Aspetti cognitivi, fisici ed emozionali del dolore.

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Uno degli aspetti più controversi e difficili da prendere in considerazione, concerne la qualità dell’esperienza dolorosa.

Il post di oggi si presenta come una riflessione che prende in esame la componente del dolore nelle sue diverse sfaccettature, partendo (come sempre) da esperienze reali.

La condizione del dolore (organico o psichico) è complessa; complessa perché -come a breve vedremo- l’esperienza dolorosa si presenta come una condizione privata che ogni persona esperisce e vive prima nella propria solitudine, poi in condivisione con l’altro.

Il dolore è spesso sottoposto a giudizio. Chiunque si sia trovato a vivere un profondo dolore (ripeto che sia organicamente circoscritto, psichico o entrambi), sa che molto probabilmente ha dovuto spiegare o dar conto della propria sofferenza (e soprattutto del modo in cui l’ha vissuta).

Antropologicamente parlando siamo più propensi a pensare al dolore come una esperienza devastante che vada socialmente vista e percepita; così è facile giudicare una persona che ha appena vissuto (o vive) un dolore che appare “normale” (termine improprio ma coerente con il pensiero comune).

Largamente si è maggiormente portati a dar considerazione a chi fa grosse esternazioni del proprio dolore “guarda come soffre.. poverino/a.. guarda come piange..”. Il fatto è che spesso tanto più l’esternazione del dolore è grande e minuziosa, più la sofferenza è poco aderente alla realtà.

Il dolore silenzioso fa paura perché è quello che lavora analogamente ad un ragno che tesse la propria sottile ma fagocitante e resistente tela.

Come società ancora non siamo in grado di considerare la silenziosità devastante di una sofferenza; magari una persona sorride e appare serena ma .. magari ci ha messo 3 ore per mangiare una insalata oppure non è riuscita a fare la spesa perché nella propria mente viveva stati di dissociazione.

Che cos’è allora il dolore?

Genericamente possiamo dire che il dolore rappresenta il mezzo attraverso cui l’organismo ci segnala che c’è qualcosa che non va. Il dolore potrebbe indicare una sottesa patologia quando diventa costante nel tempo, mantenendosi continuo ed intenso: il dolore non dà tregua.

Quando si prova dolore, esso non si limita ad essere una semplice sensazione, ma riguarda qualcosa di più che tocca pensieri ed emotività. La definizione di dolore della IASP (International Association for the Study of Pain) mette in rilievo la sua componente esperienziale e cognitivo/affettiva, infatti lo definisce “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”.

Il dolore -quindi- non è una semplice sensazione ma comporta una reazione a cascata (un fenomeno di risposta omeostatica) che interessa uno specifico network cerebrale (salterò, per ovvie ragioni, la parte prettamente fisiologica).

Facciamo un esempio pratico: la mia gamba batte sullo spigolo del tavolo, provo dolore e automaticamente sono portato a portare la mano sulla parte dolorosa; questa scena/risposta, avviene in maniera automatica perché la fonte dolorifica attrae automaticamente l’attenzione distogliendo la mia attenzione da tutto il resto.

L’attenzione è così importante nel definire il modo in cui viene percepito lo stimolo che utilizzando tecniche di distrazione, si riduce sensibilmente l’intensità dolorifica percepita e la tolleranza (per esempio è stato utilizzato efficacemente il visore di realtà virtuale). La cattura dell’attenzione non si realizza casualmente, ma è finalizzata a determinare una risposta nei confronti della fonte dello stimolo doloroso. 

“Detto in altri termini: l’attenzione è un meccanismo di selezione per l’azione: quando si sente dolore ne consegue una spinta “arcaica” finalizzata alla fuga dalla fonte dello stimolo nocivo” (Ercolani e Pasquini, 2007).

Altra condizione tipica di chi sente o prova dolore, è la questione del dolore persistente. Questa tipologia di vissuto porta ad esperire una condizione di dolore secondario che è quello legato a sentimenti o vissuti di ansia, stress, panico o depressione.

Questo punto è di cruciale importanza perché evidenzia come la percezione del dolore sia influenzato dalla nostra interpretazione e valutazione. Quando si prova dolore (specie dolore cronico), il vissuto maggiormente associato è proprio l’ansia. L’ansia può, in questo caso, assumere la connotazione di ansia anticipatoria che può ad esempio portare la persona all’evitamento (evitare tutte quelle situazioni o luoghi, siano essi lavorativi, scolastici o luoghi di svago), dove il soggetto ha sperimentato dolore.

Dati alla mano, il sintomo maggiormente associato alle condizioni di dolore è la depressione (40-50% dei casi). Ciò che sembra portare le persone ad esperire lo stato depressivo non è tanto la condizione dolorosa in sé, quanto il non poter controllare o non poter far niente di concreto sulla condizione dolorosa, una condizione che impedisce anche la conduzione della propria quotidianità.

Altra emozione vissuta da chi prova dolore è la rabbia che -nell’individuo con sofferenza cronica-  di solito viene repressa (Okifuji e colleghi, 1999), perché socialmente indesiderabile, questo conduce ad una maggiore probabilità di trovare soggetti che rivolgono la rabbia verso se stessi piuttosto che verso gli altri.

Anche in questo caso il giudizio sociale gioca un ruolo importante. E’ ciò che succede quando vediamo persone che hanno una malattia degenerativa oppure ricevono una diagnosi di cancro. Di solito appaiono molto serene e forti; siamo -infatti- comunemente portati a vedere queste persone come forti e invincibili perché si “attaccano” alla vita e mostrano coraggio e una resilienza invidiabile..

Oltre ai vissuti cognitivi-affettivi, abbiamo anche costrutti cognitivi. La catastrofizzazione è un esempio.

Un modello che cerca di fondere aspetti cognitivi ed affettivi in modo abbastanza coerente è quello proposto da Vlaeyen e Linton (2000) conosciuto anche come Fear-avoidance Model.


Quello -tuttavia- su cui voglio porre attenzione è che la percezione del dolore non è uguale per tutti, perché, come affermano le neuroscienze, la percezione del dolore non è un’esperienza puramente fisica, essa coinvolge anche la dimensione psicologica. La stessa soglia del dolore, diversa per ogni individuo, è riscontrata come notevolmente bassa nelle persone depresse o ansiose.

Prima di giudicare: prova a capire.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio