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Io non parlo! Mutismo selettivo.

La prima descrizione clinica, in letteratura scientifica, del quadro clinico caratterizzato dal rifiuto volontario di parlare è del medico tedesco Adolf Kussmaul nel 1877, che lo definì “aphasia volontaria“. Nel 1934 lo psichiatra svizzero Moritz Tramer coniò il termine “mutismo elettivo“, volendo indicare in questo modo la scelta del bambino di rimanere in silenzio. La definizione moderna di “mutismo selettivo” è del 1983 e si deve alla psicologa svedese Stina Hesselman, che invece voleva sottolineare la difficoltà dei bambini ad esprimersi e a parlare in situazioni particolari e selezionate o in situazioni vissute come minacciose. Nel 1994 la descrizione e la diagnosi di mutismo selettivo fu poi riportata nell’appena nato manuale diagnostico DSM IV (nel DSM V il mutismo è stato inserito tra i disturbi d’ansia). In questo modo, la concezione moderna del mutismo selettivo, permetteva di considerare questo problema come la conseguenza di una difficoltà di parlare in determinate circostanze, unita ad una forte ansia sociale. Quindi, il mutismo selettivo, è un disturbo psicologico complesso e non solo un semplice rifiuto oppositivo del bambino a parlare con gli altri, da punire o stigmatizzare.

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Il mutismo selettivo è una condizione caratterizzata da un persistente impedimento del bambino nel parlare, in situazioni sociali specifiche. In genere può capitare in ambienti non familiari o non consueti, di contro, il bambino manifesterà buone capacità comunicative in famiglia.

Questo tipo di problema può a volte essere correlato anche a disturbi del linguaggio, dell’apprendimento, dell’attenzione o del comportamento, ma molto spesso le cause sono da ricercare all’interno del contesto familiare. In quest’ultimo caso, la famiglia “impedisce” (spesso inconsapevolmente) al bambino di relazionarsi in maniera soddisfacente con gli altri, quasi disincentivando e impedendo l’uso del linguaggio al piccolo. Inoltre il bambino potrebbe essere caricato eccessivamente delle ansie e dei vissuti emozionali negativi dei genitori, impedendo così il formarsi di quello che la psicologia dell’attaccamento definisce come “attaccamento sicuro”.

Le storie familiari dei bambini con mutismo selettivo sono spesso piene di eventi traumatici, stressanti (lutti, malattie, separazioni, divorzi, trasferimenti repentini o migrazioni). Quindi le storie familiari hanno un grande peso e molto spesso la valenza del transgenerazionale diventa preponderante, avendo il sintomo caratterizzato probabilmente anche la storia personale dei genitori o addirittura dei nonni, in passato.

Il bambino diventa in qualche modo l’espressione dei conflitti, dei traumi, delle paure e delle ansie dei suoi genitori. Infatti, in situazioni del genere, è molto auspicabile che alla psicoterapia individuale del bambino, si associ anche una psicoterapia familiare che possa aiutare la famiglia ed in particolare i genitori a riconoscere i nodi critici e i meccanismi disfunzionali che alimentano in qualche modo l’insorgenza del sintomo nel bambino. Invece il sintomo, nello specifico, può avere dei miglioramenti con la riabilitazione, quando però è associato con disturbi del neurosviluppo, come ritardi evolutivi nel linguaggio, ad esempio.

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Oltre agli interventi psicoterapeutici sarebbe necessario informare ed educare gli adulti (genitori, insegnanti) sulla natura di questo disturbo e sulle difficoltà dovute alla gestione dei bambini. Infatti, a lungo termine, l’atteggiamento dei bambini (apparentemente oppositivo) può indurre negli adulti atteggiamenti punitivi e rigidi, che aggraverebbero solo la vulnerabilità emotiva dei piccoli.

L’evoluzione e la risoluzione del sintomo possono essere più o meno lunghi, c’è bisogno di pazienza e di tempo, quello giusto, per il bambino e per la famiglia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Autolesionismo (Self injury) – Il dolore celato.

Questa sera ripropongo un articolo di qualche tempo fa sull’autolesionismo. Un problema abbastanza diffuso tra i giovani e i meno giovani, che ha un peso specifico non indifferente nelle vite delle persone che ne soffrono. L’espressione fisica di un dolore per lo più celato, non condivisibile.. ma spesso l’impossibilità del non detto e dell’espressione emotiva, diventa emulazione pericolosa. Insomma un problema molto complesso e dalle tante sfaccettature. Buona lettura!

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L’autolesionismo (in adolescenza) si potrebbe definire come una forma di aggressività auto diretta atta a “scaricare e svuotare” una sensazione di “pieno” malessere interiore che può essere legato a situazioni personali o interpersonali.

È
un fenomeno comportamentale già ampiamente trattato e discusso in letteratura.
Ha radici ampie e molto profonde nelle persone, nella società, nelle diverse
culture e religioni.

Negli ultimi anni questo comportamento pare abbia assunto connotazioni differenti. Difatti la diffusione delle immagini e dei video degli “atti” di self injury, attraverso la rete e i social, funge da rapido “veicolo contenitore” e da amplificatore, per le nuove generazioni di adolescenti. Questi “luoghi del virtuale” raccolgono l’espressione di una collettività che vuole restare invisibile, ma che cerca la visibilità e che si serve del mezzo virtuale per trovare altri simili e limitare così la solitudine che…

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Curiosità – Cos’è il Freezing?

Sapete che il nostro cervello può, in situazioni particolari, letteralmente bloccarsi, andare in stand by? Ad esempio quando accade qualcosa d’improvviso e decisamente imprevedibile e/o disturbante, (una cosa molto bella o di contro qualcosa di molto spiacevole e brutto), il nostro cervello attiva una sorta di sistema di stop che blocca pensieri e movimenti. Anche se solo temporaneamente (la tempistica dipende da ciò che è accaduto), restiamo bloccati.

Molte testimonianze, ad esempio, descrivono che questa cosa successe a diverse persone coinvolte nell’attentato del 2001 al Word Trade Center. Questa sensazione di “blocco” è nota con il nome di “freezing“. In realtà questo meccanismo fisiologico, è qualcosa che noi condividiamo con molti mammiferi, è un retaggio evolutivo molto antico insomma. Per noi esseri umani potrebbe addirittura risultare un meccanismo scomodo e forse inefficace, ma in realtà negli altri animali è un comportamento che può risultare molto efficace in caso di predazione (è un vero è proprio salva vita).

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Secondo uno studi dell’Università della California e dell’Università di Oxford, il centro cerebrale che controlla questo meccanismo di blocco, è formato da un gruppo di neuroni localizzati nei gangli della base (il nucleo subtalamico – una zona interna del cervello che rappresenta anche la parte più antica, a livello evoluzionistico, del cervello).

Quindi i ricercatori hanno osservato che, in soggetti sani confrontati con soggetti affetti da Parkinson, gli eventi imprevisti inducono un cambiamento dell’attività cerebrale che presenta le stesse caratteristiche di un blocco motorio. Inoltre è stata notato anche che un maggior numero di neuroni attivi nel nucleo subtalamico corrisponde ad una maggiore incapacità di ricordare cosa si stava facendo durante l’evento imprevisto.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il segreto che logora.

“Dottore ho un peso sullo sterno, sento di non riuscire a respirare profondamente, ma non ho niente ho parlato con il mio medico curante e con il medico a lavoro. Non so che sta succedendo. Non ce la faccio più. Ho una bella famiglia, un lavoro decente, non ho problemi economici, ma ho un angoscia costante che mi accompagna tutti i giorni da qualche mese ormai. Sono spento, sempre con la testa tra le nuvole, nervoso e stanco.. sono stanco, stanco perché ho troppi pensieri che mi ossessionano la mente. Sono stanco dottore, ma non so perché.. “

“Mi ha detto che ci sono dei pensieri che la “ossessionano”. Cosa pensa? Cosa le torna in mente? Sembra così potente da prendere il sopravvento su tutto il resto.”

” Ehm.. non credo sia importante, non è nulla di che, però ci penso sempre. Dottore io ho un segreto.. mi è successa una cosa che non ho voluto dire a nessuno, non capirebbero..”

Possono i segreti incidere negativamente sul nostro benessere psicologico?

A quanto pare si. In una serie di 10 studi diversi sull’argomento e raggruppati in una ricerca intitolata “The experience of secrecy”, i ricercatori hanno potuto dimostrare che mantenere troppi segreti, o segreti importanti per tanto tempo possono logorare lentamente.

Nel campione di 600 soggetti, preso in considerazione nello studio, solo il 3% aveva dichiarato di non avere segreti, il resto invece aveva dichiarato di avere almeno un segreto. La media dei segreti per ogni persona era di 13, di cui circa 5 segreti, mai rivelati a nessuno. Tra i numerosi segreti raccontati dal gruppo sperimentale, in totale anonimato, i ricercatori hanno potuto stilare una sorta di classifica tra le tipologie di segreti più in voga tra le persone intervistate. In testa alla classifica c’era il desiderio di tradire il partner, poi seguivano i segreti legati ai propri comportamenti sessuali, l’aver mentito a persone importanti, innamoramenti nascosti, furti commessi..

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Dai risultati di questa ricerca si evince che non è tanto lo sforzo necessario per nascondere alle persone un segreto, ma piuttosto conviverci.

I nostri segreti, infatti possono affiorare improvvisamente, non solo quando siamo in presenza di persone o situazioni in cui vogliamo che essi non vengano scoperti, possono uscir fuori anche quando siamo soli. Quando facciamo azioni quotidiane, questi segreti possono tornare alla mente e avere conseguenze negative. Possiamo sentirci inautentici e inadeguati e falsi perché stiamo nascondendo una parte di noi stessi.

Questo può intaccare in maniera significativa il nostro benessere psicologico. Spesso può capitare che il pensiero del segreto possa essere troppo presente nella nostra vita fino a prendere il sopravvento quando siamo occupati a fare altro (ad esempio lavorare) e questo riduce le performance lavorative o di studio, ad esempio.

Il pensiero ossessivo legato ai segreti invadenti può avere effetti anche sulla nostra salute psicofisica determinando un innalzamento del livello di cortisolo (ormone dello stress), peggiorando anche la qualità del sonno.

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In che modo possiamo alleviare il peso dei segreti? Le strategie più efficaci secondo i ricercatori sono quelle di confessare i segreti a qualcuno (uno psicologo psicoterapeuta è consigliabile ma anche a persone fidate) oppure in mancanza di queste alternative è buona strategia anche affidarli ad un diario.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La Sindrome dell’impostore

Ci sono persone che non sono affatto convinte di meritare il proprio successo, nemmeno quando è palese che abbiano messo un grande impegno per arrivarci.

Queste persone soffrono della “sindrome dell’impostore” e vivono gran parte della loro vita con il timore di poter essere scoperti, perché si ritengono degli imbroglioni. Questo succede perché sentono che il loro successo o i risultati ottenuti nella loro vita, non sono dovuti alle loro capacità reali. Sentono invece di essere stati semplicemente fortunati a raggiungere un obiettivo, oppure solo capitati al posto giusto e nel momento giusto. Addirittura possono farsi la falsa idea che sia stato merito del demerito degli altri che abbiano così tanto successo.

Generalmente chi soffre di questa sindrome ha avuto esperienze di vita abbastanza favorevoli in passato, non hanno mai avuto grossi problemi e frustrazioni e hanno sempre avuto ottimi risultati in tutto, a partire dalle esperienze scolastiche.

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Secondo una Psicologa Pauline Clance (Georgia State University di Atlanta) che si è occupata di questo problema, la percezione soggettiva di essere “un impostore” può subentrare per la prima volta proprio alla fine del percorso scolastico di una persona o all’inizio del percorso universitario o della vita professionale. Queste persone arrivano a questi “appuntamenti” critici della propria vita sguarniti di difese, perché non hanno imparato mai a prepararsi adeguatamente a queste sfide e a saper attribuire i progressi e i successi a se stessi e alle proprie capacità.

La sindrome dell’impostore è dovuta ad uno stile di attribuzione sfavorevole, che praticamente vuol dire che non si sentono mai responsabili degli eventi positivi, imputandoli esclusivamente a fattori esterni. Inoltre si sentono veramente degli imbroglioni e quindi di non meritare i propri successi.

In alcuni studi americani dei primi anni del duemila, i ricercatori hanno scoperto che queste persone, sono più predisposte a vergognarsi di qualcosa, soffrono più spesso di ansia e depressione. Inoltre sembrano essere dolorosamente coscienti di tutti i loro difetti, mentre tendono a sopravvalutare le capacità degli altri. Si mettono a confronto con gli altri e hanno una percezione soggettiva (molto spesso fallace) di inferiorità, questo ovviamente comporta anche una autostima molto bassa.

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Le persone con questa sindrome hanno inoltre un modo di pensare ossessivo. Ad esempio, quando non vogliono essere scoperti come imbroglioni ad un esame, adottano due tipi di strategia: l’overdoing e l’underdoing. Nel primo caso si preparano in maniera quasi ossessiva all’esame, per limitare al massimo la possibilità di non essere “scoperti” e quindi di rendere al massimo. Ma se riescono a superare l’esame con un ottimo voto attribuiranno questo successo, non alle proprie capacità, ma piuttosto alla grande fatica o al fatto che gli sono state fatte domande semplici. Nel caso dell’underdoing, la persona si comporterà al contrario, cioè tenderà a preparare l’esame in ritardo e in fretta, perché probabilmente ha preferito occuparsi di altro nel tempo disponibile. Lo psicologo sociale Edward Jones descriveva questo comportamento come self handicapping: boicotto da solo i miei risultati e le mie azioni, in tutti i modi possibili, così posso proteggermi dall’insuccesso e dalla possibilità di un fallimento che dovrei per forza assegnare a me stesso, ma in fondo se l’avessi voluto ci sarei riuscito. Entrambe le strategie (underdoing e overdoing) limitano la propria visione del futuro e limitano la propria capacità di azione nel mondo.

Come è possibile affrontare un problema simile e come è possibile risolverlo?

Bisognerebbe rafforzare la propria autostima, riducendo l’apporto dell’ansia e della depressione. In terapia i pazienti affronteranno e analizzeranno le diverse sfaccettature della propria personalità, scoprendo e rafforzando i propri punti di forza, i rapporti positivi con le altre persone e valorizzando i risultati ottenuti e riconoscendo la loro responsabilità nelle loro azioni.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’insoddisfazione.

“Tutto diventa così problematico a causa di un difetto di base: essere insoddisfatta di me stessa.”

Anna Freud

L’autostima è un processo di auto-percezione che porta la persona a valutare se stessa tramite l’approvazione del proprio valore personale. Avere stima di se significa sentirsi apprezzato dagli altri e da se stessi. L’autostima si alimenta e muta continuamente ed è una sensazione prettamente soggettiva, anche se può esser condizionata dagli altri.

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L’insoddisfazione verso se stessi, (come descritto nella citazione di Anna Freud) può in tal senso intaccare la propria autostima e quindi essere alla base di diversi problemi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La solitudine

La solitudine è quella condizione in cui una persona si trova ad essere sola per qualche motivo, per scelta personale o per una scelta forzata. La sensazione della maggior parte delle persone che affrontano questo tema rimanda ad un’accezione negativa del termine, in quanto chi è solo in genere viene “pensato” come una persona triste, depressa e strana.

In effetti l’uomo è un animale sociale, vive di relazioni, vive nelle relazioni, per le relazioni e si ammala di relazioni.

Se vediamo una persona sola abbiamo quasi sempre la tentazione di “riempire” la distanza che la separa dalla socialità. Quasi percepissimo il senso di vuoto ci prodighiamo affinché si trovi un rimedio a quel deserto relazionale che circonda la persona sola.

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La sensazione di solitudine è uno stato personale che abbiamo provato tutti nella vita. Essa può essere negativa e provocare frustrazione e rabbia, delusione e tristezza, un senso di abbandono alimentato da una strana angoscia che alimenta quella paura di non riuscire mai a sperimentare la socialità. Quella negativa è la solitudine che deriva da situazioni impreviste, imposta dalle circostanze della vita: la fine di un amore, la prigionia, una malattia, l’isolamento percettivo o l’abbandono di una persona cara.

Ci può essere anche una solitudine imposta dalla società, quella che ci vede in presenza dell’altro, ma immersi nella solitudine degli schermi o quella imprevista che abbiamo potuto provare in questi mesi di pandemia.

Insomma una persona può trovarsi improvvisamente ad essere relegata in solitudine e non essere pronta e capace di stare da sola. In questo caso può soffrire molto.

La solitudine può però essere anche ricercata e voluta, come succede per i creativi, per gli asceti o ad esempio di chi vuole staccare dallo stress della quotidianità per recuperare le energie, per ritrovare se stesso. Molte persone riescono ad acquisire durante i primi anni di vita la capacità di trarre giovamento dalla solitudine, possono persino apprezzarla e gestirla come un bene prezioso.

Quanto siamo capaci di essere soli?

La capacità di essere soli secondo Donald Winnicott si può acquisire durante l’infanzia e può considerarsi un derivato positivo delle esperienze relazionali diadiche (con la madre) e triangolari (con la madre e il padre o gli altri). Lo stesso Winnicott attraverso un paradosso, dice che l’esperienza determinante e fondamentale affinché l’abilità di esser solo si sviluppi è l’esperienza di essere solo, da infante e da bambino piccolo, in presenza della madre.

La capacità di essere soli deriva dell’esperienza di esser soli in presenza dell’altro.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Gli atti mancati e la Psicoanalisi

A chi non è mai capitato di dimenticare qualcosa, di perdere un oggetto (più o meno importante), di dimenticare una parola nel mentre sta parlando, di dimenticare un nome, di invertire le parole o di rendersi conto di aver detto qualcosa che non doveva essere detta.. ? Sono episodi che nel bene e nel male ci hanno visto tutti protagonisti, spesso inconsapevoli, anche di brutte figure o di contrattempi bizzarri. Questi atti e comportamenti talvolta strani, illogici e a volte divertenti, hanno destato l’interesse di Freud, che nel suo studio di Vienna in Bergasse 19 si vedeva sovente arrivare pazienti intenti a raccontare episodi del genere.

Secondo Freud gli atti mancati (Psicopatologia della vita quotidiana – 1924 – ultima edizione) possono considerarsi fenomeni molto comuni, a cui tutti vanno soggetti, possono essere lapsus verbali, di lettura, di ascolto (si vuol dire a scrivere una cosa ma se ne dice un’altra). Un altro tipo di fenomeno classificabile in questo genere è una dimenticanza temporanea (non si ricorda un nome o ci si dimentica di fare qualcosa). Freud individuò questa caratteristica anche in quelle condizioni di natura puramente fisiologica e che quindi non possono essere significati ed interpretati.

Freud spiegò che addirittura un’attenzione particolarmente intensa alla corretta esecuzione di un azione o di un atto verbale, può agevolare l’atto mancato. “L’effetto del lapsus in quanto tale ha forse il diritto di essere considerato un fatto psichico pienamente valido perseguente un proprio fine, espressione di un contenuto e di un significato. È un azione normale che si è messa al posto di un’altra azione attesa o progettata” (S. Freud). Insomma, l’atto mancato ha un senso, ed è un atto psichico serio che sorge a causa dell’azione congiunta, o meglio per l’azione contrapposta di due diverse intenzioni.

Ad esempio, l’atto mancato di dimenticare un nome o di scordare dove si è riposto un oggetto, o addirittura di danneggiare per apparente noncuranza lo stesso si può interpretare con il fatto che esso non è gradito, si vuole un pretesto per sostituirlo, o ricorda qualcuno o qualcosa che non si vuole proprio che torni alla mente. Freud però tenne a specificare che l’interpretazione degli atti mancati ha bisogno di essere verificata in futuro, in quanto la situazione psichica di quel particolare momento non è accertabile, quindi ci è perlopiù sconosciuta e che non può essere generalizzata, ma riguarda esclusivamente la persona che lo racconta.

Oltre agli atti mancati ci sono altri tipi di fenomeni ad essi prossimi, le cosiddette azioni casuali e sintomatiche. Esse appaiono come qualcosa di immotivato, di non appariscente di irrilevante. Dalle azioni mancate le distingue l’assenza di un’altra intenzione con la quale si scontrino e che da esse venga disturbata. Questi fenomeni sono atti psichici, che al pari degli atti mancati, hanno un senso, e si possono considerare come piccoli indizi di processi psichici più importanti.

“…la repressione dell’intenzione che si presenta di dire qualcosa è la condizione indispensabile perché si verifichi un lapsus verbale.”

Sigmund Freud

Gli atti mancati sono risultati di compromesso, sono una mezza riuscita e un mezzo fallimento per ognuna delle due intenzioni. Tali fenomeni bisogna concepirli come indizi di un gioco di forze che si svolge nella psiche, come l’espressione di tendenze orientate verso un fine, è una concezione dinamica dei fenomeni psichici.

“…la vita psichica è un campo d’azione e di battaglia di tendenze contrastanti o, per esprimerci in forma non dinamica, è fatta di contraddizioni e di coppie di opposti.”

Sigmund Freud

Il nostro perdere è spesso un nostro volontario sacrificare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi