Archivi categoria: Psicopatologia

La Sindrome dell’impostore

“Ci sono persone che non sono affatto convinte di meritare il proprio successo, nemmeno quando è palese che abbiano messo un grande impegno per arrivarci.”
Si sentono degli impostori..

ilpensierononlineare

Ci sono persone che non sono affatto convinte di meritare il proprio successo, nemmeno quando è palese che abbiano messo un grande impegno per arrivarci.

Queste persone soffrono della “sindrome dell’impostore” e vivono gran parte della loro vita con il timore di poter essere scoperti, perché si ritengono degli imbroglioni. Questo succede perché sentono che il loro successo o i risultati ottenuti nella loro vita, non sono dovuti alle loro capacità reali. Sentono invece di essere stati semplicemente fortunati a raggiungere un obiettivo, oppure solo capitati al posto giusto e nel momento giusto. Addirittura possono farsi la falsa idea che sia stato merito del demerito degli altri che abbiano così tanto successo.

Generalmente chi soffre di questa sindrome ha avuto esperienze di vita abbastanza favorevoli in passato, non hanno mai avuto grossi problemi e frustrazioni e hanno sempre avuto ottimi risultati in tutto, a partire dalle esperienze scolastiche.

View original post 478 altre parole

Desiderio e depressione.. oltre il pregiudizio..

„Il desiderio dell’uomo trova il suo senso nel desiderio dell’altro”

Jacques Lacan
Photo by Masha Raymers on Pexels.com

Chi è depresso spesso è incapace di provare emozioni; comprende che queste esistano negli altri, le accetta, ma non capisce perché gli altri facciano difficoltà a comprendere lui. Lo stato “soporifero” indotto dall’apatia, rende quasi del tutto incapaci di empatia. L’apatia e l’incapacità a desiderare, diventano ostacoli troppo difficili da superare in solitudine e senza l’aiuto di qualcuno.

In una intervista su Fanpage, in cui presenta il suo nuovo album, il noto artista napoletano Nino d’Angelo fa un passaggio molto interessante sulla depressione (una patologia molto diffusa e purtroppo in aumento) e sull’importanza della Psicoterapia e quindi della Psicologia per superare la malattia.

“La depressione bisogna farla capire alla gente, è una malattia patologica. Non si cura così, da sola, bisogna andare dallo psicologo e farsi curare. Tu puoi essere pure il più grande cantante, la depressione prende anche quelli che vivono bene e hanno i soldi. Noi siamo arrivati alla depressione perché abbiamo perso dalle tasche il desiderio: se non desideriamo, ci dobbiamo deprimere per forza. La vita bella è desiderare, quando ti manca il desiderio non sei niente.”

Nino d’Angelo – tratto dall’intervista su MusicFanpage.it – (25 ottobre 2021)
Nino d’Angelo – foto web (La_Presse)

La vita psichica mantiene in vita il corpo e lo sfama; il desiderio è vita psichica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Umore e Postura

Le nostre emozioni possono influenzare la nostra postura corporea?

Certamente si, ed è abbastanza evidente che alcuni stati emotivi hanno posture corporee caratteristiche, come nel caso della depressione.

Alcuni studi sulle nuove prospettive dell’embodied cognition suggeriscono che potrebbe anche valere il contrario, e cioè che in alcuni casi è proprio la postura che assumiamo che può avere una influenza diretta sulle nostre emozioni.

Secondo la embodied cognition corpo e mente sono profondamente legati l’uno all’altro e quindi i processi cognitivi hanno una influenza diretta con il corpo e il corpo influenza i processi mentali, ed entrambi hanno una interazione diretta e continua con il mondo circostante. Quindi anche il corpo e nel caso specifico, la postura, può determinare stati mentali specifici.

Gli studi in questo ambito hanno mostrato che assumere una postura dritta può avere effetti significativi sulle nostre emozioni e sul nostro umore; può, ad esempio, renderci più orgogliosi dopo un successo, dotarci di maggiore autostima, aumentare le nostre abilità nell’approcciare a compiti complessi e stressanti, fronteggiare efficacemente ambienti e situazioni relazionali potenzialmente ansiose.

Per capire se il cambiamento di postura potesse avere qualche effetto positivo su persone con sintomi depressivi, i ricercatori dell’Università di Auckland (2017), hanno coinvolto 61 soggetti con sintomi depressivi non molto gravi e li hanno divisi in due gruppi. Il gruppo di controllo manteneva, durante l’esperimento, ha mantenuto la postura abituale, l’altro veniva istruito, invece, ad assumere una postura specifica: mantenere lo sguardo dritto davanti a sé, spalle dritte e immaginare di protendere la parte superiore della test verso il soffitto.

Photo by John Diez on Pexels.com

Successivamente i soggetti di entrambi i gruppi venivano invitati a fare compiti abbastanza stressanti, fra cui quello di tenere un discorso in pubblico. Prima e dopo queste prove, venivano invitati a compilare dei questionari per valutare il proprio umore.

I risultati finali hanno mostrato che coloro che avevano assunto una posizione eretta (e per loro inusuale) avevano riferito un minor livello di stanchezza e un umore più elevato rispetto all’altro gruppo. Avevano, inoltre, utilizzato più parole durante il discorso in pubblico e avevano ridotto l’uso di pronomi come “me” ed “io”. Questo tipo di comportamento suggerisce un umore meno negativo, un aumento dell’autostima, minore autoriferimento (focalizzarsi continuamente solo su se stessi); tutti aspetti legati alla depressione.

Questo tipo di esercizio fisico può sicuramente essere utilizzato in maniera efficace, per “accompagnare” e supportare il trattamento psicoterapeutico dei casi meno gravi di umore depresso. Ovviamente non può assolutamente sostituirsi alla psicoterapia o alla terapia farmacologica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sono brutto: pillole di psicologia.

“E che devo scrivere qua… Dottoressa… tanto… Sono Brutto!!!”

Photo by Kei Scampa on Pexels.com

Con il termine Dismorfoestesia (detta anche dismorfia) si indica la sensazione di essere particolarmente brutti, impresentabili, deformi o ripugnanti. La persona si percepisce (e vede) come particolarmente grassa e/o brutta.

Tale condizione può presentarsi sia in forma monosintomatica (come durante l’adolescenza) quando la trasformazione puberale può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con più o meno angoscia (soprattutto quando la pubertà stessa con tutti i cambiamenti che comporta, è rifiutata dalla famiglia stessa della persona), o in un quadro di nevrosi ossessiva o schizofrenia (in tal caso il rifiuto del proprio aspetto può assumere caratteri fobici che disturbano l’espressione della personalità).

In questo caso di parla di dismorfofobia che (rispetto alla dismorfoestesia adolescenziale che ha tratti più transitori), ha tratti più irriducibili.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La Sindrome di Capgras

In questa sindrome una persona è convinta che un impostore abbia preso il posto di qualcuno a lui familiare. La Sindrome di Capgras fu descritta per la prima volta nel 1923 da uno psichiatra francese, Joseph Capgras che la definì comeillusion des sosies” (l’illusione dei sosia ), anche se non è propriamente un illusione, perchè la percezione sensoriale dei pazienti affetti è intatta.

Enoch e Trethowan la definiscono come una sindrome “rara e colorita nella quale il soggetto ritiene che una persona solitamente a lui familiare, sia stata rimpiazzata da una copia esatta.”

Questo “errore” di identificazione risulta essere di natura delirante e in genere coinvolge una persona con la quale il soggetto ha forti legami emotivi e nei confronti della quale diventano molto riconoscibili elementi di ambivalenza, al momento dell’esordio dei primi sintomi.

La cosa interessante è che questa sindrome sia stata riconosciuta ed è presente in tutte le culture. ciò che cambia è il contenuto caratterizzante il delirio.

“..un paziente era convinto che sua madre fosse stata rimpiazzata da una copia proveniente da un mondo parallelo e ciò spiegava gli orribili accadimenti delle ultime settimane.”

Introduzione alla Psicopatologia Descrittiva – Andrew Sims

La maggior parte dei pazienti che soffrono di questa sindrome presentano sintomi legati alla schizofrenia e non presentano allucinazioni, ma denotano invece che, il falso riconoscimento per quella determinata persona, sia legato ad un cambiamento dei sentimenti del paziente per la “vittima” dei suoi deliri. La relazione affettiva nei confronti della “vittima” di natura ambivalente era presente già prima dello sviluppo della Sindrome di Capgras.

“Una paziente chiede del proprio marito: ” Chi è quel signore che ogni sera conduce i miei familiari a farmi visita? è un impostore: sta a casa ad aprire tutte le lettere di mio marito. In ogni modo, almeno paga i conti di casa… In effetti, è vero che assomiglia a mio marito assai da vicino, non fosse che è un po’ più grasso di lui…”

Andrew Sims

Quindi non vi è una falsa percezione, ma una percezione delirante, tant’è che la paziente ammette che la replica assomiglia esattamente all’originale.

Questa sindrome in genere può essere diagnosticata nei pazienti schizofrenici, nei pazienti con disturbi dell’umore, nei pazienti con diagnosi di demenza o con danni cerebrali. Inoltre è stato riscontrato una maggiore prevalenza del disturbo nelle donne che negli uomini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La bambina (im)perfetta.

Photo by Angela Roma on Pexels.com

“Nel mondo, tuttavia, avvengono in ogni momento assassini non detti di piccole anime, non nei locali sadomaso o nei manicomi, nei campi di concentramento, nelle prigioni (…) bensì nella classica stanza dei bambini dove regna un’apparenza di normalità e dove l’obiettivo cosciente dei genitori sembra essere quello di educare nel modo più adeguato le bambine alla femminilità e i bambini alla maschilità”. Louise J. Kaplan

I bambini sappiamo essere, per un certo periodo della loro vita, dipendenti da chi di loro si prende cura; questo stato fa sì che i bambini si sentano al sicuro quando incontrano ” il favore”, appunto, dell’altro. Accade pertanto che nell’educazione, i bambini vengano portati all’assunzione di ruoli di genere stereotipati che (nell’ottica della società), produce bambini sani e normali.

Acquisendo la sua identità femminile, la bambina rinuncia a una parte (più o meno grande, piccola), di qualità, talenti o virtù normalmente considerati maschili (nonostante si pensi che certe attitudini siano ormai possibili anche alle donne, l’evidenza – per chi nella società non sopravvive ma ne vive calato- è altra).

Possiamo pertanto solo ipotizzare che donna, sarebbe potuta diventare quella stessa bambina, se inserita in un altro sistema sociale o in altra struttura familiare.

La questione si apre quando tutti questi che sono stati definiti dalla Kaplan (cfr., supra) assassini o crimini dell’anima, che avvengono attraverso l’assunzione degli stereotipi legati ai generi, non riescono mai fino in fondo; tutto ciò che è stato represso in qualche modo, prima o poi, (ri)torna.

La bambina quindi si presenta nel mondo come la mamma la vuole: composta, giusta, misurata ed educata, “sei la luce dei miei occhi; che brava bimba che sei; come sei dolce”.

La bambina, nello sguardo e nell’amorevole tono materno, riconosce se stessa e riceve l’immagine di se tanto che – da quel momento- è pronta a rinunciare a qualcosa di sé pur di riflettersi nell’immagine dell’altro.

L’anoressia è il risultato di uno di questi assassini dell’anima che avvengono nell’infanzia: “per non morirne, la bambina rinuncia ad aspetti del sè che sarebbe potuta diventare e diventa invece un’estensione speculare del potentissimo altro da cui dipende”. L., J., Kaplan

E’ intorno alla metà del diciannovesimo secolo che i medici cominciarono a notare un aumento di giovani donne che venivano portate in ambulatorio perché – letteralmente- morivano di fame.

Erano state bambine ideali, adolescenti perfette che una volta raggiunta la pubertà, riempivano (a differenza del proprio stomaco) i genitori di preoccupazioni circa il loro stato di salute.

Queste giovani donne erano figlie di coppie benestanti e di genitori della classe medio alta; provenivano inoltre da ambienti in cui non mancava né cibo né attenzioni.

Nonostante ciò le ragazze erano sempre sul punto di morire per denutrizione (nessun caso del genere, era presente nei figli maschi).

Il disturbo fu chiamato anoressia, mancanza di appetito da Ernest Laseque, in Francia nel 1873, mentre da Sir William Gull, inghilterra nel 1873 anoressia nervosa (mettendo in luce l’angoscia nervosa che accompagna la perdita di appetito).

Laseque pensò che si trattasse di una variante dell’isteria (anoressia isterica) ma qualche anno dopo, un altro medico francese, scartando l’origine isterica del disturbo propose la definizione di anoressia mentale.

In Germania poi il disturbo è noto come Pubertatsmagersucht: deperimento puberale compulsivo; la terminologia tedesca è molto centrata poiché il disturbo porta alla perdita dell’appetito ma di fatto il disturbo ha anche relazione con il digiuno autoimposto e compulsivo; le ragazze e le donne – infatti- non pensano che al cibo, a mangiare, e sono tendenzialmente ottime cuoche sempre pronte a provare una nuova ricetta; hanno inoltre sempre fame.

Con il procedere del ventesimo secolo i casi di anoressia nervosa sono aumentati tanto da lasciare i medici in grossa difficoltà, questo perché gli specialisti continuavano a cercare in un solo punto della sindrome anoressica: mangiare o non mangiare, concentrandosi – così- solo sulla componente orale del disturbo.

Dopo molti decenni, alcuni specialisti si sono resi conto che sotto la superficie della strategia anoressica, c’era altro: la preoccupazione del cibo si presentava come la copertura di desideri genitali inconsci.

E’ stato solo negli anni 80 che qualche medico ha cominciato a sospettare che il disturbo tipicamente femminile (da leggere ad ampio raggio, lontano dallo stereotipo di genere femminile), potesse essere una perversione.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.