Archivio dell'autore: Gennaro

Informazioni su Gennaro

Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale - Psicologo Clinico e dello Sviluppo

Copioni Familiari..

“Nascere è come venire catapultati in un libro già popolato di personaggi e di storie, è come stabilire un contatto con una realtà le cui regole sono già parzialmente scritte. La nostra presenza creerà delle modifiche alla trama, anche al finale, ma non saremo mai in grado di separarci dalle pagine che precedono la nostra entrata in scena e saremo inevitabilmente influenzati da queste pagine di cui siamo figli.”

Maurizio Andolfi
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Le trame invisibili delle nostre storie familiari legano con fili sottilissimi le storie delle generazioni passate con quelle del futuro. Ogn’uno è attore, suo malgrado, del proprio copione familiare e insieme agli altri attori della sua famiglia sarà parte integrante di una narrazione (con relativa “messa in scena”) coerente con rituali, credenze e comportamenti e della propria storia familiare. Trame narrative intessute dalle generazioni precedenti, ma con una grande influenza per il presente e per il futuro.

La domanda potrebbe essere questa: quanto è coerente con il vostro “personaggio” con il vostro “copione familiare”?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Night eating Syndrome (Sindrome da Alimentazione Notturna)

La Sindrome da Alimentazione Notturna è stata descritta per la prima volta nel 1955 da Albert Stunkard.

Questa sindrome è ormai riconosciuta come un Disturbo del Comportamento Alimentare ed è inserita nel DSM IV (come disturbo alimentare non altrimenti specificato) e più recentemente nel DSM V (nella categoria “Other Specified Feeding or Eating Disorder”).

Nello specifico questo disturbo è caratterizzato da una perdita del controllo sul cibo durante le ore notturne (iperfagia serale) e un alimentazione quasi nulla durante le ore diurne. Che significa generalmente, scarso appetito durante il giorno e anoressia mattutina. In genere la quantità di cibo consumata di sera e di notte è tra il 25% e il 50% dell’introito energetico giornaliero.

Questo Sindrome può essere associata anche a disturbi del sonno. Infatti, chi ne soffre, si sveglia durante le ore notturne per consumare grandi quantità di cibo calorico (snack, patatine, gelato..). Spesso vengono consumati cibi ricchi di carboidrati e dolci. Vengono quindi consumati per lo più cibi di conforto e ipercalorici.

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Le persone con questo disturbo hanno spesso problemi di sovrappeso o di obesità. Le loro abbuffate notturne sono caratterizzate da vissuti di tensione, stress, ansia, paura e sensi di colpa, quando finiscono di mangiare. Descrivono inoltre un grande senso di inadeguatezza, sconforto, angoscia, disgusto per se stessi e rimorso per il loro comportamento. Provano vergogna a riferire dei propri problemi e tendono a nascondere il cibo che consumano, agli altri.

Questo disturbo del comportamento alimentare è speso collegato con disturbi legati allo stress e alla depressione, ma anche a immagine di sé negativa, perfezionismo e preoccupazione per il proprio peso e per la propria forma. Il cibo è come se venisse usato come “automedicazione”; una sorta di “ristoro” emotivo dopo giornate passate a rimuginare su pensieri negativi o vissuti d’ansia, stress e depressione.

Secondo il National Istitute of Mental Health questo problema tocca circa l’ 1,5% della popolazione, senza differenza di genere e circa il 6/16% dei soggetti obesi.

Come per altri disturbi alimentari, un trattamento efficace per la Sindrome d’Alimentazione Notturna richiede in genere un approccio multidisciplinare.

In genere si inizia informando i pazienti sulla loro situazione, poi lavorando sulla consapevolezza e sugli aspetti emozionali e psicologici, si può procedere attraverso una sorta di rieducazione ai modelli alimentari corretti. Questo lavoro necessita ovviamente di un approccio multidisciplinare con lo Psicoterapeuta e il Nutrizionista (o Dietologo). A questi interventi può essere molto utile affiancare anche una “riabilitazione fisica”, attraverso l’introduzione di esercizio fisico. Ovviamente nei casi in cui vi è una comorbidità con altri disturbi psichiatrici può essere necessaria anche una terapia farmacologica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Benessere Psicologico e attività fisica.

Con le belle giornate, con l’avvicinarsi dell’estate e con la speranza di poterci godere i benefici di meritate vacanze, siamo un po’ tutti tentati di rimetterci in forma con l’attività fisica all’aperto (ovviamente con un occhio attento alle limitazioni per la pandemia, dove necessario).
E’ un’ottima Idea! La mente e il corpo possono trarne grossi benefici, specialmente dopo un anno così difficile.
A tal proposito vi ripropongo un post molto interessante sull’importanza dell’attività fisica per il nostro benessere psicologico e fisico. Buona lettura!

ilpensierononlineare

È ormai provato da diversi studi che l’attività fisica ha un ruolo importante nel ridurre gli effetti negativi dello stress: aiuta a scaricare la tensione e grazie al rilascio di endorfine di provare sensazioni di maggiore benessere alla fine dell’attività fisica. In uno studio condotto nel sud della California (Rancho Bernardo Study) su persone con età comprese dai 50 agli 89 anni, è stato evidenziato che le persone che praticano esercizio fisico hanno un umore meno depresso.
La sensazione di beneficio immediato è però generalmente momentanea e si riduce notevolmente quando si ritorna alla quotidianità. Per un effetto più duraturo è possibile intraprendere un vero e proprio percorso verso il benessere che affianchi all’attività fisica un supporto psicologico mirato e dedicato. L’esercizio fisico può avere buoni effetti preventivi e può essere un buon alleato, affiancando la psicoterapia, per il trattamento dei disturbi dell’umore (depressione), dei disturbi legati all’ansia e allo…

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I volti, le emozioni e la fiducia.

“La fiducia è uno stato rassicurante che deriva dalla persuasione dell’affidabilità del mondo circostante percepito come ben disposto verso il soggetto.”

Psicologia – Umberto Galimberti

La fiducia ha una influenza positiva sul comportamento delle persone e può avere anche un’ottima influenza sull’atteggiamento verso gli altri, eliminando sentimenti di inquietudine, chiusura, rifiuto e scetticismo.

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Ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre? Perché?

Si, ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre e sono quelle persone che riescono ad esprimere in modo chiaro le loro emozioni attraverso il volto. Il motivo principale è che da generalmente più evidente è quello che una persona sta provando, più siamo in grado di comprendere cosa aspettarci da lei.

In una ricerca tedesca fatta all’Università di Lubecca sono state coinvolti in una ricerca 94 volontari di entrambi i sessi. A questi volontari è stato fatto vedere un video in cui alcune donne esprimevano con il viso emozioni di paura o tristezza. Dopo la visione, i partecipanti all’esperimento, dovevano indicare ed ingrandire sullo schermo l’immagine di ciascuna di quelle donne ordinandole in base a chi avrebbero voluto avere vicino per conversare (più si considera affidabile una persona più ci avviciniamo a lei senza alcun disagio). Inoltre dovevano rispondere alle affermazioni: “vorrei incontrarla nella vita reale” – “vorrei parlarle dei miei problemi”.

Da questa ricerca è emerso che i volontari ritenevano più affidabili quelle donne del video di cui avevano compreso maggiormente le emozioni espresse e gli stati d’animo sottostanti. Inoltre i ricercatori, attraverso la risonanza magnetica funzionale, hanno potuto osservare nei volontari che si “affidavano” a quella persona del video, un’attivazione delle aree cerebrali legate alla ricompensa, che si attivano generalmente quando si prova piacere o si ha una gratificazione.

Insomma se riusciamo a capire le emozioni dal volto di una persona ci predisponiamo sicuramente meglio nei suoi confronti e proviamo anche un senso di piacere.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Il mio desiderio

“Non sono mai “io” che decido il “mio” desiderio, ma è il desiderio che decide di me, che mi ustiona, mi sconvolge, mi rapisce, mi entusiasma, mi inquieta, mi anima, mi strazia, mi potenzia, mi porta via.”

Massimo Recalcati

Quante volte abbiamo dovuto rinunciare ad un desiderio barattando un po’ della nostra possibilità di raggiungerlo per un po’ di sicurezza?

Quante volte abbiamo ceduto al desiderio e ci siamo fatti rapire dalla “Passione” che ci spingeva a soddisfarlo?

Quante sfaccettature porta con sé il desiderio…

dott. Gennaro Rinaldi

Può il clima influenzare la nostra creatività?

Finalmente ci siamo inoltrati pienamente in una delle quattro stagioni più colorate e climaticamente più piacevoli. Questo discorso non vale proprio per tutti, c’è infatti chi, alla primavera e all’estate preferisce decisamente l’inverno, il freddo, le giornate più corte, la pioggia e la neve. Insomma questione di gusti e di personalità diverse.

Ma la domanda che vorrei porvi è questa: può il clima influenzarci in qualche modo? Può influenzare il nostro umore, il nostro stato d’animo? Può influenzare anche la nostra creatività?

La risposta a tutte queste domande è si.

Oggi però vorrei approfondire solo l’ultima domanda. In effetti il clima può avere il proprio peso specifico sulla nostra creatività. In una ricerca di non molto tempo fa pubblicata sulla rivista scientifica Acta Psycologist è riportata una ricerca che afferma proprio che, le condizioni climatiche influenzerebbero il modo in cui la nostra mente elabora le informazioni, condizionando, in questo modo, la creatività delle persone.

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Gli studiosi per la loro ricerca hanno coinvolto delle persone in attività diversificate, di gruppo e non. La caratteristica principale è che queste attività venivano svolte in luoghi e ambientazioni “calde” o “fredde”.

Alla fine della ricerca si è notato che le persone coinvolte in attività con un clima più caldo, sviluppavano una “creatività più sociale”. Riuscivano infatti ad elaborare attività e compiti che li mettevano in relazione con gli altri, inoltre le relazioni e le attività di gruppo ne risentivano molto positivamente.

Le persone invece coinvolte nelle attività al “freddo”, avevano più una tendenza a sviluppare attività incentrate su processi mentali autoreferenziali e astratti (una creatività più personale), annullando quasi le attività svolte in gruppo.

In generale in questo studio, si è potuto arrivare alla conclusione che il caldo renderebbe le persone più “generose”, sia a livello relazionale che a livello di idee e attività cognitive, quindi più inclini a socializzare; mentre un clima più freddo avrebbe l’effetto contrario.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi