Archivi tag: amicizia

Da dove vengono i tuoi amici?

“Non  camminare  dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico”

Albert Camus

(Sempre)

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’importanza delle amicizie.

Avere delle amicizie, (una buona cerchia di amici) offre un importante sostegno affettivo. Diverse ricerche sostengono che avere rapporti d’amicizia e relazioni sociali stabili e “ampie”, giova alla salute psichica e fisica.

I contatti sociali hanno infatti, a livello evoluzionistico, dato un grandissimo contributo allo sviluppo e all’evoluzione del nostro cervello.

Robin Dumbar (antropologo e psicologo evolutivo), ha ipotizzato l’esistenza del social brain. Lo sviluppo della società umana avrebbe accelerato l’evoluzione del cervello e in base a questa teoria più numeroso è un gruppo maggiore sarà il numero e la quantità di informazioni sugli altri componenti del gruppo che bisognerà elaborare, per poter mantenere buone relazioni reciproche. Secondo Dunbar abbiamo anche un limite a questa capacità di “elaborazione delle amicizie”, e infatti questo limite può permetterci di arrivare ad un massimo di 150 amicizie/conoscenze.

Interessante è il modello che ci propone Dunbar: il modello della formazione concentrica dei rapporti sociali di un individuo.

Secondo questo modello la cerchia delle amicizie più intime è formata da tre/quattro o massimo cinque persone. In questo “cerchio”, sono presenti le persone con cui ci sentiamo più legati emotivamente, con cui condividiamo interessi e valori. Sono quelle persone che ci supportano nei momenti difficili e che incontriamo almeno una volta a settimana.

Photo by Helena Lopes on Pexels.com

Al cerchio successivo appartengono da 12 a 20 persone, con i quali riusciamo a coltivare legami importanti, ma meno forti. Il rapporto con queste persone è meno intenso dal punto di vista emotivo, ma è comunque caratterizzato da forte simpatia ed interesse.

Il terzo cerchio corrisponde al “giro di conoscenze” e comprende dalle 30 alle 50 persone. In questo cerchio il legame con le persone sarà meno forte, ma possono esserci contatti regolari, anche se a distanza di più tempo. Secondo la teoria di Dunbar il terzo cerchio, nelle società tradizionali primitive di cacciatori – raccoglitori, corrispondeva al clan di appartenenza.

Infine esistono altri due cerchi, dove vi saranno altre conoscenze, ma molto meno intense e importanti.

Nella formulazione di queste teorie, Dunbar, ha individuato un elemento ricorrente e cioè che di cerchio in cerchio, l’insieme del numero dei conoscenti si triplica quasi sempre.

I due cerchi più interni sono decisamente quelli più importanti, perché influiscono positivamente sulla persona e sulla propria percezione di benessere psicologico; stress e depressione si riducono, così come i comportamenti pericolosi per se stessi. Gli amici possono migliorare il proprio stato d’animo e la fiducia in se stessi.

Insomma un buon giro di amicizie e la presenza di amicizie più intime, permette una vita sociale più attiva, aumenta il benessere personale e probabilmente le proprie probabilità di vivere più a lungo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psicologia della risata.

“Non si ride mai da soli, perché il riso non ha senso se non nello scambio, che ha tutto il carattere dello scambio simbolico […] Serbare per sé una barzelletta è assurdo, così come non ridere è offensivo, infrange le leggi sottili dello scambio. ”

J. Baudrillard

Secondo Darwin il riso risponde ad una funzione adattiva in quanto aiuta a rinsaldare il legame del bambino con la madre, fungendo da veicolo spontaneo (come il pianto) dei bisogni del bambino.

Per Spitz la comparsa del sorriso nell’infante (verso il secondo – terzo mese), segna il passaggio dallo stadio non oggettuale allo stadio pre-oggettuale. Il bambino istituisce una prima relazione preferenziale con la prima percezione esterna (il volto umano). La percezione è comunque ancora indifferenziata. Il riso in questa fase ancora non può essere letta come espressione di un’emozione, ma acquista un significato sociale grazie al rinforzo positivo che riceve dal mondo circostante. Solo in un secondo momento, da automatismo fisiologico, il riso, arriva a rivestirsi di un significato affettivo intenzionale e differenziato, che diventa man mano, nel corso degli anni sempre più complesso nelle sfaccettature (compiacimento, soddisfazione, gioia, benessere, sarcasmo, ironia, disprezzo..).

Photo by Kampus Production on Pexels.com

Ridere è quindi prima di tutto un atto sociale e riveste un significato in base al modo, alla situazione, alla modulazione, all’intensità che lo caratterizza.

In uno studio all’Università della California i ricercatori hanno chiesto a 966 volontari (provenienti da 24 culture e paesi diversi) di ascoltare ed interpretare delle risate registrate tra coppie di persone che si relazionavano tra loro. Le coppie di persone registrate erano per metà amiche e per metà estranei. I ricercatori hanno quindi chiesto ai volontari di ascoltare e provare ad identificare il tipo di relazione che c’era tra chi rideva nelle registrazioni.

Il dato che è uscito fuori è molto interessante, infatti a prescindere dalla cultura di provenienza dei volontari ascoltatori, ben il 61% ha riconosciuto quando si trattava di amici che ridevano e la percentuale addirittura è salita all’80% quando si trattava di registrazioni di due amiche donne che ridevano.

I ricercatori hanno quindi analizzato le caratteristiche del suono delle risate e hanno scoperto che il suono delle risate tra amici è diverso da quello tra due persone estranee. Il suono delle risate tra amici ha infatti un tono e un volume più irregolare perché è spesso associato ad un’emozione spontanea.

Probabilmente nel corso dell’evoluzione umana, riconoscere la natura del suono di una risata ha avuto una grande rilevanza, forse perché permetteva (e lo fa tutt’ora) di comprendere e scegliere le persone con cui cooperare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ti dedico il mio tempo.

Immagine Personale.

L’etimologia della parola tempo rimanda al greco “divido, separo”.

In musica il tempo indica lo schema metrico ritmico delle battute, inteso quale unità fondamentale di durata e accentuazione. Nella terminologia musicale, inoltre, il termine tempo ha diversi significati.

Il tempo indica una parte di una composizione di ampie proporzioni divisa in più parti o tempi (Sonate, concerti, …); indica il grado di velocità ovvero l’andamento di una composizione; ciascuna delle parti (unità ritmiche) su cui gravano gli accenti principali, nonchè gli accenti stessi (nel senso di durata quindi tempi forti e deboli della battuta).

I tempi possono poi essere semplici, composti, regolari o irregolari; per la loro funzione logica possono essere distinti in originari o fondamentali, derivati, subordinati o dipendenti.

Il tempo scandisce, fornisce noi la suddivisione la regolarità (talvolta nell’irregolarità), della nostra vita.

Il tempo è sempre presente, vivo e attivo al nostro fianco; impossibile da eliminare dalle nostre vite le scandisce, le inibisce.. ne accelera il flusso lo rende vivo e fluido, magma incandescente da tenere brevemente tra le mani pena: il rischio di bruciarsi.

Quando una relazione, un’amicizia, un legame termina.. ci si sente depredati, rubati del proprio tempo.

“Ti ho dato tutto il mio tempo, ti ho dato tutto me stesso.. e tu…”

Il tempo è così importante che spesso lo sostituiamo a noi; sembriamo essere diventati noi il nostro tempo.

Il tempo (divido, separo) è attenzione; il tempo è presenza, dedicarsi all’altro. Il tempo sa essere passione, aura costante di calore. Il tempo sa essere amore.

Ti dedico il mio tempo: ti dedico “me stesso” in quanto divido/separo qualcosa di me che cedo a te.

Ecco perchè quando “ti ho dedicato tutto me stesso” e vai via, mi sento ferito, distrutto, derubato. Con te va via il mio tempo e va via un pò di me.

Il pezzo della foto è questo studio di Chopin. Lei, Valentina (piacere del tutto personale) ha le mani più belle ed eleganti della musica classica. Il pezzo in questione, mai finito ad occhi asciutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.