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La parola sporca: perversione #3.

Qui la seconda parte della trattazione.

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Durante il ventesimo secolo, le categorie utilizzate dai sessuologi in merito alla distinzione tra comportamento sessuale “normale e patologico”, subirono uno scossone poiché considerate non più idonee a giustificare il cambiamento che il gusto sessuale della popolazione, andava esibendo.

L’incertezza diagnostica ha attraversato anche i manuali diagnostici, primo fra tutti il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali). Nel 1952 l’APA (American Psychiatric Association) pubblica la prima versione del DSM; in esso, le deviazioni sessuali erano classificate insieme ai disturbi della personalità psicopatica (in accordo con il fatto che la maggior parte delle perversioni sessuali, venivano attuate da coloro che portavano a termine un reato: criminali antisociali).

Nel 1958 il manuale fu sottoposto a revisione. Nasceva così il DSM- II al cui interno le deviazioni sessuali erano elencate secondo categorie di disturbi della personalità che suonavano meno minacciose rispetto ai criminali: isteria, narcisismo..

Nei decenni successivi (procedendo sempre di pari passo con l’evoluzione del gusto sessuale della popolazione), furono elaborati nuovi criteri relativi alla salute mentale. Nasceva nel 1980 il DSM- III e nel 1987 la sua revisione DSM- III TR. In queste edizioni più recenti, le perversioni sessuali erano indicate in una categoria a sé stante e venivano trattate- per la prima volta- in maniera meno “etichettante”: nascevano le parafilie (para- deviante e filia – attrazione).

Altra potente innovazione del manuale fu l’eliminazione dell’omosessualità e del coito orale e anale dalle perversioni.

Continua però a restare una certa diffidenza sociale, da tali pratiche.

Non si parla, inoltre, delle perversioni femminili nelle quali l’eccitamento e la performance sessuale sono di rado i fattori dominanti e in nessun caso sono elementi cruciali o decisivi.

Attualmente siamo giunti (passando le il DSM IV), al DSM V dove si parla di “disturbi parafilici:

Si parla di disturbo parafilico quando una parafilia, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare, danno a se stessi o agli altri.

In tal senso, una parafilia è una condizione necessaria ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico.

Un esempio:

Masochismo sessuale: le fantasie masochistiche che accompagnano il coito o la masturbazione sono così diffuse da poter essere considerate universali. Quasi tutte le perversioni, comportano una variazione del copione masochistico ma a differenza del travestitismo e feticismo (che sono quasi esclusivamente maschili); il masochismo sessuale può esser ritrovato in entrambi i sessi.

Vi sono donne, ad esempio, che sono costrette a recitare all’interno di scenari masochistici in cui è richiesto all’uomo di assumere il ruolo di sadico umiliatore (di solito la donna partecipa a pagamento o volontariamente , o entrambe le condizioni); in questo scenario la donna si trova sotto il controllo dello scenario inventato dal partner sessuale.

L’idea che il masochismo sessuale sia prerogativa maschile si comprende meglio quando si capisce che tale strategia perversa mira a dare sfogo ai desideri femminili dell’uomo che resta però, nella posizione di potere.

Quando Freud parla di masochismo femminile, si riferisce ai desideri femminili degli uomini (le successive divagazioni – marchiate tra l’altro da profondo pregiudizio- fatte da certi tecnici, non rendono giustizia nell’ottica di chi scrive, all’opera di Freud).

Travestitismo e masochismo sessuale sono perversioni che permettono all’uomo di identificarsi con la posizione degradante assegnata alle donne, nell’ordine sociale, senza però perdere la faccia, ovvero senza veder minacciata la propria virilità.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La parola sporca: perversione #2

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Qui la prima parte della trattazione.

Un adulto, maschio o femmina che sia, che si senta obbligato a metter in scena un rituale perverso, spreca una grande quantità di energia; energia che circola dalla notte al giorno, quasi senza sosta al fine di poter dominare e controllare quelle emozioni e quegli affetti che durante l’infanzia erano intollerabili e incontrollabili.

La perversione – infatti- finché ha durata (siano essi 10, 20 anni o tutta la vita della persona), diviene la preoccupazione centrale dell’esistenza della persona stessa.

La preoccupazione che accompagna colu* che attua una strategia perversa, è diversa da quella che accompagna un sintomo compulsivo (ad esempio lavarsi frequentemente le mani o pulire di continuo la casa). Nella coazione, la persona avverte che sta correggendo qualcosa di sbagliato e che sta facendo qualcosa di “giusto”. Accade infatti che tutte queste attività che la persona si sente costretta a svolgere, siano accompagnate da una coscienza molto presente dell’ansia (talvolta della vergogna); queste attività servono però a non tenere sul piano inconscio la colpa.

Nella perversione, la persona sente che sta facendo qualcosa di “immorale”, è consapevole di esser costretta a fare qualcosa che va in contrasto con il sistema morale; è tuttavia proprio sfidando questi codici morali che la persona prova un senso di sollievo.

Ci si sente fieri e coraggiosi.

La preoccupazione insita nella perversione comporta pertanto che le questioni legate al peccato, divengano predominanti e consce ma solo per mantenere inconsce la vergogna e l’ansia.

Uno, infatti, degli aspetti principali della strategia perversa è di mantenere in primo piano le idee di peccato e colpa ma non per dissuadere dalla trasgressione morale, ma anzi come ingredienti centrali della strategia stessa (ingredienti che sono, per esempio tormento, tortura, sofferenza).

Le perversioni maschili (feticismo, travestitismo, esibizionismo, voyeurismo, masochismo sessuale, sadismo sessuale, pedofilia, necrofilia), puntano ad attività bizzarre, insolite, come sistema per avere vittoria sui traumi dell’infanzia.

Nella perversione maschile, la strategia si limita a portare alla coscienza una esagerazione difensiva della mascolinità fallico- narcisistica; la strategia della perversione maschile permette infatti a un individuo di esprimere i suoi desideri femminili proibiti travestendoli da ideali di virilità.

Nella perversione maschile l’eiaculazione e l’orgasmo sono una prova da cui dipende la sopravvivenza, più che la ricerca di piacere.

Tutti gli aspetti della strategia perversa agiscono in stretto collegamento l’uno con l’altro.

Un elemento, ad esempio, consiste nel permettere a un impulso infantile vietato (es esibizionismo), di trovare espressione.

Per l’esibizionista, il rischio legato all’esibizione in pubblico del proprio pene, così come la possibilità di essere arrestato, sono preferibili alla mortificazione (che potrebbe diventare conscia), di riconoscersi come essere mortale e comune, dotato di genitali ordinari.

L’esibizionista – inoltre- costringendo una vittima non consenziente a vedere il suo pene, riesce a dar corpo ad una aggressività primitiva e vendicativa che, se non fosse regolata da questa strategia “erotica”, porterebbe alla luce un’ansia intollerabile.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Violenze domestiche: conseguenze psicologiche e fisiche.

Il fenomeno della violenza domestica ha a che fare con una serie di azioni che hanno luogo all’interno della relazione che partono dal passato e arrivano al presente. Questa serie di condotte e azioni riguardano l’aspetto psicologico, economico, fisico e sessuale. Nel tempo le conseguenze di questi atti possono portare a danni di natura fisica e psicologica.

La violenza psicologica è moto subdola e può riguardare tutta una serie di atteggiamenti intimidatori, vessatori, denigratori. Sono subdoli perché spesso non esplicitati e di difficile comprensione da parte delle persone estranee alla coppia. Il partner tende infatti a mettere in atto tutta una serie di “strategie” di isolamento, limitazione dell’espressione personale e terrore, nei confronti dell’altro partner. Attuando ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni nel privato e nel pubblico, umiliazioni e denigrazioni. Spesso l’ “efficacia” pervasiva di questi atti porta ad un vero e proprio “lavaggio del cervello” e la sensazione da parte delle vittime, di vivere sempre con la paura che possa succedere qualcosa di molto grave. La continua esposizione a queste condizioni portano le donne (che nella maggior parte dei casi sono le vittime delle violenze domestiche) ad avere gravi danni sul piano psicologico.

La conseguenza di queste situazioni porta la donna vittima di violenza a colpevolizzarsi continuamente, portando dentro di sé una sensazione costante di inadeguatezza. Entra così in un circolo vizioso di accondiscendenza e sottomissione alle richieste del maltrattante, così da risultare il più possibile adeguata alle sue richieste, per non farlo adirare.

Si crea così una sorta di perversa dipendenza psicologica dall’aggressore maltrattante.
La maggior parte delle donne che denunciano il partner che le maltratta, spesso non hanno intenzione di lasciarlo, ma solo di contenerlo e controllarlo. Capita che una volta subite le prime violenze le donne, loro malgrado, interpretano il ruolo di vittima. La serie di atti prima descritti e la pressione psicologica generata dal comportamento del maltrattante genera nella donna, come fonte di sofferenza, il senso di colpa per il sospetto di essere responsabili di quella reazione, in sintesi di meritarla.


In diversi i casi può accadere un ribaltamento della situazione: il soggetto maltrattante dopo la violenza diventa vittima della vittima, che ora si trova in una posizione di dominanza, desiderando il perdono.
Si invertono così i ruoli se la donna minaccia l’allontanamento fisico l’uomo risponde con il vittimismo. Questo altalenarsi della relazione in un sorta di danza perversa di dominanza/sottomissione, permette alla donna di restare. La donna infatti in questo caso avverte il vittimismo del compagno come un momento di gratificazione e quindi s’illude di poter avere la possibilità di “aggiustare” e controllare la relazione.

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Le donne spesso denunciano questi fatti a parenti ed amici i quali non hanno le capacità o non avvertono la necessità di impedire l’aggressione fisica e psicologica.
La famiglia può rappresentare una risorsa e un aiuto, ma tante volte può diventare un ostacolo e paradossalmente può giustificare in qualche modo le violenze. Infatti può capitare che alcune famiglie possono incoraggiare la donna a tenere unito il matrimonio per ragioni etico religiose, giustificando anche la loro linea di pensiero con il fatto che i danni non sembrano particolarmente gravi.
Ad esempio può capitare quando nel compagno maltrattante viene riconosciuta una situazione di sofferenza, una qualche patologia mentale o psichica. In questo caso la donna non legittima la separazione in quanto comprende la sofferenza dell’altro, subordinando la propria di sofferenza.

La violenza fisica comprende invece tutta quella serie di azioni atti a far del male (procurare dolore fisico e segni) e quindi a spaventare la vittima, che può temere continuamente per la sua incolumità. La violenza fisica può essere esperita in tanti modi diversi (calci, pugni, morsi, colpi alla testa, torsioni del braccio, soffocamento, scossoni, spintoni). Queste violenze fisiche sono agite proprio per spaventare e rendere l’altra persona in un stato di soggezione e controllo.

La violenza economica riguarda tutta quella serie di espedienti volti ad evitare che la donna arrivi ad avere una indipendenza economica. Ciò ovviamente ha come finalità quella di rendere la donna sempre e comunque dipendente e senza nessuna possibilità di pensare di poter essere economicamente emancipata. Anche quando la donna ha un lavoro, il maltrattante farà in modo di gestire o sperperare il denaro del lavoro della partner., che sarà costretta a nascondere una parte dei propri introiti.

La violenza sessuale riguarda tutti quegli atti legati alla sfera del sessuale. Il partner in questo caso è costretto ad avere rapporti sessuali, con minacce, violenze e ricatti. Costrizione ad avere rapporti anche con terzi e visionare o fare video.

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La violenza e gli abusi contro le donne non hanno alcuna giustificazione, qualunque natura essi abbiano.

Non bisogna mai sottovalutare i primi segnali di una escalation violenta.

Mai sottovalutare le offese, mai sottovalutare la limitazione delle libertà, mai sottovalutare i gesti e le intenzioni, mai sottovalutare una spinta o uno schiaffo!

Denunciare e chiedere aiuto è un grande passo verso la libertà.

La violenza domestica e contro le donne non può essere tollerata!

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Da nord a sud: come il mare.

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Da quando la pandemia è diventata realtà sempre più presente, il disagio psicologico si è elicitato con sempre maggior forza. Da un lato abbiamo visto l’aumento di casi di ansia, depressione o fobia sociale ma dall’altro, i nostri giovani si sono “ammalati di relazioni”.

Basta dare uno sguardo alla cronaca per vedere come casi di violenza domestica o violenza agita fuori, nelle piazze, sia una questione sempre più presente.

Per quanto concerne le consultazioni, nella nostra “isola del tempo”, sempre più giovani parlano noi dell’amore, delle relazioni e dell’abbandono.

Qualcosa – i nostri ragazzi- vorranno pur dirci.

Il ragazzo giunge in consultazione perchè assillato da domande di cui nemmeno conosce l’origine; sa di avere qualcosa dentro… qualche quesito ma ne ignora, per ora, l’origine o il senso.

S. è un ragazzo del nord trasferitosi al sud perchè una notissima azienda campana era alla ricerca di una certa figura professionale. Il giovane ha 25 anni e un figlio di 9 anni avuto da quella che è la sua compagna attuale.

S. racconta di essere molto felice nella nuova città, si è integrato bene e quasi pensa di non esser mai vissuto altrove: “mi sento bene qui; la gente sorride, ti chiede come stai. C’è il sole e passeggiare guardando il mare prima di andare a lavoro mi rimette in pace con il mondo. Non oso immaginarmi, allo stato attuale, altrove.”

Dove nascono allora queste domande che S. dice di avere nella mente?

Il ragazzo si è trasferito poco prima dello scoppio della pandemia a laurea triennale conseguita; racconta degli sforzi immensi fatti per studiare e fare qualche lavoretto per mantenere la sua piccola famiglia. La compagna appena saputo di aspettare un figlio ha smesso di frequentare la scuola e ha come “spento ogni possibilità anche solo di sognare, Dottoressa”.

Il ragazzo inizialmente aveva ipotizzato di non portare avanti la gravidanza, ma la famiglia della ragazza li ha obbligati (facendo leva sul peccato che avrebbero compiuto), a tenere il bambino. S. successivamente è stato felice della scelta perchè si è sentito subito padre, ma la compagna “non è mai diventata madre”.

Il ragazzo quando è sceso giù, lo ha fatto da solo perché la famiglia di origine della compagna era piena di pregiudizi (che per questioni personali, chi scrive, evita di riportare).

S. si è integrato in una realtà altra che sente però vera e se nella sua vita ha sempre e solo avuto questa donna al suo fianco, comincia a vacillare ogni piccola certezza in precedenza avuta.

“Mi sento un padre e un uomo che ha bisogno di conoscere, scoprire e sapere, perché un giorno voglio che mio figlio sappia a chi chiedere e sappia che le risposte che riceve non sono fredde ma frutto di un vissuto da me sentito”.

La compagna è giunta in consultazione su insistenza, senza voglia e sfidando pesantemente la professionista (la proiezione è stato il meccanismo di difesa più utilizzato -durante il colloquio- insieme alla negazione). Il problema è che se mentre con gli altri, la ragazza è riuscita attraverso i suoi meccanismi difensivi ad ottenere un controllo fino a manipolarli, qui in consultazione la questione si fa differente.

Messi l’uno di fronte all’altro, i due giovani hanno come avuto la sensazione di essere per la prima volta soli con la possibilità di guardarsi e parlarsi. I ragazzi – di fatto- dal momento in cui hanno avuto il bambino non hanno mai comunicato come una vera famiglia; lei vittima dei suoi genitori quasi carnefice verso il compagno che per il bene del bambino non ha mai detto “no”.

Il problema è che ora S, ha ben chiari quali siano i suoi desideri e i suoi bisogni. Vuole che il bambino possa avere la possibilità di vedere ben oltre il quartiere della grande città del nord che però “ingloba e tiene dentro certi confini schematici. Voglio che mio figlio conosca la bellezza dell’incertezza e della plasticità.. Voglio che impari a sognare pure se le cose vanno male. Io sono sempre stato schematico, ho sempre fatto quel che mi veniva chiesto. Vorrei essere più come il mare che vedo: rilassato ma deciso; fiero pieno e accogliente. Voglio che la donna che è al mio fianco non ci sia per dovere ma per certezza: la certezza di essersi scelti”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Quando c’era una coppia.

C’è una coppia che si è amata per tanti anni. Hanno vissuto la paura, la vergogna e la speranza di poter vivere la loro relazione omosessuale, alla luce del sole.

C’è stato il dolore per le botte subite.

C’è stata la notte buia dell’incontro proibito; il dolce che subentra subito dopo l’acre del limone che brucia sulle ferite più o meno autoinferte; il sangue poi, che ha saputo attestare il coraggio del portare avanti il proprio progetto di vita, il proprio sogno che non terminava con il risveglio, la mattina.

Il pensarsi: primo passo per amarsi e aversi.

C’era una coppia.

I due ragazzi non riescono più a comunicare, si vedono ma non si riconoscono. D’improvviso si svegliano la mattina con non più il volto dell’amato, di fianco, ma un corpo intero che diventa estraneo.

Un corpo che genera inquietante estraneità riporta una domanda tra i due: noi, chi siamo?

C’è un punto molto sottile che si situa nel pensiero e nelle difficoltà di coppia.

Ogni coppia vive le sue difficoltà e i suoi dubbi, ma questi dubbi ad un certo momento trovano il passaggio sbarrato e si fermano, tramutandosi in ritrovata dolcezza.

Quando il dubbio si fa tarlo, la questione diviene più complessa.

Le coppie sono sistemi in movimento che si modificano parallelamente a noi; il movimento è un po’ come quello di una ameba (che qui non è sinonimo di privo di scheletro, forma e sostanza), ma di capacità di inviare pseudopodi esploratori che consentono il movimento.

L’altro dovrebbe offrire noi (e viceversa) un punto di attracco per il nostro sentire e il nostro essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.