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Attesa

“Ogni vera attesa è, infatti, attraversata da un’incognita: non si sa mai cosa o chi si attende, non si sa mai come sarà il tempo della fine dell’attesa. L’attesa scompagina il già conosciuto, il già saputo, il già visto sospendendo ogni nostro ideale di padronanza”

Massimo Recalcati
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L’attesa prevede sempre un’incertezza, l’inconsapevolezza del tempo prossimo rende impazienti e allo stesso tempo inermi rispetto a ciò che deve venire e che non conosciamo del tutto. L’attesa prevede anche il gioco della fantasia, del desiderio, del brivido della previsione. L’idea fantasmatica del possibile e del probabile.

dott. Gennaro Rinaldi

Con-tatto fisico ed emotivo: l’opera di René Spitz.

Federico II di Svevia diede vita ad un esperimento che (vi avviso non è il massimo dal punto di vista etico), voleva essere la risposta ad un quesito sollevato dai linguisti dell’epoca: qual è la lingua umana originaria? l’egiziano? l’ebraico? il frigio?

Nella Cronaca, lo storico Salimbene de Adam, descrive proprio tale esperimento portato avanti dall’imperatore che -per serendipità- si potrebbe oggi dire, aveva “scoperto” una correlazione tanto cara agli psicoanalisti.

Procediamo con ordine.

Federico II decise di prendere un gruppo di neonati e di farli alimentare regolarmente ma in assoluto silenzio; i bambini dovevano infatti essere toccati il minimo indispensabile, giusto per essere puliti e cambiati. L’imperatore aveva dato disposizioni del fatto che i neonati dovessero ricevere solo il minimo delle cure igieniche, (senza che le nutrici aprissero mai bocca). Una manipolazione dei bambini – potremmo dire- priva di qualsiasi calore e contatto umano.

Federico II voleva – in sostanza- vedere quale lingua avrebbero per prima verbalizzato, quei bambini.

Di fatto però, l’imperatore dovette prendere atto del fatto che i bambini non avrebbero parlato né l’ebraico, né il frigio, né altra lingua poiché l’assenza di contatto caldo fisico e verbale, condusse tutti i bambini alla morte.

Questa storia richiama all’opera di René Spitz, uno psicoanalista viennese emigrato, durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti.

Spitz grandissimo sostenitore dell’importanza dell’osservazione diretta del bambino nella sua interazione con la madre o altre figure parentali significative; decise di condurre per la prima volta uno studio sui bambini abbandonati in orfanotrofio, seguendo il metodo scientifico sperimentale.

Nello scritto Hospitalism e nel filmato Grief a peril in infancy il ricercatore osservò 91 bambini abbandonati sin dalla nascita in orfanotrofio. I bambini venivano nutriti regolarmente ma con scarsi contatti interpersonali; le nutrici infatti davano qualche carezza ai primi bambini che si trovavano nella grande camerata per poi ridurre le carezze stesse man mano che procedevano in avanti, con i letti, a causa del poco tempo a disposizione.

In sostanza gli ultimi bambini ricevevano le sole cure igieniche necessarie.

Dopo 3 mesi di carenza di contatti, i bambini svilupparono grave apatia, inespressività del volto, ritardo motorio e deterioramento della coordinazione oculare.

Ciò che Spitz notò era che nelle culle dei bambini, era presente come una sorta di avvallamento che li avvolgeva completamente. I piccoli entravano in uno spazio che Spitz paragonò al letargo un piccolo spazio incavato simile a una nicchia che, di fatto, diventò la tomba dei bambini..

Entro la fine del secondo anno di vita il 37% dei 91 bambini, pur essendo stati alimentati correttamente, morì.

Spitz notò che morirono sia i bambini che si trovavano in stato di denutrizione, sia quelli che erano stati cresciuti in assenza di contatti interpersonali; i sopravvissuti, inoltre, presentavano grandissime difficoltà dell’eloquio, difficoltà motorie e per la maggiore, questi bambini non erano nemmeno in grado di stare seduti autonomamente.

Le osservazioni pionieristiche condotte da Spitz negli anni ’40 furono riprese negli anni ‘90 e applicate con metodi sperimentali più aggiornati; gli autori dedicarono osservazioni longitudinali di oltre 20 anni per studiare la piaga dell’abbandono dei bambini (in questo caso bambini rumeni).

Lo studio è angosciante -me ne rendo conto- ma oltre a presentarsi come un cardine senza precedenti dell’osservazione sperimentale dei bambini istituzionalizzati (aprendo di fatto alle riflessioni e alle riforme attuate successivamente), si offre come spunto di riflessione per tutti quei genitori che vediamo, durante i corsi di accompagnamento alla genitorialità che stanno seguendo l’iter che terminerà con l’adozione…

Queste sono le osservazioni originali condotte da Spitz; il video è crudo e fino alla fine non ero del tutto convinta – in merito alla sua condivisione- perché non tutti hanno sempre accettato questo tipo di argomenti. Il mio è il punto di vista di una psicologa clinica che decide di condividere, ogni singolo post, con l’intento di spingere alla riflessione e soprattutto, con la finalità di promuovere il benessere psicologico della persona, del gruppo e della comunità (come mi è stato insegnato). Non c’è altra finalità.

Grazie per l’attenzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

Vuoi giocare con i colori?

Stroop Test e Effetto Stroop: cos’è?

Nell’ambito della psicologia sperimentale, uno dei fenomeni più studiati concerne l’effetto Stroop; tale effetto prende il nome da J. Ridley Stroop che scoprì il fenomeno nel 1935. A ben vedere l’esperimento era già stato pubblicato nel 1929 da Jaensch per poi essere successivamente ripreso da James McKeen Cattell e Wilhelm Wundt  nel ventunesimo secolo.

L’esperimento si presenta come uno dei cardini della psicologia sperimentale e – come molti altri- anche questo viene sottoposto agli studenti universitari.

L’esperimento avviene nel seguente modo:

al soggetto vengono mostrate delle parole scritte con colori diversi. Il compito consiste nel pronunciare a voce alta il colore dell’inchiostro cui è scritta la parola. Quindi, il colore è l’informazione rilevante per lo svolgimento del compito, mentre il significato della parola (che non deve essere letto) è l’informazione non rilevante

Vuoi giocare un po’ insieme a me? Prendi carta e matita e scrivi su di un foglio le tue risposte: prima di andare avanti, ricorda che ora devi scrivere il colore che leggi nella tabella qui sotto. Non perdere troppo tempo, sii veloce e non “troppo concentrato”. La prima risposta sarà quella giusta..

Fonte Immagine Google.

Hai scritto le tue risposte? Bene.. ora ti chiedo di ripetere l’esperimento e, ancora per una volta, scrivi su di un foglio i nomi dei colori che leggerai nella tabella sottostante

Fonte Immagine Google.

Bene…

Noti qualcosa di strano? hai avuto qualche perplessità?

Ti chiedo di rileggere attentamente – ora- ciò che hai scritto e di rivedere per bene le tabelle.. Non noti niente?

Stroop (1935) notò che i partecipanti sottoposti al compito di denominazione presentavano tempi di risposta più lenti se il colore dell’inchiostro era diverso dal significato della parola scritta, nonostante fossero istruiti affinché non tenessero conto del significato della parola. L’effetto Stroop, dunque, consiste nel produrre una risposta avente latenza più lenta nel caso della condizione incongruente e più veloce nel caso della condizione congruente.

Lo scopo dell’esperimento di Stroop è quello di creare una interferenza cognitiva e semantica: in questo caso ad esempio, la mente tende a leggere meccanicamente il significato della parola (ad esempio legge la parola “rosso” e pensa al colore “rosso”, ma a ben vedere, l’inchiostro usato è verde). Per questo motivo, il test di Stroop rappresenta una consolidata procedura sperimentale per lo studio dell’attenzione selettiva.

L’effetto Stroop può essere spiegato tramite due teorie:

Teoria della velocità dell’elaborazione: l’interferenza si verifica perché le parole sono lette più velocemente rispetto all’individuazione del colore con cui sono state scritte.
Teoria dell’attenzione selettiva: l’interferenza si verifica a causa dei nomi dei colori che richiedono una maggiore attenzione rispetto alla lettura delle parole.

Il paradigma di Stroop è stato largamente utilizzato per studiare le funzioni cerebrali attraverso le tecniche di imaging cerebrale. Il test è stato poi modificato includendo diverse funzioni per studiare l’effetto del bilinguismo oppure per studiare l’effetto dell’interferenza cognitiva sulle emozioni; inoltre, il test, è stato utilizzato per studiare la velocità di elaborazione di uno stimolo, le funzioni esecutive o la memoria di lavoro. Numerosi altri studi condotti, evidenziano come la velocità di elaborazione aumenti con l’età e come il controllo cognitivo diventi via via più efficiente.

Alcune varianti del test sono utilizzate in ambito clinico con soggetti con lesione cerebrale oppure affetti da demenze, deficit di attenzione iperattività o disturbi come la schizofrenia.

L’Elettroencefalogramma e il Neuroimaging funzionale hanno evidenziato durante lo svolgimento di un test di Stroop l’attivazione nel lobo frontale e più specificamente del cingolo anteriore e della corteccia prefrontale dorsolaterale, due strutture responsabili del monitoraggio e della risoluzione dei conflitti. Di conseguenza, i pazienti con lesioni frontali ottengono punteggi inferiori nel test di Stroop rispetto a quelli con lesioni più posteriori.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.


Ciclo di vita e criticità

La vita di ogni persona è costellata di eventi critici e passaggi evolutivi importanti che spesso sono superati senza troppi problemi, ma a volte possono creare rotture nell’equilibrio psichico..
Buona lettura!

ilpensierononlineare

Spesso noi psicologi e psicoterapeuti ci troviamo ad intervenire in situazioni che riguardano il ciclo di vita delle persone, il loro sviluppo e la loro crescita personale. Potremmo definire queste fasi determinanti della vita come “processi di cambiamento” o “eventi critici“.

Nella vita di una persona l’intero ciclo di vita e il proprio sviluppo è caratterizzato da episodi o eventi che determinano passaggi evolutivi importanti per la persona stessa.

I ritmi evolutivi sono spesso scanditi da eventi socialmente riconosciuti (adolescenza, maternità, menopausa, invecchiamento, matrimonio..). Questi eventi sono fondamentali per la crescita personale, ma determinano rotture dell’equilibrio precedente che possono a volte attivare reazioni emotive o difese, che a loro volta possono sfociare in manifestazioni sintomatologiche di vario tipo in cui prevale il disagio e la sofferenza emotiva.

Gli episodi critici, invece, possono essere considerati come eventi imprevisti traumatici (lutti, malattie, separazioni, insuccessi, eventi esterni). Questi…

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Uccidiamo l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore.

Nell’ambito della filosofia morale “il problema del carrello“, di Edmonds, è ormai un classicone a cui tutti gli studenti, sono stati sottoposti!

Nella sua prima e basilare formulazione, il problema è stato posto dalla filosofa inglese Philippa Foot; la filosofa elaborò la prima formulazione del problema in occasione della proposta di conferimento di una laurea honoris causa da parte dell’Università di Oxford al presidente Harry S. Truman nel 1956, per conferire la quale era necessaria l’approvazione degli accademici di Oxford. La Anscombe dichiarò pubblicamente che avrebbe votato contro, perché Truman, autorizzando l’uso della bomba atomica contro il Giappone, aveva sì, fatto cessare la guerra ma a prezzo della vita di centinaia di migliaia di innocenti.

Secondo la Anscombe questo era infatti pur sempre un omicidio, pertanto il Presidente era un assassino.  La Foot sostenne la collega in questa circostanza.

Truman aveva infatti evidenziato (indirettamente) un importante punto: era infatti il presidente consapevole del fatto che, lanciando la bomba, avrebbe ucciso degli innocenti (intenzione) o aveva soltanto previsto (senza intenzione) che alcuni innocenti sarebbero morti?

A questo punto possiamo affrontare il problema del carrello, detto anche del Ramo Deviato.

Abbiamo innanzi una scena: stiamo osservando un carrello ferroviario che sta viaggiando senza controllo su un binario sul quale cinque persone sono legate; ne deriva che queste persone saranno sicuramente uccise. Ci rendiamo conto, tuttavia, che azionando una leva, possiamo deviare il carrello su un altro binario su cui però è legata un’altra persona (una sola).

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Cosa facciamo?

Edmonds ci informa che la maggioranza delle persone cui è stato posto questo interrogativo, in tutto il mondo, a prescindere dalla cultura di provenienza e dalla condizione personale, ha risposto istintivamente che avrebbe deviato il carrello (ugualmente accadde nella mia aula universitaria).

In seguito un’altra filosofa, Judith Jarvin Thomson, ha proposto di immaginare una situazione leggermente diversa: siamo su un ponte e il binario con il carrello impazzito è sotto di noi. Come in precedenza ci sono 5 persone legate ma accanto a noi c’è un uomo molto grasso che se spinto giù, fermerà sicuramente il carrello. Come nel primo esempio anche qui, morirà un solo uomo per salvarne 5.

Fonte Immagine Google.

Che facciamo? Buttiamo giù l’uomo grasso oppure no?

A differenza del primo caso, ora la maggioranza degli interrogati (riferisce Edmonds), dice di no. Perché? (Qui devo dire che nella mia aula – al tempo- molti decisero di sacrificare l’uomo grasso -per chi scrive, no- e la mia interpretazione, in merito, fece ridere tutti soprattutto il Professore -fino alle lacrime- il quale tuttavia disse che la mia interpretazione era molto centrata e innovativa).

Dal punto di vista di una razionalità utilitaristica non cambia niente nelle due situazioni: il male minore è che uno muoia per salvare gli altri. Eppure se istintivamente in questo caso la maggioranza dice che non spingerebbe l’uomo giù dal ponte, nonostante sembri sempre vantaggioso rispetto al numero delle vittime, deve esserci qualche differenza. 

C’è pertanto qualcosa che fa sembrare immorale l’azione di buttare giù un solo uomo?

In un terzo esempio, è stata introdotta un’altra piccola variante: non si deve spingere l’uomo, ma si può azionare una leva che apre una botola in cui l’uomo cade e i cinque si salvano. Tuttavia anche in questo caso, la risposta non cambia e le persone continuano a sostenere di non voler spingere l’uomo giù ritenendo più accettabile toccare una leva.

Come per qualsiasi altro tipo di dilemma etico o dilemma morale, è sempre interessante non tanto la risposta data, quanto il tipo di ragionamento sotteso (un po’ la questione del non mi interessa che tu mi dica sì o no, ma come arrivi al sì o no..).

La filosofia morale è un ambito interessantissimo proprio perché consente (per chi ne ha piacere e passione) di porre attenzione al come piuttosto che al cosa (e credetemi.. abbiamo riso come dei matti, durante il corso, perché ascoltare i nostri ragionamenti nei caldissimi pomeriggi primaverili era qualcosa di entusiasmante e altamente formativo).

Per i più curiosi.. (perché lo so che, giustamente, lo siete)..

Gettare giù una persona, toccandola (e non come nel caso della leva in cui tocchi solo un oggetto stando lontano dalla vittima), è considerato dalle persone, omicidio. Molti infatti considerano toccare e gettare giù una persona, una responsabilità troppo alta da prendere; appare inoltre come un atto di volontà di uccidere qualcuno. Nel 2001 un filosofo di Harvard Joshua Greene, ha constatato (tramite scansione cerebrale), che nelle due situazioni si attivano aree cerebrali distinte, e ha chiamato le due situazioni “decisione morale impersonale e decisione morale personale”.

Ma questa.. sarà altra storia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Lavoro

“L’operaio è diventato una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. E la domanda, da cui dipende la vita dell’operaio, dipende dal capriccio dei ricchi e dei capitalisti.”

Karl Marx

Il lavoro è una fetta importante della nostra vita e definisce anche un pezzo della nostra identità. Il lavoro modella i nostri stili di vita e caratterizza le nostre famiglie. Il lavoro è un pezzo della nostra socialità, delle nostre relazioni, delle amicizie. A lavoro trascorriamo una parte importante del nostro tempo, e quel tempo prende forma e senso attraverso il lavoro. Il lavoro ci fa sentire utili e determinanti; il lavoro ci permette di vivere la nostra vita e soddisfare i nostri bisogni.

Il lavoro dovrebbe essere progettazione, costruzione, futuro. Il lavoro dovrebbe assecondare le nostre abilità, i nostri interessi. Il lavoro dovrebbe essere condito da vitalità, interesse, curiosità, crescita, soddisfazione..

fonte: google

Il lavoro oggi è flessibilità e precariato con l’aggravante di una pandemia che ha solo peggiorato un processo di deterioramento del concetto stesso di lavoro. Il lavoro oggi non è un diritto, è privilegio. Il lavoro non è passione, appartenenza, soddisfazione; oggi il lavoro è precariato e sopravvivenza.

Il lavoro, come inteso oggi, è un attrattore di stress. Non trovare lavoro o cambiare continuamente lavoro significa anche cambiare continuamente la propria vita, i propri tempi, le proprie conoscenze, i luoghi, il nucleo sociale di riferimento. Cambiare significa non avere mai dei riferimenti, non rafforzare mai le proprie competenze e perderle per strada, magari vedendosele di volta in volta disconfermate.

Precarietà significa non avere diritto ai diritti; significa essere sempre e comunque sfruttati intellettualmente e fisicamente. La sensazione del precario, del disoccupato e spesso anche del “lavoratore flessibile” è quella di vivere letteralmente da precari. Questo significa non avere la possibilità di pianificare il proprio futuro, ma di vivere esclusivamente nel presente e per il presente. Questa condizione è debilitante e ostacola anche i progetti di vita più elementari e apparentemente banali come quello di pensare ad una vacanza o aggiustare l’auto.

Questa condizione, negli ultimi anni, ha generato un fenomeno molto comune in Italia e per il quale tanti giovani sono stati accusati negli ultimi anni di “pigrizia” e di essere dei “bamboccioni”. I più giovani sono intrappolati in una sorta di limbo, nel quale diventa decisamente impossibile pensare al proprio futuro e proiettarsi su un proprio interesse. “Se mi dicono che non ho nessuna possibilità che senso ha impegnarmi in qualcosa o pensarmi nel futuro se non avrò nessun futuro? “.

L’insicurezza e l’incertezza sociale limita, rallenta e a volte blocca le decisioni importanti.

“Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato.”

Karl Marx

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Possiamo imparare a pensare correttamente?

Proviamo a giocare un po’ insieme..

Per pensare correttamente dobbiamo far funzionare la parte anteriore del nostro cervello più di quella posteriore. Osserviamo il seguente insieme di forme:

Immagine Personale.

Ora: prendiamo una forma a nostra scelta e mettiamola in ciascuna casella vuota, in modo che non sia rispettata la seguente regola “Se non c’è un quadrato rosa a sinistra, allora c’è un cerchio giallo a destra”.

E’ tutto chiaro?

La maggior parte delle persone colloca un quadrato rosa a sinistra perché cerca di non rispettare la prima parte della frase.

Immagine Personale.

Queste persone però, sono vittime di un bias percettivo, si lasciano influenzare dall’esordio della proposizione, mentre per violare la regola sul piano logico bisogna rispettare la prima parte, e non rispettare la seconda.

Un esempio di configurazione che viola la regola

Immagine Personale.

Quando le persone svolgono questo test per la prima volta e si ingannano, il loro cervello attiva aree percettive (quelle situate nella parte posteriore del cervello); se, invece, si insegna loro a non cedere al bias percettivo, spiegando che devono resistere alla tentazione di negare la prima parte della frase, allora si attiva la parte anteriore del cervello, ossia la corteccia prefrontale inferiore.

Quest’ultima blocca le aree percettive attivate dalla prima fase e attiva un’area della memoria di lavoro coinvolta nel ragionamento logico, la corteccia prefrontale laterale. Questa attività cerebrale permette di ragionare senza essere disturbata da errori di giudizio oppure percettivi, ma sui puri termini del problema.

Il modo migliore per attivarla è restare attenti e non cedere ai nostri impulsi.

Come?

Esistono diversi modi per bloccare i nostri impulsi (in senso generale). Immaginiamo per un attimo il momento in cui stiamo per dire qualcosa ma sappiamo che questa cosa potrebbe arrecare danno a qualcuno qualcosa e “ci mordiamo la lingua”.. Immaginiamo ancora quando abbiamo tanta voglia di cioccolata ma resistiamo alla tentazione… Aspettiamo per tanti minuti il ritardo di una persona e cominciamo a giocare con il cellulare..

Bene..

Questi momenti di resistenza interiore sviluppano le nostre funzioni esecutive in senso generale, ovvero la capacità di pianificazione e le strategie che dipendono dalla corteccia prefrontale. Molti programmi di valutazione imperniati sulle funzioni cognitive della corteccia prefrontale hanno dimostrato che queste attività migliorano le capacità di ragionamento e del controllo mentale nei bambini.

Un po’ alla volta, mettendole in pratica, diventiamo attrezzati a prendere decisioni più ponderate e a farlo con maggior distacco.

“Finisce bene quel che comincia male”,

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Ritardi

“Il ritardo è la forma più pericolosa di rifiuto.” 

C. Northcote Parkinson
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E se il ritardo fosse un atto di rifiuto? Un modo per dire: “non mi va di stare qui” ; “non ti voglio vedere” ? Un modo alternativo per mostrare disinteresse, non curanza per una persona o per un lavoro o per un impegno. Un modo per sottolineare la voglia di trasgredire.

E se dipendesse dal proprio carattere o dalla semplice incapacità nella gestione dei propri tempi o della capacità previsionale? Si, è possibile.

Voi vi definite ritardatari o puntuali? E se lo siete, quanto siete ritardatari e in che modo?

Vi siete mai chiesti se i vostri ritardi possano avere un significato?

dott. Gennaro Rinaldi