Archivi categoria: Psicologia e Società

Conformismo e obbedienza Solomon Asch #psicologia #psicoterapia

L’approfondimento proposto oggi da @ilpensierononlineare concerne un cardine della psicologia sociale.

Sei sicuro di riuscire a mantenere fede alla tua ipotesi anche se davanti all’evidenza, un certo numero di persone, dichiarano il falso?

Riusciresti a mantenere fede alla tua idea oppure cederesti al pensiero di gruppo, conformandoti?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Psicologia del Ciclo di Vita – l’Anzianità – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio seguiremo un sentiero più esterno, un po’ ripido, ma sarà in discesa.
Vi porterò sul sentiero del ciclo della vita e osserveremo più da vicino una fase della vita importantissima, molto preziosa e davvero molto interessante: l’anzianità.

Scopriremo quanto è importante il benessere psicologico di una persona in questa fase della vita e quanto può influire positivamente sulle famiglie e sulla società.


Buon Ascolto..

Psicologia del ciclo di vita – l’Anzianità – In Viaggio con la Psicologia – Spreaker podcast
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Conosciamoci: i legami sociali.

Gli psicologi sociali hanno dimostrato che circa il 30-40% delle conversazioni umane ha come scopo quello di condividere informazioni su di sé e condividere esperienze vissute personalmente.

Una banalità? Non è detto..

Nello specifico, nel 2010,Naaman, Boase, & Lai, hanno condotto studi sulla piattaforme Facebook e Twitter, mostrando come l’80% degli stati, quando aggiornati, mostravano un contenuto legato ad esperienze personali appena vissute.

Si tratta del fenomeno noto come self-disclosure (auto-svelamento o apertura verso gli altri); tale condivisione (tipica della nostra specie) è dovuta alla potente gratificazione personale esperita ogni volta che avviene la condivisione con l’altro. In altre parole raccontiamo volentieri qualcosa di noi perché questo, in qualche modo, ci soddisfa (Tamir & Mitchell, 2012).

In studi di neuroimaging condotti nei decenni precedenti, era stata dimostrata l’attivazione dei circuiti cerebrali connessi a questo senso di gratificazione.

Tamir e Mitchell, del dipartimento di psicologia di Harvard, hanno portato avanti studi combinando tecniche di neuroimaging e metodi comportamentali, al fine di testare l’ipotesi che le stesse aree cerebrali componenti il circuito della gratificazione fossero coinvolte anche nel processo di self-disclosure.

Tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) è stata analizzata l’attività cerebrale dei partecipanti; lo studio è stato diviso in due fasi. In una prima fase è stato chiesto ai soggetti di rivelare le proprie opinioni e i propri pensieri agli altri, mentre nella seconda fase è stato chiesto ai soggetti di speculare su ipotetiche opinioni o pensieri di un’altra persona. Senza scendere troppo nei dettagli neurocognitivi dello studio, il risultato più interessante concerne il fatto che il solo pensare introspettivamente a se stessi, era sufficiente a far provare ai soggetti un senso di gratificazione così forte da attivare il sistema mesolimbico dopaminergico (dopamina). Ciò però che potenziava questa attivazione, era il condividere con gli altri i propri pensieri e le proprie esperienze.

La condivisione rafforza i legami sociali (Dindia,2000; Collins & Miller, 1994), accresce le nostre conoscenze sul mondo ed elicita il feedback degli altri, permettendo alla persona chiamata in causa di vedere o conoscere meglio anche altre parti di se stesso che magari, senza quella condivisione, sarebbero rimaste coperte.

(E la condivisione è così forte e potente che se ogni promessa è debito, come dice l’antico detto, personalmente ho un debito che sa di promessa. Sia mai che “girasole” trovi la sua luce; nel frattempo scopro qualcosa di me attraverso le parole prestate. Grazie).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

La sospensione del tempo: lockdown e identità down.

Photo by Arvind shakya on Pexels.com

L’esperienza del lockdown ha segnato profondamente la psiche dell’umano.

L’essere umano, da sempre convinto di esser artefice del proprio destino (e del proprio tempo), ha vissuto una sospensione della propria esistenza scontrandosi con la realtà dei fatti: non sono sempre io a decidere del mio tempo.

I percorsi psicologici vedono chiamata in prima linea, la questione del tempo.

Il tempo sospeso, corso, rincorso; il tempo desiderato, lasciato andare.

Il tempo dedicato: a sé stessi, agli altri.

Il distanziamento imposto dal lockdown ha costituito una grande perdita per tutti quei percorsi di supporto psicologico, analitici o psicoterapeutici poiché ha spinto noi psy a riconsiderare forma, struttura e sostanza del setting stesso.

Tale cambiamento ha portato ad una ipertrofizzazione dei canali sensoriali (vista e udito) a discapito degli altri (olfatto e tatto).

Si è andati incontro ad una riattivazione dell’infantile frustrato proprio perché amputato di una parte dei suoi canali di espressione e comunicazione.

L’infantile concerne zone buie e aggressive, vissuti traumatici e reazioni difensive che sono tuttavia, nell’ambito di un percorso psicologico, passabili di elaborazioni.

Nelle sedute è possibile infatti nell’après- coup (posteriormente, successivamente), rivivere, rivedere il trauma, i lutti o le esperienze di vergogna e umiliazione così come le modalità difensive attuate dal paziente che -nel tempo presente- prova a proteggersi in qualche modo dalla catastrofe identitaria.

Lo squarcio provocato dal trauma, nella psiche del soggetto, colpisce così duramente i meccanismi di pensiero e gli stimoli percettivi, da lasciare un deficit che sembra un deficit cognitivo ma che di fatto è un deficit emotivo.

Eventi che comportano una rottura della fusione quali ad esempio lutti, possono portare a depersonalizzazione, derealizzazione, scissione.

Carenza o intrusione possono portare a falle nell’immagine narcisistica identitaria che può elicitarsi sotto forma di depressione, dipendenza, maniacalità oppure all’attuazione di difese autarchiche come nel caso della bulimia.

Ferenczi (1931) ne “Le analisi infantili sugli adulti”, ha evidenziato la possibilità di rintracciare l’infantile nell’adulto stesso, evidenziando come sia possibile (tramite il lavoro di analisi), rintracciare nell’adulto del tempo presente, tracce e organizzazioni infantili o che si sono formate durante l’infanzia stessa.

Diviene quindi fondamentale saper tollerare l’aggressività di questi pazienti dal tessuto identitario bucato; la loro negatività collegando pensieri e sentimenti.

Nella condizione di regressione, è possibile trovare una dimensione più vicina al processo primario che prevede un uso della parola priva del suo significato simbolico in cui il corpo assume un maggiore valore comunicativo.

Nell’incontro tra terapeuta e paziente, si viene a configurare quella relazione bipersonale che si situa come quella pelle contenitore (analogamente a quanto Anzieu descrive quando ci parla di Io Pelle), pellicola del pensiero che potrebbe rappresentare l’ambiente (Winnicott), che supporta il paziente nel lavoro di trasformazione che modifica e sostiene la crescita, la differenziazione e l’individuazione soggettiva del sé.

L’incontro terapeutico si configura -per la sua componente di accoglimento/accoglienza- come quel campo aperto per l’accesso all’inconscio e i suoi diversi livelli di elaborazione.

Il campo terapeutico, con le sue non regole e le sue possibilità di fare, disfare, creare, distruggere, vivere, rivivere, accettare o rigettare, si situa come l’unico luogo possibile di risignificazione del proprio vissuto emotivo.

(Lockdown o meno).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Boiler Summer Cup: quando l’idiota è idiota (molto probabilmente come suo padre).

L’approfondimento di oggi mi fa male.

Fa male come donna che lavora anche – e soprattutto- con bambini e adolescenti, prendere atto dell’ennesima pericolosissima challenge che dovrebbe partire il 21 giugno ma che di fatto, è già abbondantemente in corso; ma andiamo con ordine.

Cos’è la boiler summer cup challenge?

Boiler: scaldabagno/ caldaia, termine usato in questo caso, per indicare ragazzine, ragazze, donne, dal supposto peso eccessivo.

La sfida che giovani anche qui -presunti- uomini, si sono lanciati, consiste nell’andare in discoteca o nei locali, individuare “ragazze grasse” e fare video/foto (tendenzialmente a loro insaputa) oppure fingere di abbordarle sempre al fine di scattare qualche foto/video, che poi andrà postata online.

Poi?

Succede che in base al presunto peso della ragazza, viene dato un punteggio: 80/90 chili, 1 punto. 90/100 chili, 2 punti. 100/110 chili, 3 punti. 110+, 5 punti (e qui già lo so.. qualcuno di voi, uomo, sta ridendo).

Molte ragazze hanno trovato loro video online, foto, con commenti vergognosi, scandalosi, angoscianti, stomachevoli; commenti al loro corpo; commenti fatti alla loro immagine, peso: commenti al loro involucro, al loro Io.… nel mentre erano convinte, dopo 2 fottutissimi anni di pandemia, di potersi divertire.

Discriminazione, grassofobia e misoginia.

Questo è bullismo; questa è violenza.

Siamo alle solite… il corpo della donna è sotto attacco, certo la novità qui non c’è.

Se esco devo preoccuparmi di non essere indecente, troppo provocante; devo preoccuparmi di non urtare la sensibilità altrui perché il mio sedere può essere troppo grosso; il mio seno può far venire strane idee… I brufoli possono infastidire qualcuno… La mia postura può essere troppo mascolina (siccome so che molte persone hanno difficoltà nella comprensione del testo, non riuscendo ad abbandonare l’assetto narcisistico, specifico che il riferimento qui non è personale. Parlo a nome di tutte le pazienti che non stanno più uscendo di casa).

Ma quale estate da fidanzato, devo vincere la boiler summer cup/Ho toccato un boiler di 130 chili/», si legge sotto alcuni video, che TikTok ha provato a rimuovere ma che ormai sono diffusi sul web”

Perché anche se TikTok ha tentato di rimuovere questi video, questi oltre ad aver sostato per settimane online, i vari gruppi whatsapp o telegram sono belli che attivi e pronti a perpetrare la challenge.

Quale il risultato sulla salute psichica delle nostre giovani?

Ed eccoci qui.

Le ragazze si stanno approcciando ad una nuova versione eterodiretta degli hikikomori.

“Eh Dottorè.. mo basta una foto per non far uscire le persone da casa o per spingerle al suicidio…”

Sì: sta succedendo.

STA

Questa è una emergenza sociale in piena regola.

Siamo stanche di esser considerate pezzi di carne alla portata continua di tanti che decidono di smembrarci e masticarci avidamente, analogamente alla fettina di pollo che, la cara mamma cucina a questi ragazzi che hanno come unico scopo nella vita, infliggere dolore e badate bene.. che il dolore psichico è il peggiore perché non si vede.

E’ il dolore peggiore perché si vive nell’assordante e rumoroso silenzio personale; è nella propria mente e nel proprio corpo (che con questa challenge smette di appartenere alla persona chiamata in causa, per essere messo in piazza), che si vive l’angoscia della non appartenenza.

Nel pieno dell’adolescenza quando l’Io cerca di trovare disperatamente collocazione e contenimento; quando la psiche già soffre di per sé spinta su e giù dall’angoscia di non riconoscersi, di non sapere… con un corpo che cambia continuamente (e cambierà ancora) ecco che arriva l’idiota di turno.

Chi è l’idiota che partecipa alla challenge?

Figlio di un padre discutibile (ne ho letti e ne leggo di commenti di signori che non fanno altro che evidenziare come le forme non filiformi facciano schifo. I miei complimenti… So che nella maggior parte dei casi, non credete al lavoro dello psicologo -ho letto anche questo- ma bravi… Bravi per aver consentito il degrado socioculturale ed umano).

Dicevo…

Si tratta di ragazzi con serie problematiche psicologiche; l’ossessionato per la presunta buona forma altrui, presenta evidenti tratti nevrotici, fobici se non francamente psicotici. Se gli va bene, il ragazzo in questione è un futuro impotente (il bisogno di sancire la sua fallica superiorità la dice lunga sulle problematiche sessuali che molto probabilmente lo affliggono); potrebbe avere problemi di identità di genere che non riuscendo ad accettare, elicita sotto forma di persecuzioni fatte a quel sesso che lui non può avere. Sarà un sadico? Possibile (e qui, attenzione per davvero); un antisociale?

Sii tutto ciò che vuoi ragazzo che decidi di partecipare a questa challenge, ma per me, il punto di partenza è che sei un’idiota in piena regola.

Poi se vuoi, vieni a trovarmi in studio e -anche se sono donna e potresti vivere questa cosa come una minaccia- proviamo a parlarne.

“Se davvero la sofferenza impartisse lezioni, il mondo sarebbe popolato da soli saggi. E invece il dolore non ha nulla da insegnare a chi non trova il coraggio e la forza di starlo ad ascoltare”.

S. Freud

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il caso di Kitty Genovese: l’assunzione di responsabilità #psicologia #psicoterapia #saludmental

Immagina di essere spettatore di un evento che almeno potenzialmente appare essere una situazione di pericolo. Qualcuno urla in strada.. sta subendo una aggressione e tu sei lì… indeciso sul da farsi… “Chiamo i soccorsi oppure no? Avranno già allertato chi di dovere?” L’approfondimento di oggi vuole proprio indagare le potenziali situazioni di pericolo e il comportamento assunto dai soggetti che assistono a queste situazioni; per capire ciò però.. dobbiamo andare indietro nel tempo e fermarci al 1964 quando una giovane donna di nome Kitty Genovese, viene aggredita nel cuore della notte tra le strade di New York. Kitty urla così tanto da svegliare 38 persone….

Cosa sarà accaduto?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Mass Murderers: Assassini di massa (Pt2).

Photo by Vijay Putra on Pexels.com

Prima parte.

Dopo aver affrontato il fenomeno dei mass murderers in America, cosa sappiamo dell’Italia?

Una prima caratteristica che va evidenziata, circa il territorio italiano, è che in Italia gli omicidi in famiglia sono commessi in numero maggiore rispetto al territorio americano presentandosi come i crimini maggiormente commessi (in termini di omicidi).

La maggior parte di questi crimini avviene nelle famiglie definite “multiproblematiche” ovvero un gruppo familiare composto da due o più persone in cui più della metà dei membri ha sperimentato dei problemi di pertinenza di un servizio sociale/ sociosanitario o legale. Un esempio può essere un gruppo familiare in cui il padre è magari dedito all’abuso di alcool o sostanze, non svolge il proprio ruolo paterno e aggredisce fisicamente, verbalmente e psicologicamente la moglie che appare come una vittima passiva di quanto accade. Il bambino potrebbe ad esempio, assumere il padre come modello e identificarsi con questa figura tanto da ripetere i suoi schemi di comportamento diventando ad esempio un sadico. Può anche accadere che il bambino rifiuti questo modello comportamentale e arrivi ad identificarsi con una figura sostitutiva sana, nonno, zio, e così via.

In altri casi, invece, accade che la famiglia sia complice dell’assassino ignorando (nell’illusione di proteggere il suo membro interno e quindi l’intero gruppo familiare stesso), ciò che sta accadendo, non dando peso ai primi segnali di malessere o “stranezza” fino a giungere alla negazione del malessere stesso.

I family mass-murder sono diffusi soprattutto in provincia e si configurano come veri e propri “suicidi allargati”, nei quali la componente depressiva si unisce ad un’aggressione di tipo punitivo verso l’altro, scatenata dall’idea ossessiva di aver subito un torto intollerabile.

Nella quasi totalità dei casi l’assassino è di sesso maschile, ha un’età compresa tra i 29 e i 54 anni ed è abile nell’uso di armi da fuoco e armi bianche; soffre di disturbi depressivi per i quali è allo stato attuale in cura (oppure lo è stato) presso presidi psichiatrici.

Chi è il mass murderer?

Tendenzialmente è un uomo di razza bianca con una età superiore ai 35 anni che agisce da solo. Negli anni ha sviluppato una diffidenza tale da essere incapace di allacciare relazioni sane con l’altro; ha un desiderio spropositato di apparire come un macho ed ha una passione smisurata per le arti marziali o il body building così come per il mondo e le attività militari e/o le armi (ricordate il recente caso di Benno Neumair?).

Prima o poi, crea un personale capro espiatorio a livello fantastico e lo giudica colpevole di tutti i suoi problemi (spostamento della responsabilità). La rabbia narcisistica comporta pretese illimitate e irragionevoli che si legano frequentemente a un desiderio di vendetta.

Quando, tuttavia, il soggetto crede che l’autorità o Dio non abbiano esaudito i suoi desideri, comincia nella persona il desiderio di farsi giustizia da solo.

L’assassino di massa presenta un sentimento patologico nei confronti della giustizia, che sconfina in un devastante fanatismo. Una volta attivata la furia omicida, l’assassino non si ferma finché non ha portato a termine quella che crede essere la sua missione: annientare tutti i “nemici”.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio


“Doc mi abbuffo” #PromozioneDelBenesserePsicologico

“Ciao Dottoressa, eh.. come sto… Sto che ho questo pensiero continuo del cibo… un pensiero che mi terrorizza.. certe volte non capisco se io sia terrorizzata dal cibo in sé o dal pensiero del cibo fatto sta che… che…

Cioè…

Hmmm… Vabbè Doc io mi abbuffo!”

Sara mostrava segni piuttosto evidenti della malattia; i denti gialli/neri altamente corrosi dal vomito acido, le dita molto gonfie con le unghie cortissime piene di calli causati dal vomito autoindotto; spasmi nervosi, tic e dolori ricorrenti descritti analogamente a quanto la ragazza fa con il cibo: nasconde il dolore salvo poi gettarlo tutto via, d’improvviso, con lamenti continui (Sara non mangia oppure, preda della crisi bulimica ingurgita quantità di cibo enormi, salvo poi rigettare tutto velocemente).

Sara puzza; nonostante la giovane sia perfettamente curata, composta, rigida e molto schematica nel suo riferire le emozioni e “le questioni” della giornata, emana sempre uno strano odore.

L’estrema razionalità del contenitore (corpo) di Sara, cozza con la fragilità del suo contenuto; l’Io di Sara è spaesato, perso e sempre in cerca di qualcosa (o qualcuno) che lo contenga allora… quando lui soffre si fionda sul primo cibo (che sia cotto, crudo, congelato, bollente, poco importa) così da non farsi più sentire.

Quando Sara però.. si sveglia dal torpore dei sentimenti, si sente in colpa, si fa schifo e getta tutto via con il vomito.

Il cibo diviene allora un mezzo per dire, per vivere e sentire quando il caos identitario è talmente forte da rendere sordi, ciechi e muti.

Il DSM-5 definisce un episodio di abbuffata come l’ingestione di una quantità di cibo significativamente superiore a quella che la maggior parte degli individui assumerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili, caratterizzato dalla sensazione di perdere il controllo durante l’abbuffata. Il soggetto attua inoltre delle condotte compensatorie o eliminatorie, volte ad eliminare il cibo e le calorie assunte con questo; rientrano in tali condotte uso e abuso di farmaci (es lassativi) o l’abuso di attività fisica. Criterio diagnostico comune all’Anoressia nervosa, l’eccessiva influenza del peso e della forma corporei sui livelli di autostima dell’individuo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio