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Rancore

Cos’ è il rancore? Il rancore è un sentimento spesso difficile da accettare, ma fa parte dell’esperienza e del vissuto di tutti. E sembrerà strano dirlo, ma può avere una funzione positiva perché ci aiuta a reagire nei momenti più dolorosi della nostra vita. Di questo però ne parlerò alla fine. Vediamo cosa si intende per rancore.

Il rancore è un sentimento complesso e nasce dal compendio di diverse emozioni semplici e complesse come rabbia, odio, risentimento, tristezza, astio e disprezzo. Ha qualcosa a che fare anche con emozioni e sentimenti più lontani, ma direttamente correlati come l’invidia (per qualcuno che, dal nostro punto di vista, ha avuto più di noi ingiustamente) e il rimorso ( per non aver reagito nella maniera giusta ad un offesa, ad esempio). Insomma il rancore è un sentimento, uno stato mentale duraturo e pervasivo. La differenza con la rabbia è da rintracciare nella durata (molto più lunga e permanente nel rancore) , nella reazione immediata (della rabbia) e intensa.

Lo stato mentale legato al rancore può restare latente e acuirsi improvvisamente, per poi tornare, presente ma costante. Difficilmente si estingue. La caratteristica pervasiva del rancore è proprio nel ri-sentire, rimuginare a lungo su eventi negativi (un torto subito) che inizialmente si legavano ad emozioni meno complesse, come tristezza o rabbia o odio, ad esempio.

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Il rancore è direttamente collegato ad un dolore più “intimo” che può nascere da una ferita provocata da una relazione che ha tradito le nostre aspettative e che ci ha deluso profondamente.

Spesso il rancore può avere “radici familiari”, dove ad esempio possono capitare squilibri più o meno gravi, legati a preferenze, mancanze affettive percepite, difetti di comunicazione. In questi casi i più piccoli possono avere la peggio e cominciare ad alimentare il proprio rancore. Spesso nei bambini l’impossibilità di esprimere la propria rabbia genera una sensazione di impotenza che si trasforma in pensiero ripetitivo e poi in desiderio di vendetta. Le conseguenze potrebbero poi alimentare comportamenti disfunzionali come il bullismo; il rancore è però anche il sentimento prevalente di molte vittime del bullismo. In entrambe i casi, se non si interviene per tempo, le conseguenze possono essere serie.

In alcuni casi più gravi, negli adulti, il rancore può arrivare a sconfinare nella patologia. Lo si può trovare come sentimento preponderante nel disturbo paranoide di personalità e del disturbo borderline (presente con deliri), ma anche in chi soffre di aggressività patologica.

Insomma il rancore ha meno possibilità di “risolversi” e attenuarsi se resta esclusivamente una esperienza personale e interiorizzata. Come si può quindi convertire in positivo l’esperienza rancorosa? In genere la comunicazione può indurre il superamento e la psicoterapia può decisamente portare ad un cambiamento in positivo, perché attraverso essa si può avviare un processo di reinterpretazione di quella realtà che aveva generato sentimenti di rancore. Una nuova consapevolezza può aiutarci a ripartire e a riprendere di nuovo la nostra vita in mano.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Conflitti e carenze interpretative.

“La violenza è l’ultimo rifugio degli incompetenti”

Isaac Asimov

Un costrutto molto recente studiato da ricercatori italiani nel “Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti” di Piacenza.

I ricercatori sono partiti da una osservazione abbastanza chiara e cioè che le persone e i gruppi coinvolti in episodi e situazioni di violenza verso se stessi o gli altri hanno un tratto comune che praticamente è quello di non saper reggere le situazioni di grave contrarietà, perché non le sanno interpretare. Hanno quindi studiato un concetto legato alla spiegazione di questi fenomeni, quello di “carenza conflittuale“. Con questo termine i ricercatori hanno voluto indicare una mancanza di quelle componenti personali e sociali che ci consentono di percepire il contesto critico come sostenibile e non come una possibile minaccia.

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La persona che manifesta una grave carenza conflittuale può manifestare un comportamento violento anche se non ci sono particolari tensioni. In genere basta veramente poco per attivare reazioni totalmente sproporzionate ed esagerate rispetto al contesto conflittuale, bastano una parola e un atteggiamento fraintesi. Le persone che possono avere questo tipo di carenze hanno in genere una storia personale con vuoti emozionali e mancanze nell’ambito della competenza emotiva.

In poche parole le persone tendenzialmente meno capaci di reggere le tensioni sono quelle più esposte al rischio di violenza verso se stessi o verso gli altri.

Nelle situazioni di tensione in cui le persone con carenza conflittuale si sentono minacciate possono in genere reagire in tre modi diversi e lo fanno in modo più o meno accentuato a seconda del livello di carenza.

Tendenza autolesiva: quando hanno una chiusura masochistica, di ritiro in se stessi. Esprimono anche un senso di inadeguatezza, forte abbassamento dell’autostima, comportamenti di tipo passivo ed emozioni legate all’ansia, paura, rabbia verso se stessi e timore del giudizio degli altri. Hanno infine una grossa tendenza a farsi del male.

Tendenza aggressiva: hanno tendenzialmente un comportamento improntato all’impulsività. Sono egocentrici e incapaci di comprendere il punto di vista dell’altro. Comunicano con gli altri ferendo e mortificando, senza rendersene conto. Provano sentimenti di ostilità, risentimento e impazienza verso gli altri.

Tendenza neutra: hanno un comportamento teso ad evitare conflitti che si manifesta con battute o frasi volte a sviare il problema. Si esprimono spesso lamentandosi o con modalità dirette, ma senza vera riflessività.

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Insomma il conflitto deve essere “appreso” per poi essere emotivamente gestito al meglio. Rivalutiamo il conflitto, quello vero, quello che può insegnarci qualcosa. Bisogna imparare a confrontarci e non temere la possibilità di una discussione, di un litigio. Un modo per imparare a farlo è quello di valorizzare anche i litigi tra i bambini, in modo che, da adulti, siano poi in grado di gestire e affrontare al meglio le frustrazioni legate alle opinioni contrarie.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Challenge pericolose: quando i social diventano trappole.

La Notizia di una bimba di 10 anni che muore a causa di una challenge su tiktok a Palermo è l’ennesima di tutta una serie di notizie di questo tipo che caratterizzano periodicamente la nostra quotidianità. La bambina aveva partecipato ad una challenge (Black out Challenge), su TikTok, una sorta di prova di coraggio (assurda), che prevede di resistere quanto più possibile al soffocamento indotto da una corda, una cintura attorno al collo. Lei non è riuscita a liberarsi in tempo e purtroppo i genitori non sono riusciti ad intervenire prima, perché la bambina si era chiusa in bagno. Qualcosa di assolutamente assurdo.

Ci sono tante altre notizie di questo tipo, più o meno note, che in quest’ultimo anno sono passate un po’ in sordina. Soltanto nello scorso ottobre a Napoli un ragazzino di 11 anni si è lanciato dal balcone di casa.

Purtroppo la sensazione è che non venga mai trattato questo problema nella giusta maniera e che non venga mai preso troppo sul serio.

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Nel caso del bambino di 11 anni di Napoli, si riuscì a dare una spiegazione al gesto, perché il ragazzino prima di lanciarsi nel vuoto, lasciò scritto su un bigliettino, rivolto ai genitori, la causa di quel suo malessere, di quella sua paura che lo avvolgeva da diversi giorni ormai. La causa era da attribuirsi ad un “uomo con il cappuccio”. Probabilmente il ragazzino si riferiva a Jonathan Galindo un personaggio ambiguo, somigliante a un personaggio Disney, che imperversava ( e probabilmente può ancora farlo) tra i vari social, in particolare quelli più frequentati da minori. Chiedendo l’amicizia a questi bambini e ragazzini, guidava loro in un gioco perverso, con step sempre più difficili e pericolosi (il fenomeno di Jonathan Galindo fu trattato anche in un servizio delle Iene).

Nello stesso periodo, ho avuto una richiesta per una consulenza psicologica da una madre di un bambino di 7 anni. Diceva che il bambino era spaventato da qualcosa, non voleva più dormire da solo, era terrorizzato dal buio, non voleva restare da solo nella sua stanzetta (questo comportamento era anomalo e improvviso). Il bambino venuto con la madre a colloquio, qualche giorno dopo, mi raccontò attraverso dei disegni di un uomo incappucciato, l’aveva visto in qualche video o foto. Insomma anche quel bambino probabilmente aveva avuto un contatto seppur fugace, con quel personaggio virtuale.

Da un altro colloquio solo con la madre ho potuto comprendere le abitudini di quella famiglia. Purtroppo l’utilizzo dello smartphone e del tablet per intrattenere i due bambini era all’ordine del giorno e con la chiusura delle scuole e l’impossibilità delle uscite, l’unico modo per quei genitori di intrattenere i loro due bambini era di farli “giocare” con i vari dispositivi. La madre mi assicurava di aver attivato tutte le precauzioni per evitare che i figli potessero incappare in video o siti inopportuni. Il problema è che i due bambini avevano dei profili su TikTok e su Facebook e inoltre sapevano aggirare in qualche modo le restrizioni che i genitori avevano messo sui vari dispositivi.

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Le condotte a rischio, sono comportamenti attuati dai ragazzi e che pare non tengano conto delle eventuali conseguenze, dei danni fisici e del pericolo. Sono condotte comportamentali tipiche dell’adolescenza o al massimo della preadolescenza che ci fanno vedere i ragazzi che lo fanno come impulsivi, imprudenti, sfrontati nei confronti dei rischi che corrono e anche (nei casi più estremi) della morte. Un impulso smodato a sfidare le regole e il concetto stesso di pericolo e di morte, quasi a volerlo esorcizzare e/o simbolizzare. Probabilmente questo tipico comportamento adolescenziale bisogna anticiparlo a poco prima dell’età puberale. Ecco forse una conseguenza delle nuove tecnologie, dei social e dell’iperconnessione. Forse la fase fatidica dell’adolescenza si è anticipata di qualche anno e si è allungata ancora, probabilmente è così.

L’unico modo per affrontare questa deriva pericolosa dei social è la protezione dei più piccoli attraverso le regole e il controllo delle loro attività on-line. Non devono essere lasciati soli (almeno fino all’età di 13 anni). La madre del bambino, di cui vi ho parlato prima, ha facilmente ripreso il controllo della situazione, cominciando a rassicurare il bambino attraverso la sua presenza anche nei luoghi virtuali (guardando video di youtube insieme), ha eliminato i profili dei bambini e ha creato un unico profilo familiare, così da dare loro la sensazione di essere liberi di frequentare i social, ma in realtà sempre in presenza del genitore; ha inoltre preso il controllo degli smartphone, mettendo dei limiti e regole al loro utilizzo (solo per la scuola e per dialogare con i propri compagni di classe).

Ci vorrebbe maggiore informazione su questi fenomeni e più attenzione degli adulti. Non possiamo privare i bambini delle nuove tecnologie, perché ormai fanno parte della nostra realtà, ma possiamo sicuramente educarli al loro utilizzo essendo più attenti alle loro fragilità e alle loro esigenze e accompagnarli con regole ad hoc in questa crescita.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Gelosie tra fratelli e sorelle.

La gelosia tra fratelli da bambini non è da considerarsi patologica, ma rappresenta un aspetto importante dello sviluppo. In chiave evolutiva questo sentimento è normale.

Spesso alcuni genitori mi chiedono perché il loro bambino litighi col fratellino e abbia un atteggiamento a volte aggressivo nei suoi confronti, ma con gli amici non si comporti allo stesso modo, anzi sembra essere un altro bambino (socievole, amichevole, per niente aggressivo). La risposta a questo quesito è molto semplice, gli amici non sono dei rivali con cui “competersi” l’affetto e le attenzioni dei genitori, mentre i fratelli e le sorelle lo sono.

I litigi, legati alla gelosia, possono avere dei risvolti positivi perché servono al bambino o alla bambina, ad imparare a difendersi, ad affermare la propria individualità, i propri diritti, ad imparare a risolvere e ad affrontare i conflitti. Insomma i fratelli, nelle loro interazioni di gioco, ma anche nei litigi imparano a reagire, a comprendere l’importanza dello scherzo.

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Diversamente quando la gelosia incalza troppo e la rivalità diventa esasperata e troppo frequente e “distruttiva”, bisogna fare attenzione. Perché il rischio è di arrivare ad escalation inutilmente violente. Può capitare questo quando un primogenito molto geloso, approfittando della sua posizione di superiorità (di età e fisica) può approfittare in maniera ripetitiva della “debolezza” del più piccolo e infierire sul suo senso di sicurezza e sulla sua autostima; di contro il più piccolo può avere reazioni vendicative in cui inventa storie e bugie per mettere nei guai il più grande. Bisogna in questi casi intervenire quanto prima per contenere questo comportamento, perché si può correre il rischio che diventi uno stile comportamentale acquisito, in futuro.

Il primo momento in cui si provano i primi sentimenti di gelosia, per un bambino si possono rintracciare proprio quando si concretizza fattivamente l’arrivo del fratellino o sorellina. Il bambino può inizialmente sentirsi entusiasta della novità e della possibilità di poter avere magari qualcuno con cui giocare, ma di contro comincia anche un po’ a preoccuparsi, perché in effetti non sa molto bene a cosa andrà in contro, cosa significa l’arrivo di un neonato è pur sempre un grande cambiamento. Poi mam mano quando scoprirà che le cose cominciano a cambiare in casa per lui e nel rapporto con i suoi genitori ed in particolare con la mamma, ecco che nasce la gelosia.

Si può prevenire in qualche modo il rischio di una escalation di gelosia distruttiva?

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La risposta è si. Prima di tutto bisogna partire da presupposto che è un sentimento che non si può eliminare e che (come detto in precedenza) può addirittura essere positivo. Bisogna solo fare attenzione ad alcune cose:

  • Evitare di creare una “bolla” attorno al più piccolo, l’iper-protezione non fa bene. Anche il più piccolo ha bisogno di capire che deve rispettare gli altri e che deve condividere come tutti gli altri le attenzioni dei genitori.
  • Si alle differenze evitando le preferenze. Riconoscere le differenze individuali e valorizzarle al meglio. I bambini, riescono a comprendere che ci sono momenti in cui l’altro fratello ha bisogno di più attenzione. Bisogna solo spiegarlo bene.
  • Valorizzare la cooperazione e l’altruismo. Sottolineare l’importanza della condivisione e della coesione familiare. La famiglia come una squadra.
  • Dedicare un po’ di tempo singolarmente ad ogni figlio. Un momento esclusivo per ogn’uno. Questo può ridurre molto la gelosia. In questo la cooperazione di entrambi i genitori è essenziale: mentre la mamma dedica del tempo al più piccolo, il papà potrà dedicare lo stesso tempo giocando con il primogenito, ad esempio.
  • Coinvolgere attivamente sin da subito il primogenito. Annunciandogli la venuta del fratellino/sorellina e preparandolo al cambiamento, ascoltandolo, rispondendo alle sue domande e rassicurandolo e infine rendendolo partecipe della sua importanza.
  • Fare in modo che tutti i fratelli e sorelle abbiano le loro possibilità di fare amicizia separatamente. Evitare di accollare al fratello o sorella più grande il fratello più piccolo quando, più grandi, devono uscire con gli amici. Se invece diventa una scelta loro, ben venga.

Infine, la cosa davvero più importante per evitare la gelosia distruttiva tra fratelli è sicuramente quella di aiutare i bambini ad essere consapevoli dei propri sentimenti, evitando di negarli o silenziarli.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Comportamento antisociale secondo la teoria degli ambiti.

Fonte Immagine Google

Oggi riprendiamo la teoria degli ambiti, (teoria che abbiamo incominciato a conoscere con il pensiero di Kohlberg) per provare a comprendere le spiegazioni che questi teorici hanno fornito in merito al comportamento antisociale.

Buon viaggio e buona lettura.

Secondo la teoria degli ambiti, le norme morali possiedono una prescrittività intrinseca e il soggetto è indotto a rispettarle non per paura della punizione o dell’autorità, ma perchè pervaso da un sentimento di dovere a vivere in conformità con esse.

Le norme convenzionali sono invece istituite dalle società in funzione dei propri costumi e delle proprie leggi; sono spesso viste come qualcosa di arbitrario e contingente a uno specifico sistema di regole. Ne deriva che la trasgressione delle norme morali o convenzionali segue percorsi motivazionali diversi.

Uno degli studi in merito, condotto da Nucci e Herman (1982), comparò bambini appartenenti a un gruppo di controllo e bambini segnalati per disturbi comportamentali. Lo scopo dello studio era rilevare (se esistenti) le differenze nel modo di giudicare le trasgressioni morali e convenzionali.

Dallo studio emerse che sebbene tutti i bambini considerassero le trasgressioni morali più gravi rispetto a quelle convenzionali, la differenza era nel tipo di giustificazione che questi fornivano al comportamento aggressivo.

I bambini definiti “disturbati” tendevano a giustificare il loro comportamento ricorrendo alle spiegazioni di ambito convenzionale, secondo cui non si picchia un altro bambino solo perchè c’è una norma che lo dice e non perchè non si fa soffrire un altro essere umano. I bambini con disturbi della condotta tendevano a considerare più ammissibili le trasgressioni morali quando vi era la mancanza di divieti espliciti; sembravano inoltre più attenti alla violazione di regole convenzionali poichè portano ad una sanzione diretta.

Questi bambini, inoltre, mostravano difficoltà a identificare i confini della propria sfera personale e della propria aria di responsabilità. I bambini aggressivi si concentravano infatti sull’immoralità delle provocazioni subite e consideravano la ritorsione attuata ai danni della loro vittima come giusta, in quanto concentrati sulla prospettiva dell’aggressore piuttosto che su quella della vittima.

Uno dei criteri distintivi delle violazioni morali riguarda la valutazione del danno provocato alla vittima. Uno studio molto interessante fu condotto nel 2005 da Leenders e Brugman. In questo studio fu chiesto a dei giovani delinquenti di valutare le conseguenze negative di alcuni comportamenti antisociali; ciò di interessante che emerse, fu che questi giovani davano giudizi che non differivano dal gruppo di controllo. In sostanza, anche i delinquenti tendevano a giudicare rigidamente e in maniera molto severa comportamenti negativi messi in atto da altre persone. Ciò cambiava se si chiedeva loro di giudicare un comportamento messo in atto da essi stessi, la spiegazione data, in tal caso, era “Non ho fatto nulla di male, non avrei fatto male a nessuno”, giustificazione data specie se la vittima non aveva subito danno fisici.

A tal proposito, Bandura fornisce nell’ambito della teoria cognitiva, un altro interessante spunto che fa capo al “moral agency”. Secondo l’autore la condotta trasgressiva è regolata da due tipi di sanzioni: sociali e internalizzate.

Gli individui prima di mettere in atto un comportamento trasgressivo, anticipano mentalmente la conseguenza della loro azione. Se le sanzioni sociali espongono l’individuo a una punizione o censura da parte della società, quelle interne sottopongono l’individuo ad autocondanna diminuendo il senso di autostima e autorispetto.

La capacità di agire (moral agency) è resa pertanto possibile da meccanismi di autoregolazione grazie ai quali le persone vivono in accordo con i propri principi morali.

Ciò che Bandura inoltre pone in evidenza è che “Non c’è punizione più grande dell’autocondanna” Bandura, 1991.

Ciò che emerge (e ciò che ho potuto talvolta constatare) è proprio che fino a che anche in ambito educativo, non si farà leva sull’importanza (non solo, ovviamente) non tanto della norma in sè, ma del motivo della norma, spostando il focus e l’attenzione dei bambini – già molto precocemente- sul proprio mondo interno, sulle proprie sensazioni ed emozioni, la strada sarà ancora lunga.

Ho sempre immaginato una pedagogia che non fosse del “no”, quanto del “no, ma” oppure “si, ma”.

In questo “ma” si gioca la differenza. Differenza che pone l’attenzione sull’altro e attraverso l’altro su di me; Differenza che pone me al centro attraverso di te e te attraverso di me. Sento come tu ti potrai sentire che percepisco io come mi potrò sentire: da qui la possibilità e la capacità di poter essere “noi”.

Se tuttavia, non apprendiamo fin da subito a sintonizzarci con il nostro mondo interiore, non possiamo aspettarci che da adulti, questa capacità compaia d’improvviso e da sola, cercando giustificazioni – per i nostri errori- in terze parti.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Aggressività e apprendimento sociale

Può l’aggressività essere un comportamento sociale appreso?

Albert Bandura nella sua teoria dell’apprendimento sociale sostiene che i bambini possono apprendere l’aggressività sperimentandone le gratificazioni ma anche osservandola negli altri. Bandura sostiene infatti, che come per gli altri tipi di comportamento sociale, anche l’aggressività si può acquisire osservando il comportamento degli altri e le sue conseguenze. (nella teoria dell’apprendimento sociale Bandura sostiene che gli esseri umani apprendono il comportamento sociale per osservazione e imitazione e mediante un sistema di ricompense e punizioni).

L’esperimento di Bandura: la bambola Bobo

La scena sostanzialmente è questa: viene portato un bambino in età prescolare in una stanza. La stanza ha diversi elementi di svago. Il bambino comincia ad interessarsi ad un’attività artistica. Nella stessa stanza, ma da un’altra parte, ci sono delle costruzioni, un pupazzo di gomma gonfiabile e una mazza e c’è anche un adulto. L’adulto in questione gioca contemporaneamente al bambino usando le costruzioni per circa un minuto. Si alza, prende la mazza e per un bel po’ di minuti comincia a picchiare il pupazzo, colpendolo anche con dei calci e con dei pugni e gridando “colpiscilo sul naso, più forte…buttalo giù…un calcio!”. Il bambino assiste a questa scena dalla sua postazione. Viene poi accompagnato in un’altra stanza dove ci sono altri giocattoli molto attrattivi. Dopo circa due minuti entra nella stanza lo sperimentatore, interrompe il gioco del bimbo dicendogli che deve accompagnarlo fuori perché quelli sono i migliori giocattoli che ha e deve conservarli per altri bambini. Il bimbo viene quindi accompagnato in un’altra stanza dove sono presenti tanti altri giocattoli, ma alcuni sono stati ideati per il gioco “violento” e altri no. Tra questi ci sono ancora una volta il pupazzo di gomma e la mazza.

L’esperimento è stato condotto su diversi bambini. Divisi in tre gruppi (uno di controllo, quelli che avevano assistito alla scena dell’ “adulto violento” e quelli che invece non avevano assistito a questa scena). Il risultato è stato che i bambini che non avevano assistito alla scena violenta nella prima stanza, per quanto un po’ frustrati giocavano con tranquillità e raramente mostravano un linguaggio aggressivo; i bambini invece che avevano assistito alla scena si mostravano più aggressivi e addirittura raccoglievano la mazza e si avventavano sul pupazzo, spesso riproducendo anche gli stessi atteggiamenti e parole dell’adulto.

L’osservazione del comportamento aggressivo aveva in qualche modo ridotto le loro inibizioni e insegnato al bambino due modi per aggredire: a livello verbale e a livello fisico.

Le immagini dell’esperimento di Bandura

Bandura attraverso la sua teoria ritiene che possa essere la famiglia, l’ambiente socio-culturale e anche l’influenza dei mass-media ad esporre il bambino all’aggressività.

Ad esempio, alcuni ricercatori hanno osservato (Patterson et al,.1982 – Bandura 1979) che in genere i bambini che risultano fisicamente più aggressivi, in famiglia hanno avuto, molto probabilmente, genitori che adottavano modalità educative violente e aggressive (urla, schiaffi, percosse, offese), che potevano arrivare a veri e propri maltrattamenti. Si è potuto osservare che circa il 30% dei bambini maltrattati diventavano a loro volta maltrattanti, avendo quindi molte possibilità di diventare a loro volta genitori violenti.

Prendendo invece in considerazione l’ambiente culturale e sociale di riferimento, i bambini che vivono in contesti e comunità, immerse in sottoculture violente o in senso più ampio, vivono in un paese governato da un conflitto bellico o in uno stato caratterizzato da forti disparità economiche e sociali, saranno più predisposti ad adottare comportamenti aggressivi.

I mass media infine hanno anch’essi un ruolo rilevante nello sviluppo dell’aggressività. I media in generale hanno la facoltà di incrementare la probabilità del verificarsi di comportamenti aggressivi tra i giovani. Craig Anderson (Psicologo Sociale, 2001) afferma che l’esposizione a questa violenza veicolata dai media provoca significativi incrementi dei comportamenti aggressivi.

Bambola Bobo

Bandura sostiene che le azioni aggressive possono essere motivate da un’ampia gamma di esperienze avversive: frustrazione, insulti, dolore. Queste esperienze sollecitano a livello emotivo. I ricercatori hanno convenuto sul fatto che non è tanto la visione della scena violenta a generare violenza, ma la sollecitazione emotiva individuale e le conseguenze apprese. E’ più probabile che si generi aggressività quando si è provocati o quando una risposta di tipo aggressivo pare più sicura e gratificante.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Tu sei uno scienziato.

Fonte Immagine “Google”.

L’approfondimento di oggi vuole presentare il pensiero dello psicologo statunitense George Kelly, ideatore di un’importante approccio (scientifico), allo studio della personalità.

Il pensiero di Kelly è un pò diverso da quelli che abbiamo avuto modo di conoscere fino ad ora; ho voluto infatti cominciare a presentare delle prospettive che seppur lontane dal modo che ho personalmente di intendere la psicologia (considerandola nella sua globalità), sono ugualmente ricche di spunti di riflessione e di parti all’interno della macro-teoria, che ritengo utili e degne di nota.

Buona lettura.

Kelly muove dalla considerazione dell’individualità nel suo complesso e non dal considerare la persona come sminuzzata in tante parti diverse; il clinico -in sostanza- non frammenta il paziente per ridurre il problema ad un’unica questione, ma deve andare a considerare più prospettive allo stesso tempo.

Lo psicologo parla di “cognitivr” ovvero cerca di individuare i modi con cui percepiamo gli eventi e il modo con cui li interpretiamo, in relazione a strutture già esistenti; successivamente a ciò va ad indagare come ci comportiamo in relazione a queste interpretazioni. Per Kelly infatti un costrutto è un modo per percepire e interpretare gli eventi, ad esempio: “buono/cattivo” è un costrutto usato dalle persone per considerare ed interpretare un evento in maniera piuttosto rapida.

Secondo Kelly ogni persona è uno scienziato. Egli sostiene infatti, che lo scienziato tenta di controllare e prevedere i fenomeni (cosa che, nella sua concezione, fanno anche gli psicologi) ma ciò che l’autore sostiene è che anche i soggetti funzionino come scienziati. Per Kelly gli scienziati hanno teorie, verificano ipotesi e soppesano le evidenze sperimentali, cosa che a suo avviso fanno anche le persone comuni.

Quello che Kelly vuole evidenziare è che le persone sono orientate al futuro e che hanno la capacità di rappresentarsi l’ambiente, anziché rispondere semplicemente in maniera passiva agli stimoli che questo invia; le persone inoltre, possono interpretare e reinterpretare, costruire e ricostruire i propri ambienti. Tuttavia le persone possono percepire gli eventi ma interpretarli solo nei limiti delle categorie (costrutti) che hanno a disposizione; ne deriva che siamo liberi di costruire gli eventi ma al contempo, siamo limitati dalle nostre costruzioni.

Gran parte del pensiero di Kelly si basa sulla posizione filosofica dell’alternativismo costruttivo secondo cui non vi è una realtà oggettiva o una verità assoluta da scoprire, ma esistono tentativi di costruire gli eventi e interpretare i fenomeni per comprenderli; vi sono pertanto (sempre) costruzioni alternative tra le quali scegliere. Secondo Kelly l’impresa scientifica non è nella scoperta della verità ma nel cercare di elaborare sistemi di costrutti utili per prevedere gli eventi, ne deriva che un’ipotesi non vada affrontata come un fatto, ma dovrebbe permettere allo scienziato di seguirne le implicazioni come se fosse vera.

Kelly parla pertanto di costrutto indicando con tale termine un modo di costruire o interpretare il mondo; è un concetto che l’individuo usa per classificare gli eventi e tracciare una linea di condotta. Una persona pertanto sperimenta gli eventi osservando modelli e regolarità e facendo ciò, nota che alcuni di questi eventi sono accomunati da caratteristiche. Ne deriva che gli individui percepiscano somiglianze e contrasti e proprio per questo motivo, arrivano alla formazione di costrutti: senza di essi la vita sarebbe caotica.

L’approccio di Kelly si presenta come un pò più schematico rispetto a quello psicanalitico classico. La sua teoria dei costrutti ha avuto implicazioni anche nell’ambito psicopatologico; l’autore ad esempio considera il suicidio (teoria dei costrutti personali) come un atto volto a riconoscere il valore della propria vita o come atto di abbandono. Per Kelly causa del suicidio sono il fatalismo e l’angoscia totale. Se il corso degli eventi è così evidente è inutile aspettare gli esiti (fatalismo) o se tutto è imprevedibile l’unica cosa è abbandonare la scena. Inoltre secondo lo psicologo l’ostilità non è parte integrante del suicidio, ma la considera come centrale nel funzionamento umano dove è presente l’ostilità (nasce quando gli altri non si comportano nel modo in cui noi desideriamo) e aggressività (non interferisce con il comportamento di altre persone).

Grazie per l’attenzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La “falsa” Prigione di Stanford – la ricerca di Zimbardo.

Secondo voi è possibile che persone inizialmente del tutto “normali” possano a causa dell’influenza della situazione e del ruolo sociale che ricoprono cambiare e diventare qualcosa di assolutamente diverso? Quale situazione può indurre una persona ad arrivare a modificare persino tratti della propria personalità e del comportamento?

C’è una ricerca del 1975 portata avanti da un noto Psicologo e professore di psicologia sociale della Stanford University della California, Philip Zimbardo che ci offre la possibilità di rispondere a queste domande e dimostra in maniera piuttosto forte quanto le situazioni in cui gli individui si trovano e i ruoli che assumono possono condizionare cambiamenti inaspettati negli individui.

(lZimbardo affermò, negli anni duemila a seguito di un tentativo di replicazione del suo esperimento, che secondo i criteri e gli standard attuali, questo esperimento verrebbe considerato non etico e sconsigliò e non approvò eventuali repliche).

Sala delle guardie – Immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La falsa prigione di Stanford

Durante un’estate di metà anni settanta il professor Zimbardo organizza un seminario sulla Psicologia dell’imprigionamento, coinvolgendo tra i relatori un ex-detenuto Carlo Prescott da poco rilasciato dal penitenziario di San Quintino. Zimbardo si fece aiutare anche da un ex studente e collaboratore Jaffe. Visto il grande interesse suscitato negli studenti e visto anche il grande interesse dello stesso Zimbardo per l’argomento, i tre continuarono la loro collaborazione pensando di mettere a punto un esperimento che potesse ampliare la ricerca sull’argomento.

Prescott divenne consulente; Jaffe divenne collaboratore e poi praticamente nell’esperimento rivestì il ruolo di guardia e Zimbardo (ricercatore capo) avrebbe poi rivestito il ruolo di “direttore” della prigione.

La ricerca avrebbe avuto un grosso interesse per la Psicologia sociale, visto anche il momento storico in cui avveniva. Avrebbe toccato temi quali l’obbedienza, il conformismo e le pressioni normative. Avrebbe inoltre offrontatoil tema del rapporto tra coloro che detengono il potere di reclusione e le persone che devono assoggettarsi a questo potere.

Alcune delle domande che si poneva la ricerca erano rivolte al processo attraverso il quale i detenuti perdono la libertà, i diritti e la privacy e invece le guardie acquisiscono potere, controllo e status sociale. Ma la domanda forse più importante riguardava quelle che potevano essere le cause determinanti del comportamento violento e di sopraffazione (cause disposizionali o situazionali?). I detenuti sono per natura psicopatici e violenti e le guardie sadiche e cattive? Oppure sono l’ambiente e le condizioni di internamento che producono conflitto e violenza?

L’esperimento

Zimbardo decise di pubblicare un annuncio per reclutare degli studenti universitari per l’esperimento. Risposero all’avviso 75 studenti, ne furono poi scelti 24 per partecipare all’esperimento, la cui durata sarebbe stata di due settimane. Per i partecipanti era prevista una ricompensa di 15 dollari al giorno. La selezione dei partecipanti all’esperimento fu molto accurata. Gli studenti fecero colloqui, compilarono test e questionari e la scelta finale fu orientata verso quelli più stabili fisicamente, mentalmente e il meno possibile coinvolti in comportamenti definibili come antisociali. Alla fine i prescelti erano tutti ragazzi facenti parte della classe socioeconomica media, che non si conoscevano e con caratteristiche comportamentali e di personalità nella norma.

I 24 soggetti furono divisi in due gruppi di 12, guardie e detenuti. Dei 12 detenuti 10 parteciparono all’esperimento e due erano di “riserva” (dovevano sostituire nel caso vi fossero defezioni). Delle 12 guardie alla fine parteciparono all’esperimento 11.

La “Prigione” fu ricavata dallo scantinato dell’edificio di Psicologia dell’Università di Stanford a Palo Alto. Fu divisa in due parti: un ala con tre celle e una cella di isolamento e l’alloggio delle guardie (dove c’erano monitor collegati alle telecamere che videoregistravano 24 ore su 24).

Quando furono assegnati i ruoli (guardie e prigionieri), vennero date pure una serie di indicazioni con i rispettivi compiti; diritti, doveri e con l’esplicita proibizione di compiere atti offensivi, aggressivi e violenti. Furono inoltre fatte leggere e firmare una serie di consensi e un contratto che confermava la loro consapevolezza dell’esperimento che si apprestavano a fare. Le guardie furono istruite attraverso degli incontri preliminari dallo stesso Zimbardo e Jaffe spiegò gli aspetti amministrativi, burocratici (turni di 8 ore, rapporti giornalieri..). Tutto doveva essere come in una vera prigione.

Una volta assegnati i ruoli vennero distribuite le rispettive divise e uniformi (questo aveva lo scopo di uniformare i gruppi, aumentare l’anonimato, e diminuire il senso di individualità). I detenuti non venivano più identificati con il proprio nome, ma con un numero identificativo scritto sul camice. I prigionieri inoltre non avevano biancheria intima, portavano alle caviglie una catena e sandali di gomma e indossavano una calza in testa per simulare il taglio corto dei capelli.

Guardie e Prigionieri in “uniforme” – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La fase dell’assegnazione dei ruoli era cruciale per l’efficacia dell’esperimento.

I prigionieri (giusto per rendere le cose più veritiere possibile) furono veramente “arrestati”. Furono infatti prelevati dai loro alloggi il primo giorno dell’esperimento, con veri agenti di polizia, che li portarono anche in centrale, gli lessero i diritti, presero le impronte digitali e seguirono tutte le procedure consuete per i normali arresti.

Dopo l’arresto i prigionieri vennero condotti nella “falsa” prigione di Stanford, dove furono spogliati, spruzzati con uno spray e aspettarono nudi fin quando non gli fu consegnata l’uniforme e dopo aver scattato una foto per il “loro fascicolo”, furono condotti in cella. Ai prigionieri furono lette le regole del carcere e concesse visite dall’esterno. Fu data persino la possibilità di poter parlare con un cappellano e con un avvocato qualora l’avessero richiesto.

Il quarto giorno ci fu una rivolta. Una delle celle fu rinominata dalle stesse guardie, “cella dei privilegiati”, perché accoglieva tre persone che non avevano avuto un ruolo attivo nella ribellione. Questi tre prigionieri avevano quindi diritto a numerosi privilegi rispetto agli altri.

La rivolta – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

Dopo sei giorni l’esperimento venne sospeso. Alcuni partecipanti si resero conto che le condizioni che comportavano i due ruoli stava avendo delle conseguenze serie. I ragazzi non si percepivano più all’interno di una simulazione e stavano cominciando a ad allontanarsi dai valori umani e morali della società, che anche loro condividevano ampiamente prima di entrare nella prigione.

Fortunatamente non ci furono conseguenze particolarmente gravi e seguì subito dopo l’interruzione dell’esperimento una inter giornata di debriefing e di colloqui individuali.

Cosa venne notato nell’esperimento e quali furono le osservazioni principali?

Ci fu una escalation dell’aggressività delle guardie: il comportamento delle guardie già dal secondo giorno diventava sempre più ostile, aggressivo e deumanizzante, tanto da apparire sadico.

L’umore dei prigionieri aveva sin da subito una tendenza negativa: ci fu infatti un evidente accrescimento di umore depresso, sentimenti d’angoscia e tendenza a fare del male (la metà dei prigionieri nel corso dei giorni fu rilasciata per la grande difficoltà e per lo sviluppo di malattie psicosomatiche).

Guardie e Prigionieri – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

L’unica caratteristica che aveva una correlazione positiva con la detenzione era l’autoritarismo. I prigionieri che avevano, come caratteristica di personalità l’autoritarismo erano risultati più “resistenti” alle condizioni di prigionia.

Il 90% dei discorsi tra prigionieri era legato alle condizioni della prigionia (cibo, privilegi, punizioni..)

Alcuni prigionieri non erano più in grado di percepirsi come soggetti di un esperimento e quindi “dimenticavano” che potevano decidere di abbandonare in qualsiasi momento.

Infine, per concludere, possiamo desumere che gli elementi patologici emersi nei due gruppi (l’abuso di potere, l’aggressività e la deumanizzazione delle guardie e l’impotenza appresa dei prigionieri) mostrò in maniera piuttosto lampante che le persone tranquille, nella norma e potenzialmente sane, se messe in un contesto diverso, degradante e rivestiti di un ruolo particolare, in pochi giochi giorni divenivano anormali, alienati, psicopatici e sadici.

*L’esperimento di Zimbardo fu fonte di ispirazione (anche contro la volontà dello stesso autore) per iniziative televisive (Grande fratello, Survivor) e cinematografiche con il film del 2001 “The Experiment” del 2001 diretto da O. Hirschbiegel.

* Per chi fosse interessato sul web e su youtube sono presenti diversi video e interviste a Philip Zimbardo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi