Archivio dell'autore: Giusy

Informazioni su Giusy

Psicologa Clinica, Dottoressa in Scienze e tecniche psicologiche, Scrittrice di favole per bambini. Pianista sempre alla ricerca dell'Arte.

21.

Tempo che i pensieri trovino contenimento -lontano- dall’eccessiva emotività, e proporrò al lettore un profilo psicologico (profiling) di coloro che aprono il fuoco interrompendo per sempre il libero fluire della vita di un altro essere umano, rendendo tutto tremendamente disumano.

21 vite.

21 motivi “per…”

21 scuse.

21 famiglie interrotte per sempre.

21 …

Quanti proiettili ?

Sangue.

21.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Fantasmi: genitori e figli.

Photo by Aidan Roof on Pexels.com

L’isola del tempo (senza tempo) ovvero la stanza d’analisi in cui si viene a creare (e ad agire) la relazione paziente/terapeuta, non è fatta dai soli elementi che concorrono a formare il setting materiale e immateriale; anche il corpo dell’analista stesso diviene luogo di agito e per agire.

Il controtransfert corporeo (che interessa il corpo dell’analista) consente di arrivare alla comprensione (possibile) del fantasma fondamentale.

Gli adolescenti vivono in quella condizione che li fa costantemente oscillare tra il desiderio di relazione e la paura dell’intrusività, tra desiderio di contatto e difese che si ergono come barricate difficili da far crollare, erette per evitare di subire il controllo dell’oggetto (Super-Io perverso).

La qualità del legame con oggetti genitoriali inaffidabili e abusanti modellano e influenzano le successive relazioni. Accade, ad esempio, che i conflitti con i genitori si riattualizzino nella seduta con l’analista rievocando o rivivendo quelli più arcaici.

(Ecco perché la terapia è qualitativamente e quantitativamente molto diversa dalla semplice chiacchierata che chiunque è convinto di poter offrire come supporto, al disagio della persona).

Modalità relazionali genitoriali che non riconoscono l’identità e l’indipendenza del figlio, producono una violazione del figlio stesso, tale da indurre traumi che ostacoleranno la costruzione di una relazione in cui si riesce ad esprimere in maniera sana (e intima) i propri bisogni di cure.

Il movimento del bambino verso l’oggetto sarà così tanto compromesso da produrre difese autistiche, narcisistiche oppure le basi per un falso sé, fino a giungere all’identificazione con l’aggressore e un’introiezione del senso di colpa.

(Attenzione quindi a parlare di traumi o aggressioni, presunte o reali, con troppa facilità).

Quale il possibile destino dell’adolescente?

Ripetere il trauma (che sarà rimesso in scena anche durante la seduta).

“Il vincolo perverso che transferalmente si può ricreare offre l’occasione di liberarsi dalla ripetizione, consentendo il progressivo affrancarsi dalle aree traumatiche” (Cinzia Carnevali, Paola Masoni, 2021).

Cosa può accadere nel setting?

Nell’incontro del qui e ora, si può ripetere il trauma del là e allora; questi adolescenti possono instaurare un legame (con l’analista) che oscilla tra intimità patologica (simbiotica e perversa), collusiva, difese narcisistiche oppure esplosioni di rabbia.

E’ necessario, spesso, dimenticare la linearità del pensiero non essere statici e rendere il setting elastico al pari di una rete di contenimento dei circensi; un setting morbido al cui interno l’analista è capace di farsi usare (Winnicott, 1969) fino a (ri)vivere sulla propria pelle le modalità intrusive e aggressive subite dagli adolescenti durante l’infanzia.

La salute mentale è fondamentale.

Non improvvisiamoci.

Crediamoci.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#RiconoscimentoDelDisagioPsicologico

Mi hai dimenticata?

Allora?

ilpensierononlineare

Durante un colloquio, una ragazza, mostrava tutta la sua sofferenza per la fine della relazione con il suo (ex) compagno.

Il dolore era forte.. forte soprattutto per le grandi parole che lui aveva speso per lei.

C’erano stati i progetti, il desiderio, la fantasia.. La possibilità “che”..

C’era stato il bisogno di starsi accanto, la ricerca costante dell’unità..

C’era stato il calore della dimensione unica e “solo nostra”..

C’era stato il tempo per essere stati e il tempo per essere; mancava – ora- il tempo del saremo.. lasciando un vuoto:

sarò?

Le lacrime, il dolore, il tremore nel ripercorrere la sua storia di vita.. La concretezza dell’assenza.. il fardello del dubbio (ha un’altra?)

La solitudine.

“Mi hai dimenticato?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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La psicologia fa la prova costume #Psicologia #SaluteMentale #Corpo

Eccoci qui.. siamo entrati in quel periodo dell’anno in cui l’ossessione per il corpo e la sua (presunta) buona forma, raggiunge picchi estremi. La prova costume, come tutti amano definirla, sta diventando un qualcosa di così invadente tanto da diventare quasi una nuova epidemia tra i giovani e meno giovani. Perché giudichiamo costantemente il corpo dell’altro? Cosa ci spinge a dire che un corpo è più meritevole di un altro? Cosa ci dice la psicologia, in merito?

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

#RestiamoUmani

Thomas.

Molto probabilmente tutti abbiamo fatto un gioco semplice e rilassante: scrivere con il dito su di un vetro appannato.

Quando il vetro si appanna (volontariamente soffiando il nostro caldo e umido respiro sulla superficie), oppure a causa del contatto tra caldo e freddo di due ambienti, il vetro/specchio si appanna e noi cominciamo a scrivere/disegnare su di esso.

L’azione dello scrivere qualcosa che poi, dopo poco va via, mi ha riportata al gioco del nipotino di Freud.

Un attento Freud, aveva notato uno strano gioco che il nipotino faceva in assenza di sua madre.

Il bambino ha 18 mesi e pronuncia alcune parole che hanno un senso, almeno per coloro che si prendono cura di lui: “Fort/Da”; l’attenzione di Freud va quindi su un’azione che il piccolino compie nel mentre esprime questi fonemi; un’azione giocosa che il bambino ripete in modo relativamente invariabile, azione a cui associa l’emissione proprio dei due fonemi ben distinti.

Il bambino sta giocando con un rocchetto (un piccolo telaio di legno a cui avvolgere dei fili di tessuti); il rocchetto viene lanciato dal bimbo sotto al letto fino a farlo scomparire per poi essere tirato nuovamente a sé per farlo riapparire.

E’ proprio durante questa azione che vengono emessi i due fonemi precedenti “Fort- Via” e “Da- Qui”.

Per Freud questo gioco, consentiva al bambino di agire la sparizione e l’apparizione materna.

Questa funzione viene associata alla coazione a ripetere. Con questa formulazione Freud intende la tendenza inconsapevole a riproporre, tramite gesti e azioni quotidiane, una sorta di schema, script o modello presente nel mondo interno del bambino, che in passato avrebbe generato una sofferenza.

Per Freud il gioco mostrava che il bambino aveva raggiunto la rappresentazione simbolica della relazione con la madre simulando, con il rocchetto, l’abbandono della madre (che era assente) e il suo ritorno (quando il rocchetto riappariva da sotto il letto).

Siamo giunti al punto in cui, molto probabilmente il lettore si starà chiedendo cosa c’entra lo specchio appannato e Thomas.

Ma chi è Thomas? e Tu…

Lo conosci?

Thomas è l’amico che tutti abbiamo avuto e che all’improvviso è sparito; è quel nome sullo specchio e sul vetro che ci ha fatto compagnia per un tot del nostro destino, per poi svanire.

Thomas è quel rocchetto che fino ad un certo punto è tornato, è stato con noi, è stato in noi poi.. ha deciso di recidere i fili e -lacerando il tessuto dei nostri sentimenti- è andato per la sua strada.

Nei miei incontri di consultazione i pazienti lamentano sempre di più la difficoltà nel mantenere un rapporto chiaro, serio e leale di amicizia.

E l’amicizia è sacra per davvero.

L’investimento emotivo richiesto dal gioco dell’amicizia richiede un mettersi a nudo che è ben diverso dal denudarsi delle relazioni erotiche instaurate con il partner; l’amicizia è mare aperto.

Non conosce confini, orizzonti stabiliti o tempeste fagocitanti.

Quel che non resiste non è amicizia, ma una parola qualunque pronta a scomparire al primo vento che entrando nella stanza, ristabilisce il normale tasso di umidità e libera i vetri dalla condensa che appanna.

Quel che sparisce non resta e ciò che non resta non è (stata) amicizia.

Il riferimento è a Thomas Isidore Noël Sankara, ex presidente del Burkina Faso, assassinato a 37 anni in un colpo di stato dal suo più̀ caro amico. Il triste episodio si è verificato ad una cena in cui, all’improvviso, dopo mangiato, il suo assassino gli sparò in testa. Thomas ebbe solo il tempo di dire: ‘Ma come, proprio tu che sei il mio migliore amico mi uccidi?'”. Roberto Colella a areanapoli.it

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Apprendimento sociale: PODCAST.

La socializzazione è il processo per cui la società cerca di insegnare ai bambini a comportarsi come un adulto ideale che appartiene a quella società.
Il viaggio di oggi ci porterà alla scoperta dell’apprendimento sociale; inizieremo con la nostra tappa odierna, un viaggio che gradatamente ci illustrerà tutte le teorie più note, circa l’apprendimento e la socializzazione.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Juta.

Ho comprato due cinture di Juta: mi piace la Juta.

La Juta, detta anche canapa di Calcutta (proprio perché simile alla canapa),proviene da una fibra ottenuta da un arbusto (corchoru) che si presenta -appunto- simile alla canapa senza presentare lo stesso odore o principi stupefacenti.

Appartiene alla famiglia delle Liliacee e si presenta come un tessuto altamente biodegradabile e riciclabile.

Ha un elevato punto di rottura che le conferisce una estrema resistenza.

Garantisce traspirazione.

E’ igroscopica (assorbe prontamente le molecole di acqua presenti nell’ambiente circostante).

Si mescola e intreccia con altri filati.

Mi piace la juta perché ha una trama fitta, sottilmente doppia.

Quando passi il polpastrello sulla juta senti tutti gli intrecci che stringendosi, legandosi e saldandosi si sono dati e detti un patto: insieme e resistenti.

La juta è resiliente: si disfa, rompe i suoi legami quando questi hanno smesso di fungere la loro funzione e invece di fingere o di arrivare al punto estremo di rottura, si reinventa.

La juta riparte da zero, si ri-cicla e comincia un nuovo ciclo.

Mi piace la juta perché ha il suo caratteristico odore.

Sa di terra.

L’odore della juta racconta tutta la sua storia; storia di campi, di forza e bellezza..

Storia di viaggi, di racconti, di estati.

Mi piace la juta per le emozioni che i suoi intrecci mi donano.

Mi piacciono le superfici irregolari, rugose; mi piacciono gli intrecci, i nodi, le (non) linee.

Mi piace toccare la juta perché è come toccare un corpo formoso: è caldo, curvo e tondo.

Sa di passione.

Non amo gli spigoli e le forme piatte.

Amo il caldo.

(Vorrei vivere in una fibra di juta.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio