Archivio dell'autore: Giusy

Informazioni su Giusy

Psicologa Clinica, Dottoressa in Scienze e tecniche psicologiche, Scrittrice di favole per bambini. Pianista sempre alla ricerca dell'Arte.

Il passato ricorda.

“Siamo felici solo nel passato. Dal passato emergono ricordi di una mattinata, di una festa, di un pranzo, magari con una persona cara che non c’è più, come nel mio caso, o semplicemente della gioventù perduta, ed ecco che sorge lancinante il rimpianto. Eppure, in quel momento che stai ricordando, eri davvero felice? No, non lo eri. Pensavi al mutuo, alle vacanza, a un paio di scarpe nuove, non sapevi che di lì a qualche anno ne avresti avuto nostalgia”.

Maurizio De Giovanni.

In quel luogo, questa canzone è diventata fondamentale.

Amo Almodòvar, amo i suoi film e il taglio degli occhi che riesce a conferire ai suoi personaggi. Amo i suoi colori, la Spagna e questa canzone che anche se âgée, per me è tanto cuore e ricordi..

Inoltre.. mi diverto tantissimo a cantarla (balletto incluso).

Avete una canzone che (seppur non sia la vostra preferita in assoluto), portate nel cuore perché vi è legato un ricordo specifico, unico e indimenticabile?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

La mia maglia è blu, la tua… non lo so!

Mi sono ricordata di questo vecchio post – stamattina- dopo aver assistito all’ennesimo litigio di coppia per questioni ritenute importanti dall’uno, ma non dall’altro.
Buona Lettura.

ilpensierononlineare

Immagine Personale.

E’ un po’ l’eterno dilemma delle coppie:”Perchè non ricordi quello che ti ho detto due minuti fa?”

Vi siete -infatti- mai chiesti per quale motivo ricordiamo con maggiore facilità certi tipi di informazioni, mentre altre diventano preda dell’oblio quasi senza che noi ce ne rendiamo conto?

Anche in questo caso la psicologia sociale, funge da salvagente e prova a spiegarci cosa accade in queste situazioni.

Buona Lettura.

Il sè influenza anche la nostra memoria portando ad un fenomeno che prende il nome di effetto autoreferenziale. Accade pertanto che quando l’informazione è pertinente con il concetto di sé, questa si elabora più rapidamente e la si ricorda senza difficoltà. Se infatti proviamo a chiedere a qualcuno se la parola “introverso” lo descrive, in un secondo momento quella stessa parola sarà ricordata da quel soggetto con maggiore facilità rispetto a se gli fosse stato chiesto se (lo stesso) termine, possa…

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Il suono della Dolcezza.

“È la storia di una ragazza di periferia, cresciuta nelle case popolari, succube della monotonia di un quartiere dormitorio che vive giornate sempre uguali e strutture aggregative assenti. Laura, la protagonista, sogna di scappare e trovare un’alternativa all’eterno deja-vu della sua quotidianità trascorsa fra zapping televisivo, amiche, ragazzi, sigarette e una cultura media in cui non si rispecchia. Dal balcone di casa sua vede il mare ma i chilometri di cemento fatiscente, quelli dell’ex Italsider di Bagnoli, la separano dal rumore delle onde. Il video è una rivisitazione della storia di una mamma in difficoltà costretta a prostituirsi per sopravvivere. Protagonista è l’attrice Elisabetta Mirra. Il videoclip è vincitore al festival #TulipaniDiSetaNera nella categoria #MigliorRegia.” InfoBox Youtube

C’è una specifica sfumatura armonica in questo brano, che è il suono a cui penso quando immagino la dolcezza.

La musica si ascolta con tutti i sensi…

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Riflessioni Psy: L’emo-emozione.

Photo by ROMAN ODINTSOV on Pexels.com

Vi sarà (abbondantemente) capitato di vedere bambini, ragazzini e anche adulti farsi il segno del cuore o parlarsi in termini di “faccine”.. Un po’ come si stesse su una piattaforma online mentre siamo – invece- vis-à-vis.

La riflessione che l’osservazione di tale comportamento, mi ha spinto a fare, concerne la difficoltà riscontrata dalla maggior parte dei ragazzi, nell’identificare, nel dare il nome, alle proprie emozioni.

I nostri bambini stanno crescendo nell’epoca del virtuale; un “ti amo” diventa un cuore rosso, l’imbarazzo una faccina con le guance arrossate; il pianto ( che può essere più o meno disperato), diventa una faccina con una lacrima o con occhi strapieni di lacrime.

I nostri bambini – i nostri giovani- sono quotidianamente esposti a un qualche schermo; schermo che riflette una immagine fredda – spesso registrata- (mi riferisco magari ai video pubblicati dai vari influencers); un’immagine riflettente un contenuto spesso piuttosto carente a un contenitore in via di formazione che corre il rischio di riempirsi del nulla (il surplus vuoto che riempie è spesso il cardine della psicopatologia attuale, una psicopatologia che si colloca sul confine borderline, fatta di giovani che lottano continuamente lì.. sul confine tra lo spettro nevrotico e lo spettro psicotico, pronti a varcare la barriera di separazione).

Quando la barriera si rompe, osserviamo lo squarcio bulimico (il vomito, ad esempio) osserviamo le condotte autolesive; osserviamo gli acting out (l’azione violenta e/o aggressiva, la scarica piuttosto che la mentalizzazione del disagio).

Cosa c’entrano le emoticon, allora…

Ho spesso accennato all’importanza, per il bambino, del legame con la figura di attaccamento, definito come una relazione di lunga durata, emotivamente significativa, con una persona specifica (Schaffer, 1998); l’attaccamento avrebbe la funzione biologica di proteggere il bambino e la funzione psicologica di fornire sicurezza (Bowlby, 1983).

La qualità dell’attaccamento è importante non solo perché fornisce le basi a ciò che sarà la nostra sicurezza, la nostra tolleranza alle frustrazioni, l’indipendenza o la gestione dello stress; un buon legame di attaccamento fornisce le basi per la nostra futura capacità di sviluppare una teoria della mente con cui saremo capaci di attribuire stati mentali, pensieri e emozioni a noi stessi e agli altri.

Sì, ma le emoticon?

In molti colloqui o semplicemente osservando l’ambiente circostante, è facile vedere bambini con i dispositivi sempre connessi; pur stando insieme, di fatto i bambini sono soli perché incollati innanzi a uno schermo che con il tempo, finisce di dire loro “chi sono”.

La vecchia funzione genitoriale, la censura morale, la figura del padre castrante che spaventa, la mamma che accoglie e consola.. sono diventate immagini ormai legate a una vecchia “fantasia” di famiglia.

Bambini che crescono con l’idea che la felicità sia una faccina gialla o che la rabbia sia una faccina rossa, avranno per forza di cose difficoltà a sintonizzarsi con la realtà dell’emozione, esperita, quando sentita.

No, non esagero. I bambini che arrivano in studio, cadono inesorabilmente quando si parla di emozioni.

Ci si educa alle emozioni?

No: il sentire non si educa ma si sente, si percepisce, si condivide e gli si dà un nome; il tutto dovrebbe avvenire in maniera naturare all’interno di un ambiente familiare pronto a sintonizzarsi con le richieste del bambino/a .

Accade però che nell’epoca dell’immagine (una immagine che in realtà ci appartiene sempre meno), i genitori siano stanchi, svogliati e incapaci a loro volta di dare un nome alle proprie emozioni.

La mia riflessione non vuole essere una critica fine a se stessa, alla genitorialità attuale; come professionista non devo dare giudizi o creare allarmismi; voglio solo condividere con voi quello che Sara, 11 anni, oggi ha detto

.“Allora Sara, ti andrebbe di fare un gioco? sapresti disegnarmi la felicità?

S.”In che senso?”

.”Sai che cos’è la felicità? Cos’è che ti rende felice?”

S. “Non ho capito in che senso, la felicità.

. “C’è qualcosa nella tua vita, un alimento, una festività, un ricordo che ti rende felice?”

S. “AAhh.. Ma tipo come quando (nome dell’influencer), apre i pacchi che gli mandano a casa, con i trucchi?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Corri nella natura.

Chi ha (già) letto qualche mio post, sa il tipo di relazione che ho con la natura.. Conoscerà quasi sicuramente la mia (pessima) battuta “sono un girasole mancato“.

La questione è però reale.. ho bisogno di fare la fotosintesi quotidianamente e vivo seguendo il sole e la luce.

Ho una relazione potente e profonda con la natura, con la terra.. con il tutto da cui tutto viene a cui tutto torna..

L’altro giorno mi è capitato dopo un pò, di perdermi nel verde: finalmente!

Da camminatrice aggressiva quale sono, specie sotto il sole.. ho apprezzato il verde che avevo intorno lasciando il cervello respirare, perdendomi nel verde, riflettendo il giallo e sognando l’azzurro.

Avete presente quei micro momenti infinitesimali di gioia però intensa, piena e incontenibile ?

Basta così poco per viverli.. basta lasciarsi andare.. eppure è al contempo la cosa più difficile da fare.

Cosa ti fa stare bene?

“Non dimenticate che la terra si diletta a sentire i vostri piedi nudi e i venti desiderano intensamente giocare con i vostri capelli”.

Khalil Gibran

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Psicologia Sociale: Il sé.

Photo by David Cassolato on Pexels.com

Quando vi trovate di fronte ad uno specchio, cosa fate?

Avete mai riflettuto sull’azione di guardarsi e -soprattutto- riconoscersi in una immagine che lo specchio rimanda?

Gordon Gallup (1977) condusse una serie di studi proprio su questo tema giungendo alla conclusione che oltre agli esseri umani, solo le grandi scimmie (scimpanzé, gorilla e oranghi), sembrano essere in grado di riconoscere se stessi.

Gallup pose animali di diverse specie in una stanza con un grande specchio davanti loro; all’inizio gli animali si rivolgevano all’immagine riflessa nello specchio con vocalizzi o gesti tipici che implicavano una risposta da parte dell’altro.

Dopo alcuni giorni, le grandi scimmie (ma non gli altri animali come ad esempio i gatti), iniziarono ad usare lo specchio per eliminare residui di cibo dai denti, per spulciarsi o fare facce buffe, divertendosi. In altri studi, poi, Gallup dopo aver (in seguito ad anestesia) dipinto una striscia rossa sulla testa delle scimmie, notò come al risveglio gli animali, una volta trovatisi innanzi allo specchio, lo usassero per guardarsi e pulirsi la testa.

Successivamente, compiendo esperimenti simili (senza anestesia), alcuni psicologi scoprirono che i bambini riescono a riconoscere la propria immagine nello specchio tra i 18 e 24 mesi.

La capacità di riconoscersi è la prima chiara espressione del concetto di sé. (Boyesen e Himes, 1999).

Dopo questo riconoscimento, il concetto di sé diviene estremamente importante; immaginiamo a tal proposito di vivere senza avere una chiara idea di chi siamo..

Nella conduzione della nostra vita, quotidianamente, ciò che noi avvertiamo come il nostro sé, occupa e dirige le nostre azioni.

Se per qualche motivo abbiamo problemi di vista, corriamo ai rimedi indossando occhiali o lenti a contatto; se tuttavia abbiamo problemi di udito.. difficilmente ricorriamo ad apparecchi acustici..

Perché?

Secondo Mayers è più difficile accettare un apparecchio acustico (anche se invisibile) perché molto probabilmente siamo così preoccupati dell’immagine che diamo di noi stessi (immaginiamo a tutti i soldi spesi, annualmente, per parrucchieri, estetisti, palestre o creme varie), da non voler che qualcuno pensi che il nostro udito sia imperfetto e che noi possiamo invecchiare.

Il sè quindi riveste un ruolo fondamentale in numerosi aspetti della nostra vita tanto da spingere la persona ad usare numerose energie nel tentativo di costruirlo e mantenerlo.

Per scoprire da dove origina la percezione del sé, i neuroscienziati hanno esplorato le attività del cervello alla base de costante senso di essere se stessi. Alcuni studi suggeriscono che pazienti con danni all’emisfero cerebrale destro, non riescono a riconoscere e a controllare la propria mano sinistra. La corteccia prefrontale mediale, una struttura di tipo neocorticale che occupa la scissura centrale tra i due emisferi cerebrali (dietro gli occhi), sembra essere la responsabile della coesione del sé e risulta essere più attiva quando si pensa a se stessi.

Gli elementi del concetto di sé (le specifiche convinzioni in base alle quali si definisce se stessi) sono quelli che vengono definiti schemi di sé.

Gli schemi di sé sono considerazioni sul sé che strutturano e guidano l’elaborazione di informazioni importanti per il sé.

Se per una persona, l’atletica è fondamentale (per il proprio concetto di sé), tenderà a notare il corpo e le abilità fisiche degli altri e richiamerà alla mente con maggiore facilità, esperienze legate allo sport. Se il compleanno di un tuo amico è vicino al tuo è più facile che tu ricorderai la data (altro che facebook che avvisa; il miglior computer resta il nostro cervello e il suo funzionamento tecnicamente perfetto).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Eva l’anticonformista.

“La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede.”

Margherita Hack

Dott.ssa Giusy Di Maio.