” ovvero: pornografia.

Per quanto concerne la pornografia una sorta di “mito culturale” è che serva ad intensificare il desiderio erotico: “la verità è che la pornografia serve a contenere il sadismo esplicito”. Louise J. Kaplan.

E’ attualmente in voga un filone nell’ambito della cinematografia a luci rosse detto slasher o snuff (la traduzione dei termini, in italiano, è impropria essendo questo tipo di filmografia quasi inesistente – se non- inesistente. Si tratta di un iperrealismo dell’orrore e della violenza contro il corpo femminile fino a mostrarne la morte/uccisione).

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

8 pensieri su “La parola sporca: perversione #4

  1. maxilpoeta

    sempre interessante, io farei però una riflessione, commettere reati, uccidere le mogli, o abusare di una donna, a parte i risvolti psicanalitici, è sempre una questione di criminalità. Poi qualcuno potrebbe giustificare queste cose o trovarne una scusante, ma a mio avviso la voglia sessuale e il reato andrebbero separati. Io non penso che che un amante del sesso vorrebbe vedere morta la sua amante, e non penso neppure che commetterebbe atti di violenza nei suoi confronti, in fin dei conti le ama, le desidera, le sogna. Sono due facce di una medaglia che non mi sono chiare per niente…

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    1. Giusy Autore articolo

      certo Max, ma ovviamente da nessuna parte e nessuna teoria vuole giustificare il criminale o colui che commette un reato, infatti lo dico esplicitamente quando sostengo che coloro che commettono il reato vengono trattati da criminali e sottoposti a pena detentiva; stessa cosa vale per l’amore diciamo così, per il sesso, e l’essere violento. E’ ovvio che l’avere piacere della sfera intima non corrisponda a desiderare il male della propria compagna. Qui muoviamo su di un piano che è quello psicopatologico dove sto cercando di spiegare il versante – appunto- patologico della questione, questione che è tornata alla ribalta in epoca recente a causa di tutto un filone letterario che ne mostra, però, solo una parte molto romanzata.

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