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“Dott. mio figlio è cambiato.. e questa cosa mi spaventa”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

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Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una madre di due ragazzi adolescenti. Ecco la sua lettera:

“Salve, sono madre di due ragazzi di 16 e 13 anni. Vi scrivo per mio figlio di 16 anni. Sono abbastanza preoccupata per il suo comportamento, strano e inusuale per il suo carattere. Lui è sempre stato un ragazzo socievole, allegro, vivace. Facevamo fatica (io e mio marito) a tenergli testa. Invece adesso, sono ormai alcuni mesi che non esce di casa ( ha fatto una gran fatica a finire l’anno scolastico in presenza, con tantissime assenze), resta nella sua camera buttato sul letto a guardare video sullo smartphone o sul portatile. Pare abbia perso la maggior parte dei contatti con i suoi amici di sempre. A volte lo sento giocare alla play e parlare con alcuni suoi amici di gioco. Dice che si annoia e che gli va di stare solo. Spesso mangia in camera e non esce per ore intere. Di notte non dorme e vaga per casa, di giorno dorme fino al pomeriggio. Non gli abbiamo mai fatto mancare niente e non ha mai avuto nessun problema. Non so che fare. Non riesco a capire cos’abbia. Non lo riconosco più e questa cosa mi spaventa. Grazie mille.”

Photo by Sebastiaan Stam on Pexels.com

Salve. Non c’è ragazzo o ragazza, dell’età di suo figlio che non provi ad esplicitare in maniera più o meno “rumorosa” il suo diritto ad essere disperato, depresso, arrabbiato, infelice e inquieto. Essere genitori di un adolescente è complicatissimo, ma essere adolescenti è a dir poco un’esperienza “sconvolgente” e tormentata. Ovviamente non conosco abbastanza bene suo figlio e non posso essere esaustivo riguardo il suo malessere. Mi pare però abbastanza chiaro guardando alla descrizione che stia vivendo una fase piuttosto complicata della sua vita. La struttura psichica di un ragazzo di 16 anni è ancora in piena fase evolutiva e quindi in continua trasformazione. Quindi spesso gli aspetti apparentemente patologici o preoccupanti sono transitori. Possono invece destare preoccupazione nel momento in cui ci sono cambiamenti abbastanza radicali dello stile di vita e del comportamento; inoltre i sentimenti di tristezza , noia, apatia possono diventare preoccupanti quando restano invariati e costanti per molto tempo, senza alternarsi periodicamente a situazioni emotive di equilibrio o di polo opposto.

Nel caso di suo figlio, come lei descrive, ci sono state delle vere e proprie rotture con quello che era il suo usuale percorso evolutivo e di sviluppo. Suo figlio ha allontanato gli amici di sempre, non ne ha altri e ha scarso interesse a relazionarsi e a ricercare relazioni affettive (a differenza di qualche mese fa); inoltre tende ad isolarsi per giorni interi rimanendo chiuso in casa, evitando così i contatti con gli altri e il mondo fuori la propria stanza ( luogo sicuro); ha invertito il proprio ritmo circadiano, vivendo nelle ore notturne; ha cominciato a disinteressarsi della scuola, dei compagni di scuola. Queste premesse evidentemente possono preludere a situazioni di disagio psichico più complesse e profonde come: depressione, disturbi dell’umore, disturbi di personalità, ansia sociale, isolamento sociale, hikikomori (dal giapponese “stare in disparte”).

Spesso noi adulti consideriamo gli adolescenti come esseri strani, lunatici, misteriosi, incomprensibili. Parliamo troppo spesso di loro, ma parliamo troppo poco di loro, ascoltandoli realmente. Bisogna fare un passo indietro e provare a ritornare con la memoria a quando anche noi eravamo adolescenti, solo in quel momento possiamo forse avremo l’opportunità di cogliere l’intensità emotiva del loro “stare nel mondo”.

Fatta questa premessa le consiglio di considerare per suo figlio (ovviamente dopo averne parlato insieme della necessità) l’inizio di un percorso psicoterapeutico e se possibile parallelamente a questo percorso, una psicoterapia familiare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

“Pronto.. Dottoressa..”

Fonte Immagine “Google”.

La telefonata della Signora Concetta arriva durante una conversazione che si stava tenendo tra colleghi.

In un momento di relax, prendo la cornetta del telefono e avverto un silenzio seguito da un profondo sospiro :

“Ponto.. sono la signora … La contatto su invio della scuola … per mia figlia Maria..”

Accolgo la telefonata per poi girare le informazioni alla collega psicoterapeuta.

La signora Concetta arriva presso il consultorio dell’Asl in seguito all’invio da parte della scuola frequentata da sua figlia Maria. Secondo le insegnanti Maria è perennemente assente in classe, sempre distratta e assorta in chissà quali pensieri, mostra gravi lacune scolastiche. Maria è una nuova alunna; ha infatti chiesto il trasferimento dalla scuola precedente e si è inserita in una seconda liceo (in una classe già formata), cambiando anche l’indirizzo scolastico..

Maria giunge in studio accompagnata da entrambi i genitori. Il padre ingegnere si presenta curato e molto giovanile nel suo abbigliamento (si presenta vestito in tuta e scarpette da ginnastica), la madre casalinga appare come una donna molto semplice e emotiva.

Maria è una ragazzina molto curata (spicca lo smalto rosso sulle lunghe unghie) ma piuttosto “piccola”. Nonostante i -quasi- 16 anni è bassina, magrolina e con una postura rigida e chiusa. Appare spaesata, timida, introversa e sembra non comprendere quello che le viene chiesto. Mostra difficoltà a comprendere la più banale delle domande come “che giorno è oggi?”; sembra non conoscere la differenza di alcune parti anatomiche del corpo; mostra lentezza e ritardo nella lettura; si mostra come un corpo vuoto, senza peso specifico seduto su una sedia.

Maria ti guarda in maniera triste; sembra attraversarti con uno sguardo che chiede.. Gli occhi castani di Maria sembrano dirti “no so cosa ci faccio qui”.

La ragazzina sembra una stanza vuota; pareti vergini su cui provi ad appendere quadri che creano crepe non appena il chiodo sfiora l’intonaco. L’intonaco esterno di Maria è coriaceo ma al contempo, fragile tanto da emettere una nuvola di polvere al cui soffio, nulla resta.

Il lavoro clinico con bambini o ragazzini che presentano gravi problematiche, si presenta piuttosto difficile. Si tratta di un lavoro che mette a dura prova la capacità di tenuta del clinico stesso; in queste situazioni è molto difficile saper tollerare la frustrazione e la confusione generate dalla possibilità che questi bambini o ragazzini ti tirino giù verso un vortice buio da cui è difficile uscire.

La difficoltà di muoversi tra il desiderio di aiuto e di contenimento e l’impossibilità di arrivare al dolore celato, è forte.

Anne Alvarez (1992) afferma come talvolta si può sentire il bambino come terribilmente lontano tanto da avere la sensazione di dover attraversare distanze enormi. Soprattutto nei casi più gravi (ad esempio gravi nevrosi fino ad arrivare a quadri autistici o borderline), è importante saper usare una funzione di richiamo che sappia destare curiosità e interesse.

E’ inoltre importante sapersi presentare come un momento in cui si offre al piccolo paziente un contenimento tale da saper dare forma, contenuto e soprattutto parola ai pensieri.

Il lavoro con bambini e ragazzini (fino all’adolescenza) è bello ma intenso e difficile. Ci si muove continuamente lungo un continuum che va dal desiderio di dare protezione fino all’odio per un ambiente che non ha saputo accogliere (ma talvolta) ha solo saputo agevolare il disagio.

Anche il clinico vive la difficoltà di dover mettere da parte preconcetti personali per saper tendere una mano che tuttavia non necessariamente riceverà, dall’altro capo, risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.