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Psicologia della risata.

“Non si ride mai da soli, perché il riso non ha senso se non nello scambio, che ha tutto il carattere dello scambio simbolico […] Serbare per sé una barzelletta è assurdo, così come non ridere è offensivo, infrange le leggi sottili dello scambio. ”

J. Baudrillard

Secondo Darwin il riso risponde ad una funzione adattiva in quanto aiuta a rinsaldare il legame del bambino con la madre, fungendo da veicolo spontaneo (come il pianto) dei bisogni del bambino.

Per Spitz la comparsa del sorriso nell’infante (verso il secondo – terzo mese), segna il passaggio dallo stadio non oggettuale allo stadio pre-oggettuale. Il bambino istituisce una prima relazione preferenziale con la prima percezione esterna (il volto umano). La percezione è comunque ancora indifferenziata. Il riso in questa fase ancora non può essere letta come espressione di un’emozione, ma acquista un significato sociale grazie al rinforzo positivo che riceve dal mondo circostante. Solo in un secondo momento, da automatismo fisiologico, il riso, arriva a rivestirsi di un significato affettivo intenzionale e differenziato, che diventa man mano, nel corso degli anni sempre più complesso nelle sfaccettature (compiacimento, soddisfazione, gioia, benessere, sarcasmo, ironia, disprezzo..).

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Ridere è quindi prima di tutto un atto sociale e riveste un significato in base al modo, alla situazione, alla modulazione, all’intensità che lo caratterizza.

In uno studio all’Università della California i ricercatori hanno chiesto a 966 volontari (provenienti da 24 culture e paesi diversi) di ascoltare ed interpretare delle risate registrate tra coppie di persone che si relazionavano tra loro. Le coppie di persone registrate erano per metà amiche e per metà estranei. I ricercatori hanno quindi chiesto ai volontari di ascoltare e provare ad identificare il tipo di relazione che c’era tra chi rideva nelle registrazioni.

Il dato che è uscito fuori è molto interessante, infatti a prescindere dalla cultura di provenienza dei volontari ascoltatori, ben il 61% ha riconosciuto quando si trattava di amici che ridevano e la percentuale addirittura è salita all’80% quando si trattava di registrazioni di due amiche donne che ridevano.

I ricercatori hanno quindi analizzato le caratteristiche del suono delle risate e hanno scoperto che il suono delle risate tra amici è diverso da quello tra due persone estranee. Il suono delle risate tra amici ha infatti un tono e un volume più irregolare perché è spesso associato ad un’emozione spontanea.

Probabilmente nel corso dell’evoluzione umana, riconoscere la natura del suono di una risata ha avuto una grande rilevanza, forse perché permetteva (e lo fa tutt’ora) di comprendere e scegliere le persone con cui cooperare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Bambini e paura. Come aiutarli?

Dietro le paure dei bambini c’è quasi sempre una spiegazione legata alle tappe dello sviluppo. Buona parte delle paure infantili possono essere superate spontaneamente, ma se un bambino ha una paura che dura da molto tempo che gli pregiudica anche le attività quotidiane e influisce anche nei rapporti con gli altri, allora sarà molto utile provare ad aiutarlo.

Ecco alcuni consigli per i genitori:

  • Evitate di rassicurare il bambino eccessivamente, avreste l’effetto contrario. L’iperprotezione non favorisce la formazione del coraggio.
  • Evitate di parlare troppo spesso davanti al bambino di paure e fobie, alimentereste la sua paura. Meglio farlo senza il bambino davanti.
  • Approcciatevi alla paura del bambino e alle sue richieste di aiuto e consolazione in modo calmo e sicuro. In modo che il bambino non venga confuso ancor di più con la vostra ansia.
  • Provate ad affrontare la paura del bambino, insieme con lui. Ad esempio, se il bambino ha paura dei cani provate ad avvicinarvi con lui lentamente ad un cane. Step dopo step e lentamente si abituerà e comincerà a gestire la leggera ansia che caratterizzerà quei momenti. (se il bambino non vuole farlo non bisogna insistere).
  • Date l’esempio. Siate voi per primi ad avvicinarvi agli stimoli ansiosi che alimentano la paura del bambino (accarezzate il cane). I bambini osservano e ripensano a ciò che hanno visto e pian piano assimileranno quello che hanno visto e li ha colpiti.
  • Potete aiutare il bambino a rilassarsi (decontrarre i muscoli, ascoltare musica tranquilla) e quando e tranquillo chiedergli di immaginarsi mentre fa qualcosa per superare la paura.
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Le paure dei bambini possono sembrare molto resistenti e a volte lo sono, ma tante volte risultano essere facili da superare con un buon supporto dei genitori.

Non bisogna forzarli e non bisogna aspettarsi che la paura vada via subito. I bambini hanno bisogno di tempo e comprensione.

Ovviamente se questi consigli non sono sufficienti, il consiglio è di rivolgervi quanto prima ad uno Psicologo o Psicoterapeuta. Il sostegno psicologico ai bambini e la consulenza psicologica per i genitori in questi casi è molto utile ed efficace.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sull’importanza delle relazioni e delle emozioni in educazione

Educare è agire in vista di un cambiamento, di una trasformazione auspicata e possibile..” *

È il soggetto a costruire la realtà e a modificare l’oggetto in ragione della propria conoscenza, egli produce la propria realtà, “ogni cognizione è azione, costruzione in movimento, che non rappresenta, ma produce”.

La conoscenza si realizza come processo relazionale (porre a paragone) esprimendosi nella e attraverso la trasformazione e la costruzione. Le nostre conoscenze cognitive sono il frutto degli spostamenti tra figura e sfondo, fra prospettiva realizzata e punto di vista scelto; la conoscenza non è dominio autoreferenziale, scevro da passioni e interessi, bensì coinvolge la totalità del soggetto conoscente.

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Non possiamo credere di poter sradicare così facilmente la formazione e l’educazione dall’esperienza e dalla relazione. Credere di poter concepire il processo educativo come qualcosa che assomiglia più a uno sciorinamento a senso unico di nozioni e teorie.

Lo spazio della relazione generato dalla prospettiva istituita e lo spazio esperienziale, è uno spazio nel quale la realtà prende forma e nel quale vi è la possibilità di generare il nuovo e attribuire cose inedite. La percezione il cui risultato è la produzione di senso, produce il nostro mondo che quale insieme di relazioni, è il prodotto del nostro agire, delle nostre distinzioni.

Pensare di poter continuare a pensare alla possibilità di un’educazione per bambini e ragazzi, a distanza, filtrata dallo schermo dei nostri dispositivi digitali e da connessioni “discutibili” è, per usare un eufemismo, eccessivamente limitante per le nuove generazioni. Ad oggi il gap didattico – educativo e emotivo – esperienziale è già abbastanza preoccupante. Facciamo in modo che non diventi irrecuperabile.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
  • Rif. Biblio: “Epistemologie costruttiviste e modelli di formazione” (Vasco D’Agnese)

Pillole di Emozioni: le fasi dello sviluppo emotivo.

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Greenspan (1997) ha proposto una successione di fasi, circa lo sviluppo emotivo:

  1. Dare un senso alle sensazioni (0-4 mesi): in questo livello, il neonato deve imparare a organizzare tutte le sensazioni che l’ambiente gli procura; sensazioni che inevitabilmente attiveranno delle risposte corporee. Egli dovrà acquisire il controllo sui movimenti, sulle sensazioni interne e sull’attenzione; dovrà inoltre imparare a mantenere la calma osservando e agendo sugli oggetti o eventi esterni. Alla fine di questo livello, il neonato avrà acquisito la capacità di regolare il proprio stato mentale.
  2. Intimità e relazione (4-8 mesi): nel momento in cui il bambino riesce a prestare attenzione a ciò che lo circonda, riesce a comprendere la presenza dell’altro. Nelle relazioni che allaccia con l’altro – in special modo il caregiver– il bambino inizia a discriminare la sfera umana dalla sfera degli oggetti inanimati.
  3. I germi dell’intenzionalità (8-12 mesi): la capacità di relazionarsi con l’altro, comprende l’essere in grado di scambiare con questo segnali e risposte. Durante tale periodo il bambino si impegna attivamente in gesti e espressioni al fine di partecipare a un dialogo preverbale. Da queste interazioni il bambino capisce che le sue azioni (e desideri) possono suscitare reazioni negli altri.
  4. Scopo e interazione (12-18 mesi): il collegamento tra emozione e azione porta il bambino a comprendere sempre di più di essere una persona che può ispirare nell’altro affetto e calore. In tale fase il repertorio gestuale si arricchisce e il bambino riesce a distinguere tra il proprio e l’altrui comportamento.
  5. Immagini, idee e simboli (18-24 mesi): la capacità di simbolizzazione acquisita permette al bambino di crearsi una immagine del mondo. E’ in questo momento che il bambino inizia a astrarre un sentimento a cui può dare anche un nome. Il raggiungimento di questa fase è dovuto sì alla crescita cognitiva ma tale sviluppo è frutto del piacere che lo stesso bambino trova nel comunicare agli altri le proprie emozioni e stati d’animo.

Lo sviluppo cognitivo e lo sviluppo affettivo-emotivo sono interdipendenti l’uno dall’altro, e innescano una serie di reazioni che potremmo quasi definire circolari.

Senza capacità ed espressioni emotive adeguate non si strutturerebbe una relazione sociale la quale, a sua volta, fornisce stimolazioni idonee allo sviluppo cognitivo; la crescita cognitiva permette – inoltre- una maggiore strutturazione ed espressione degli affetti e emozioni, andando a stipulare relazioni sociali qualitativamente diverse, a partire dalle quali si instaurano nuovi processi cognitivi, qualitativamente superiori, ai quali si agganceranno nuove capacità emotivo- relazionali.

Come affermano Waters e Sroufe (1983) “un bambino risulta competente non solo in virtù del suo livello di sviluppo sociale e cognitivo, ma nella misura in cui le capacità di regolazione emozionale consentono il coinvolgimento con l’ambiente disponibile”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’invidia

L’invidia è un sentimento di rancore ed ostilità nei confronti di qualcuno che possiede qualcosa che il soggetto invidioso desidera, ma non possiede.

Secondo Melanie Klein invidia e gratitudine sono sentimenti “primitivi” e strettamente in relazione, perché vengono sperimentati sin dalla nascita e sono fondamentali per lo sviluppo psicoaffettivo del bambino.

Secondo la Klein l’invidia si può definire come “un sentimento di rabbia perché un’altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode“. Inoltre l’impulso invidioso mira a portare via quel qualcosa o, se non fosse possibile, a danneggiarla. “L’invidia implica un rapporto con una sola persona ed è riconducibile al primo rapporto esclusivo con la madre“.

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Sempre secondo la Klein la gratificazione che il bambino prova al seno della madre, provoca in lui sia sentimenti di invidia che di gratitudine. Se l’invidia non è eccessiva, potrà essere integrata nell’Io e prevarranno quindi i sentimenti di gratitudine. Le esperienze buone faranno in modo da “controllare” i sentimenti di invidia, che diminuiranno man mano.

Se invece prevalgono le esperienze cattive, i sentimenti di invidia prevarranno e saranno proiettati sull’ “oggetto ideale”, che sarà quindi attaccato. Questa condizione impedirà all’Io di uscire dall’ambivalenza e non vi sarà quindi la possibilità di avviare il processo di scissione tra l’oggetto ideale e quello persecutorio.

Ciò significa che l’oggetto ideale non potrà essere “usato” come oggetto identificatorio. L’impossibilità di trovare nell’oggetto ideale una identificazione riduce anche la speranza di trovare (in futuro) amore o aiuto e a causa della “distruzione” dell’oggetto, aumenteranno i sensi di colpa.

Un forte sentimento di invidia, impedisce una buona introiezione ed empatia e avvia a forme patologiche individuali e relazionali e non fa altro che aumentare la spirale dell’invidia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La trigenerazionalità

“Noi pensiamo per storie perchè siamo costituiti da storie, immersi in storie, fatti di storie”

Gregory Bateson

Ogn’uno di noi, ogni famiglia ha una propria storia, una propria “cultura familiare”, che si tramanda di generazione in generazione.

Ogni generazione ha un legame diretto con le generazioni precedenti, da cui dipendono in qualche modo. La trasmissione intergenerazionale avviene attraverso il passaggio di tutta una serie di insegnamenti, tradizioni, valori, comportamenti.

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Il processo di trasmissione può avere degli intoppi dei “nodi” che dipendono proprio dal modo in cui sono state affrontati i compiti di sviluppo, gli eventi critici e i processi di differenziazione e di separazione. Se questi eventi, per qualche motivo, non sono stati superati, risolti o elaborati, diventano l'”aspetto nodale” che viene riproposto come vincolo o obbligo ad ogni generazione successiva. Se invece vengono elaborati e superati, saranno anche compresi e quindi il passaggio intergenerazionale favorirà la crescita.

“Quando le generazioni precedenti non riescono a trattare i sentimenti di colpa di vergogna, di scacco, di perdita irreparabile connessi a tali difficoltà del vivere, facilmente trasferiscono tale incapacità sulle generazioni successive […] Per pensare, sentire, agire come persone, bisogna essere stati fiduciosamente attesi..”

Vittorio Cigoli

La trasmissione intergenerazionale riguarda anche il passaggio di “eredità” positive. Infatti, se il legame familiare sarà improntato sulla fiducia, sul rispetto, il riconoscimento dell’altro e sull’empatia, allora i membri della famiglia ne trarranno grossi benefici, perché saranno risorse positive da utilizzare nelle relazioni future.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il bambino, l’ambiente, l’handling e l’holding.

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo? E quanto è importante la relazione con i genitori nelle prime fasi dello sviluppo?
Buona lettura!

ilpensierononlineare

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo?

Secondo un noto psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (morto nel 1971), il ruolo della madre (le prime cure) e dell’ambiente è fondamentale per lo sviluppo del bambino e per lo strutturarsi del suo Sé.

La funzione naturale della madre, chiamata da Winnicott “preoccupazione materna primaria” offre al suo bambino quel sostegno necessario all’integrazione tra psiche e soma (personalizzazione), allo strutturarsi di una vera relazione oggettuale e di un senso di realtà. Questo sostegno (holding) insieme alla manipolazione (handling – lavare, nutrire, accarezzare, coccolare) sono essenziali all’instaurarsi di una buona relazione madre-figlio. Il bambino sarà allora in grado di superare una serie di angosce “impensabili”.

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Winnicott aveva inoltre sottolineato anche l’importanza dell’esperienza e delle relazioni reali con l’ambiente per lo sviluppo maturativo del…

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