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La bambina (im)perfetta.

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“Nel mondo, tuttavia, avvengono in ogni momento assassini non detti di piccole anime, non nei locali sadomaso o nei manicomi, nei campi di concentramento, nelle prigioni (…) bensì nella classica stanza dei bambini dove regna un’apparenza di normalità e dove l’obiettivo cosciente dei genitori sembra essere quello di educare nel modo più adeguato le bambine alla femminilità e i bambini alla maschilità”. Louise J. Kaplan

I bambini sappiamo essere, per un certo periodo della loro vita, dipendenti da chi di loro si prende cura; questo stato fa sì che i bambini si sentano al sicuro quando incontrano ” il favore”, appunto, dell’altro. Accade pertanto che nell’educazione, i bambini vengano portati all’assunzione di ruoli di genere stereotipati che (nell’ottica della società), produce bambini sani e normali.

Acquisendo la sua identità femminile, la bambina rinuncia a una parte (più o meno grande, piccola), di qualità, talenti o virtù normalmente considerati maschili (nonostante si pensi che certe attitudini siano ormai possibili anche alle donne, l’evidenza – per chi nella società non sopravvive ma ne vive calato- è altra).

Possiamo pertanto solo ipotizzare che donna, sarebbe potuta diventare quella stessa bambina, se inserita in un altro sistema sociale o in altra struttura familiare.

La questione si apre quando tutti questi che sono stati definiti dalla Kaplan (cfr., supra) assassini o crimini dell’anima, che avvengono attraverso l’assunzione degli stereotipi legati ai generi, non riescono mai fino in fondo; tutto ciò che è stato represso in qualche modo, prima o poi, (ri)torna.

La bambina quindi si presenta nel mondo come la mamma la vuole: composta, giusta, misurata ed educata, “sei la luce dei miei occhi; che brava bimba che sei; come sei dolce”.

La bambina, nello sguardo e nell’amorevole tono materno, riconosce se stessa e riceve l’immagine di se tanto che – da quel momento- è pronta a rinunciare a qualcosa di sé pur di riflettersi nell’immagine dell’altro.

L’anoressia è il risultato di uno di questi assassini dell’anima che avvengono nell’infanzia: “per non morirne, la bambina rinuncia ad aspetti del sè che sarebbe potuta diventare e diventa invece un’estensione speculare del potentissimo altro da cui dipende”. L., J., Kaplan

E’ intorno alla metà del diciannovesimo secolo che i medici cominciarono a notare un aumento di giovani donne che venivano portate in ambulatorio perché – letteralmente- morivano di fame.

Erano state bambine ideali, adolescenti perfette che una volta raggiunta la pubertà, riempivano (a differenza del proprio stomaco) i genitori di preoccupazioni circa il loro stato di salute.

Queste giovani donne erano figlie di coppie benestanti e di genitori della classe medio alta; provenivano inoltre da ambienti in cui non mancava né cibo né attenzioni.

Nonostante ciò le ragazze erano sempre sul punto di morire per denutrizione (nessun caso del genere, era presente nei figli maschi).

Il disturbo fu chiamato anoressia, mancanza di appetito da Ernest Laseque, in Francia nel 1873, mentre da Sir William Gull, inghilterra nel 1873 anoressia nervosa (mettendo in luce l’angoscia nervosa che accompagna la perdita di appetito).

Laseque pensò che si trattasse di una variante dell’isteria (anoressia isterica) ma qualche anno dopo, un altro medico francese, scartando l’origine isterica del disturbo propose la definizione di anoressia mentale.

In Germania poi il disturbo è noto come Pubertatsmagersucht: deperimento puberale compulsivo; la terminologia tedesca è molto centrata poiché il disturbo porta alla perdita dell’appetito ma di fatto il disturbo ha anche relazione con il digiuno autoimposto e compulsivo; le ragazze e le donne – infatti- non pensano che al cibo, a mangiare, e sono tendenzialmente ottime cuoche sempre pronte a provare una nuova ricetta; hanno inoltre sempre fame.

Con il procedere del ventesimo secolo i casi di anoressia nervosa sono aumentati tanto da lasciare i medici in grossa difficoltà, questo perché gli specialisti continuavano a cercare in un solo punto della sindrome anoressica: mangiare o non mangiare, concentrandosi – così- solo sulla componente orale del disturbo.

Dopo molti decenni, alcuni specialisti si sono resi conto che sotto la superficie della strategia anoressica, c’era altro: la preoccupazione del cibo si presentava come la copertura di desideri genitali inconsci.

E’ stato solo negli anni 80 che qualche medico ha cominciato a sospettare che il disturbo tipicamente femminile (da leggere ad ampio raggio, lontano dallo stereotipo di genere femminile), potesse essere una perversione.

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“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La parola sporca: perversione #4

Qui la terza parte della trattazione.

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Sadismo sessuale.

Si è comunemente portati a pensare che gli uomini siano più sadici delle donne o che siano “per natura” portati verso certi comportamenti (che come vedremo, sono spesso culturalmente accettati).

I casi di sadismo sessuale che terminano con l’omicidio sessuale, sono statisticamente rari e quando identificati, coloro che hanno commesso il fatto, vengono trattati come criminali e sottoposti a pena detentiva.

La questione si fa complessa quando riferiamo a casi in cui il corpo della vittima non viene ritrovato oppure quando trattiamo di tutti quei casi che non vengono denunciati o (se) denunciati, vengono trattati con pochezza e superficialità.

La quotidianità è piena di casi in cui “lei se l’è cercata; sono ragazzi; l’uomo è uomo; non è una brava moglie non soddisfa il marito”.

La verità – studi alla mano- è che gli uomini non sono sadici nati ma quando le loro tendenze femminili, umilianti e paurose arrivano troppo vicino alla superficie, per non essere svelate e accettate vengono seppellite sotto atti sadici comprendenti stupro, mutilazione e così via.

“Altri dopo una giornata di lavoro o di disoccupazione frustrante e avvilente, tornano a casa semplicemente per riaffermare la loro virilità, picchiando le mogli, abusando fisicamente dei figli. Questi atti fin troppo ordinari sono, a mio parere, manifestazioni della strategia perversa e rientrano nella categoria sadismo sessuale, anche se non comportano il coito”. Louise J. Kaplan.

Tra i motivi delle perversioni, negli uomini, abbiamo la paura dei loro stessi desideri femminili oppure il terrore di dare via libera al pieno sfogo della distruttività provocata dal corpo femminile o qualsiasi corpo che rappresenti agli occhi del pervertito, la debolezza femminile.

Le perversioni sono un chiaro esempio di come le passioni erotiche cerchino di contenere gli impulsi di morte e distruttività.

Nelle 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade, abbiamo un chiaro esempio di come la distruttività sovrasti l’eccitamento. Per provocare l’eccitamento del protagonista, devono infatti aver luogo 15 operazioni, simultaneamente, su altrettante donne. Ciascuna di queste giovanissime ragazze era marchiata da un numero che designava l’ordine di ingresso nell’anfiteatro al cui interno avvenivano tutta una serie di torture.

Il sadismo di De Sade è definito “sadismo estetico” ovvero: pornografia.

Per quanto concerne la pornografia una sorta di “mito culturale” è che serva ad intensificare il desiderio erotico: “la verità è che la pornografia serve a contenere il sadismo esplicito”. Louise J. Kaplan.

E’ attualmente in voga un filone nell’ambito della cinematografia a luci rosse detto slasher o snuff (la traduzione dei termini, in italiano, è impropria essendo questo tipo di filmografia quasi inesistente – se non- inesistente. Si tratta di un iperrealismo dell’orrore e della violenza contro il corpo femminile fino a mostrarne la morte/uccisione).

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“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La parola sporca: perversione #3.

Qui la seconda parte della trattazione.

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Durante il ventesimo secolo, le categorie utilizzate dai sessuologi in merito alla distinzione tra comportamento sessuale “normale e patologico”, subirono uno scossone poiché considerate non più idonee a giustificare il cambiamento che il gusto sessuale della popolazione, andava esibendo.

L’incertezza diagnostica ha attraversato anche i manuali diagnostici, primo fra tutti il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali). Nel 1952 l’APA (American Psychiatric Association) pubblica la prima versione del DSM; in esso, le deviazioni sessuali erano classificate insieme ai disturbi della personalità psicopatica (in accordo con il fatto che la maggior parte delle perversioni sessuali, venivano attuate da coloro che portavano a termine un reato: criminali antisociali).

Nel 1958 il manuale fu sottoposto a revisione. Nasceva così il DSM- II al cui interno le deviazioni sessuali erano elencate secondo categorie di disturbi della personalità che suonavano meno minacciose rispetto ai criminali: isteria, narcisismo..

Nei decenni successivi (procedendo sempre di pari passo con l’evoluzione del gusto sessuale della popolazione), furono elaborati nuovi criteri relativi alla salute mentale. Nasceva nel 1980 il DSM- III e nel 1987 la sua revisione DSM- III TR. In queste edizioni più recenti, le perversioni sessuali erano indicate in una categoria a sé stante e venivano trattate- per la prima volta- in maniera meno “etichettante”: nascevano le parafilie (para- deviante e filia – attrazione).

Altra potente innovazione del manuale fu l’eliminazione dell’omosessualità e del coito orale e anale dalle perversioni.

Continua però a restare una certa diffidenza sociale, da tali pratiche.

Non si parla, inoltre, delle perversioni femminili nelle quali l’eccitamento e la performance sessuale sono di rado i fattori dominanti e in nessun caso sono elementi cruciali o decisivi.

Attualmente siamo giunti (passando le il DSM IV), al DSM V dove si parla di “disturbi parafilici:

Si parla di disturbo parafilico quando una parafilia, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare, danno a se stessi o agli altri.

In tal senso, una parafilia è una condizione necessaria ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico.

Un esempio:

Masochismo sessuale: le fantasie masochistiche che accompagnano il coito o la masturbazione sono così diffuse da poter essere considerate universali. Quasi tutte le perversioni, comportano una variazione del copione masochistico ma a differenza del travestitismo e feticismo (che sono quasi esclusivamente maschili); il masochismo sessuale può esser ritrovato in entrambi i sessi.

Vi sono donne, ad esempio, che sono costrette a recitare all’interno di scenari masochistici in cui è richiesto all’uomo di assumere il ruolo di sadico umiliatore (di solito la donna partecipa a pagamento o volontariamente , o entrambe le condizioni); in questo scenario la donna si trova sotto il controllo dello scenario inventato dal partner sessuale.

L’idea che il masochismo sessuale sia prerogativa maschile si comprende meglio quando si capisce che tale strategia perversa mira a dare sfogo ai desideri femminili dell’uomo che resta però, nella posizione di potere.

Quando Freud parla di masochismo femminile, si riferisce ai desideri femminili degli uomini (le successive divagazioni – marchiate tra l’altro da profondo pregiudizio- fatte da certi tecnici, non rendono giustizia nell’ottica di chi scrive, all’opera di Freud).

Travestitismo e masochismo sessuale sono perversioni che permettono all’uomo di identificarsi con la posizione degradante assegnata alle donne, nell’ordine sociale, senza però perdere la faccia, ovvero senza veder minacciata la propria virilità.

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Dott.ssa Giusy Di Maio.

La parola sporca: perversione #2

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Qui la prima parte della trattazione.

Un adulto, maschio o femmina che sia, che si senta obbligato a metter in scena un rituale perverso, spreca una grande quantità di energia; energia che circola dalla notte al giorno, quasi senza sosta al fine di poter dominare e controllare quelle emozioni e quegli affetti che durante l’infanzia erano intollerabili e incontrollabili.

La perversione – infatti- finché ha durata (siano essi 10, 20 anni o tutta la vita della persona), diviene la preoccupazione centrale dell’esistenza della persona stessa.

La preoccupazione che accompagna colu* che attua una strategia perversa, è diversa da quella che accompagna un sintomo compulsivo (ad esempio lavarsi frequentemente le mani o pulire di continuo la casa). Nella coazione, la persona avverte che sta correggendo qualcosa di sbagliato e che sta facendo qualcosa di “giusto”. Accade infatti che tutte queste attività che la persona si sente costretta a svolgere, siano accompagnate da una coscienza molto presente dell’ansia (talvolta della vergogna); queste attività servono però a non tenere sul piano inconscio la colpa.

Nella perversione, la persona sente che sta facendo qualcosa di “immorale”, è consapevole di esser costretta a fare qualcosa che va in contrasto con il sistema morale; è tuttavia proprio sfidando questi codici morali che la persona prova un senso di sollievo.

Ci si sente fieri e coraggiosi.

La preoccupazione insita nella perversione comporta pertanto che le questioni legate al peccato, divengano predominanti e consce ma solo per mantenere inconsce la vergogna e l’ansia.

Uno, infatti, degli aspetti principali della strategia perversa è di mantenere in primo piano le idee di peccato e colpa ma non per dissuadere dalla trasgressione morale, ma anzi come ingredienti centrali della strategia stessa (ingredienti che sono, per esempio tormento, tortura, sofferenza).

Le perversioni maschili (feticismo, travestitismo, esibizionismo, voyeurismo, masochismo sessuale, sadismo sessuale, pedofilia, necrofilia), puntano ad attività bizzarre, insolite, come sistema per avere vittoria sui traumi dell’infanzia.

Nella perversione maschile, la strategia si limita a portare alla coscienza una esagerazione difensiva della mascolinità fallico- narcisistica; la strategia della perversione maschile permette infatti a un individuo di esprimere i suoi desideri femminili proibiti travestendoli da ideali di virilità.

Nella perversione maschile l’eiaculazione e l’orgasmo sono una prova da cui dipende la sopravvivenza, più che la ricerca di piacere.

Tutti gli aspetti della strategia perversa agiscono in stretto collegamento l’uno con l’altro.

Un elemento, ad esempio, consiste nel permettere a un impulso infantile vietato (es esibizionismo), di trovare espressione.

Per l’esibizionista, il rischio legato all’esibizione in pubblico del proprio pene, così come la possibilità di essere arrestato, sono preferibili alla mortificazione (che potrebbe diventare conscia), di riconoscersi come essere mortale e comune, dotato di genitali ordinari.

L’esibizionista – inoltre- costringendo una vittima non consenziente a vedere il suo pene, riesce a dar corpo ad una aggressività primitiva e vendicativa che, se non fosse regolata da questa strategia “erotica”, porterebbe alla luce un’ansia intollerabile.

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Dott.ssa Giusy Di Maio.