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Aggressività e apprendimento sociale

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

Albert Bandura nella sua teoria dell’apprendimento sociale sostiene che i bambini possono apprendere l’aggressività sperimentandone le gratificazioni ma anche osservandola negli altri. Bandura sostiene infatti, che come per gli altri tipi di comportamento sociale, anche l’aggressività si può acquisire osservando il comportamento degli altri e le sue conseguenze. (nella teoria dell’apprendimento sociale Bandura sostiene che gli esseri umani apprendono il comportamento sociale per osservazione e imitazione e mediante un sistema di ricompense e punizioni).

L’esperimento di Bandura: la bambola Bobo

La scena sostanzialmente è questa: viene portato un bambino in età prescolare in una stanza. La stanza ha diversi elementi di svago. Il bambino comincia ad interessarsi ad un’attività artistica. Nella stessa stanza, ma da un’altra parte, ci sono delle costruzioni, un pupazzo di gomma gonfiabile e una mazza e c’è anche un adulto. L’adulto in questione gioca contemporaneamente al bambino usando le costruzioni per circa un minuto. Si alza, prende la mazza e per un bel po’ di minuti comincia a picchiare il pupazzo, colpendolo anche con dei calci e con dei pugni e gridando “colpiscilo sul naso, più forte…buttalo giù…un calcio!”. Il bambino assiste a questa scena dalla sua postazione. Viene poi accompagnato in un’altra stanza dove ci sono altri giocattoli molto attrattivi. Dopo circa due minuti entra nella stanza lo sperimentatore, interrompe il gioco del bimbo dicendogli che deve accompagnarlo fuori perché quelli sono i migliori giocattoli che ha e deve conservarli per altri bambini. Il bimbo viene quindi accompagnato in un’altra stanza dove sono presenti tanti altri giocattoli, ma alcuni sono stati ideati per il gioco “violento” e altri no. Tra questi ci sono ancora una volta il pupazzo di gomma e la mazza.

L’esperimento è stato condotto su diversi bambini. Divisi in tre gruppi (uno di controllo, quelli che avevano assistito alla scena dell’ “adulto violento” e quelli che invece non avevano assistito a questa scena). Il risultato è stato che i bambini che non avevano assistito alla scena violenta nella prima stanza, per quanto un po’ frustrati giocavano con tranquillità e raramente mostravano un linguaggio aggressivo; i bambini invece che avevano assistito alla scena si mostravano più aggressivi e addirittura raccoglievano la mazza e si avventavano sul pupazzo, spesso riproducendo anche gli stessi atteggiamenti e parole dell’adulto.

L’osservazione del comportamento aggressivo aveva in qualche modo ridotto le loro inibizioni e insegnato al bambino due modi per aggredire: a livello verbale e a livello fisico.

Le immagini dell’esperimento di Bandura

Bandura attraverso la sua teoria ritiene che possa essere la famiglia, l’ambiente socio-culturale e anche l’influenza dei mass-media ad esporre il bambino all’aggressività.

Ad esempio, alcuni ricercatori hanno osservato (Patterson et al,.1982 – Bandura 1979) che in genere i bambini che risultano fisicamente più aggressivi, in famiglia hanno avuto, molto probabilmente, genitori che adottavano modalità educative violente e aggressive (urla, schiaffi, percosse, offese), che potevano arrivare a veri e propri maltrattamenti. Si è potuto osservare che circa il 30% dei bambini maltrattati diventavano a loro volta maltrattanti, avendo quindi molte possibilità di diventare a loro volta genitori violenti.

Prendendo invece in considerazione l’ambiente culturale e sociale di riferimento, i bambini che vivono in contesti e comunità, immerse in sottoculture violente o in senso più ampio, vivono in un paese governato da un conflitto bellico o in uno stato caratterizzato da forti disparità economiche e sociali, saranno più predisposti ad adottare comportamenti aggressivi.

I mass media infine hanno anch’essi un ruolo rilevante nello sviluppo dell’aggressività. I media in generale hanno la facoltà di incrementare la probabilità del verificarsi di comportamenti aggressivi tra i giovani. Craig Anderson (Psicologo Sociale, 2001) afferma che l’esposizione a questa violenza veicolata dai media provoca significativi incrementi dei comportamenti aggressivi.

Bambola Bobo

Bandura sostiene che le azioni aggressive possono essere motivate da un’ampia gamma di esperienze avversive: frustrazione, insulti, dolore. Queste esperienze sollecitano a livello emotivo. I ricercatori hanno convenuto sul fatto che non è tanto la visione della scena violenta a generare violenza, ma la sollecitazione emotiva individuale e le conseguenze apprese. E’ più probabile che si generi aggressività quando si è provocati o quando una risposta di tipo aggressivo pare più sicura e gratificante.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sei più intelligente di uno scimpanzè?

Fonte Immagine “Google”.

L’approfondimento che voglio proporvi oggi, concerne dei famosi studi condotti nell’ambito della psicologia della Gestalt da Wolfgang Kohler.

Gestalt significa “buona forma” è infatti un termine tedesco usato per indicare una specifica corrente psicologica (psicologia della forma o della rappresentazione-Gestaltpsychologie) i cui studi si focalizzarono in particolare sugli aspetti percettivi e del ragionamento/risoluzione di un problema. La Gestalt contribuì con i suoi studi, ad ampliare le teorie concernenti l’apprendimento, la memoria e il pensiero.

Cosa c’entra allora uno scimpanzè?

Buona lettura.

Kohler tra il 1913 e il 1917 decise di sottoporre delle situazioni problematiche a degli scimpanzé, per vedere se e come, le scimmie riuscissero a risolvere tali situazioni.

L’esperimento consisteva nel mettere una banana fuori dalla gabbia di uno scimpanzé che, nel caso specifico, si chiamava Sultan. La banana si trovava ad una distanza superiore a quella del braccio dell’animale.

Sultan comincia con diversi tentativi, a provare ad avvicinarsi alla banana; resosi conto che questa è troppo lontana, comincia a guardarsi intorno. All’interno della gabbia ci sono una serie di canne di bambù; Sultan decide di infilare le canne l’una dentro l’altra fino a quando – ottenuta una canna abbastanza lunga – non decide di usarla per arrivare alla banana.

L’esperimento fu ripetuto anche con altri oggetti, ad esempio una cassa su cui salire. Kohler ritenne che i tentativi di Sultan non fossero casuali, ma tentativi intelligenti in quanto derivati dopo l’osservazione, da parte dell’animale, dell’ambiente circostante. In tutti i casi, infatti, Sultan riusciva ad arrivare alla banana comprendendo che uso fare dell’oggetto a disposizione.

L’apprendimento avviene quindi per insight ovvero dopo una improvvisa scoperta di un “nuovo” modo di interpretare la realtà e il mondo circostante. L’insight è pertanto una scoperta di nuovi rapporti tra gli elementi; rapporti che sono ora diversi rispetto a quelli precedenti. Ciò però che i gestaltisti evidenziano è che l’insight non nega l’esperienza e le soluzioni passate; nei casi in cui la situazione non consente l’uso di nuove strategie, il soggetto ricorre a ciò che è già noto.

L’insight definisce quindi una intuizione nella sua forma immediata e improvvisa.

Dal minuto 1:02 l’esperimento della banana. https://www.youtube.com/watch?v=6-YWrPzsmEE

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Scorciatoie della mente.

Immagine Personale.

Nei vari approfondimenti che sto condividendo con voi, ho spesso citato o evidenziato il fatto che il nostro sistema cognitivo sia un economizzatore di risorse. Il tempo in cui ci troviamo a vivere la nostra quotidianità è sempre più veloce, caotico e per nulla favorevole alle decisioni lente e meditate.

Ciò che oggi vi presenterò è un modo che il nostro sistema cognitivo ha di agire in maniera veloce ed essenziale (il che però non vuol dire privo di errori), ovvero le euristiche.

Buona lettura.

“Linda 31 anni, single schietta e molto intelligente, ha studiato filosofia; da studentessa era molto coinvolta in tutto ciò che era legato all’ambito sociale e delle discriminazioni. Partecipava alle manifestazioni antinucleare e amava vestirsi con abiti lunghi a fiori”.

Basandosi su tale descrizione, è più probabile che Linda sia:

1- Una cassiera in una banca

2- La cassiera in una banca e sia anche attivista in un gruppo femminista.

La maggior parte delle persone pensa che Linda sia una femminista attivista in quanto la sua descrizione si presta meglio all’idea, alla “rappresentazione” che nell’immaginario ha una donna attivista. Per giudicare qualcosa comparandolo intuitivamente alla rappresentazione mentale che si considera di “una certa categoria”, usiamo l’euristica della rappresentatività.

Tale euristica si basa sulla rilevanza degli attributi di una persona considerata come criterio per poter considerare la persona stessa come membro di una certa categoria. Si tratta di giudicare l’appartenenza di una persona a una categoria, sulla base della considerazione di quanto quella persona incarni il prototipo della categoria stessa. Con questa euristica le persone giudicano in modo veloce in quale categoria inserire gli altri.

“Ha più abitanti Mosca o Madrid?”

Probabilmente abbiamo risposto sulla base di un veloce sguardo mentale circa la grandezza delle due città e sulla loro successiva comparazione. Si tratta dell’euristica della disponibilità ovvero la tendenza a giudicare la frequenza o la probabilità di un evento o situazione, sulla base di quanto è facile pensare esempi di quel dato evento o situazione. Ciò che è rilevante non è tanto il contenuto del ricordo, quanto la facilità con cui un contenuto è ricordato o immaginato.

Una delle problematiche legata all’uso di tale euristica concerne però il fatto che si tende ad attribuire peso eccessivo a una situazione più recente e vivida rispetto ad una meno recente. Se “un certo giorno” ascoltiamo al telegiornale che ci sono state delle sparatorie nelle scuole, alcuni giorni dopo saremo portati a considerare il fenomeno della violenza e delle sparatorie nelle scuole, come più radicato e forte di quanto nella realtà, non sia. Ciò che tale euristica evidenzia è che le persone sono lente a dedurre casi particolari da una verità generale, ma sono incredibilmente veloci a dedurre una verità generale da un caso vivido.

Gli eventi facilmente immaginabili (quelli cognitivamente più disponibili) influenzano anche la sensazione di colpa, rimpianto, frustrazione e sollievo. Se la nostra squadra perde o vince una gara importante all’ultimo minuto, successivamente cominciamo ad immaginarci come sarebbe potuta andare “se”..

Immaginare alternative migliori e meditare quello che potremmo fare la prossima volta per avere un risultato migliore, ci aiuta ad arrivare meglio preparati al futuro. Si tratta dell’euristica della simulazione o pensiero controfattuale, secondo cui ci si può immaginare scenari e risultati alternativi. Tale euristica ha come risvolto il poter vivere di rimpianti o attribuire eccessiva importanza alla fortuna.

Quando dobbiamo emettere un giudizio in una situazione di incertezza, riduciamo l’ambiguità ancorandoci a un punto di riferimento stabile, facciamo dei progressivi aggiustamenti e prendiamo la decisione. L’euristica dell’ancoraggio e adattamento stima (partendo da un valore inziale cui ancorarsi), un qualche valore a cui viene accomodato un nuovo oggetto. Se ad esempio chiedo ad una persona “pensi che io sia alto meno di 1,75 cm?” la persona in questione ha un ancoraggio a “,meno 1,75” pertanto darà un valore molto vicino a quel numero dicendo magari “sì, credo tu sia alto 1,74” Il rischio in questo caso può essere sottostimare o sovrastimare la persona o l’oggetto considerati.

Le euristiche sono state considerati da molti studiosi, un “modo sciocco” di pensare che porta solo l’essere umano ad incorrere in errore, dimenticandosi di connettersi con il proprio mondo interno e la propria capacità riflessiva.

L’essere umano infatti – nonostante alcuni approcci teorici- non è qualcosa di rigidamente prestabilito e non funziona con modalità “input/output”. Se in certi casi le euristiche si sono mostrate come un modo freddo, veloce e rapido di prendere una scelta (ad esempio in caso di pericolo per la propria o altrui sicurezza), spesso riflettere e meditare evita fraintendimenti ed errori di cui, nel futuro, potremmo pentirci.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Tu sei uno scienziato.

Fonte Immagine “Google”.

L’approfondimento di oggi vuole presentare il pensiero dello psicologo statunitense George Kelly, ideatore di un’importante approccio (scientifico), allo studio della personalità.

Il pensiero di Kelly è un pò diverso da quelli che abbiamo avuto modo di conoscere fino ad ora; ho voluto infatti cominciare a presentare delle prospettive che seppur lontane dal modo che ho personalmente di intendere la psicologia (considerandola nella sua globalità), sono ugualmente ricche di spunti di riflessione e di parti all’interno della macro-teoria, che ritengo utili e degne di nota.

Buona lettura.

Kelly muove dalla considerazione dell’individualità nel suo complesso e non dal considerare la persona come sminuzzata in tante parti diverse; il clinico -in sostanza- non frammenta il paziente per ridurre il problema ad un’unica questione, ma deve andare a considerare più prospettive allo stesso tempo.

Lo psicologo parla di “cognitivr” ovvero cerca di individuare i modi con cui percepiamo gli eventi e il modo con cui li interpretiamo, in relazione a strutture già esistenti; successivamente a ciò va ad indagare come ci comportiamo in relazione a queste interpretazioni. Per Kelly infatti un costrutto è un modo per percepire e interpretare gli eventi, ad esempio: “buono/cattivo” è un costrutto usato dalle persone per considerare ed interpretare un evento in maniera piuttosto rapida.

Secondo Kelly ogni persona è uno scienziato. Egli sostiene infatti, che lo scienziato tenta di controllare e prevedere i fenomeni (cosa che, nella sua concezione, fanno anche gli psicologi) ma ciò che l’autore sostiene è che anche i soggetti funzionino come scienziati. Per Kelly gli scienziati hanno teorie, verificano ipotesi e soppesano le evidenze sperimentali, cosa che a suo avviso fanno anche le persone comuni.

Quello che Kelly vuole evidenziare è che le persone sono orientate al futuro e che hanno la capacità di rappresentarsi l’ambiente, anziché rispondere semplicemente in maniera passiva agli stimoli che questo invia; le persone inoltre, possono interpretare e reinterpretare, costruire e ricostruire i propri ambienti. Tuttavia le persone possono percepire gli eventi ma interpretarli solo nei limiti delle categorie (costrutti) che hanno a disposizione; ne deriva che siamo liberi di costruire gli eventi ma al contempo, siamo limitati dalle nostre costruzioni.

Gran parte del pensiero di Kelly si basa sulla posizione filosofica dell’alternativismo costruttivo secondo cui non vi è una realtà oggettiva o una verità assoluta da scoprire, ma esistono tentativi di costruire gli eventi e interpretare i fenomeni per comprenderli; vi sono pertanto (sempre) costruzioni alternative tra le quali scegliere. Secondo Kelly l’impresa scientifica non è nella scoperta della verità ma nel cercare di elaborare sistemi di costrutti utili per prevedere gli eventi, ne deriva che un’ipotesi non vada affrontata come un fatto, ma dovrebbe permettere allo scienziato di seguirne le implicazioni come se fosse vera.

Kelly parla pertanto di costrutto indicando con tale termine un modo di costruire o interpretare il mondo; è un concetto che l’individuo usa per classificare gli eventi e tracciare una linea di condotta. Una persona pertanto sperimenta gli eventi osservando modelli e regolarità e facendo ciò, nota che alcuni di questi eventi sono accomunati da caratteristiche. Ne deriva che gli individui percepiscano somiglianze e contrasti e proprio per questo motivo, arrivano alla formazione di costrutti: senza di essi la vita sarebbe caotica.

L’approccio di Kelly si presenta come un pò più schematico rispetto a quello psicanalitico classico. La sua teoria dei costrutti ha avuto implicazioni anche nell’ambito psicopatologico; l’autore ad esempio considera il suicidio (teoria dei costrutti personali) come un atto volto a riconoscere il valore della propria vita o come atto di abbandono. Per Kelly causa del suicidio sono il fatalismo e l’angoscia totale. Se il corso degli eventi è così evidente è inutile aspettare gli esiti (fatalismo) o se tutto è imprevedibile l’unica cosa è abbandonare la scena. Inoltre secondo lo psicologo l’ostilità non è parte integrante del suicidio, ma la considera come centrale nel funzionamento umano dove è presente l’ostilità (nasce quando gli altri non si comportano nel modo in cui noi desideriamo) e aggressività (non interferisce con il comportamento di altre persone).

Grazie per l’attenzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Ho visto Maradona…

Sono Napoletano e in quanto napoletano ho dentro di me un legame stretto con Maradona. Sono nato l’anno in cui lui è venuto a Napoli.

Sono cresciuto percependo la storia che si stava scrivendo, assorbendo il significato delle sue gesta sportive. Sono cresciuto ascoltando i cori a lui dedicati, sono cresciuto vivendo la leggenda nel momento stesso in cui si stava scrivendo.

Diego é molto più di un calciatore, è molto più dell’essenza stessa del calcio. Non è solo il Migliore di tutti i tempi, il D10S del calcio, l’inarrivabile. La sua figura è trasversale ed è rappresentativa dell’umiltà di popoli che sentivano addosso lo spettro dell’emarginazione e dell’oppressione. Si era fatto portavoce della voglia di rivalsa della gente e attraverso la sua concezione irrazionale della fisica della sfera e della gravità, era capace di invertire i poli. Il sud diventava nord. Napoli si rispecchia in lui quasi si guardasse allo specchio. Un Argentino Napoletano, un Napoletano Argentino.

D10S

La gente vive il suo mito, perché lui è diventato parte della nostra storia personale e ha scolpito la sua immagine nella “genetica” della cultura e della società del popolo Napoletano.

Napoli perde un altro simbolo. Se ne va un altro pezzo di Napoli, se ne va un altro pezzo di eternità..

Grazie Diego..

Jovine – O’ reggae ‘e Maradona
Manu Chao – La vida tombola

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Violenze domestiche: conseguenze psicologiche e fisiche.

Il fenomeno della violenza domestica ha a che fare con una serie di azioni che hanno luogo all’interno della relazione che partono dal passato e arrivano al presente. Questa serie di condotte e azioni riguardano l’aspetto psicologico, economico, fisico e sessuale. Nel tempo le conseguenze di questi atti possono portare a danni di natura fisica e psicologica.

La violenza psicologica è moto subdola e può riguardare tutta una serie di atteggiamenti intimidatori, vessatori, denigratori. Sono subdoli perché spesso non esplicitati e di difficile comprensione da parte delle persone estranee alla coppia. Il partner tende infatti a mettere in atto tutta una serie di “strategie” di isolamento, limitazione dell’espressione personale e terrore, nei confronti dell’altro partner. Attuando ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni nel privato e nel pubblico, umiliazioni e denigrazioni. Spesso l’ “efficacia” pervasiva di questi atti porta ad un vero e proprio “lavaggio del cervello” e la sensazione da parte delle vittime, di vivere sempre con la paura che possa succedere qualcosa di molto grave. La continua esposizione a queste condizioni portano le donne (che nella maggior parte dei casi sono le vittime delle violenze domestiche) ad avere gravi danni sul piano psicologico.

La conseguenza di queste situazioni porta la donna vittima di violenza a colpevolizzarsi continuamente, portando dentro di sé una sensazione costante di inadeguatezza. Entra così in un circolo vizioso di accondiscendenza e sottomissione alle richieste del maltrattante, così da risultare il più possibile adeguata alle sue richieste, per non farlo adirare.

Si crea così una sorta di perversa dipendenza psicologica dall’aggressore maltrattante.
La maggior parte delle donne che denunciano il partner che le maltratta, spesso non hanno intenzione di lasciarlo, ma solo di contenerlo e controllarlo. Capita che una volta subite le prime violenze le donne, loro malgrado, interpretano il ruolo di vittima. La serie di atti prima descritti e la pressione psicologica generata dal comportamento del maltrattante genera nella donna, come fonte di sofferenza, il senso di colpa per il sospetto di essere responsabili di quella reazione, in sintesi di meritarla.


In diversi i casi può accadere un ribaltamento della situazione: il soggetto maltrattante dopo la violenza diventa vittima della vittima, che ora si trova in una posizione di dominanza, desiderando il perdono.
Si invertono così i ruoli se la donna minaccia l’allontanamento fisico l’uomo risponde con il vittimismo. Questo altalenarsi della relazione in un sorta di danza perversa di dominanza/sottomissione, permette alla donna di restare. La donna infatti in questo caso avverte il vittimismo del compagno come un momento di gratificazione e quindi s’illude di poter avere la possibilità di “aggiustare” e controllare la relazione.

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Le donne spesso denunciano questi fatti a parenti ed amici i quali non hanno le capacità o non avvertono la necessità di impedire l’aggressione fisica e psicologica.
La famiglia può rappresentare una risorsa e un aiuto, ma tante volte può diventare un ostacolo e paradossalmente può giustificare in qualche modo le violenze. Infatti può capitare che alcune famiglie possono incoraggiare la donna a tenere unito il matrimonio per ragioni etico religiose, giustificando anche la loro linea di pensiero con il fatto che i danni non sembrano particolarmente gravi.
Ad esempio può capitare quando nel compagno maltrattante viene riconosciuta una situazione di sofferenza, una qualche patologia mentale o psichica. In questo caso la donna non legittima la separazione in quanto comprende la sofferenza dell’altro, subordinando la propria di sofferenza.

La violenza fisica comprende invece tutta quella serie di azioni atti a far del male (procurare dolore fisico e segni) e quindi a spaventare la vittima, che può temere continuamente per la sua incolumità. La violenza fisica può essere esperita in tanti modi diversi (calci, pugni, morsi, colpi alla testa, torsioni del braccio, soffocamento, scossoni, spintoni). Queste violenze fisiche sono agite proprio per spaventare e rendere l’altra persona in un stato di soggezione e controllo.

La violenza economica riguarda tutta quella serie di espedienti volti ad evitare che la donna arrivi ad avere una indipendenza economica. Ciò ovviamente ha come finalità quella di rendere la donna sempre e comunque dipendente e senza nessuna possibilità di pensare di poter essere economicamente emancipata. Anche quando la donna ha un lavoro, il maltrattante farà in modo di gestire o sperperare il denaro del lavoro della partner., che sarà costretta a nascondere una parte dei propri introiti.

La violenza sessuale riguarda tutti quegli atti legati alla sfera del sessuale. Il partner in questo caso è costretto ad avere rapporti sessuali, con minacce, violenze e ricatti. Costrizione ad avere rapporti anche con terzi e visionare o fare video.

Immagine Personale


La violenza e gli abusi contro le donne non hanno alcuna giustificazione, qualunque natura essi abbiano.

Non bisogna mai sottovalutare i primi segnali di una escalation violenta.

Mai sottovalutare le offese, mai sottovalutare la limitazione delle libertà, mai sottovalutare i gesti e le intenzioni, mai sottovalutare una spinta o uno schiaffo!

Denunciare e chiedere aiuto è un grande passo verso la libertà.

La violenza domestica e contro le donne non può essere tollerata!

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La mia maglia è blu, la tua… non lo so!

Immagine Personale.

E’ un po’ l’eterno dilemma delle coppie:”Perchè non ricordi quello che ti ho detto due minuti fa?”

Vi siete -infatti- mai chiesti per quale motivo ricordiamo con maggiore facilità certi tipi di informazioni, mentre altre diventano preda dell’oblio quasi senza che noi ce ne rendiamo conto?

Anche in questo caso la psicologia sociale, funge da salvagente e prova a spiegarci cosa accade in queste situazioni.

Buona Lettura.

Il sè influenza anche la nostra memoria portando ad un fenomeno che prende il nome di effetto autoreferenziale. Accade pertanto che quando l’informazione è pertinente con il concetto di sé, questa si elabora più rapidamente e la si ricorda senza difficoltà. Se infatti proviamo a chiedere a qualcuno se la parola “introverso” lo descrive, in un secondo momento quella stessa parola sarà ricordata da quel soggetto con maggiore facilità rispetto a se gli fosse stato chiesto se (lo stesso) termine, possa ben descrivere un conoscente qualunque.

Analogamente alcuni giorni dopo aver discusso con qualcuno, siamo più portati a ricordare cosa quella persona ha detto di noi piuttosto che le motivazioni che lei ha avanzato durante la nostra discussione.

Ciò che gli psicologi hanno evidenziato, è che i ricordi si formano intorno all’interesse principale: se stessi.

Ciò che l’effetto autoreferenziale fa, è evidenziare un fatto basilare della nostra esistenza ovvero che il senso del nostro sé è il centro del nostro mondo. Siccome si tende a considerare se stessi come i principali attori dell’opera che è la vita, si tende a sentirsi costantemente come sotto i riflettori con il risultato che spesso si sovrastima il modo con cui qualcuno ci nota o l’interesse che abbiamo realmente destato nell’altro.

Altro aspetto dell’effetto autoreferenziale è legato al fatto che tendiamo a paragonare i comportamenti degli altri, ai nostri, dimenticando di contestualizzare l’operato dell’altro o di tener conto del suo vissuto e del suo modo di pensare e/o sentire e agire.

Il concetto di sé include sia gli schemi di sé incentrati su chi si è qui ed ora, ma anche chi si potrebbe diventare: i sé possibili.

Hazel Markus e colleghi (1989) notarono che i sé possibili includono le concezioni di sé che si sognano .”il sé ricco, il sé magro, quello amato e innamorato”, e ciò che temiamo di diventare “il sè non realizzato nel lavoro e nello studio, il sé non amato, il sé insoddisfatto”.

Questi sé possibili si offrono come una motivazione che alimenta la visione della vita a cui si aspira.

P.S- per quando concerne i litigi di coppia, si potrebbe provare a sostenere che forse non ci si ricorda di alcune informazioni base, perchè l’altro non le avverte come realmente congruenti con il proprio senso di sé. Si potrebbe allora provare a fare in modo che entrambi vedano determinate informazioni come maggiormente vicine al proprio sé.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio