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Contagi emotivi in luoghi social. Suggestionabilità, regressione e credulità nei gruppi “social”.

Seguire un presunto leader (o chiunque si faccia portavoce di una idea), senza farsi domande, affidandosi a prescindere dal contenuto di ciò che viene proposto e detto, è una tendenza innata delle persone.

In genere questa tendenza è molto presente quando si è in gruppo, o meglio si appartiene a gruppi, più o meno numerosi.

Negli ultimi anni il concetto di gruppo si è evoluto. I gruppi non sono solo quelli che si incontrano nelle piazze, nei luoghi di incontro sociale. I gruppi adesso hanno la possibilità di “incontrarsi” in luoghi virtuali, nelle piazze virtuali. Quindi la modalità di interazione e la comunicazione avviene attraverso altri canali, molto più rapidi e con meno filtri “sociali”. Ciò però non ha per nulla modificato alcuni fondamentali meccanismi psicologici che governano il comportamento delle persone all’interno dei contesti gruppali.

E proprio come il contagio di una malattia anche le emozioni possono essere contagiate fino a determinare in maniera significativa un comportamento o una idea, da un individuo ad un altro. Il contagio emotivo e mentale avviene in situazioni particolari, che vedono una persona completamente presa dal gruppo di appartenenza. La persona in oggetto sarà completamente suggestionabile.

La suggestionabilità determina un altro carattere: il contagio mentale. Questi va ricollegato a fattori ipnotici i quali fanno in modo che ogni sentimento possa essere contagioso e derivi dall’azione reciproca che i vari soggetti esercitano l’uno sull’altro.

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Ciò che caratterizza quindi le persone che entrano a far parte di gruppi molto numerosi (folla) anche sui social è la straordinaria influenzabilità e credulità. Freud analizzando il fenomeno dei primi raduni di folle numerose che stavano imperversando in Europa nei primi anni trenta del novecento disse che la “folla” “pensa per immagini che si richiamano le une alle altre per associazione, come negli stati in cui l’individuo dà libero corso alla propria immaginazione, senza che una istanza razionale intervenga […]” (Freud)

Una delle caratteristiche più preoccupanti di questi gruppi, individuate già da LeBon e da Freud è che le singole persone insieme giungono subito agli estremi e una semplice antipatia potrebbe diventare un odio feroce. Avviene una sorta di regressione e infatti quella che si osserva in queste persone è la stessa esagerazione e facilità di giungere agli estremi che si trova nella vita psichica dei bambini e nei sogni, dove una piccola riprovazione verso una persona può portare all’impulso di commettere un omicidio (nel sogno).

Insomma un po’ quello che oggi osserviamo sulle varie bacheche e post sui vari social. La diffusione rapida o irrazionale di emozioni (odio, paura..) e di comportamenti (false informazioni, violenze, offese, razzismo, idee bizzarre e comportamenti pericolosi); una escalation di “eccitamento collettivo” esasperato e incontrollabile.

“L’individuo si trova posto in condizioni che gli consentono di sbarazzarsi delle rimozioni dei propri moti pulsionali inconsci. […] Non abbiamo difficoltà a spiegarci il fatto che, in tali circostanze, la coscienza morale o il senso di responsabilità vengono meno”

Sigmund Freud – “Psicologia collettiva e analisi dell’Io” (1921)

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

“Come stai?”.

Una donna lamentava l’indifferenza delle persone “A stento chiedono come sto, ma tanto lo so.. a loro non interessa minimamente come io mi senta; sono sola vivo nell’indifferenza del prossimo e il mio dolore cresce. Sento il bisogno di domande – che non ricevo- a cui non so dare una risposta.. Poi.. ne sento la mancanza, forte.. fortissima”.

L’assenza di parole genera un vuoto e la ricerca di una domanda che tarda ad arrivare “come stai?” lascia nello sconforto e preda della solitudine.

Una solitudine che sa farsi presenza nella stessa assenza rimandata da una eco incessante che si perde nel ricordo e nel bisogno.

La donna stava palesando, nel non detto, il desiderio non tanto di sentirsi chiedere come stesse, ma la potenza del dubbio incessante:

“Come sta?” “Cosa starà facendo?” “Si ricorda?”

L’abbandono avvenuto mesi fa, l’aveva lasciata come quei rametti che il mare talvolta rende alla riva: sfilacciata, spezzata, umida e scorticata.

L’abrasione non era tanto presente sul piano fisico, quanto sul piano psicologico dove Lei attuava un uso massiccio di difese, primo fra tutti l’isolamento dell’affetto (scissione dell’affetto dalla rappresentazione. Frequente ad esempio nei traumi. La rappresentazione resta cosciente, disturbante, ma è privata di connessioni emotivamente cariche. E’ ciò che in condizioni “normali” accade con pensieri quali quelli della morte che risultano così angosciosi da portare l’individuo a prendere una distanza affettiva).

La donna era rimasta sola e nei mesi aveva a lungo cercato una domanda, mai giunta.

Le parole vanno via, ma resta – in luogo del segno grafico o della componente fonetica- l’emozione che evocano e il ricordo.

La componente maggiormente dolorosa e più sottovalutata, della parola stessa, è il mondo interno che sa smuovere; il legame con i sentimenti, l’aggancio, l’amo che sa tendere al nostro inconscio giungendo ad abbattere anche le difese attuate dall’Io, istanza che protegge (e prova a proteggersi) dalle esperienze pulsionali eccessive (percepite come pericolose), dall’Es e le sue eccessive richieste istintuali.

“Come stai” è una domanda da porsi ogni giorno; un decentramento cognitivo importante perché consente noi di guardare alle nostre emozioni e ai nostri pensieri, come degli eventi.

E’ un guardarsi senza giudicarsi.

E’ porsi quasi nella prospettiva dell’altro restando se stessi nel mentre ci si osserva.

Quando qualcuno ci chiede “come stai”, non preoccupiamoci troppo della sua mancata attenzione alla risposta, gettiamo un amo nel nostro inconscio e prendiamoci cura di noi stessi.

Se poi.. abbiamo cura e bisogno di sapere come sta qualcuno.. non lasciamo che questo spazio resti vuoto creando sconforto e dilatazione al cui interno attecchisce il dolore o il dubbio.

“Come stai”.. resta – ancora- una delle domande e delle attenzione più belle da riservare all’altro e a se stessi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Psicologia della risata.

“Non si ride mai da soli, perché il riso non ha senso se non nello scambio, che ha tutto il carattere dello scambio simbolico […] Serbare per sé una barzelletta è assurdo, così come non ridere è offensivo, infrange le leggi sottili dello scambio. ”

J. Baudrillard

Secondo Darwin il riso risponde ad una funzione adattiva in quanto aiuta a rinsaldare il legame del bambino con la madre, fungendo da veicolo spontaneo (come il pianto) dei bisogni del bambino.

Per Spitz la comparsa del sorriso nell’infante (verso il secondo – terzo mese), segna il passaggio dallo stadio non oggettuale allo stadio pre-oggettuale. Il bambino istituisce una prima relazione preferenziale con la prima percezione esterna (il volto umano). La percezione è comunque ancora indifferenziata. Il riso in questa fase ancora non può essere letta come espressione di un’emozione, ma acquista un significato sociale grazie al rinforzo positivo che riceve dal mondo circostante. Solo in un secondo momento, da automatismo fisiologico, il riso, arriva a rivestirsi di un significato affettivo intenzionale e differenziato, che diventa man mano, nel corso degli anni sempre più complesso nelle sfaccettature (compiacimento, soddisfazione, gioia, benessere, sarcasmo, ironia, disprezzo..).

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Ridere è quindi prima di tutto un atto sociale e riveste un significato in base al modo, alla situazione, alla modulazione, all’intensità che lo caratterizza.

In uno studio all’Università della California i ricercatori hanno chiesto a 966 volontari (provenienti da 24 culture e paesi diversi) di ascoltare ed interpretare delle risate registrate tra coppie di persone che si relazionavano tra loro. Le coppie di persone registrate erano per metà amiche e per metà estranei. I ricercatori hanno quindi chiesto ai volontari di ascoltare e provare ad identificare il tipo di relazione che c’era tra chi rideva nelle registrazioni.

Il dato che è uscito fuori è molto interessante, infatti a prescindere dalla cultura di provenienza dei volontari ascoltatori, ben il 61% ha riconosciuto quando si trattava di amici che ridevano e la percentuale addirittura è salita all’80% quando si trattava di registrazioni di due amiche donne che ridevano.

I ricercatori hanno quindi analizzato le caratteristiche del suono delle risate e hanno scoperto che il suono delle risate tra amici è diverso da quello tra due persone estranee. Il suono delle risate tra amici ha infatti un tono e un volume più irregolare perché è spesso associato ad un’emozione spontanea.

Probabilmente nel corso dell’evoluzione umana, riconoscere la natura del suono di una risata ha avuto una grande rilevanza, forse perché permetteva (e lo fa tutt’ora) di comprendere e scegliere le persone con cui cooperare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Dottorè ma che cos’è una coppia?

Immagine Personale.

Rubrica settimanale

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

La richiesta che ho deciso di prendere in carico oggi, giunge da un ragazzo. La sua mail mi ha particolarmente colpito a causa della profondità con cui il giovane è riuscito a rimandare dubbi e incertezze del suo vissuto. Si tratta di una storia familiare e affettiva complessa (motivo che mi ha spinta a limare diversi dettagli).

La delicatezza è lo stato d’animo che maggiormente mi ha accompagnata.

“Cara Dottoressa, sono un ragazzo stanco (…) Nella mia famiglia le cose non sono mai andate bene. Mio padre soffre da sempre di disturbo ossessivo compulsivo e mia madre di ansia. La loro è una coppia che per me, non ha senso di esistere (…). Non fanno che litigare, da sempre, e buttano su di me (senza ritegno) qualsiasi problematica di coppia (anche quella più intima, dando a me la colpa del loro fallimentare matrimonio). Si aspettano sempre l’eccellenza da me; non sono mai riuscito a godermi gli studi e nonostante io ora abbia un lavoro notevole, non penso di meritare quel che ho raggiunto (mia madre si ostina ad appendere in casa tutti gli attestati che ho conseguito, quasi fossero suoi trofei dimenticando di dire almeno: un bravo). Negli anni ho sviluppato prima una profonda ossessione legata ad una mia possibile omosessualità poi tutta una serie di compulsioni sul quale, non mi dilungherei…

Ho abusato di pornografia e di autoerotismo; poi un giorno ho conosciuto lei, online. Non so per quale motivo ma un giorno in cui stavo malissimo mi sono detto “vado da lei” e così.. stiamo insieme da 8 anni e mezzo.

Lei ha una storia particolare (mi sento in dovere, come clinica, di proteggere la storia della ragazza; per sommi capi dirò che è stata per diversi anni in una casa famiglia).

Sono anni che andiamo avanti e indietro dallo studio del terapeuta per aiutare lei a superare il suo trauma; così facendo ho lasciato me da parte, dimenticandolo non so dove. Il sesso è praticamente inesistente; se la sfioro lei mi picchia, piange.. e finiamo con noi sul divano che cerchiamo di trovare un punto a quanto accaduto. Io la amo.. è quanto negli anni mi ero immaginato come una storia.. Ma ultimamente, mi chiedo, Dottorè.. “ma che cos’è una coppia?.”

Gentile Ragazzo,

grazie per la tua mail e grazie -soprattutto- per la condivisione della tua storia di vita; una storia – mi rendo conto- non facile da rendere all’altro, predigerita.

Mi colpiscono diversi dettagli, del tuo racconto; emerge il racconto di un uomo che in una prima parte appare arrabbiato e cosciente di non essere la colpa di un “fallimentare matrimonio” che molto probabilmente non doveva esserci. Racconti – molto dettagliatamente- della tua vita familiare, delle liti, del fatto che in famiglia state meglio quando non vi vedete (gli esempi che fornisci su come sappiate gli orari di tutti, in modo da non incontrarvi mai, la dice lunga).

Parli di una casa fredda e del fatto che tutti, invece, vedano la tua famiglia come perfetta “hai un bel lavoro, sei giovane, stai con una donna più grande e la tua famiglia è unita”; siete riusciti -in sostanza- a mettere in atto quasi una farsa, in cui ciascuno recita a soggetto, la sua parte: come nell’opera teatrale, infatti, ciascun membro della tua famiglia (che per sopravvivere si è immedesimato in un certo personaggio), vive un conflitto personale con quello che parrebbe il capocomico (tuo padre).

Da qui si snoda la tua vita, quella fatta di ossessioni, fobie, paranoie.. e Lei.

Mi racconti di una coppia (quella che hai sempre sognato), in cui però il centro è solo lei. Sono otto anni e mezzo in cui hai dimenticato di prenderti cura di te.. o meglio.. Hai usato dei palliativi (lo sport, le amicizie, lo studio), che ti hanno dato l’illusione di esistere.. Probabilmente si tratta di una “sopravvivenza” nata da un tacito accordo in cui hai deciso di smettere di pensare (lasciando così libero sfogo alle compulsioni).

Non posso dirti cos’è una coppia. La visione dell’amore e della dualità appartiene a una sfera del tutto personale.

Posso però dirti cosa vedo, io, quando ho innanzi due persone che condividono un sentimento che si fa percorso di vita.

L’alchimia che unisce due persone è percepibile ad occhi nudi; è come una fiamma, un’aura di bellezza che avvolge le due persone. E’ qualcosa che fa quotidianità che lega salda e rinsalda ogni giorno il sentimento tra i due. La coppia non è statica ma una dualità in formazione continua e costante; un prolungamento che fa di due separati un unicum mentale di difficile dissoluzione.

Nelle coppie solide che giungono presso una consultazione (che bada bene, non sono quelle che non litigano mai o che sono necessariamente felici), hai la percezione di vedere alternativamente sabbia e acqua, fuoco e vento, tempesta e sereno. Sono coppie in cui ciascuno alternativamente vive il proprio ruolo nella libertà dell’esperienza amorosa e sensoriale.

C’è poi l’aspetto della sessualità: una coppia condivide una sessualità che sia piena e soddisfacente per entrambi; non ci sono mezze misure. Il sesso si vive nella sua piena espressione, una espressione tipica (personale) per ciascuna dualità.

La coppia è quotidianità , bisogno di condividere il prima possibile, con l’altro.

Leggo della tua storia di coppia e mi dici che senti il bisogno di avere amicizie femminili. Non sai bene in cosa ti sei cacciato, con una nuova ragazza che hai conosciuto, sai solo che lei capisce.

L’essere compreso, accolto e contenuto mi sembra la mancanza più forte che da sempre vivi.

L’impossibilità di pensarti bisognoso di cure e debole, ti ha fatto – forse- rinchiudere in una relazione in cui per forza di cose tu sei, ancora, quello che non ha bisogno.

Curi l’altro per dimenticarti di te, ma ora, l’altro che è in te bussa con sempre più insistenza chiedendo di aprire.

Con veemenza, “l’altro da te” sta per buttare giù la porta.

Credo – vista anche la tua passione per la psicologia- che ci sia bisogno di raccogliere le urla che senti diventare sempre più insistenti, dentro di te.

Datti il tempo, L., di capire cosa vuoi, per il tuo futuro.

Sei un ragazzo che ha delle notevoli risorse a disposizione e una forte intelligenza; c’è anche però, in te, una rabbia molto forte che ha bisogno di essere eviscerata per essere compresa prima che questa.. tolga linfa vitale a te.

(La sera in cui ho risposto al ragazzo, lui mi ha inviato una nuova mail. Mi ha profondamente ringraziato per la spiegazione sulla coppia che a suo dire, lui non avrebbe mai potuto rendere meglio. Non credo di aver fornito una spiegazione particolarmente esaltante, ma le parole che il ragazzo mi ha riferito, mi fanno davvero ben sperare).

Non siamo destinati a seguire il copione familiare.

Ogni amore è un amore a sé.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Vuoi l’uovo o la gallina?

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Delay Discounting indica la tendenza (messa in atto da chi si trova in procinto di compiere una scelta) nel preferire una ricompensa piccola ma immediata. Tale ricompensa, seppur piccola, è preferita per evitare un’attesa (di cui non se ne conoscono i tempi).

Questa impulsività potrebbe dipendere, in buona parte, dal corredo genetico.

In uno studio dell’Università di Washington, a 602 gemelli è stato chiesto di scegliere fra una somma di denaro (piccola) da ricevere subito oppure una somma più consistente per la quale avrebbero dovuto aspettare.

E’ emerso che il delay discounting è più accentuato negli adolescenti e si attenua con il passare degli anni.

Al di là dell’età, però, ciò che gli scienziati hanno evidenziato è che preferire “l’uovo oggi” sarebbe anche una questione genetica, una sorta di scelta attuata da “geni impulsivi o dell’impulsività”, che potrebbero essere collegati ai recettori del cervello per la serotonina e per gli oppioidi kappa, gli stessi che regolano l’umore, la depressione e la dipendenza.

E… se facessimo una cotoletta?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Ricerca in Pillole: occuparsi dell’altro.

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Oggi desidero condividere con voi una brevissima ricerca che reputo – però- molto importante.

Cosa succedeva ai disabili durante la preistoria?

Vi siete mai posti questa domanda? Ebbene.. da ricerche recenti sembra proprio che gli invalidi venissero sottoposti a delle cure (e non uccisi, come si era portati a pensare). Un disabile non era una zavorra poiché non idoneo alla caccia.. ma anzi!

Studiando dei resti di Sapiens risalenti al Paleolitico (ritrovati nella Grotta del Romito, nel Parco del Pollino in Calabria), i ricercatori hanno notato che (data la conservazione dei resti), qualcuno procurava ai disabili del cibo, in cambio di piccolo lavori che potevano essere da loro svolti (una sorta di antenata della terapia occupazionale).

Anche dei ritrovamenti effettuati in Vietnam sembrano confermare questa ipotesi.

Nel Romito, uno dei resti apparteneva a un giovane di circa 20 anni, rimasto vittima di un trauma che gli schiacciò le vertebre, portandolo alla paralisi delle braccia. Studiando lo scheletro, gli scienziati hanno capito che il giovane non morì (ad esempio) per malnutrizione dopo l’incidente, ma gambe e denti indicavano che il ragazzo era rimasto a lungo accovacciato a masticare qualcosa (probabilmente pelli di animali da ammorbidire).

Un altro individuo (che soffriva di nanismo), non poteva cacciare, ma sopravvisse fino ai 20 anni e fu sepolto con cura (segno, secondo i ricercatori, che il giovane fosse stato curato durante la sua vita); analoga ricerca è stata fatta in Vietnam, dove un uomo sopravvisse oltre 10 anni pur avendo braccia e gambe atrofizzate.

Evidentemente i Sapiens avevano a cuore la propria specie ed erano ancora lontani dall’attuazione di scelte egoriferite o di stampo egoistico.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’emozione che mangia.

“Magnatell n’emozione”.

Nella mia lingua madre – mangiarsi una emozione- viene detto a coloro che tendono ad essere sempre cupi, ombrosi e mai sereni; si tratta di quelle persone che quasi per partito preso “non si mangiano l’emozione”, mostrandosi perennemente impensieriti da qualcosa.

Sono quelle persone incapaci di vivere l’emozione, di goderla; persone che non riescono a sorridere quasi come dovessero scontare chissà quale pena per avere ceduto, mangiando l’emozione stessa.

Recentemente riflettevo sulla potenza del detto.

Durante gli studi universitari, un Professore (analista) che si occupa di disturbi alimentari, ne sosteneva la genesi nel “sessuale femminile”; il mio collega (analisi che condivido ampiamente) parla (basandosi su una larga casistica da lui trattata), di psicopatologia della relazione; per me è – anche- la psicopatologia del piccolo.

Cos’è questa emozione da mangiare?

In effetti la prima rinuncia che le persone affette da disturbo alimentare (nello specifico anoressia nervosa o Disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo), compiono, è partecipare a pranzi, cene o situazioni di condivisione “dell’emozione cibo”.

Quando alcune pazienti hanno deciso di uscire andando a cena fuori, pur non condividendo il cibo, non hanno tratto piacere – emozione- dall’uscita stessa; l’ossessione del controllo sul cibo ha finito per controllare loro stesse portandole ad estraniarsi dal contesto emotivo/relazionale.

Altre pazienti, invece, decidono direttamente di evitare le occasioni di condivisione del cibo.

L’emozione è completamente negata, esclusa, rigettata.

La paura che l’emozione stessa possa prendere il sopravvento fagocitando fino a portare all’abbuffata (sconfinando negli altri disturbi alimentari: bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata, Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con specificazione, Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione senza specificazione, come da criteri DSM V), è troppo forte.

Meglio chiudere tutto, tappare l’emozione.

Io non mangio.

La genesi dei disturbi alimentari può essere multisfaccettata (il mio parere personale mi spinge a non rinchiudermi nelle spiegazioni univoche del se/allora); credo che nei vari strati delle sfaccettature si possano depositare sottili lamelle di dolore più o meno vario, diverso e sentito a modo proprio.

Non dimenticate di mangiare stasera: Magnate n’emozione!

Vi lascio un sorriso con una grande emozione mangiata!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.