Il lavoro con il bambino (e i genitori).

Photo by Emma Bauso on Pexels.com

Il post di oggi vuole presentarti (in maniera -mi auguro- abbastanza comprensibile), cosa succede dopo la presa in carico di un (paziente) bambino.

Il punto di partenza è presentarti il lavoro con genitori e bambini (in trattamento psicoanalitico) modello che prevede tre o quattro incontri durante l’anno analitico.

Il modello tradizionale parte dall’assunto secondo cui i contatti con la famiglia debbano essere minimi, al fine di lasciare il bambino libero di sviluppare il proprio transfert e di converso, per non minare il controtransfert del terapeuta (che potrebbe riempirsi di identificazioni proiettive).

Accade però che se durante l’analisi del bambino emerge che anche i genitori, hanno bisogno di un sostegno psicoterapeutico, questi vengono inviati ad altro terapeuta.

Ad inizio trattamento, i colloqui con i genitori hanno lo scopo di costruire (e rinsaldare) l’alleanza terapeutica, proteggere la terapia del bambino, comprendere la posizione del bambino nel gruppo familiare ed entrare maggiormente in contatto con i bisogni psichici del bambino stesso.

La questione per il clinico o lo psicoanalista diventa complessa in quanto bisogna muoversi sapientemente (e con gran competenza) tra l’identificazione proiettiva e il transfert/controtransfert. Spesso accade infatti che (a causa anche di una sottesa psicopatologia in essere nella coppia genitoriale), l’analisi infantile si interrompa bruscamente.

Altra situazione ricorrente è quella secondo cui, nel momento in cui vi è un grosso miglioramento nel bambino, i genitori concludono prematuramente e bruscamente l’analisi dando come spiegazione “mio figlio è guarito! Ora sta bene, Dottoressa!”. Tale conclusione è spesso correlata al fatto che il sintomo del bambino sia parte dei problemi della coppia genitoriale; ne deriva che le difese della coppia siano pesantemente minacciate dalla scomparsa del sintomo del bambino il che porta i genitori alla comprensione -improvvisa- di essere loro stessi quelli, adesso, ad aver bisogno di una psicoterapia o analisi.

Nella maggior parte dei casi, questa proposta o presa di coscienza, viene completamente denegata.

Appare così altamente consigliato un lavoro a doppio setting che non si situa come un lavoro di due terapie in parallelo, ma di un unico processo terapeutico che si volge su due versanti che sembrano separati ma sono -di fatto- confluenti.

Non si tratta pertanto di un modello che segue il setting parallelo(abbiamo un terapeuta per il bambino e uno per i genitori), ma doppio setting ovvero lo stesso terapeuta del bambino, vede anche i genitori:

“questo modello viene considerato un’estensione degli incontri periodici di revisione, ed è appropriato quando i genitori appaiono molto riluttanti a vedere qualcun altro (..).. Rustin, 2002).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...