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Still Face: Interazione sociale nei bambini.

Secondo Piaget i bambini molto piccoli sono rinchiusi in una sorta di isolamento autistico, mentre per Winnicott il neonato si differenzia gradatamente passando da un iniziale stato fusionale esperito nei confronti del caregiver.

In entrambi i casi il bambino è visto come quasi incapace di esperire precocemente delle interazioni/emozioni (se non attraverso chi si prende cura di lui).

A ben vedere, procedendo con le ricerche, è emerso che i neonati sono già molto precocemente (più di quanto in passato si pensasse), capaci di vivere una interazione sociale.

L’esperimento del volto fermo/immobile, di Tronick.

L’esperimento prevede una sessione interattiva in cui la madre è intenta a stimolare il proprio bambino. La madre interagendo fa “domande” al bambino, emette suoni, fa sorrisi e lo coinvolge nelle sue movenze entrando in relazione calda ed empatica con il bambino stesso.

Il bambino non resta passivo di fronte alle richieste/sollecitazioni della mare, ma indica ed è altamente responsivo.

Il bambino risponde e interagisce in maniera “coordinata” alla madre, cercando di sintonizzarsi con la madre stessa. Ai sorrisi seguono sorrisi, alle richieste seguono gesti e accenni di lallazione ; prove di suoni e piccole parole, ancora sorrisi.

Il tutto in una interazione – sociale- viva e costante.

Ad un tratto il ricercatore Edward Tronick e la sua equipe, hanno chiesto alla madre di smettere di interagire e “rispondere” al bambino, restando quasi impassibile.

Il bambino capisce subito che qualcosa non va e prova pertanto a riportare la madre alla situazione di prima (quella in cui si interagiva in maniera serena). Il bambino sorride e indica una direzione alla madre.

Ad un certo punto il bambino alza le mani e comincia ad essere infastidito quasi come a cercare di capire cosa “sta succedendo?”. Il bambino prova quasi a “svegliare” la madre che è ancora assorta e ferma in una modalità senza espressione.

Il livello di stress del bambino comincia a crescere tanto che cambia postura nello spazio fino ad abbandonarsi ad un pianto disperato.

L’esperimento condotto da Tronick, vuol dimostrare un fatto interessante (specie alla luce di alcune psicopatologie – ad esempio la depressione- che possono inficiare la relazione affettiva con il proprio bambino fino a comprometterne il suo sviluppo), ovvero che quando la mamma sospende la sua relazione con il bambino, non scambiando più sorrisi ed espressioni di imitazione, quest’ultimo vivrà un forte stress emotivo.

Questa situazione sperimentale, della durata di pochi minuti, è utile per comprendere l’importanza che ricopre la sintonizzazione emotiva: non è sufficienti essere presenti, interessarsi e adempiere dal punto di vista pratico ai bisogni del piccolo; diviene invece fondamentale saper cogliere la dimensione affettiva ed emotiva riuscendo a comunicare con il proprio bambino all’interno di un canale condiviso.

Ciò non vuol dire che tutte le volte che le emozioni della diade madre/bambino, non combacino, il bambino sta vivendo uno stress emotivo tale da comprometterne necessariamente lo sviluppo.

Il mismatch (stati dissimili di affettività), può non essere completamente lesivo, se il bambino riesce comunque a vivere esperienze di riparazione efficaci; esperienze che riescono a ristabilire la fiducia e il calore all’interno della diade; una fiducia tale da consentire al bambino la possibilità di vivere l’esperienza frustrante (senza esserne fagocitato) per poi ritornare a vivere l’affettività in maniera piena e rilassata.

Come dice il Professor Tronick 

“è un po’ come nel film “il Buono, il Brutto e il Cattivo”. Il Buono è rappresentato dalle cose normali che accadono; il Brutto è quando succede qualcosa di brutto ma il bambino può superarlo; è ciò che si vede alla fine dell’esperimento (una volta scomparso il volto senza emozioni, la madre e il bambino ricominciano a giocare). Il Cattivo è quando al bambino non viene data la possibilità di tornare di nuovo al bene. Non c’è modo di sistemare la situazione data e rimangono bloccati in quella brutta situazione ”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

I Miti. Storie di popoli e di famiglie..

Eppure siamo sempre personaggi.. attori protagonisti delle nostre storie familiari, dei racconti dei nostri popoli, figli delle nostre culture..

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Potremmo definire mito un insieme di storie (reali o legate alla fantasia) che vengono considerate come prove scritte, tramandate, o raccontate del significato dell’universo e dell’esperienza umana. I miti sono narrazioni fantastiche intrise di significato che possono raccontare, ad esempio, delle gesta e delle azioni sovrumane di qualche essere sovrannaturale. Sono impregnati della cultura in cui nascono e possono tramandarsi da generazione in generazione.

In genere alle storie mitologiche viene data grande importanza e valore dalla comunità, fino a diventare parte integrante della storia comune. I miti diventano quindi indispensabili perché chiariscono e rispondono a domande su problemi cruciali relativi all’esistenza della stessa comunità.

Edipo e la Sfinge

Potremmo concettualizzarli come spiegazioni di ordine soprannaturale che determinano e giustificano i costumi, le usanze e le norme caratteristiche di un gruppo sociale. I miti favoriscono l’unità e la coesione del gruppo e dell’intera comunità. Hanno una funzione omeostatica fondamentale per i…

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PsicoPillole di Lessico: Querulomania.

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La querulomania indica un atteggiamento lamentoso protratto che nasce dalla persuasione reale o immaginaria di aver subito un torto.

Può degenerare in delirio, innescando nel soggetto delle condotte che si esprimono ad esempio facendo continue domande di risarcimento, citazioni giudiziarie e simili.

Si tratta di continue rivendicazioni che il soggetto compie.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La Comunicazione

La comunicazione si può definire come uno scambio di informazioni e significati tra due o più individui, che hanno intenzionalità reciproca nel condividere e costruire un’informazione attraverso dei sistemi simbolici convenzionali di riferimento.

La comunicazione, quindi, nasce dall’interazione e produce significati; è un’attività sociale che caratterizza ogni essere umano e contribuisce a formare e consolidare il nostro senso di identità.

Un primo approccio “matematico” alla comunicazione, quello di Shannon e Weaver (rappresentato nella figura sotto), intendeva la comunicazione come un processo lineare, in cui non è tanto rilevante il contenuto del messaggio, che passa decisamente in secondo piano.

Nello schema di Shannon e Weaver è possibile osservare che un segnale (messaggio) passa dal mittente, attraverso un trasmettitore, al destinatario, attraverso un recettore, lungo un canale fisico (supporto materiale). Il messaggio, in sostanza, deve essere codificato da chi lo emette e decodificato da chi lo riceve.

Modello Comunicazione di Shannon – Weaver – (fonte google)

Il contesto, in cui avviene la comunicazione, in questo modello, gioca un ruolo poco importante. Sono previsti, però, dei “rumori” (fattori di disturbo) lungo il canale, che possono disturbare la trasmissione corretta del messaggio.

Inoltre, bisogna che ci sia un feedback (segnale di ritorno) per segnalare che il messaggio è arrivato a destinazione.

Il difetto di questo modello è che riduce di tanto la complessità della comunicazione umana. Si danno per scontato quelli che sono i processi di interpretazione, l’ambiente, la cultura, il contesto comunicativo e gli eventuali problemi psicologici, di chi comunica.

Non molto tempo dopo, l’approccio relazionale di Paul Watzlawick (1971) descriverà la comunicazione come un processo di interazione tra due o più persone. La vera svolta però sarà il primo assioma della sua “pragmatica della comunicazione“.

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Egli ritiene infatti che non si può non comunicare; in una interazione è impossibile non comunicare nulla. Quindi per comunicare non c’è bisogno dell’intenzione. L’interazione è un sistema aperto che consente la possibilità di perturbazioni della comunicazione.

La comunicazione si basa secondo Watzlawick, su cinque assiomi che descrivono proprietà semplici della comunicazione; tali proprietà hanno fondamentali implicazioni
interpersonali.

  • Non si può non comunicare.
  • Ogni comunicazione ha due livelli: uno di contenuto e uno di relazione, quest’ultimo ha valore metacomunicativo, perché classifica e contestualizza il primo.
  • La natura della relazione dipende dalle punteggiature delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.
  • Gli esseri umani comunicano sia in modalità numerica (digitale) sia in modo analogico (verbale e non-verbale).
  • Gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari.

Per approfondire, ecco due articoli sul primo e secondo assioma della comunicazione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sono brutto: pillole di psicologia.

“E che devo scrivere qua… Dottoressa… tanto… Sono Brutto!!!”

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Con il termine Dismorfoestesia (detta anche dismorfia) si indica la sensazione di essere particolarmente brutti, impresentabili, deformi o ripugnanti. La persona si percepisce (e vede) come particolarmente grassa e/o brutta.

Tale condizione può presentarsi sia in forma monosintomatica (come durante l’adolescenza) quando la trasformazione puberale può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con più o meno angoscia (soprattutto quando la pubertà stessa con tutti i cambiamenti che comporta, è rifiutata dalla famiglia stessa della persona), o in un quadro di nevrosi ossessiva o schizofrenia (in tal caso il rifiuto del proprio aspetto può assumere caratteri fobici che disturbano l’espressione della personalità).

In questo caso di parla di dismorfofobia che (rispetto alla dismorfoestesia adolescenziale che ha tratti più transitori), ha tratti più irriducibili.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Aggressività e apprendimento sociale

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

ilpensierononlineare

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

Albert Bandura nella sua teoria dell’apprendimento sociale sostiene che i bambini possono apprendere l’aggressività sperimentandone le gratificazioni ma anche osservandola negli altri. Bandura sostiene infatti, che come per gli altri tipi di comportamento sociale, anche l’aggressività si può acquisire osservando il comportamento degli altri e le sue conseguenze. (nella teoria dell’apprendimento sociale Bandura sostiene che gli esseri umani apprendono il comportamento sociale per osservazione e imitazione e mediante un sistema di ricompense e punizioni).

L’esperimento di Bandura: la bambola Bobo

La scena sostanzialmente è questa: viene portato un bambino in età prescolare in una stanza. La stanza ha diversi elementi di svago. Il bambino comincia ad interessarsi ad un’attività artistica. Nella stessa stanza, ma da un’altra parte, ci sono delle costruzioni, un pupazzo di gomma gonfiabile e una mazza e c’è anche un adulto. L’adulto in questione gioca contemporaneamente al bambino…

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Gioco simbolico.

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Durante il secondo anno di vita, i bambini cominciano a pensare a situazioni possibili o ipotetiche e non più solo a cose presenti.

Questa nuova abilità – che apre la strada all’immaginazione nelle sue diverse forme – si manifesta inizialmente come “gioco di finzione”. E’ grazie all’opera di Piaget (nata dall’osservazione dei suoi tre figli) che conosciamo, nello specifico, tale abilità.

Secondo Piaget, possiamo affermare che il gioco di finzione segna l’emergere della rappresentazione simbolica, la capacità di usare qualcosa (il significante) per rappresentare qualcos’altro (il significato).

Alan Leslie pur concordando con Piaget, sostiene che vi sia una piccola differenza rispetto a quanto affermato dallo studioso svizzero. Se Piaget sostiene che il gioco simbolico, in quanto assimilazione pura è fondamentalmente un’attività individuale (e implica la creazione di simboli soggettivi), Leslie sostiene che nel momento in cui cominciano a far finta giocando da soli, i bambini riconoscono anche la finzione negli altri.

Il gioco è presente sin dalle fasi più precoci dello sviluppo e diventa via via più complesso e sofisticato: le forme rudimentali di gioco con l’oggetto (come la sua semplice manipolazione), si evolvono in gioco funzionale nel quale il bambino cerca di conformare l’azione all’oggetto; successivamente le azioni di gioco vengono separate dall’oggetto in sé e il bambino sarà in grado di fingere che un oggetto sia qualcosa di completamente diverso o di evocare un oggetto “finto”, dal nulla.

Leslie ha identificato tre aspetti chiave del gioco simbolico.

Il primo aspetto consiste nella fungibilità di un oggetto per un altro; il secondo consiste nel creare un oggetto immaginario; il terzo aspetto è costituito dall’attribuzione all’oggetto di proprietà simulate.

Anche un singolo episodio di gioco può contenere tutte le strutture prototipiche ravvisate dall’autore: sostituzione, creazione di un oggetto e attribuzione di proprietà.

E’ uno, in particolare, l’aspetto fondamentale del gioco simbolico: la creazione e attribuzione di stati mentali a oggetti inanimati.

Wolf e colleghi hanno documentato, con uno studio longitudinale, questo sviluppo. Intorno ai 18 mesi di età i bambini cominciano a trattare le bambole come rappresentazioni di esseri umani (ma le bambole non vengono dotate di sentimenti autonomi o facoltà di azione; vengono infatti nutrite, lavate e messe a letto). Tra i due anni e i due anni e mezzo, i bambini attribuiscono alle bambole alcune abilità comportamentali ed esperienziali (le bambole parlano) successivamente attribuiscono loro desideri, sensazioni ed emozioni. A partire dai tre anni e mezzo (quattro anni), i bambini iniziano a dotare le bambole di processi di pensiero più espliciti e intenzioni complesse.

Dal momento che il gioco simbolico costituisce la prima manifestazione della capacità metarappresentazionale che consente al bambino di comprendere e attribuire stati mentali a se stesso o agli altri, lo sviluppo dell’abilità simbolica di “far finta” è considerato la principale pietra miliare nello sviluppo della teoria della mente.

Giocare è sempre una cosa seria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.