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Comunicazione Patologica: La disconferma

“Se fosse realizzabile, non ci sarebbe pena più diabolica di quella di concedere a un individuo la libertà assoluta dei suoi atti in una società in cui nessuno si accorga mai di lui”

William James

Parliamo di disconferma, un fenomeno che avviene nella comunicazione patologica. Watzlawick in “Pragmatica della comunicazione umana” utilizza questa frase di William James per introdurre e presentare probabilmente uno dei fenomeni più importanti nella comunicazione patologica umana.

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La situazione descritta da James, secondo Watzlawick, potrebbe senza dubbio portare alla perdita del Sé, essendo un esperienza alienante per la persona che la vive.

Nella disconferma avviene qualcosa che va al di là del mero rifiuto di una comunicazione o di una definizione data da una persona (emittente). La disconferma nega la realtà della persona (emittente). Il rifiuto si limita a prendere il messaggio della persona che lo emette e gli dice “hai torto, non è come dici“. La disconferma, invece, reca il messaggio, “tu non esisti“.

“Si compie l’atto conclusivo di questo processo […] quando – trascurando completamente come il soggetto agisce, cosa prova, che senso dà alla sua situazione – si denudano di ogni valore i suoi sentimenti, si spogliano i suoi atti delle motivazioni, intenzioni e conseguenze, si sottrae alla situazione il significato che ha per lui – e così egli è totalmente mistificato e alienato. ”

Laing

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psicologia del trasloco.

L’altro giorno parlando con una paziente in terapia è venuto fuori un tema piuttosto interessante che toccava un nodo cruciale del vissuto di quella persona. La signora G. lamentava un personale senso di smarrimento e confusione ogni volta che ha dovuto cambiar casa. Nel caso di G. in effetti questa situazione si è ripetuta abbastanza spesso per una persona della sua età (40 anni). Era reduce da un ultimo trasloco ad Aprile e nel recente passato aveva cambiato casa almeno sei/sette volte negli ultimi 15 anni. Insomma una vera e propria girovaga a causa del lavoro, di decisioni personali o per scelte legate all’amore. Può essere che la sua iniziale richiesta di una consulenza psicologica per questa sensazione costante e debilitante di smarrimento, confusione, insicurezza e tristezza sia in parte anche legata a questo suo costante girovagare e questo continuo cambiare e traslocare?

In effetti cambiare casa e fare il trasloco presuppongono un momento di profondo cambiamento dove si mettono in discussione una parte delle nostre certezze e delle sicurezze. Si rompono alcuni equilibri personali e familiari e questa condizione crea inevitabilmente una situazione decisamente stressante.

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Cambiare casa e città ci fa perdere importanti punti di riferimento e quindi simbolicamente ci fa “perdere la testa”. Tutto questo perché noi umani siamo tendenzialmente abitudinari e qualunque tipo di cambiamento anche quello più banale (lo spostamento di una scrivania in ufficio o di un mobile in casa ) può crearci disagio o anche solo fastidio.

Quando si parla di cambiare casa, la condizione di stress può già investirci quando si deve scegliere la nuova abitazione: servizi, costo, mutuo, esigenze economiche e fisiche, i conflitti familiari con i figli o con il partner.. Poi il momento del trasloco diventa stressante già dai primi giorni, in cui si vivono momenti di caos per la preparazione degli scatoloni che invaderanno la casa e ci costringeranno a sopravvivere in una condizione psico-fisica scomodissima, nei giorni precedenti il definivo trasloco nella nuova casa.

Ovviamente un trasloco a 20 anni sarà diverso da un trasloco in età adulta, sia per il significato sia per il momento di vita in cui lo si fa. Infatti, il primo sarà una sfida avvincente ed affascinante, bellissima anche se scomoda; il secondo invece diventa decisamente più complesso perché il momento di vita in cui lo si affronta avrà un carico emotivo, identitario molto maggiore. Da adulti abbiamo molto di più la necessità di portarci un bel pezzo del nostro vissuto nella nostra nuova casa, invece quando si è più giovani questa esigenza è limitata a pochissime cose su cui ci si può costruire la propria futura identità in divenire.

In casi estremi di persone fragili e molto attaccate al luogo in cui sono vissuti, un trasloco forzato può addirittura portare a processi di depersonalizzazione. Il trasloco per alcune persone è quindi un’esperienza alienante perché la nostra psiche elabora lentamente i cambiamenti e tende ad evitarli se è possibile.

Ci sono addirittura casi in cui per alcune persone è traumatico anche far visitare la propria casa (in vendita) ai futuri inquilini. Queste visite sono infatti spesso percepita come una vera e propria invasione.

Ovviamente questo tipo di esperienza estraniante e alienante non è comune a tutte le persone, perché si possono incontrare anche persone che possono cambiare casa senza troppi problemi, anche diverse volte nella vita, legandosi e portando con se solo pochi oggetti significativi.

C’è qualche cosa che può aiutarci ad affrontare con più tranquillità un trasloco? Si.

Portiamo con noi i nostri piccoli rituali e le nostre tradizioni che ci fanno sentire “a casa” e stare bene. Ascoltiamo la nostra musica, esponiamo oggetti nostri, che ci caratterizzano. Evitiamo ridefinizioni asettiche e impersonali delle nostre nuove case. La casa ha un significato simbolico profondo e può essere considerata proprio una “seconda pelle”, non rinunciamo alla sua protezione e alla sua “comodità” psichica. Mettiamo una nostra impronta e rendiamo quella nuova casa, la “nostra casa” e ci sentiremo presto a “casa nostra”.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Lavoro

“L’operaio è diventato una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. E la domanda, da cui dipende la vita dell’operaio, dipende dal capriccio dei ricchi e dei capitalisti.”

Karl Marx

Il lavoro è una fetta importante della nostra vita e definisce anche un pezzo della nostra identità. Il lavoro modella i nostri stili di vita e caratterizza le nostre famiglie. Il lavoro è un pezzo della nostra socialità, delle nostre relazioni, delle amicizie. A lavoro trascorriamo una parte importante del nostro tempo, e quel tempo prende forma e senso attraverso il lavoro. Il lavoro ci fa sentire utili e determinanti; il lavoro ci permette di vivere la nostra vita e soddisfare i nostri bisogni.

Il lavoro dovrebbe essere progettazione, costruzione, futuro. Il lavoro dovrebbe assecondare le nostre abilità, i nostri interessi. Il lavoro dovrebbe essere condito da vitalità, interesse, curiosità, crescita, soddisfazione..

fonte: google

Il lavoro oggi è flessibilità e precariato con l’aggravante di una pandemia che ha solo peggiorato un processo di deterioramento del concetto stesso di lavoro. Il lavoro oggi non è un diritto, è privilegio. Il lavoro non è passione, appartenenza, soddisfazione; oggi il lavoro è precariato e sopravvivenza.

Il lavoro, come inteso oggi, è un attrattore di stress. Non trovare lavoro o cambiare continuamente lavoro significa anche cambiare continuamente la propria vita, i propri tempi, le proprie conoscenze, i luoghi, il nucleo sociale di riferimento. Cambiare significa non avere mai dei riferimenti, non rafforzare mai le proprie competenze e perderle per strada, magari vedendosele di volta in volta disconfermate.

Precarietà significa non avere diritto ai diritti; significa essere sempre e comunque sfruttati intellettualmente e fisicamente. La sensazione del precario, del disoccupato e spesso anche del “lavoratore flessibile” è quella di vivere letteralmente da precari. Questo significa non avere la possibilità di pianificare il proprio futuro, ma di vivere esclusivamente nel presente e per il presente. Questa condizione è debilitante e ostacola anche i progetti di vita più elementari e apparentemente banali come quello di pensare ad una vacanza o aggiustare l’auto.

Questa condizione, negli ultimi anni, ha generato un fenomeno molto comune in Italia e per il quale tanti giovani sono stati accusati negli ultimi anni di “pigrizia” e di essere dei “bamboccioni”. I più giovani sono intrappolati in una sorta di limbo, nel quale diventa decisamente impossibile pensare al proprio futuro e proiettarsi su un proprio interesse. “Se mi dicono che non ho nessuna possibilità che senso ha impegnarmi in qualcosa o pensarmi nel futuro se non avrò nessun futuro? “.

L’insicurezza e l’incertezza sociale limita, rallenta e a volte blocca le decisioni importanti.

“Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato.”

Karl Marx

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La “falsa” Prigione di Stanford – la ricerca di Zimbardo.

Secondo voi è possibile che persone inizialmente del tutto “normali” possano a causa dell’influenza della situazione e del ruolo sociale che ricoprono cambiare e diventare qualcosa di assolutamente diverso? Quale situazione può indurre una persona ad arrivare a modificare persino tratti della propria personalità e del comportamento?

C’è una ricerca del 1975 portata avanti da un noto Psicologo e professore di psicologia sociale della Stanford University della California, Philip Zimbardo che ci offre la possibilità di rispondere a queste domande e dimostra in maniera piuttosto forte quanto le situazioni in cui gli individui si trovano e i ruoli che assumono possono condizionare cambiamenti inaspettati negli individui.

(lZimbardo affermò, negli anni duemila a seguito di un tentativo di replicazione del suo esperimento, che secondo i criteri e gli standard attuali, questo esperimento verrebbe considerato non etico e sconsigliò e non approvò eventuali repliche).

Sala delle guardie – Immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La falsa prigione di Stanford

Durante un’estate di metà anni settanta il professor Zimbardo organizza un seminario sulla Psicologia dell’imprigionamento, coinvolgendo tra i relatori un ex-detenuto Carlo Prescott da poco rilasciato dal penitenziario di San Quintino. Zimbardo si fece aiutare anche da un ex studente e collaboratore Jaffe. Visto il grande interesse suscitato negli studenti e visto anche il grande interesse dello stesso Zimbardo per l’argomento, i tre continuarono la loro collaborazione pensando di mettere a punto un esperimento che potesse ampliare la ricerca sull’argomento.

Prescott divenne consulente; Jaffe divenne collaboratore e poi praticamente nell’esperimento rivestì il ruolo di guardia e Zimbardo (ricercatore capo) avrebbe poi rivestito il ruolo di “direttore” della prigione.

La ricerca avrebbe avuto un grosso interesse per la Psicologia sociale, visto anche il momento storico in cui avveniva. Avrebbe toccato temi quali l’obbedienza, il conformismo e le pressioni normative. Avrebbe inoltre offrontatoil tema del rapporto tra coloro che detengono il potere di reclusione e le persone che devono assoggettarsi a questo potere.

Alcune delle domande che si poneva la ricerca erano rivolte al processo attraverso il quale i detenuti perdono la libertà, i diritti e la privacy e invece le guardie acquisiscono potere, controllo e status sociale. Ma la domanda forse più importante riguardava quelle che potevano essere le cause determinanti del comportamento violento e di sopraffazione (cause disposizionali o situazionali?). I detenuti sono per natura psicopatici e violenti e le guardie sadiche e cattive? Oppure sono l’ambiente e le condizioni di internamento che producono conflitto e violenza?

L’esperimento

Zimbardo decise di pubblicare un annuncio per reclutare degli studenti universitari per l’esperimento. Risposero all’avviso 75 studenti, ne furono poi scelti 24 per partecipare all’esperimento, la cui durata sarebbe stata di due settimane. Per i partecipanti era prevista una ricompensa di 15 dollari al giorno. La selezione dei partecipanti all’esperimento fu molto accurata. Gli studenti fecero colloqui, compilarono test e questionari e la scelta finale fu orientata verso quelli più stabili fisicamente, mentalmente e il meno possibile coinvolti in comportamenti definibili come antisociali. Alla fine i prescelti erano tutti ragazzi facenti parte della classe socioeconomica media, che non si conoscevano e con caratteristiche comportamentali e di personalità nella norma.

I 24 soggetti furono divisi in due gruppi di 12, guardie e detenuti. Dei 12 detenuti 10 parteciparono all’esperimento e due erano di “riserva” (dovevano sostituire nel caso vi fossero defezioni). Delle 12 guardie alla fine parteciparono all’esperimento 11.

La “Prigione” fu ricavata dallo scantinato dell’edificio di Psicologia dell’Università di Stanford a Palo Alto. Fu divisa in due parti: un ala con tre celle e una cella di isolamento e l’alloggio delle guardie (dove c’erano monitor collegati alle telecamere che videoregistravano 24 ore su 24).

Quando furono assegnati i ruoli (guardie e prigionieri), vennero date pure una serie di indicazioni con i rispettivi compiti; diritti, doveri e con l’esplicita proibizione di compiere atti offensivi, aggressivi e violenti. Furono inoltre fatte leggere e firmare una serie di consensi e un contratto che confermava la loro consapevolezza dell’esperimento che si apprestavano a fare. Le guardie furono istruite attraverso degli incontri preliminari dallo stesso Zimbardo e Jaffe spiegò gli aspetti amministrativi, burocratici (turni di 8 ore, rapporti giornalieri..). Tutto doveva essere come in una vera prigione.

Una volta assegnati i ruoli vennero distribuite le rispettive divise e uniformi (questo aveva lo scopo di uniformare i gruppi, aumentare l’anonimato, e diminuire il senso di individualità). I detenuti non venivano più identificati con il proprio nome, ma con un numero identificativo scritto sul camice. I prigionieri inoltre non avevano biancheria intima, portavano alle caviglie una catena e sandali di gomma e indossavano una calza in testa per simulare il taglio corto dei capelli.

Guardie e Prigionieri in “uniforme” – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La fase dell’assegnazione dei ruoli era cruciale per l’efficacia dell’esperimento.

I prigionieri (giusto per rendere le cose più veritiere possibile) furono veramente “arrestati”. Furono infatti prelevati dai loro alloggi il primo giorno dell’esperimento, con veri agenti di polizia, che li portarono anche in centrale, gli lessero i diritti, presero le impronte digitali e seguirono tutte le procedure consuete per i normali arresti.

Dopo l’arresto i prigionieri vennero condotti nella “falsa” prigione di Stanford, dove furono spogliati, spruzzati con uno spray e aspettarono nudi fin quando non gli fu consegnata l’uniforme e dopo aver scattato una foto per il “loro fascicolo”, furono condotti in cella. Ai prigionieri furono lette le regole del carcere e concesse visite dall’esterno. Fu data persino la possibilità di poter parlare con un cappellano e con un avvocato qualora l’avessero richiesto.

Il quarto giorno ci fu una rivolta. Una delle celle fu rinominata dalle stesse guardie, “cella dei privilegiati”, perché accoglieva tre persone che non avevano avuto un ruolo attivo nella ribellione. Questi tre prigionieri avevano quindi diritto a numerosi privilegi rispetto agli altri.

La rivolta – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

Dopo sei giorni l’esperimento venne sospeso. Alcuni partecipanti si resero conto che le condizioni che comportavano i due ruoli stava avendo delle conseguenze serie. I ragazzi non si percepivano più all’interno di una simulazione e stavano cominciando a ad allontanarsi dai valori umani e morali della società, che anche loro condividevano ampiamente prima di entrare nella prigione.

Fortunatamente non ci furono conseguenze particolarmente gravi e seguì subito dopo l’interruzione dell’esperimento una inter giornata di debriefing e di colloqui individuali.

Cosa venne notato nell’esperimento e quali furono le osservazioni principali?

Ci fu una escalation dell’aggressività delle guardie: il comportamento delle guardie già dal secondo giorno diventava sempre più ostile, aggressivo e deumanizzante, tanto da apparire sadico.

L’umore dei prigionieri aveva sin da subito una tendenza negativa: ci fu infatti un evidente accrescimento di umore depresso, sentimenti d’angoscia e tendenza a fare del male (la metà dei prigionieri nel corso dei giorni fu rilasciata per la grande difficoltà e per lo sviluppo di malattie psicosomatiche).

Guardie e Prigionieri – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

L’unica caratteristica che aveva una correlazione positiva con la detenzione era l’autoritarismo. I prigionieri che avevano, come caratteristica di personalità l’autoritarismo erano risultati più “resistenti” alle condizioni di prigionia.

Il 90% dei discorsi tra prigionieri era legato alle condizioni della prigionia (cibo, privilegi, punizioni..)

Alcuni prigionieri non erano più in grado di percepirsi come soggetti di un esperimento e quindi “dimenticavano” che potevano decidere di abbandonare in qualsiasi momento.

Infine, per concludere, possiamo desumere che gli elementi patologici emersi nei due gruppi (l’abuso di potere, l’aggressività e la deumanizzazione delle guardie e l’impotenza appresa dei prigionieri) mostrò in maniera piuttosto lampante che le persone tranquille, nella norma e potenzialmente sane, se messe in un contesto diverso, degradante e rivestiti di un ruolo particolare, in pochi giochi giorni divenivano anormali, alienati, psicopatici e sadici.

*L’esperimento di Zimbardo fu fonte di ispirazione (anche contro la volontà dello stesso autore) per iniziative televisive (Grande fratello, Survivor) e cinematografiche con il film del 2001 “The Experiment” del 2001 diretto da O. Hirschbiegel.

* Per chi fosse interessato sul web e su youtube sono presenti diversi video e interviste a Philip Zimbardo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi