Archivi categoria: Psicologia e Società

I Miti. Storie di popoli e di famiglie..

Eppure siamo sempre personaggi.. attori protagonisti delle nostre storie familiari, dei racconti dei nostri popoli, figli delle nostre culture..

ilpensierononlineare

Potremmo definire mito un insieme di storie (reali o legate alla fantasia) che vengono considerate come prove scritte, tramandate, o raccontate del significato dell’universo e dell’esperienza umana. I miti sono narrazioni fantastiche intrise di significato che possono raccontare, ad esempio, delle gesta e delle azioni sovrumane di qualche essere sovrannaturale. Sono impregnati della cultura in cui nascono e possono tramandarsi da generazione in generazione.

In genere alle storie mitologiche viene data grande importanza e valore dalla comunità, fino a diventare parte integrante della storia comune. I miti diventano quindi indispensabili perché chiariscono e rispondono a domande su problemi cruciali relativi all’esistenza della stessa comunità.

Edipo e la Sfinge

Potremmo concettualizzarli come spiegazioni di ordine soprannaturale che determinano e giustificano i costumi, le usanze e le norme caratteristiche di un gruppo sociale. I miti favoriscono l’unità e la coesione del gruppo e dell’intera comunità. Hanno una funzione omeostatica fondamentale per i…

View original post 66 altre parole

La Comunicazione

La comunicazione si può definire come uno scambio di informazioni e significati tra due o più individui, che hanno intenzionalità reciproca nel condividere e costruire un’informazione attraverso dei sistemi simbolici convenzionali di riferimento.

La comunicazione, quindi, nasce dall’interazione e produce significati; è un’attività sociale che caratterizza ogni essere umano e contribuisce a formare e consolidare il nostro senso di identità.

Un primo approccio “matematico” alla comunicazione, quello di Shannon e Weaver (rappresentato nella figura sotto), intendeva la comunicazione come un processo lineare, in cui non è tanto rilevante il contenuto del messaggio, che passa decisamente in secondo piano.

Nello schema di Shannon e Weaver è possibile osservare che un segnale (messaggio) passa dal mittente, attraverso un trasmettitore, al destinatario, attraverso un recettore, lungo un canale fisico (supporto materiale). Il messaggio, in sostanza, deve essere codificato da chi lo emette e decodificato da chi lo riceve.

Modello Comunicazione di Shannon – Weaver – (fonte google)

Il contesto, in cui avviene la comunicazione, in questo modello, gioca un ruolo poco importante. Sono previsti, però, dei “rumori” (fattori di disturbo) lungo il canale, che possono disturbare la trasmissione corretta del messaggio.

Inoltre, bisogna che ci sia un feedback (segnale di ritorno) per segnalare che il messaggio è arrivato a destinazione.

Il difetto di questo modello è che riduce di tanto la complessità della comunicazione umana. Si danno per scontato quelli che sono i processi di interpretazione, l’ambiente, la cultura, il contesto comunicativo e gli eventuali problemi psicologici, di chi comunica.

Non molto tempo dopo, l’approccio relazionale di Paul Watzlawick (1971) descriverà la comunicazione come un processo di interazione tra due o più persone. La vera svolta però sarà il primo assioma della sua “pragmatica della comunicazione“.

Photo by fauxels on Pexels.com

Egli ritiene infatti che non si può non comunicare; in una interazione è impossibile non comunicare nulla. Quindi per comunicare non c’è bisogno dell’intenzione. L’interazione è un sistema aperto che consente la possibilità di perturbazioni della comunicazione.

La comunicazione si basa secondo Watzlawick, su cinque assiomi che descrivono proprietà semplici della comunicazione; tali proprietà hanno fondamentali implicazioni
interpersonali.

  • Non si può non comunicare.
  • Ogni comunicazione ha due livelli: uno di contenuto e uno di relazione, quest’ultimo ha valore metacomunicativo, perché classifica e contestualizza il primo.
  • La natura della relazione dipende dalle punteggiature delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.
  • Gli esseri umani comunicano sia in modalità numerica (digitale) sia in modo analogico (verbale e non-verbale).
  • Gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari.

Per approfondire, ecco due articoli sul primo e secondo assioma della comunicazione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sono brutto: pillole di psicologia.

“E che devo scrivere qua… Dottoressa… tanto… Sono Brutto!!!”

Photo by Kei Scampa on Pexels.com

Con il termine Dismorfoestesia (detta anche dismorfia) si indica la sensazione di essere particolarmente brutti, impresentabili, deformi o ripugnanti. La persona si percepisce (e vede) come particolarmente grassa e/o brutta.

Tale condizione può presentarsi sia in forma monosintomatica (come durante l’adolescenza) quando la trasformazione puberale può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con più o meno angoscia (soprattutto quando la pubertà stessa con tutti i cambiamenti che comporta, è rifiutata dalla famiglia stessa della persona), o in un quadro di nevrosi ossessiva o schizofrenia (in tal caso il rifiuto del proprio aspetto può assumere caratteri fobici che disturbano l’espressione della personalità).

In questo caso di parla di dismorfofobia che (rispetto alla dismorfoestesia adolescenziale che ha tratti più transitori), ha tratti più irriducibili.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Aggressività e apprendimento sociale

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

ilpensierononlineare

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

Albert Bandura nella sua teoria dell’apprendimento sociale sostiene che i bambini possono apprendere l’aggressività sperimentandone le gratificazioni ma anche osservandola negli altri. Bandura sostiene infatti, che come per gli altri tipi di comportamento sociale, anche l’aggressività si può acquisire osservando il comportamento degli altri e le sue conseguenze. (nella teoria dell’apprendimento sociale Bandura sostiene che gli esseri umani apprendono il comportamento sociale per osservazione e imitazione e mediante un sistema di ricompense e punizioni).

L’esperimento di Bandura: la bambola Bobo

La scena sostanzialmente è questa: viene portato un bambino in età prescolare in una stanza. La stanza ha diversi elementi di svago. Il bambino comincia ad interessarsi ad un’attività artistica. Nella stessa stanza, ma da un’altra parte, ci sono delle costruzioni, un pupazzo di gomma gonfiabile e una mazza e c’è anche un adulto. L’adulto in questione gioca contemporaneamente al bambino…

View original post 552 altre parole

Uccidiamo l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore.

Nell’ambito della filosofia morale “il problema del carrello“, di Edmonds, è ormai un classicone a cui tutti gli studenti, sono stati sottoposti!

Nella sua prima e basilare formulazione, il problema è stato posto dalla filosofa inglese Philippa Foot; la filosofa elaborò la prima formulazione del problema in occasione della proposta di conferimento di una laurea honoris causa da parte dell’Università di Oxford al presidente Harry S. Truman nel 1956, per conferire la quale era necessaria l’approvazione degli accademici di Oxford. La Anscombe dichiarò pubblicamente che avrebbe votato contro, perché Truman, autorizzando l’uso della bomba atomica contro il Giappone, aveva sì, fatto cessare la guerra ma a prezzo della vita di centinaia di migliaia di innocenti.

Secondo la Anscombe questo era infatti pur sempre un omicidio, pertanto il Presidente era un assassino.  La Foot sostenne la collega in questa circostanza.

Truman aveva infatti evidenziato (indirettamente) un importante punto: era infatti il presidente consapevole del fatto che, lanciando la bomba, avrebbe ucciso degli innocenti (intenzione) o aveva soltanto previsto (senza intenzione) che alcuni innocenti sarebbero morti?

A questo punto possiamo affrontare il problema del carrello, detto anche del Ramo Deviato.

Abbiamo innanzi una scena: stiamo osservando un carrello ferroviario che sta viaggiando senza controllo su un binario sul quale cinque persone sono legate; ne deriva che queste persone saranno sicuramente uccise. Ci rendiamo conto, tuttavia, che azionando una leva, possiamo deviare il carrello su un altro binario su cui però è legata un’altra persona (una sola).

Fonte Immagine Google.

Cosa facciamo?

Edmonds ci informa che la maggioranza delle persone cui è stato posto questo interrogativo, in tutto il mondo, a prescindere dalla cultura di provenienza e dalla condizione personale, ha risposto istintivamente che avrebbe deviato il carrello (ugualmente accadde nella mia aula universitaria).

In seguito un’altra filosofa, Judith Jarvin Thomson, ha proposto di immaginare una situazione leggermente diversa: siamo su un ponte e il binario con il carrello impazzito è sotto di noi. Come in precedenza ci sono 5 persone legate ma accanto a noi c’è un uomo molto grasso che se spinto giù, fermerà sicuramente il carrello. Come nel primo esempio anche qui, morirà un solo uomo per salvarne 5.

Fonte Immagine Google.

Che facciamo? Buttiamo giù l’uomo grasso oppure no?

A differenza del primo caso, ora la maggioranza degli interrogati (riferisce Edmonds), dice di no. Perché? (Qui devo dire che nella mia aula – al tempo- molti decisero di sacrificare l’uomo grasso -per chi scrive, no- e la mia interpretazione, in merito, fece ridere tutti soprattutto il Professore -fino alle lacrime- il quale tuttavia disse che la mia interpretazione era molto centrata e innovativa).

Dal punto di vista di una razionalità utilitaristica non cambia niente nelle due situazioni: il male minore è che uno muoia per salvare gli altri. Eppure se istintivamente in questo caso la maggioranza dice che non spingerebbe l’uomo giù dal ponte, nonostante sembri sempre vantaggioso rispetto al numero delle vittime, deve esserci qualche differenza. 

C’è pertanto qualcosa che fa sembrare immorale l’azione di buttare giù un solo uomo?

In un terzo esempio, è stata introdotta un’altra piccola variante: non si deve spingere l’uomo, ma si può azionare una leva che apre una botola in cui l’uomo cade e i cinque si salvano. Tuttavia anche in questo caso, la risposta non cambia e le persone continuano a sostenere di non voler spingere l’uomo giù ritenendo più accettabile toccare una leva.

Come per qualsiasi altro tipo di dilemma etico o dilemma morale, è sempre interessante non tanto la risposta data, quanto il tipo di ragionamento sotteso (un po’ la questione del non mi interessa che tu mi dica sì o no, ma come arrivi al sì o no..).

La filosofia morale è un ambito interessantissimo proprio perché consente (per chi ne ha piacere e passione) di porre attenzione al come piuttosto che al cosa (e credetemi.. abbiamo riso come dei matti, durante il corso, perché ascoltare i nostri ragionamenti nei caldissimi pomeriggi primaverili era qualcosa di entusiasmante e altamente formativo).

Per i più curiosi.. (perché lo so che, giustamente, lo siete)..

Gettare giù una persona, toccandola (e non come nel caso della leva in cui tocchi solo un oggetto stando lontano dalla vittima), è considerato dalle persone, omicidio. Molti infatti considerano toccare e gettare giù una persona, una responsabilità troppo alta da prendere; appare inoltre come un atto di volontà di uccidere qualcuno. Nel 2001 un filosofo di Harvard Joshua Greene, ha constatato (tramite scansione cerebrale), che nelle due situazioni si attivano aree cerebrali distinte, e ha chiamato le due situazioni “decisione morale impersonale e decisione morale personale”.

Ma questa.. sarà altra storia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Psicologia in pillole: Doll Therapy.

Nel lavoro con le demenze, un filone piuttosto recente vede l’uso delle bambole; si tratta della doll therapy o terapia della bambola.

Durante le sessioni di terapia, vengono utilizzate delle vere e proprie bambole giocattolo che vanno consegnate alla persona affetta da demenza, con lo scopo di andare a stimolare tutta una serie di funzioni.

La teoria di riferimento della doll therapy è la teoria dell’attaccamento questo perché l’attaccamento si realizzerebbe in situazioni caratterizzate da forte stress, non familiari e con elevato senso di insicurezza: tutti elementi presenti nei pazienti con demenza. 

La bambola potrebbe fungere da “oggetto transizionale”, quell’oggetto che rassicura e aiuta nel passaggio tra il me e non me portando sicurezza e tenendo contenute le angosce e le paure che possono presentarsi all’improvviso.

Le bambole da doll therapy possono, inoltre, riportare alla memoria emozioni e vissuti riguardo l’esperienza della genitorialità andando pertanto sia a riattivare sensazioni che ricordi legati alla dimensione della cura e del proprio vissuto (come genitore o nonno).

La doll therapy migliora la stimolazione sensoriale attraverso l’utilizzo del tatto e le capacità comunicative di chi la utilizza. Alcuni ricercatori hanno evidenziato anche un aumento dell’autostima degli utenti, sviluppatosi attraverso attività di cura nei confronti della bambola (come cantare delle ninne nanne) e un maggiore senso di sicurezza.

Il fatto inoltre che le persone si prendano cura della bambola vestendola, nutrendola e cullandola sembra riattivare anche la dimensione della cura personale promuovendo una maggiore autonomia e un aumento dell’autostima.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.