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Le cure materne

La vita umana ha la necessità di incontrare le mani nude di una madre, “le mani che salvano dal precipizio dell’insensatezza” *.

“Le cure materne, diversamente da quello che accade in ogni ambito della nostra vita individuale e collettiva, non sono mai anonime, generiche, protocollari, standard; non si dirà mai abbastanza dell’importanza della cura materna che non è mai cura della vita in generale, ma sempre e solo cura di una vita particolare. “

Massimo Recalcati – Le mani della madre
Photo by Anete Lusina on Pexels.com

Il ruolo della madre è in continua evoluzione e rincorre i tempi della iper-modernità. Le cure materne sembrano quasi entrare in contrasto con la velocità “maniacale del (nostro) tempo“. Ma la cura materna, come dice Recalcati, non si misura con il numero delle ore dedicate ad i figli, ma piuttosto con la presenza della parola e del desiderio; “la presenza senza parola e senza desiderio può essere ben più deleteria di un’assenza che magari sa anche donare (poche) parole ma giuste” *. Quello che sembra essere insostituibile ed estremamente necessario, nel discorso della cura materna, è la testimonianza che può esistere “una cura che ami il particolare più particolare del soggetto” *.

“Solo se lo sguardo della madre non si concentra a senso unico sull’esistenza del figlio la maternità può realizzare appieno la sua funzione”

Massimo Recalcati – Le mani della madre

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

*il corsivo è di M. Recalcati

Genitori e Figli

Secondo Freud il compito di essere genitori, è un compito impossibile. Freud intendeva che il mestiere del genitore non può essere ricalcato su un modello ideale, che non esiste.

“Ciascun genitore è chiamato a educare i suoi figli solo a partire dalla propria insufficienza, esponendosi al rischio dell’errore e del fallimento”.

Massimo Recalcati

Quindi ciò vuol dire che il miglior modo di essere genitori è quello di mostrarsi ai propri figli essendo consapevoli del “carattere impossibile del proprio mestiere“.

Secondo Recalcati, al giorno d’oggi, prevale la figura del genitore-figlio, cioè quel genitore che in qualche modo abdica alla sua funzione di essere genitore. Non perché abbandona i suoi figli, ma perché è troppo simile e troppo “vicino” ai propri figli. Sono quei genitori che si mettono in una posizione speculare e simmetrica a quella dei propri figli. “La differenza simbolica tra le generazioni lascia il posto ad una confusione di fondo” (M. Recalcati).

Photo by Juan Pablo Serrano Arenas on Pexels.com

Quindi il “compito impossibile” dei genitori oggi, si è inevitabilmente caricato di nuove angosce. Secondo Recalcati il nostro tempo è caratterizzato da un crisi profonda della “Legge della parola” che ha perso il suo fondamento simbolico. Insomma una crisi simbolica della funzione dell’autorità genitoriale.

E’ possibile restituire valore al simbolico della Legge della parola? Si, il problema è che i genitori dovrebbero “saper rinunciare alle aspettative narcisistiche sui loro figli“.

La possibilità dell’ atto educativo comporta inevitabilmente, come proprio destino, la separazione. Saper separarsi dai propri figli e lasciarli andare è probabilmente il dono più grande che i genitori possono fare ai propri figli, come rappresentanti della Legge della parola.

“Essere padri, implica innanzitutto la dimensione della rinuncia radicale al possesso dei propri figli, implica saperli – affidare al deserto -.

Massimo Recalcati

La nostra vita individuale e sociale è possibile proprio grazie alla possibilità della mediazione simbolica della Legge della parola. Il senso della nostra vita passa attraverso il senso del “linguaggio”.

Sono ciò che sono perché passo dalla mediazione dell’Altro.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Ascoltare vs Comprendere.

Immagine Personale.

“Un ascolto che fa mostra di comprendere ciò di cui l’altro soffre non è ascolto, è paura di ascoltare; anche questa sarà una perversione del linguaggio: qualificare come “umanista” un ascolto impaurito, “neutro” e “benevolente”, mentre ciò che oggi si può intendere è che questo “umanesimo dell’ascolto” può mascherare barbarie o indifferenza”.

Pierre Fédida.

Sintonizzarsi con l’altro essendo/CI comporta la possibilità di entrare in gioco come dualità in costruzione e in incontro (incontro e ascolto empatico, spoglio di tutte quelle sovrastrutture che mettono il mio desiderio e il mio essere, prima del tuo, creando – invece- una circolarità in cui entrambi ci sentiamo al sicuro e sicuri di poter esprimere il nostro essere).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Depressione ? Autostima?

Immagine Personale.

“Prima di autodiagnosticarti la depressione o la bassa autostima, assicurati di non essere circondato da idioti! “

S. Freud

Prima di credere e aderire a un’idea, chiediti se (e quanto) di quell’idea sia realmente tua e quanto (di quell’idea) sia frutto di proiezioni altrui.

Dubita sapendo di valere.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi.

Louis Wolfson è uno scrittore statunitense di lingua francese. Nato nel 1931 ebbe una diagnosi di schizofrenia e fu sottoposto a ripetuti ricoveri e interminabili elettroshock, per volere della madre.

Louis è un ebreo americano che mal sopporta la propria lingua “idioma inglese” ; il ragazzo giunge ad esprimere il rifiuto per la propria madre attraverso il rifiuto della lingua materna e di tutta l’impalcatura lessicale utilizzata a chi gli è intorno.

Wolfson rifiuta di subire l’abuso dell’intrusione delle parole data dalla lingua materna, l’inglese, e si difende da questa intrusione tappandosi le orecchie, distraendosi o camminando per strada a New York ascoltando delle cuffiette collegate ad un magnetofono.

Louis studia le lingue straniere: tedesco, ebraico, russo, sognando di instaurare una sorta di comunicazione con la madre che in quanto ebrea della Bielorussia, parlava fin da bambina il russo.

Il passo interessante che il Nostro compie, è studiare il francese da autodidatta. Nel francese Louis sperimenta l’Altro; Loius è un Altro. Louis è e diventa “lo studente di lingue schizofrenico”.

Le Schizo et les langues è un libro in francese (il francese di Wolfson), scritto con una ortografia riformulata in cui il nostro studente di lingue compie un procedimento sulle parole. Louis crea neologismi, riformula i termini, unisce quasi bulimicamente tutte le lingue che conosce, smonta e rimonta le parole per allontanarsi dalla lingua materna.

L’udito è un senso che non ha possibilità di essere chiuso verso ciò che non è voluto, spiacevole, doloroso. Quello che viene vissuto e arriva prepotentemente e violentemente come un frammento sonoro che induce dispiacere (voce, rumore suono o silenzio),sarà interpretato come effetto sonoro di un desiderio negativo.

La Aulagnier riprendendo l’insegnamento di Lacan pone pertanto l’accento al ruolo della voce nei deliri di persecuzione e nella schizofrenia.

Di fronte a un suono, a una voce che è originariamente associata a una sofferenza, non vi è via di fuga. La psicosi mostra infatti spesso, come il suono produce una percezione da cui non ci si può difendere, aprendo nel corpo un varco che non si può chiudere.

Un varco in cui transita senza sosta la voce dell’Altro.

La voce da cui Wolfson voleva difendersi.

Stasera Vivaldi e la sua Follia ci accompagnano. Credo che questo pezzo sia un chiaro esempio in cui “mai il significante fu più significato”, come dico.

Almeno per me; almeno per le mie vicende di vita.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Riflessioni sparse tra Lacan e Chopin.

Nella visione Lacaniana desiderio e godimento non possono coesistere nel soggetto in quanto o si desidera o si gode.

Il desiderio è sempre desiderio dell’Altro (alterità) in quanto sorge dal divieto – in particolare- dall’interdizione paterna al godimento di natura incestuosa, con e della madre. L’effetto dell’Edipo e l’abolizione del godimento incestuoso instaurano la legge del desiderio.

L’umano, entrando nel linguaggio perde il suo essere cosa ed entrando nel registro del simbolico, arriva a costituire il desiderio come domanda rivolta all’Altro.

Il godimento tende a cercare la scarica nell’immediato, è infatti funzione dell’ES; secondo Lacan il godimento “inizia come solletico e finisce come incendio”, ecco perchè siamo portati a legare sempre il godimento a qualcosa.

L’unica strada in cui godimento e desiderio si alleano, è l’amore.

Il desiderio arriva, bussa, prova e il godimento acconsente. Il desiderio però, per poter chiedere al godimento deve passare attraverso la nostra rinuncia al godimento stesso (paradosso); rinuncia che porterà all’incontro con l’amore vero.

Con l’amore il godimento non è mai perduto del tutto; l’amore sa essere uno. Il godimento che può invece essere di tanti e potenzialmente insensato e senza limiti può portare a perdere per sempre il desiderio e dunque l’amore.

L’arte e nello specifico ancor di più, la musica, è sempre stata amore puro e fluido: godimento senza fine. Il mio godimento innanzi alla musica ha consentito al desiderio di procedere, di farmi studiare pianoforte.. di abbandonarmi alle note del canto.. di piangere e provare i brividi innanzi ad una composizione.

Nell’amore per la musica vivo il mio paradosso: godo sapendo di perdere il mio godimento ogni volta che una composizione termina ma, rimpinguando il desiderio di ascoltare, di emozionarmi e conoscere, vivo ogni giorno l’amore per le sette note. Senza limiti. Senza freni.

Senza fine.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Per – sistere.

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Termine composto dalla particella PER che aggiunge e conferisce l’idea di durata e SISTERE ovvero fermarsi, formato a sua volta dal raddoppiamento della radice stessa di stare: stare fermo o stare saldo.

Indica il rimanere fermo sulle proprie opinioni o risoluzioni.

Si tratta di qualcosa che resta e lo fa, in maniera più forte, intensa e viva.

Spesso ho ascoltato frasi come “conta solo quel che rimane, quello che persiste, quello che esiste”; sembriamo essere diventati tutti San Tommaso pronti a volere la prova dell’esistenza di qualcosa solo toccandola, sentendola, rendendola presenza.

Presenza vuol dire esistenza.

Persistere vuol dire esistere.

Non lo so. Nelle mie vicende personali non credo sia bastato persistere per esistere; mi è anzi capitato che proprio colui che “si è fermato, esistendo”, non necessariamente fosse statico lì ad esserci in presenza.

Perché allora per esistere qualcosa deve persistere restando ferma?

Il timore che qualcosa si muova, muti e prenda corpo senza la nostra impronta e senza la nostra esistenza spaventa.

Qualcosa che da sola prende vita con la possibilità di scomparire, spaventa.

Se l’Altro esiste ma non persiste, per me, io sono solo.

Tuttavia anche l’Altro ha bisogno di esistere indipendentemente dalla nostra stessa esistenza e talvolta è necessario comprendere che anche quando qualcosa non rimane -fisicamente con noi- può esistere indipendentemente da noi e non per questo, esserci lontana.

“Finisce bene quel che comincia male”.
Dott.ssa Giusy Di Maio.

“I’m my own extension”

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Oggi vi propongo la lettura di un piccolo pezzo preso da un lavoro scritto da me nel 2011. All’epoca ancora poco (anzi direi nulla) si parlava in ambito psicoanalitico del mondo internet e delle psicopatologie ad esso correlate. Decisi quindi di approfondire l’argomento incontrando notevoli difficoltà proprio perchè la letteratura in merito era carente. Nonostante ciò riuscii nel mio intento ed oggi, rileggendo, mi sono reso conto di come questo lavoro a cui tengo molto, sia a tutti gli effetti ancora (forse di più) profondamente attuale.

“Se si chiedesse oggi ad un giovane adolescente o ad un bambino nativo digitale di rispondere alla domanda chi sei?, probabilmente la risposta non escluderebbe in nessun caso il riferimento ad un oggetto digitale che permetta l’interconnessione al mondo del virtuale. L’identità dipenderà necessariamente dai mezzi che il ragazzo ha a disposizione per esprimere sperimentare le molteplici identità nei vari contesti virtuali che frequenta.

La Turkle osservò, già a ridosso del 2000, il fatto che la gente fosse convinta che il computer potesse estendere la propria presenza fisica. Oggi più di prima la domanda che la Turkle si pone nelle prime pagine del suo libro – La vita sullo schermo- è di fondamentale importanza – stiamo vivendo una vita sullo schermo o piuttosto nello schermo?-.

Ella definisce lo schermo del computer come la nuova dimora delle nostre fantasie erotiche e intellettuali. Insomma, dopo un ventennio di assimilazione informatica e digitale, ci stiamo (come direbbe Piaget) accomodando, plasmandoci e uniformandoci a livello cognitivo ai nuovi modi di considerare l’evoluzione delle relazioni, dell’identità, della sessualità, della politica.

E’ molto interessante la metafora che la Turkle usa per rendere l’idea della potente stretta del computer (ciò che prima io descrivevo come dipendenza). Siamo sedotti da quell’Altro fittizio, proviamo una infatuazione per ciò che ci manca, quello di cui abbiamo bisogno per considerarci completi. Il computer, considerandolo in tutte le sue potenzialità, ci dà la possibilità di interagire con gli altri e con noi stessi. Ci dona l’illusione di essere con gli altri. Con il computer e con internet – si può essere solitari senza mai sentirsi soli-.”

La digitalizzazione dell’identità: un approccio psicoanalitico alla strutturazione della personalità nell’era del digitale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott. Gennaro Rinaldi.