Archivi categoria: Psicologia e Sviluppo

Harry Potter e il suo effetto psicosociale.

Con centinaia di milioni di copie vendute in tutto il mondo i libri di Harry Potter sono tra i libri più letti di sempre. Questo enorme successo planetario e lo sviluppo di veri e propri fans club e lo sbarco al cinema dei vari capitoli della saga, ha affascinato alcuni studiosi che incuriositi hanno studiato il fenomeno a livello psicosociale.

In uno studio pubblicato sul “Journal of Applied Social Psycology”, una ricerca italiana dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, i ricercatori si sono focalizzati sull’impatto positivo che possono avere i libri di Harry Potter sullo stimolare atteggiamenti di tolleranza e di apertura verso le persone e i gruppi discriminati.

Photo by Dzenina Lukac on Pexels.com

Lo studio guidato da Loris Vezzali ha scoperto che per i bambini e i ragazzini il fatto di identificarsi con il protagonista della saga, un bambino orfano e incompreso da parenti adottivi, migliora l’atteggiamento dei piccoli lettori verso i gruppi discriminati della società. Infatti, il gruppo di bambini e ragazzini esaminati, dopo la lettura di alcuni libri della saga, hanno dimostrato nelle interviste successive alla lettura, di aver diminuito i pregiudizi sia verso gli immigrati che verso gli omosessuali. In parallelo lo studio è stato condotto anche su alcuni universitari, la differenza è stata che quest’ultimi avevano solo manifestato una maggiore compassione verso i rifugiati, un altro gruppo emarginato usato nei confronti. Questo significa, che sostanzialmente il lettore adulto sia meno influenzabile, perché probabilmente ha maggiore difficoltà ad immaginarsi e immedesimarsi nei personaggi del racconto.

Il valore delle storie, dei racconti, della letteratura è fondamentale. Anche attraverso un approccio alla cultura e alla lettura molto precoce si offre l’opportunità al bambino o all’adolescente di formare la propria identità, la propria intelligenza sociale e una spiccata coscienza critica e morale.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

https://amzn.to/3qwq46F

https://amzn.to/3qkU1Gy

https://amzn.to/2KkFkE6

https://amzn.to/3bMA1c6

https://amzn.to/2LHAeCt

Gruppo minoritario: Il razzismo in classe.

Immagine Personale.

Jane Elliott ex insegnante, attivista americana dichiaratamente antirazzista, condusse un interessantissimo esperimento in seguito alla morte di Martin Luther King. L’esperimento condotto nelle sue classi, servì per aiutare i suoi bambini a comprendere gli effetti del razzismo e del pregiudizio.

L’insegnante divise la sua classe in bambini con gli occhi chiari e bambini con gli occhi scuri, avendo cura di tenerli anche fisicamente (in due luoghi diversi dell’aula), separati.

Il primo giorno etichettò i bambini con gli occhi azzurri come “gruppo di livello superiore”, lasciano i bambini con gli occhi scuri nel “gruppo di minoranza”; gli studenti con gli occhi azzurri furono riempiti di elogi e furono forniti loro tutta una serie di privilegi, ai bambini con gli occhi scuri furono invece riservate punizioni e discriminazioni.

L’insegnante inoltre scoraggiava l’interazione, evidenziando alcuni studenti particolarmente (non) dotati che venivano presi come esempio negativo (in sostanza si scagliava contro qualche bambino dagli occhi scuri).

Il risultato fu che gli studenti “chiari” si comportavano meglio, avevano ottimi risultati accademici ma.. cominciavano a maltrattare gli studenti “scuri”.

Uno degli episodi più gravi avvenne nel momento in cui il gruppo dagli occhi scuri, denunciò gli abusi subiti in classe, rendendosi conto che però non avrebbero avuto il favore dell’autorità che invece era schierata con il gruppo dagli occhi chiari.

Ciò che accadde fu inoltre che una semplice caratteristica fisica come il colore degli occhi, divenne segno di discriminazione presentandosi come “criterio di inferiorità”.

“Sta zitto, occhi marroni!”.

Il giorno dopo l’insegnante invertì i ruoli, dando privilegi ai ragazzi scuri; anche in questo caso con i bambini scuri diventati gruppo maggioritario i risultati furono gli stessi (gli scuri iniziavano a maltrattare i chiari e avevano migliori risultati scolastici).

L’insegnante Jane Elliott notò come quei bambini che erano sempre stati gentili e cooperativi, si erano invece trasformati in bambini cattivi, superbi e “superiori”.

Le sue conclusioni furono che l’educazione detiene un peso troppo spesso non considerato in merito alle questioni razziali.

Personalmente concludo soltanto dicendo che il razzismo è stupido ed essere razzisti implica stupidità.

Ognuno faccia le sue scelte.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Gelosie tra fratelli e sorelle.

La gelosia tra fratelli da bambini non è da considerarsi patologica, ma rappresenta un aspetto importante dello sviluppo. In chiave evolutiva questo sentimento è normale.

Spesso alcuni genitori mi chiedono perché il loro bambino litighi col fratellino e abbia un atteggiamento a volte aggressivo nei suoi confronti, ma con gli amici non si comporti allo stesso modo, anzi sembra essere un altro bambino (socievole, amichevole, per niente aggressivo). La risposta a questo quesito è molto semplice, gli amici non sono dei rivali con cui “competersi” l’affetto e le attenzioni dei genitori, mentre i fratelli e le sorelle lo sono.

I litigi, legati alla gelosia, possono avere dei risvolti positivi perché servono al bambino o alla bambina, ad imparare a difendersi, ad affermare la propria individualità, i propri diritti, ad imparare a risolvere e ad affrontare i conflitti. Insomma i fratelli, nelle loro interazioni di gioco, ma anche nei litigi imparano a reagire, a comprendere l’importanza dello scherzo.

Photo by cottonbro on Pexels.com

Diversamente quando la gelosia incalza troppo e la rivalità diventa esasperata e troppo frequente e “distruttiva”, bisogna fare attenzione. Perché il rischio è di arrivare ad escalation inutilmente violente. Può capitare questo quando un primogenito molto geloso, approfittando della sua posizione di superiorità (di età e fisica) può approfittare in maniera ripetitiva della “debolezza” del più piccolo e infierire sul suo senso di sicurezza e sulla sua autostima; di contro il più piccolo può avere reazioni vendicative in cui inventa storie e bugie per mettere nei guai il più grande. Bisogna in questi casi intervenire quanto prima per contenere questo comportamento, perché si può correre il rischio che diventi uno stile comportamentale acquisito, in futuro.

Il primo momento in cui si provano i primi sentimenti di gelosia, per un bambino si possono rintracciare proprio quando si concretizza fattivamente l’arrivo del fratellino o sorellina. Il bambino può inizialmente sentirsi entusiasta della novità e della possibilità di poter avere magari qualcuno con cui giocare, ma di contro comincia anche un po’ a preoccuparsi, perché in effetti non sa molto bene a cosa andrà in contro, cosa significa l’arrivo di un neonato è pur sempre un grande cambiamento. Poi mam mano quando scoprirà che le cose cominciano a cambiare in casa per lui e nel rapporto con i suoi genitori ed in particolare con la mamma, ecco che nasce la gelosia.

Si può prevenire in qualche modo il rischio di una escalation di gelosia distruttiva?

Photo by George Becker on Pexels.com

La risposta è si. Prima di tutto bisogna partire da presupposto che è un sentimento che non si può eliminare e che (come detto in precedenza) può addirittura essere positivo. Bisogna solo fare attenzione ad alcune cose:

  • Evitare di creare una “bolla” attorno al più piccolo, l’iper-protezione non fa bene. Anche il più piccolo ha bisogno di capire che deve rispettare gli altri e che deve condividere come tutti gli altri le attenzioni dei genitori.
  • Si alle differenze evitando le preferenze. Riconoscere le differenze individuali e valorizzarle al meglio. I bambini, riescono a comprendere che ci sono momenti in cui l’altro fratello ha bisogno di più attenzione. Bisogna solo spiegarlo bene.
  • Valorizzare la cooperazione e l’altruismo. Sottolineare l’importanza della condivisione e della coesione familiare. La famiglia come una squadra.
  • Dedicare un po’ di tempo singolarmente ad ogni figlio. Un momento esclusivo per ogn’uno. Questo può ridurre molto la gelosia. In questo la cooperazione di entrambi i genitori è essenziale: mentre la mamma dedica del tempo al più piccolo, il papà potrà dedicare lo stesso tempo giocando con il primogenito, ad esempio.
  • Coinvolgere attivamente sin da subito il primogenito. Annunciandogli la venuta del fratellino/sorellina e preparandolo al cambiamento, ascoltandolo, rispondendo alle sue domande e rassicurandolo e infine rendendolo partecipe della sua importanza.
  • Fare in modo che tutti i fratelli e sorelle abbiano le loro possibilità di fare amicizia separatamente. Evitare di accollare al fratello o sorella più grande il fratello più piccolo quando, più grandi, devono uscire con gli amici. Se invece diventa una scelta loro, ben venga.

Infine, la cosa davvero più importante per evitare la gelosia distruttiva tra fratelli è sicuramente quella di aiutare i bambini ad essere consapevoli dei propri sentimenti, evitando di negarli o silenziarli.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

BES: Bisogni educativi speciali.. cosa sono?

Photo by cottonbro on Pexels.com

Spesso si sente parlare di bambini e/o ragazzi/e che mostrano difficoltà scolastiche senza però esprimere un chiaro disturbo intellettivo e/o handicap.

Le richieste di diagnosi di disabilità intellettiva sono in crescita e gli esperti si dividono tra insegnanti bisognosi di ascolto e supporto e genitori sempre più in crisi innanzi a figli poco propensi a dedicare ore allo studio.

Quelle che oggi desidero fare è cominciare a presentare i bisogni educativi speciali, evidenziando come siamo passati da una legislazione (ancora un pò indietro sull’argomento) ai possibili interventi (che vedremo in un secondo momento).

Buona Lettura.

Con il termine BES riferiamo a tutti quegli alunni che per una qualche ragione, presentano una richiesta di speciale attenzione. In termini prettamente psicodiagnostici questi ragazzi rientrano in cut-off o percentili (indici riferibili a specifici test utilizzati), che rappresentano una zona grigia; questi ragazzi pur mostrando difficoltà non vengono tutelati dalla legge 170 del 2010 analogamente all’intelligenza borderline (zona grigia della legge 104/92).

La direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 sui BES è entrata in vigore proprio per attirare l’attenzione degli insegnanti su questi bambini che non rientrano in una precisa categoria diagnostica. Un bambino – infatti- può non rientrare nei DSA, ma può ugualmente avere una prestazione al limite o inferiore rispetto alla media prevista per la classe frequentante.

Fino a circa 10 anni fa, ci si occupava dei bambini con conclamato handicap fisico o psichico attuando percorsi educativi o scuole speciali, tarando uno specifico percorso. Alcuni poi, si occupavano di difficoltà specifiche (specie di lettura) per questi bambini che avevano difficoltà settoriali di apprendimento (in assenza di altri disturbi fisici o handicap evidenti).

Queste difficoltà presero il nome generico di “Disturbi lacunari” e stavano ad indicare lacune nelle abilità di apprendimento oppure (a seconda del settore della lacuna stessa) dislessia, disgrafia e così via.

Qualcosa è cambiato dopo gli studi specifici condotti in ambito della psicologia dell’educazione indagando le Learning disabilities.

Questi studi hanno mostrato l’esistenza di profili ricorrenti di bambini con disturbi spesso limitati alla sfera scolastica. Le prime ricerche sulla learning disabilities che hanno preso il nome di Disturbi dell’Apprendimento, si sono concentrati su due punti fondamentali:

  1. criterio di discrepanza: i bambini forniscono prestazioni inferiori da quelle che ci si aspetterebbe da bambini di pari condizioni ed età
  2. Fattori di esclusione: possiamo sostenere l’esistenza di disturbo specifico di apprendimento dopo che abbiamo escluso che una data difficoltà (es nella lettura) non sia dovuta a particolare condizione medica (es deficit uditivo) o psicologica (es ritardo mentale) o sociale (es educazione fortemente inadeguata).

Le prime ricerche nel campo dei disturbi dell’apprendimento ponevano enfasi particolare sui fattori di esclusione, cosa evidenziata anche dal nome che fino al DSM IV veniva dato alle patologie “disturbi specifici dello sviluppo” ( il termine indica proprio l’esclusione di altre patologie).

Nel DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) viene riconfermato l’aggettivo “specifico” per 4 motivi:

  1. il disturbo non è attribuibile a disabilità intellettiva
  2. il disturbo non è attribuibile a fattori esterni come svantaggio economico, sociale, etc
  3. il disturbo non è attribuibile a problemi neurologici, uditivi, motori
  4. la difficoltà di apprendimento può essere limitata a una sola abilità o ambito scolastico (es leggere parole singole).

I disturbi specifici dell’apprendimento sono più frequenti tra i maschi che femmine e negli ultimi anni, tali disturbi, sono aumentati.

Per l’eziologia e le ipotesi di intervento, continueremo in un altro articolo la trattazione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Role Playing: chi devo essere?

Photo by Francesco Ungaro on Pexels.com

Con role playing si intende una tecnica che prevede l’assunzione simulata di ruolo. Si tratta di una sorta di recita in cui i protagonisti provano a vivere ed agire in una situazione possibile (simulata) in cui però l’azione deve essere eseguita in maniera “naturale e reale”, dimenticando – in sostanza- che la situazione creata, sia finta.

Questa attività permette di far emergere comportamenti verbali o gestuali su cui tutti gli attori che prendono parte alla “recita”, possono in un secondo momento, riflettere. Ai fini della formazione, il role playing serve per consentire -ai soggetti che vi prendono parte – di mettersi alla prova e pertanto di “misurarsi” stando sotto gli occhi di altri partecipanti/ osservatori attivi (oltre che alla supervisione di uno o più formatori).

Ciò che la tecnica rende parte centrale è il vissuto emotivo del soggetto coinvolto (parte attiva) oltre ad evidenziare tutti gli aspetti verbali e comportamentali (che saranno successivamente discussi in gruppo).

Il role playing si basa su una metodologia attiva in quanto pur essendo più o meno strutturato (a seconda delle finalità cui si deve giungere), lascia ampio margine di interpretazione ai soggetti in formazione che restano sempre i principali attori (se adeguatamente condotti da un conduttore non autoritario).

Le origini della tecnica risalgono allo psicodramma dello psichiatra Jacob Moreno che nel 1921 fondò il “teatro della spontaneità” che non prevedeva prove prima della rappresentazione e in cui veniva messa in scena la realtà. Da qui, Moreno teorizzò una forma di azione terapeutica: lo psicodramma.

La tecnica consiste in una psicoterapia di gruppo durante la quale i partecipanti si esprimono spontaneamente con parole, gesti, movimenti. Azioni, sguardi, contatto fisico o manifestazione dei sentimenti, divengono metodo di cura. La tecnica di Moreno vuole aiutare i soggetti facendo leva sui loro personali sistemi di relazioni interpersonali, al fine di promuovere una liberazione di tipo catartico. Sia il carattere ludico che drammatico dell’azione, possono favorire il cambiamento nei soggetti in trattamento.

Il role playing è una tecnica che deriva dallo psicodramma moreniano, e quindi esso richiede una solida preparazione e una capacità professionale per chi lo voglia proporre come metodologia.

. Per le sue caratteristiche di applicazione, il role playing fa leva sulle risorse personali di chi ne sia protagonista, mettendo alla prova la sua abilità e competenza di relazione interpersonale a livello verbale e comportamentale, ma anche la capacità di gestire le sue emozioni che durante questo tipo di attività, possono emergere improvvisamente creando momenti anche difficili sia a chi sta sostenendo un determinato ruolo, sia a chi (sempre per fini formativi, o altri scopi), sta assistendo all’esercitazione. La derivazione del role plying dallo psicodramma moreniano, la si vede dalla conservazione del carattere ludico nell’attività di simulazione.

La valenza educativa e formativa del gioco è da sempre uno dei capisaldi del discorso pedagogico. Al gioco, che è considerato una delle espressioni della creatività umana, sono connesse le dimensioni dell’avventura, della sfida, rischio e coraggio. La disponibilità quindi di chi accetta di rendersi protagonista di una sessione di role playing, può coincidere con la disponibilità al cambiamento di sè. L’ironia poi, che spesso interviene nelle sedute di role playing, può aiutare ad alleggerire il peso del compito della costante verifica di sè e dell’eventuale cambiamento che si può adottare.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Io non parlo! Mutismo selettivo.

La prima descrizione clinica, in letteratura scientifica, del quadro clinico caratterizzato dal rifiuto volontario di parlare è del medico tedesco Adolf Kussmaul nel 1877, che lo definì “aphasia volontaria“. Nel 1934 lo psichiatra svizzero Moritz Tramer coniò il termine “mutismo elettivo“, volendo indicare in questo modo la scelta del bambino di rimanere in silenzio. La definizione moderna di “mutismo selettivo” è del 1983 e si deve alla psicologa svedese Stina Hesselman, che invece voleva sottolineare la difficoltà dei bambini ad esprimersi e a parlare in situazioni particolari e selezionate o in situazioni vissute come minacciose. Nel 1994 la descrizione e la diagnosi di mutismo selettivo fu poi riportata nell’appena nato manuale diagnostico DSM IV (nel DSM V il mutismo è stato inserito tra i disturbi d’ansia). In questo modo, la concezione moderna del mutismo selettivo, permetteva di considerare questo problema come la conseguenza di una difficoltà di parlare in determinate circostanze, unita ad una forte ansia sociale. Quindi, il mutismo selettivo, è un disturbo psicologico complesso e non solo un semplice rifiuto oppositivo del bambino a parlare con gli altri, da punire o stigmatizzare.

immagine google

Il mutismo selettivo è una condizione caratterizzata da un persistente impedimento del bambino nel parlare, in situazioni sociali specifiche. In genere può capitare in ambienti non familiari o non consueti, di contro, il bambino manifesterà buone capacità comunicative in famiglia.

Questo tipo di problema può a volte essere correlato anche a disturbi del linguaggio, dell’apprendimento, dell’attenzione o del comportamento, ma molto spesso le cause sono da ricercare all’interno del contesto familiare. In quest’ultimo caso, la famiglia “impedisce” (spesso inconsapevolmente) al bambino di relazionarsi in maniera soddisfacente con gli altri, quasi disincentivando e impedendo l’uso del linguaggio al piccolo. Inoltre il bambino potrebbe essere caricato eccessivamente delle ansie e dei vissuti emozionali negativi dei genitori, impedendo così il formarsi di quello che la psicologia dell’attaccamento definisce come “attaccamento sicuro”.

Le storie familiari dei bambini con mutismo selettivo sono spesso piene di eventi traumatici, stressanti (lutti, malattie, separazioni, divorzi, trasferimenti repentini o migrazioni). Quindi le storie familiari hanno un grande peso e molto spesso la valenza del transgenerazionale diventa preponderante, avendo il sintomo caratterizzato probabilmente anche la storia personale dei genitori o addirittura dei nonni, in passato.

Il bambino diventa in qualche modo l’espressione dei conflitti, dei traumi, delle paure e delle ansie dei suoi genitori. Infatti, in situazioni del genere, è molto auspicabile che alla psicoterapia individuale del bambino, si associ anche una psicoterapia familiare che possa aiutare la famiglia ed in particolare i genitori a riconoscere i nodi critici e i meccanismi disfunzionali che alimentano in qualche modo l’insorgenza del sintomo nel bambino. Invece il sintomo, nello specifico, può avere dei miglioramenti con la riabilitazione, quando però è associato con disturbi del neurosviluppo, come ritardi evolutivi nel linguaggio, ad esempio.

Photo by Khoa Vu00f5 on Pexels.com

Oltre agli interventi psicoterapeutici sarebbe necessario informare ed educare gli adulti (genitori, insegnanti) sulla natura di questo disturbo e sulle difficoltà dovute alla gestione dei bambini. Infatti, a lungo termine, l’atteggiamento dei bambini (apparentemente oppositivo) può indurre negli adulti atteggiamenti punitivi e rigidi, che aggraverebbero solo la vulnerabilità emotiva dei piccoli.

L’evoluzione e la risoluzione del sintomo possono essere più o meno lunghi, c’è bisogno di pazienza e di tempo, quello giusto, per il bambino e per la famiglia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il verde e la natura migliorano le capacità cognitive dei bambini?

I lunghi periodi di clausura forzata che hanno caratterizzato il 2020 e che caratterizzeranno probabilmente ( spero meno possibile) anche il 2021, mi hanno portato ad una profonda riflessione sulla conseguenza delle privazioni di alcune attività quotidiane che apparentemente, per molti, avevano un aspetto secondario se non addirittura terziario nelle nostre vite. Qualcosa a cui potevamo rinunciare, subito e a cuor leggero.

Tra le varie esperienze di privazione, che determinano inesorabilmente piccoli esordi di disagio psicologico, ce n’è una che più di tutte mi è balzata agli occhi e riguarda la mia esperienza clinica con i bambini e i genitori. Qual è ? Molto semplice.. la possibilità per i bambini di frequentare e giocare nei parchi, nei giardini pubblici e privati, le zone verdi delle città, anche i campetti di calcio. Le attività in questi contesti naturali hanno un grosso impatto positivo, psicologico, emotivo e cognitivo sui bambini di tutte le età.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA – immagine personale – Monaco di Baviera

Ecco un piccolo esempio, molto esplicativo; Un ragazzino preadolescente che seguo da qualche mese, durante il periodo del lockdown, della prima ondata pandemica (marzo-aprile scorso), ha vissuto l’immobilità forzata in un primo momento abbastanza positivamente (poteva svegliarsi tardi e non andare a scuola). Dopo però un primo periodo di apparente vacanza (un paio di settimane, forse tre) l’impatto emotivo è stato decisamente di senso opposto. Il ragazzo era diventato triste, non dormiva, aveva aumentato le ore passate sulle applicazioni tecnologiche (nonostante fosse iniziata la didattica a distanza), mangiava tanto, era nervoso e arrabbiato. Insomma non se la passava affatto bene e nemmeno i genitori. Quando, verso giugno, il ragazzino ha potuto rifrequentare (seppure solo per un paio di mesi) il parchetto vicino casa, con il campo di calcetto e i giochi, la bicicletta il monopattino..il suo umore è totalmente cambiato, la sua ansia e la sua rabbia era sparita, riusciva a seguire le ultime settimane di didattica a distanza con più facilità, migliorando sin da subito il suo rendimento e le sue ore di studio.

Cosa era successo?

Ci sono delle ricerche che dimostrano che la presenza e la frequentazione degli spazi verdi per i bambini svolge un ruolo molto importante per il consolidamento delle capacità cognitive dei bambini e anche per la stabilità dell’umore. La presenza degli spazi verdi, almeno prima della pandemia, era una discriminante importante per valutare la qualità della vita di una città. Una ricerca spagnola di circa cinque anni fa, pubblicata su “Proceedings of the National Academy of Sciences”, sottolinea l’importanza, per lo sviluppo cognitivo, dell’esposizione agli spazi verdi nei bambini in età scolare.

Lo studio in questione è stato fatto su circa 2500 studenti tra i 7 e i 10 anni di Barcellona. i bambini sono stati monitorati per un anno. Durante e dopo questo periodo sono state misurate le capacità cognitive dei bambini (memoria di lavoro, attenzione), mettendole in relazione all’esposizione e alla vicinanza delle aree verdi, che i bambini potevano frequentare, nei dintorni della scuola, di casa e del percorso a piedi che dovevano fare. Il risultato della ricerca chiarisce che la presenza dei parchi e dei giardini poteva essere associata ad un miglioramento delle capacità cognitive, nel corso dei 12 mesi di monitoraggio.

Immagine personale – Ischia . Giardini la Mortella

Insomma è molto chiaro che la presenza del verde e la possibilità di frequentarlo aumentano inevitabilmente l’attività motoria dei bambini, che inoltre possono beneficiare del contatto con la natura, con il sole, con minore quantità di inquinamento atmosferico e acustico.

Riguardo alla riflessione che facevo all’inizio dell’articolo, posso dire che fortunatamente i bambini hanno una grande plasticità e possono recuperare abbastanza in fretta il loro equilibrio psico-cognitivo e anche quel il loro diritto a vivere gli spazi aperti e la natura. I genitori non devono spaventarsi e superare le ansie e le paure accumulate in questi mesi difficili, facendo subito riprendere queste attività ludiche all’aperto ai bambini (ovviamente quando sarà possibile farlo in sicurezza e magari chiedendo, quando necessario, un aiuto e un supporto psicologico).

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Quando si è pronti a cadere?

Giovanni ha 7/8 mesi; gattona serenamente nella sua cameretta esplorando il mondo circostante. Mette qualcosa in bocca (chissà se le costruzioni hanno un sapore particolare), scopre, urta qualche mobile ma senza indugiare più di tanto, prosegue la sua giornata da piccolo esploratore di quella cosa così entusiasmante e meravigliosa che è il mondo “là fuori”.

D’un tratto però, Giovanni arriva vicino le scale che conducono al piano inferiore della casa… Qualcosa non è come sempre e non torna… Cosa sta accadendo?

Qualcuno ha lasciato il cancelletto di sicurezza aperto e Giovanni ha innanzi un quesito..

Là dietro non c’è più niente.. il mondo è finito? C’è buio e il pavimento su cui Giovanni gattonava serenamente, è finito.

Cosa fare?

Due ricercatori, Eleanor Gibson e Richard Walk durante gli anni 60, hanno dato vita ad un esperimento noto come “precipizio visivo” e concerne proprio la percezione della profondità (sia in animali che l’uomo).

I due ricercatori costruirono un apparato sperimentale semplice ovvero una struttura in legno a forma di parallelepipedo composta di due parti: una parte piena (costituita da superfici fatte a scacchiera – bianca e nera- ) a cui ne segue subito adiacente una vuota (trasparente) fatta di vetro che lascia intravedere il fondo; anche le superfici laterali della struttura sono fatte a scacchi. Una lista di legno di 40 cm di larghezza e di un certo spessore, separa il vetro dalla superficie a quadri e serve da “confine”.

Il campione esaminato consta di 36 bambini di età compresa fra i 6 e i 14 mesi. La situazione sperimentale prevede che il bambino sia posto al centro della struttura con la madre che resta in piedi all’estremità della superficie di legno da dove chiama il bambino il quale, si dirige senza esitazione, verso la madre.

Successivamente la madre si pone dal lato della superficie di vetro (quindi lato del precipizio) e chiama i bambino. Ciò che è emerso è che nonostante la maggior parte dei bambini abbia toccato con la manina la superficie, non si dirige verso la mamma; alcuni restano al centro sulla zona di confine, la maggior parte scappa dalla parte opposta e altri ancora -fermi sul confine- scoppiano in un pianto senza sosta perchè impossibilitati a raggiungere la madre. Pochissimi diventano avventurieri e sfidando la sorte, raggiungono l’amata mamma.

Secondo Gibson e Walk l’abilità di percepire e discrimare la profondità è presente non appena i bambini sono capaci di muoversi autonomamente (anche se carponi), e si fonda sulla percezione visiva. Secondo i ricercatori infatti, la percezione di profondità matura più velocemente delle abilità motorie. E’ stato inoltre dimostrato che alcune specie di animali e gli uomini, appena sono in grado di muoversi nell’ambiente sono in grado di percepire la profondità ed esibiscono comportamenti motori di evitamennto di uno spazio percepito come un vuoto o un precipizio.

L’esperimento apre a considerazioni davvero interessanti…

Esperimento al min 1:18

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.