L’odore forte del mare.

Il bello della musica risiede nel suo essere un linguaggio a tutti gli effetti; un linguaggio però che a differenza delle lingue, può essere compreso da qualsiasi persona nel mondo.

Pur non conoscendo la lingua di espressione, possiamo tranquillamente farci trasportare dal ritmo, dalla melodia.

Per chi studia la musica, sa benissimo che in essa vivono specifiche regole; così come vi sono i segni di agogica (concerne l’espressione musicale per quanto riguarda l’impostazione della velocità di un brano e delle sue transizioni) ad esempio: indicazioni agogiche di movimento(costituite da avverbi, aggettivi o particolari locuzioni), forniscono le indicazioni di andamento e non di carattere del brano; ad es grave, Allegro, Adagio, Prestissimo. Indicazioni agogiche di transizione(costituite da verbi spesso abbreviati) indicano tutte le transizioni, ovvero tutti i cambiamenti riguardanti la velocità del brano, la quale può subire una diminuzione (ad esempio: ritenuto, allargando) un aumento (stringendo),  o un’oscillazione la quale, caratterizzata dapprima da un aumento della velocità seguito poi da una diminuzione (rubato).

La musica tiene e contiene e si fa plasma nell’anima (trasporta fattori nutrienti e rimuove i prodotti di scarto, le emozioni cattive).

Giudicare a prescindere un brano musicale, è un processo pericoloso e banale perché rischia di portarci nel bias che tanto vorremmo evitare dando il giudizio stesso “questa canzone è ridicola.. questo genere musicale è inascoltabile, vuoto… Questa sì invece che è musica seria! Non quella!”

Non ho mai parlato del mio percorso musicale, credo fortemente che le storie d’amore vere, quelle totalizzanti e connotate da (dolorosa) passione, meritino rispetto e vadano protette, non date in pasto “a”…

Allora nella mia quotidianità mi capita di passare tra le più svariate sfumature (che bella parola), delle note; spesso -vero- i pazienti condividono con me canzoni che non fanno parte della mia “playlist” e non ne faranno mai (parte) ma mai ho riso loro in faccia oppure ho detto loro “cazzo ti senti!”

Accade allora che nella playlist si sia fatta strada questa canzone

La storia (storia in una storia che non è storia importante) vuole che insieme al collega (con cui lavoriamo da studio associato), ci eravamo recati a fare una psicoterapia.

Era inverno, buio e faceva freddissimo. La persona da cui stavamo andando era una malata allo stadio terminale. Abbiamo fatto il “nostro lavoro” e alquanto rintronati siamo tornati in macchina.

Avevo la mia sciarpa gigante gialla intorno al collo, fin su la bocca (forse un analista direbbe: vicino alle labbra per tenere dentro, per non dire, per contenere) e nel silenzio eravamo imbottigliati nel traffico.

In quel momento, nel buio della città, costeggiando Scampia una canzone ci è tornata alla memoria.

E così, percependo l’odore forte del mare, ci siamo percepiti anche noi, come persone e non come dottori.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio