L’ombra

“Come posso avere sostanza, se non faccio ombra. Devo avere anche un lato oscuro per poter essere intero”.

Carl Jung

L’ombra secondo Jung (considerando la prima esposizione del concetto, che poi ha subito un evoluzione negli ultimi anni e nelle ultime opere di Jung) è un aspetto della personalità inconscio. La potremmo definire come quella parte di noi stessi sconosciuta alla nostra coscienza. La parte “oscura” della nostra personalità.

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L’ombra assomiglia moto a quello che Freud chiamava inconscio anche se è probabilmente un concetto più ampio e include tutto ciò che è al di fuori della “luce” della coscienza. Può includere elementi positivi e negativi, ma poiché tendiamo spesso ad ignorare o a rifiutare gli aspetti meno desiderabili di noi stessi, buona parte della nostra ombra è costituita da elementi negativi.

C’è pero anche una parte positiva dell’Ombra che può restare nascosta alla coscienza quelle persone che hanno una bassa autostima, soffrono di ansia o di false credenze.

“Ognuno porta un’ Ombra” (Jung) con se e meno è esposta alla luce della coscienza e più appare densa e nera. L’Ombra ha a che fare anche con le parti più primitive di noi stessi, quelle poi per gran parte abbandonate durante la nostra infanzia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il silenzio in terapia

“Se vuoi che qualcuno entri nel tuo mondo devi prima entrare nel suo”

Milton Erickson

A volte in terapia ciò che scandisce il tempo della seduta e che risuona sulle pareti della stanza, non è il suono delle parole, ma il ticchettio regolare della lancetta dei secondi o il suono irregolare dei respiri e dei sospiri.

Ci sono momenti della terapia dove il silenzio delle parole del paziente attende risposta nel silenzio rispettoso e accogliente del terapeuta. Perché quel silenzio ha, in quel preciso momento, un significato. Porta con se un messaggio.

Urlo di Munch

La chiave di accesso per poter entrare nel mondo interno degli altri, è prima di tutto l’ascolto e l’ascolto è sempre prima di tutto silenzio e attesa. Ma ciò non vuol dire che il silenzio abbia sempre a che fare con il silenzio. Quindi nella stanza della terapia il silenzio diventa tramite e definisce quel legame. Il terapeuta col suo silenzio, lascia uno spazio, pronto ad accogliere l’altro.

L’assenza delle parole non denota quindi assenza di comunicazione. Anzi, al contrario, l’assenza di parole, definisce un altro piano comunicativo, forse più arcaico, ma decisamente evocativo ed efficace.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

(E)stAutunno…

Poi ho visto cadere una foglia.

L’ho vista godere del suo volo prima di adagiarsi dolcemente, a terra.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Psy Story: Freud e il narcisismo.

Nel 1914 con Introduzione al Narcisismo, Freud descrive il narcisismo andando ad ampliare la teoria pulsionale, virando l’accento dalla libido e i suoi oggetti, all’Io.

Il termine fu inizialmente usato da Nacke (1899), indicando con narcisismus “il comportamento di una persona che tratta il proprio corpo allo stesso modo in cui è solitamente trattato il corpo di un oggetto sessuale, compiacendosi di contemplarlo, accarezzarlo e blindarlo, fino a raggiungere … il pieno soddisfacimento” (Freud, 1914, p. 57).

Si trattava cioè di un comportamento (una perversione autoerotica maschile), consistente in una forte valutazione fisica e morale del proprio sé, simile a quanto accade nell’innamoramento per un oggetto.

Freud utilizzò infatti il termine “narcisismo” per la prima volta nel 1909 in una nota ai Tre Saggi sulla teoria sessuale (1905), per spiegare la scelta d’oggetto omosessuale.

Inizialmente quindi il narcisismo si presentava come una sorta di deposito di amore per sé, sulla scia di quanto la madre aveva precedentemente fatto con il bambino; è quella riserva di libido che potrà essere usata in seguito anche per gli oggetti e che sta alla base di ciò che sarà l’ideale dell’Io.

Freud evidenziò inoltre come l’ideale dell’Io si basi su quelle caratteristiche materne idealizzate, come ad esempio, l’alimentazione o il benessere che ella dispensa, e che si vorrebbero possedere; quando successivamente il bambino si separa dalla madre, anche il padre diventerà un modello di comportamento per l’ideale dell’Io.

Secondo Freud l’ideale dell’Io aveva pertanto due obiettivi, in quanto forniva sia un modello da emulare per soddisfare il desiderio di essere come i genitori, ma anche sostenere tutte quelle difese (come la sublimazione) che servono a risolvere il conflitto edipico.

Successivamente Freud utilizzerà il termine narcisismo considerandolo come una fase evolutiva intermedia tra l’autoerotismo e l’amore oggettuale, una fase in cui il bambino assume se stesso come oggetto d’amore.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’Attenzione

L’attenzione è la capacità di selezionare gli stimoli provenienti dall’ambiente e di mettere in azione tutti quei meccanismi che provvedono a immagazzinare le informazioni nella memoria a breve e a lungo termine. L’attenzione permette di focalizzare alcuni tra i molti stimoli provenienti dall’esterno e selezionarli in base alle caratteristiche dello stimolo, ai bisogni interni, alle aspettative e all’esperienza.

Si potrebbe così distinguere un’attenzione spontanea o involontaria dove la risposta d’orientamento del soggetto è provocata dalla caratteristica dello stimolo e poi un’attenzione volontaria o controllata caratterizzata da un orientamento cosciente e consapevole della persona verso lo stimolo.

Queste due forme di attenzione solitamente si alternano e difficilmente possono coesistere in quanto, ad esempio, l’attenzione volontaria verso un oggetto o uno stimolo inibisce l’orientamento spontaneo verso gli altri stimoli presenti.

Inoltre è possibile affermare che l’attenzione spontanea non implica alcun alcun affaticamento; di contro l’attenzione volontaria richiede uno sforzo la cui intensità può variare in relazione alle motivazione del soggetto nel concentrarsi su quello stimolo.

L’attenzione inoltre può essere stimolata da stimoli esterni che colpiscono la normale percezione del soggetto o interni quali la familiarità, l’interesse personale, la risonanza emotiva e la motivazione.

L’attenzione è necessaria per l’apprendimento, in quanto consente di selezionare degli stimoli interessanti e dirigere il proprio comportamento verso quest’ultimi. L’attenzione spontanea caratterizza molto i primi anni di vita fino ai 6 – 7 anni dopodiché compare l’attenzione volontaria, che in ambito educativo e scolastico, ha bisogno di essere stimolata con incentivi ed accorgimenti specifici.

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L’attenzione è quindi importantissima a livello evolutivo per lo sviluppo di tutta una serie di competenze personali e per lo sviluppo cognitivo.

Ma cosa succede se i meccanismi dell’attenzione difettano? Esistono dei disturbi dell’attenzione e possono essere temporanei come la disattenzione, la distrazione, la distraibilità o strutturali come l’aprossesia.

La disattenzione è molto comune e si potrebbe definire come una riduzione temporanea dell’attenzione dovuta a stanchezza fisica, mentale o a stress.

La distrazione è una interruzione dell’attenzione per l’azione di stimoli esterni ed estranei all’attività in corso che a causa delle loro caratteristiche o della loro intensità distolgono l’attenzione del soggetto dall’attività primaria. Si parla di distrazione anche quando si è in presenza dell’astrazione dei pensieri (essere assorti in un pensiero o nella risoluzione di un problema o in un’attività mentale).

La distraibilità è invece la propensione naturale, caratteristica di una persona a distrarsi. Normale nei bambini, può invece rivelarsi un sintomo di disadattamento se protratta nel tempo.

L’aprosessia è invece una incapacità radicata a mantenere l’attenzione o perché l’ideazione è rarefatta o concentrata su pochi elementi come nella depressione. Questa incapacità è presente anche negli stati maniacali o negli stati mentali che presentano un sovraccarico emotivo. Anche la presenza di idee fisse, come nei disturbi fobici o ossessivi possono influenzare in negativo l’attenzione.

I disturbi di attenzione sono molto comuni nella nostra epoca sia negli adulti sia nei bambini. L’uso eccessivo degli smartphone e dei tablet ha un peso specifico in tal senso. Sotto un video molto divertente dei The Jackal, che affronta il tema dell’attenzione e delle conseguenze relazionali, nell’epoca degli smartphone.

Quando siamo con gli altri posiamo gli smarphone e restiamo concentrati sulla relazione e sulle interazioni reali. Se no di quei momenti nella nostra memoria resterà ben poco.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Flusso di coscienza Psy.

Capita spesso (conversando anche con colleghi), di aver sperimentato l’esperienza del paziente (più o meno giovane che sia), che stanco dei suoi (presunti) continui fallimenti, viva con un certo shock il prender coscienza del fatto che il dottore o la dottoressa che ha innanzi, non sia sempre stato un genio.

L’attualità pone i nostri giovani in una difficile posizione: quella dell’eccellenza.

Se studi o lavori poco importa, devi essere una macchina che va ad una certa velocità, infallibile e sempre perfetta.

Quando mi capita di raccontare dei debiti scolastici presi negli anni (uno, sempre lo stesso: matematica.. Il mio incubo) oppure del fatto che alcuni esami universitari siano andati (solo) discretamente (non ho mai rifiutato un esame; il solo pensiero di dover ripetere in maniera meccanica qualcosa, basta ad ammazzarmi la fantasia), questi ragazzi sembrano non crederci

“Cioè Dottorè.. pure senza essere infallibili si può arrivare da qualche parte, nella vita?”

E lì.. la risposta: solo essendo fallibile arrivi da qualche parte, nella vita.

L’estate appena terminata (con mio immenso dispiacere), porta via con sé tutte le sfide personali e professionali che come suo solito, sa portarmi. Se infatti l’estate – di norma- è un periodo di relax, a me ha sempre “imposto” una qualche sfida.

Un giorno (scherzano, ma non troppo) una persona mi disse “questa estate per te è terrorifica” in effetti – ridendo- mi resi conto che l’attivazione dell’asse ipotalamo- ipofisi- surrene HPA (coordinatore centrale della risposta neuroendocrina allo stress), era piuttosto attiva.

Non sono una persona che ama parlare in termini di “obiettivi”; credo che tale definizione schematizzi un vissuto o un tipo umano (che è la cosa da cui scappo per natura.)

Amo parlare di percorsi, di strade e incroci. Amo gli incontri, specie quelli che ti scaldano come i raggi del sole. Non amo il buio e il freddo (capirete il mio attuale stato d’animo), non amo il nero e dovessi indicarmi come un oggetto, mi definirei una gonna gipsy piena di colori, con dei sonori sonagli disseminati tra la stoffa, che gioca a prendere in giro il vento mentre si chiude e apre d’improvviso.. quando meno te lo aspetti.

I percorsi sono belli perché puoi decidere come giungere alla data destinazione scegliendo la strada che meglio preferisci seguire; puoi fermarti per un caffè, fare uno sprint improvviso; puoi imparare a gestire la fatica dell’accumulo di acido lattico che crea dolore, puoi spingere il tuo corpo quando meno te lo aspetti.

I percorsi sono belli perché se hai il coraggio di credere nella fattibilità delle tue potenzialità, racconteranno molto per te e di te.

Un’altra stagione è passata e per me che sono nata il giorno di un mese che congiunge – trasportati dal vento- i pollini primaverili verso la calda estate, l’idea di ricoprirmi di strati pesanti non è che mi renda proprio felice.

Non amo le sovrastrutture e gli strati; non amo ciò che copre.

Il coraggio più grande resta sempre lo stesso, la capacità di portare avanti il proprio processo di costruzione di sé, piaccia o meno agli altri, piaccia o meno a chi è sempre pronto a mettere etichette.

A te, quanto piace essere te stesso?

Vi saluto con la foto che racchiude la mia estate. Quella scattata “un famoso giorno di”..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Gruppo e adolescenza.

Il termine gruppo – nella vita quotidiana- ha un duplice significato che lo cala in una valenza costruttiva (gli amici che si riuniscono il pomeriggio dopo la scuola per uscire insieme) o distruttiva (le babygang).

Il gruppo si situa pertanto come un “luogo terzo, il gruppo dei pari unito al gruppo interno, (…) s’istituisce come una soluzione rispetto alla separatezza e alla solitudine”. Biondo D., 2014.

Accade pertanto che in ambito terapeutico il gruppo potrebbe presentarsi e prestarsi come luogo/collante che “attiva processi psichici e dimensioni della soggettività che non sono messi in movimento o sono messi in movimento in maniera differente dal setting psicoanalitico individuale” (Neri C., p., 35, 1999)

Sembra infatti che dinnanzi ad un adolescente spaesato, che vive nel difficile momento in cui ogni risposta è chiamata dalla domanda “Chi sono Io”, risposta che passa inevitabilmente per l’Altro, il meccanismo gruppale e il setting psicodinamico multiplo, specie se composto da coetanei e con problemi non troppo dissimili, possa fornire un valido appoggio.

Il setting psicodinamico multiplo con il gruppo “struttura all’interno degli ambienti educativi uno spazio gruppale di supervisione per comprendere la relazione transfero-controtransferale che si realizza tra l’educatore e il gruppo” (Biondo, 2014).

L’analisi di gruppo si configurerebbe pertanto come una analisi in parallelo (o di gruppo) di diversi analizzandi e il gruppo diviene una cornice contenitiva al cui interno ha luogo l’analisi stessa; il gruppo tuttavia non è solo una cornice. Durante l’analisi, si svolge uno scambio (di solito molto libero e vivace) sia rispetto a ciò he sta accadendo ma soprattutto rispetto a ciò che ciascun membro del gruppo sta comunicando consapevolmente o meno.

Ciò che accade nel gruppo è che i pazienti comprendono che certe difficoltà o problematiche (che temevano fossero soltanto loro), sono invece comuni ad altre persone; questo potrebbe quindi essere un punto di forza proprio per il lavoro da portare avanti con gli adolescenti in quanto essi sono perennemente centrati su se stessi poichè impegnati a trovare una risposta alla propria falla identitaria.

Comprendere ciò -inoltre- li libera (almeno in parte) da sentimenti di vergogna; sentimenti che spesso sono legati ad una fantasia che è quella di essere un mostro.

Oltre a ciò, sembra che la scrittura e la produzione fantastica, possano rendere maggiormente tollerabile il dolore e il senso di solitudine sperimentato in questa fase così delicata

“La scrittura introduce un elemento spaziale: lo spazio virtuale del tempo, che il foglio stesso potrebbe rappresentare – testimone della parte osservativa dell’Io- (..) la scrittura indipendentemente dal suo valore letterario, può evitare che le rappresentazioni a carattere conflittuale siano disperse con le proiezioni, fornendo nel contempo all’Io una protezione dal loro effetto traumatico” (Semi, 1989, p., 883).

Introdurre la dimensione temporale, in un periodo storico dove il tempo è ormai collassato sotto la velocità dei circuiti online che girano senza sosta, potrebbe fornire uno spazio/momento di pausa che sembra invece essere sempre meno presente tra i nostri giovani.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.