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Focus Group.

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Presentazione della tecnica.

Il focus group è una tecnica di raccolta dati qualitativa. È un’intervista allargata faccia a faccia e prevede la presenza di un conduttore, un aiuto conduttore, di un gruppo di persone e in genere due osservatori.

Attraverso la somministrazione di alcuni stimoli (come domande più o meno strutturate), si dà vita al dibattito guidato; in questo modo si presta più attenzione alla qualità dei dati trattati ed emersi, piuttosto che alla quantità di questi.

Scopi, utilità e limiti.

I campi in cui questa tecnica è stata utilizzata, sono molteplici. Originariamente la tecnica è nata per le indagini di mercato (ovvero per capire le opinioni dei consumatori circa un determinato prodotto). Dopo un periodo di declino (negli anni 80), la tecnica è stata rivalutata, soprattutto nell’ambito della ricerca scientifica.

Il focus group viene usato dai ricercatori o nelle fasi esplorative del loro lavoro, o quando intendono cercare conferme o disconferme rispetto alle teorie interpretative ed esplicative dei problemi che essi stanno studiando, o -ancora- per mettere a punto strumenti di rilevazione dati come i questionari.

Esso può però anche fungere da strumento per l’interpretazione dei risultati di una ricerca già effettuata. Il focus può essere sia usato nel caso di indagini pilota (quindi come strumento di ricerca autonomo), o per raccogliere informazioni sullo svolgimento e andamento di progetti già in atto (per fornire il punto della situazione e per procedere alla loro riprogettazione).

Il focus group si basa sull’intervista a più persone (tra le sei e le dodici unità, disposte le une di fronte alle altre), sono i grado sono in grado di assicurare una produzione di idee quantitativamente ma soprattutto qualitativamente più significative rispetto all’intervista individuale.

Questo perché un tema trattato da un membro, può poi essere ripreso da un altro partecipante e può essere trattato in modo più articolato; in questo modo uno stesso contenuto può essere interpretato da più punti di vista. Essendo una metodologia di tipo qualitativo, i risultati ottenuti con il focus group non possono essere utilizzati per fini statistici. Invece data la sua configurazione di attività semistrutturata, il focus è in grado si permettere l’apprezzamento di dati qualitativi in sé ai fini di una ricalibratura di un progetto formativo.

Componenti, elementi procedurali e fasi.

Il focus group è una tecnica che richiede un attento lavoro di preparazione e impegno affinché le sue fasi e componenti procedurali vengano rispettate. Quindi è importante procedere con una corretta individuazione degli obiettivi, scelta dei partecipanti, individuazione degli strumenti e metodologie di volta in volta più adatte, e una precisa preparazione da parte del conduttore o leader.

Circa gli scopi del focus group, di solito questi vanno decisi in equipe e (se necessario), vanno individuati con la committenza. Gli obiettivi vanno successivamente formulati tenendo conto sia del contesto in cui il focus group è proposto, sia tenendo conto del motivo per cui il focus group viene condotto.

Il focus group può anche servire per fare il punto sull’andamento organizzativo di un’azienda o istituzione ; così come tale metodologia può essere utile quando -in sede di progetti educativi e formativi- si voglia fare il punto della situazione attraverso l’ascolto di testimoni privilegiati in grado di esprimersi relativamente ad aspetti che hanno funzionato a dovere e per i quali si può pensare di riproporli, oppure relativamente ad aspetti problematici che chiedono innovazione e cambiamento sia nella prospettiva della riprogettazione educativa e formativa sia nella realizzazione e gestione pratica della stessa.

Il focus può essere guidato grazie ad una scaletta di argomenti o ad una serie predefinita di domande. Il numero e qualità di queste, può essere variabile a seconda degli obiettivi del focus; della difficoltà e articolazione dei temi trattati, del tempo a disposizione, del numero dei componenti del focus e anche del carattere che si pensa debba assumere la discussione ( botta e risposta o approfondimento).

Questo dipende da una scelta preventiva da parte del leader.

Il focus richiede una serie di domande o stimoli centrati sull’obiettivo, ma formulati e proposti in modo abbastanza morbido in modo da lasciare spazio e libertà di interpretazione ed espressione. Il grado di strutturazione e l’ordine della scaletta delle domande devono essere maggiori e adeguatamente pensati se devono servire per tenere più sessioni di focus group con referenti diversi, al fine di comparare i risultati ottenuti.

Il focus group può anche essere svolto fornendo una serie di stimoli verbali o attraverso la visione di filmati o materiale fotografico o disegni. Circa la scelta dei partecipanti, l’età, il genere, l’appartenenza a determinati contesti o i ruoli professionali, possono essere elementi discriminanti per l’individuazione dei partecipanti.

È necessario comunque che i partecipanti risultino su un piano di parità tra loro, come ad esempio è importante che non vi siano grosse differenze circa le competenze relativamente al tema d’oggetto di studio del focus, in quanto se ciò accadesse potrebbe verificarsi una spaccatura tra coloro che sanno e che vengono visti come gli esperti, e coloro che non sanno. È bene poi che i protagonisti non siano stati costretti a partecipare al focus, in quanto è necessario che i partecipanti del focus group siano interessati ai contenuti da discutere, non sottovalutando di poterli informare per tempo in termini generali sui temi da prendere in considerazione, in modo che possano arrivare alla sessione dopo che vi abbiano già pensato.

Il tempo di conduzione del focus group va dall’ora e mezza alle due ore.

Nel caso di questioni complesse, per garantire la qualità dei risultati e per non rendere il lavoro oneroso, è preferibile pensare a più di una sessione di focus group.

Come per il brainstorming è preferibile che la disposizione dei partecipanti sia a cerchio o attorno ad un unico grande tavolo, in modo che tutti si possano reciprocamente vedere in volto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Umore e Postura

Le nostre emozioni possono influenzare la nostra postura corporea?

Certamente si, ed è abbastanza evidente che alcuni stati emotivi hanno posture corporee caratteristiche, come nel caso della depressione.

Alcuni studi sulle nuove prospettive dell’embodied cognition suggeriscono che potrebbe anche valere il contrario, e cioè che in alcuni casi è proprio la postura che assumiamo che può avere una influenza diretta sulle nostre emozioni.

Secondo la embodied cognition corpo e mente sono profondamente legati l’uno all’altro e quindi i processi cognitivi hanno una influenza diretta con il corpo e il corpo influenza i processi mentali, ed entrambi hanno una interazione diretta e continua con il mondo circostante. Quindi anche il corpo e nel caso specifico, la postura, può determinare stati mentali specifici.

Gli studi in questo ambito hanno mostrato che assumere una postura dritta può avere effetti significativi sulle nostre emozioni e sul nostro umore; può, ad esempio, renderci più orgogliosi dopo un successo, dotarci di maggiore autostima, aumentare le nostre abilità nell’approcciare a compiti complessi e stressanti, fronteggiare efficacemente ambienti e situazioni relazionali potenzialmente ansiose.

Per capire se il cambiamento di postura potesse avere qualche effetto positivo su persone con sintomi depressivi, i ricercatori dell’Università di Auckland (2017), hanno coinvolto 61 soggetti con sintomi depressivi non molto gravi e li hanno divisi in due gruppi. Il gruppo di controllo manteneva, durante l’esperimento, ha mantenuto la postura abituale, l’altro veniva istruito, invece, ad assumere una postura specifica: mantenere lo sguardo dritto davanti a sé, spalle dritte e immaginare di protendere la parte superiore della test verso il soffitto.

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Successivamente i soggetti di entrambi i gruppi venivano invitati a fare compiti abbastanza stressanti, fra cui quello di tenere un discorso in pubblico. Prima e dopo queste prove, venivano invitati a compilare dei questionari per valutare il proprio umore.

I risultati finali hanno mostrato che coloro che avevano assunto una posizione eretta (e per loro inusuale) avevano riferito un minor livello di stanchezza e un umore più elevato rispetto all’altro gruppo. Avevano, inoltre, utilizzato più parole durante il discorso in pubblico e avevano ridotto l’uso di pronomi come “me” ed “io”. Questo tipo di comportamento suggerisce un umore meno negativo, un aumento dell’autostima, minore autoriferimento (focalizzarsi continuamente solo su se stessi); tutti aspetti legati alla depressione.

Questo tipo di esercizio fisico può sicuramente essere utilizzato in maniera efficace, per “accompagnare” e supportare il trattamento psicoterapeutico dei casi meno gravi di umore depresso. Ovviamente non può assolutamente sostituirsi alla psicoterapia o alla terapia farmacologica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’isola del tempo per B.

“Dottoressa non so cosa dirle.. Io mi sento strano in questo contesto. Mi sembra che l’unico obiettivo dei miei amici sia apparire e apparire ancora. Mi sembra assurdo che i bambini già a 3- 4 anni abbiano telefono o tablet a disposizione… Possibile che dobbiamo crescere da subito con questa idea che quello che gli altri vedono di te, sia più importante di quello che sei tu, di quello che di te stesso, vedi tu?

Io vado a scuola a Scampia; mo.. come uno sente Scampia dice “criminali, delinquenti… spacciatori!” ma tu che ci fai là in mezzo?

Io “non ci faccio”, “ci sono”… che è diverso. Ho la media del 9, mi piace studiare e sono un ragazzo che riflette sul mondo circostante. Non ho mai fatto cazzate anzi.. ho quasi la sensazione che la cazzata che io stia facendo, sia restare a pensare.

Con le mascherine sono tutti più simpatici e sa perché? Perché siamo tutti uguali… poi tolta la maschera hanno tutti una faccia diversa da come l’avevo immaginata: tutti incazzati, brutti e nervosi.

Ma che hanno da stare così nervosi?

Quanti pregiudizi, quanti stereotipi… quanta poca fantasia, Dottoressa. Ecco… Nella mia famiglia ci si lamenta del fatto che magari non ho troppi amici o del fatto che mi vedono poco in linea con quella che è la mia età…

Sto bene qui, a parlare con lei.

Qui c’è calma, la sua voce mi rilassa e ho tempo per pensare. Sto come su un’isola, uno spazio/bolla in cui il tempo diventa strano e va più lento (pure se subito passa l’ora), e non ricevo giudizi per le mie idee, ma orecchie: orecchie che mi ascoltano e che sono pure interessate.

Non ricevo domande fredde e stereotipate; non ricevo giudizi o imposizioni.

Sento che quando vengo qui ho tempo per riflettere e prendermi cura di me stesso. Nessuno qui mi chiede di apparire, nessuno mi dice che sono un delinquente, nessuno mi fa sentire nessuno.

Ecco… solo i disegni che mi fa fare mi annoiano però va bene lo stesso..

Li faccio perché sento che anche quelli servono (poi me li presenta sempre in maniera molto simpatica, sono onesto).

Come? E’ già passata un’ora?

Va bene Dottorè… ci vediamo la settimana prossima; sì… la scrivo la storia ma mo devo tornare là fuori? Nella confusione, nella violenza e nella cattiveria?

Buona serata Dottorè!”

B., adolescente di Scampia che ha capito più di chiunque altro a cosa serve il supporto psicologico.

(Perché il pregiudizio può esserci sempre: sia da un lato, che dall’altro).

Grazie.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

PsicoPillole di Lessico: Querulomania.

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La querulomania indica un atteggiamento lamentoso protratto che nasce dalla persuasione reale o immaginaria di aver subito un torto.

Può degenerare in delirio, innescando nel soggetto delle condotte che si esprimono ad esempio facendo continue domande di risarcimento, citazioni giudiziarie e simili.

Si tratta di continue rivendicazioni che il soggetto compie.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sono brutto: pillole di psicologia.

“E che devo scrivere qua… Dottoressa… tanto… Sono Brutto!!!”

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Con il termine Dismorfoestesia (detta anche dismorfia) si indica la sensazione di essere particolarmente brutti, impresentabili, deformi o ripugnanti. La persona si percepisce (e vede) come particolarmente grassa e/o brutta.

Tale condizione può presentarsi sia in forma monosintomatica (come durante l’adolescenza) quando la trasformazione puberale può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con più o meno angoscia (soprattutto quando la pubertà stessa con tutti i cambiamenti che comporta, è rifiutata dalla famiglia stessa della persona), o in un quadro di nevrosi ossessiva o schizofrenia (in tal caso il rifiuto del proprio aspetto può assumere caratteri fobici che disturbano l’espressione della personalità).

In questo caso di parla di dismorfofobia che (rispetto alla dismorfoestesia adolescenziale che ha tratti più transitori), ha tratti più irriducibili.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Psicologia in pillole: Doll Therapy.

Nel lavoro con le demenze, un filone piuttosto recente vede l’uso delle bambole; si tratta della doll therapy o terapia della bambola.

Durante le sessioni di terapia, vengono utilizzate delle vere e proprie bambole giocattolo che vanno consegnate alla persona affetta da demenza, con lo scopo di andare a stimolare tutta una serie di funzioni.

La teoria di riferimento della doll therapy è la teoria dell’attaccamento questo perché l’attaccamento si realizzerebbe in situazioni caratterizzate da forte stress, non familiari e con elevato senso di insicurezza: tutti elementi presenti nei pazienti con demenza. 

La bambola potrebbe fungere da “oggetto transizionale”, quell’oggetto che rassicura e aiuta nel passaggio tra il me e non me portando sicurezza e tenendo contenute le angosce e le paure che possono presentarsi all’improvviso.

Le bambole da doll therapy possono, inoltre, riportare alla memoria emozioni e vissuti riguardo l’esperienza della genitorialità andando pertanto sia a riattivare sensazioni che ricordi legati alla dimensione della cura e del proprio vissuto (come genitore o nonno).

La doll therapy migliora la stimolazione sensoriale attraverso l’utilizzo del tatto e le capacità comunicative di chi la utilizza. Alcuni ricercatori hanno evidenziato anche un aumento dell’autostima degli utenti, sviluppatosi attraverso attività di cura nei confronti della bambola (come cantare delle ninne nanne) e un maggiore senso di sicurezza.

Il fatto inoltre che le persone si prendano cura della bambola vestendola, nutrendola e cullandola sembra riattivare anche la dimensione della cura personale promuovendo una maggiore autonomia e un aumento dell’autostima.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.