Una foto in terapia.

Ti stupiresti del colore reale dei miei capelli.. Del rame acceso che emanano e dei fili d’oro colato che li attraversano.

Ti stupiresti del calore del mio corpo, del colore che certe curve possono emanare e dell’estasi che le mie impronte ti possono regalare.

Ti stupiresti degli occhi trasparenti, che nessun monitor può rendere la luce di vita e speranza che uno sguardo può inviare.

Ti stupiresti del suono delle mie labbra, dei fulmini che l’arco di cupido può lanciare.

Ti stupiresti delle mie carezze, delle mie incertezze, dei miei mille movimenti, della voglia di partire senza mai tornare, del viaggio che mi fa casa e del ritorno che si fa partenza.

Ti stupiresti nel conoscere me, non la mia immagine nè la mia idea ma quel che sono che è quel che non posso essere e per questo è straordinariamente potente.

Una ragazza che seguo da qualche mese continua a vivere l’illusione di sé ancorandosi all’immagine che lancia, dal suo seguitissimo profilo.

Pubblica foto di continuo, completamente ritoccate, ed ogni volta che incontra i ragazzi che la contattano perchè affascinati dalla sua immagine (non da lei), la delusione, i pianti e le loro risate cattive fatte alla sua reale immagine, fanno sprofondare la giovane in uno stato catatonico.

Lo stato quasi cereo in cui la ragazza cade, sembra essere l’espressione di una modalità di difesa da lei assunta (quasi, si potrebbe ipotizzare, una identificazione con l’immagine altra da sè, di lacaniana memoria che rimanda quindi a quello che gli altri vogliono e dicono all’infans di essere); l’immagine però, non è reale e la ragazza resta imprigionata tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.

La giovane cade preda del nulla facendosi foto reale, per non percepirsi come quell’essere mancante che invece lei è (nella sua opinione).

I social sovvertono il legame con il corpo e il corpo perde i suoi confini.

Non siamo circuiti.

Siamo esseri umani.

Dott.ssa Di Maio Giusy