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Tricotillomania #1

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Con il termine tricotillomania si indica il comportamento volto a strapparsi i peli del corpo (come vedremo, infatti, non si tratta del solo strappare e tirare via con forza e decisione i capelli).

Si tratta di un disturbo legato all’automutilazione che interessa adolescenti e donne di tutte le età.

Potenzialmente, infatti, tutte le pazienti sono donne e prima che qualcuno riconosca che tali donne siano affette da un disturbo psicologico, queste vengono curate per calvizie con irradiazioni ultraviolette, vitamine, ormoni tiroidei e steroidi topici, e così via. Anche quando i medici sono disposti a riconoscere che si tratta di un disturbo psicologico, la diagnosi che queste donne ricevono è “comportamento compulsivo” il che etichetta, sì, ma di fatto dice soltanto una cosa che la paziente già sa “quando la persona sente l’impulso, si strappa i capelli”.

Sebbene la tricotillomania sia meno grave dell’infliggersi piccole lesioni alla pelle, strapparsi con forza e decisione, dalla propria pelle, capelli e peli può essere parimenti devastante.

L’area tipica delle aggressioni è il cuoio capelluto, ma le mutilazioni possono interessare sopracciglia, ciglia, peli del viso, braccia o zona pubica. Uno dei motivi per cui appare ai nostri occhi, inizialmente, meno grave tale comportamento, è che i peli non godono di ottima stima nella società odierna e -in secondo luogo- non immaginiamo che dolore possa provare la pelle sottostante la zona della mutilazione.

Strappare i peli può lacerare la pelle.

Nella sua sostanza psicologica, l’atto di strapparsi i capelli è violento come mutilarsi la pelle e talvolta riesce a produrre cicatrici temporanee o permanenti.

La donna che si strappa via i capelli, non lo fa in un attimo di furia; i suoi metodi sono spesso altamente creativi.

E’ meticolosa.

Generalmente si strappa via i capelli uno ad uno a piccoli ciuffi, può attorcigliare i capelli intorno la spazzola e tirare via tutto; può separare ciascuna doppia punta dei capelli (al fine di avere due capelli per punta) “perdendo” anche ore per far ciò.

Alcune ragazze succhiano o masticano i capelli tirati via: tricofagia.

Il tempo che passa tra l’impulso iniziale a strappare, tirare, dividere o depilare e la conclusione dell’atto può andare da qualche minuto a qualche ora.

Tra le donne che strappano via i capelli, alcune ricordano con rabbia un taglio di capelli avuto durante l’infanzia; una sorta di trauma legato all’improvvisa scomparsa dei tanto amati e lunghi capelli.

Oltre a problemi con i capelli, quasi tutte le giovani donne hanno problemi con il peso. Si riscontrano comportamenti (nella maggior parte dei casi), bulimici, ma anche anoressici.

Sul piano della consapevolezza lo scopo di tutti questi atti di mutilazione fisica è di essere bella e desiderabile.

Inconsciamente queste giovani donne stanno protestando perché i loro corpi sono invasi dai segnali di una femminilità sempre più ingombrante.

Se un sintomo non riesce a prendere il posto dell’angoscia, la prospettiva di separarsi dalla madre, la sconvolgerebbe.

Ciò che occorre è un sintomo che consenta di dare espressione alle fantasie inconsce che producono l’angoscia.

Strapparsi i capelli si sostituisce a tale angoscia terribile, perché quando si strappa i capelli, la donna dimentica il resto.

Strapparsi i capelli è -inoltre- una espressione simbolica di separazione, castrazione e perdita.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La Paranoia: il Disturbo Paranoide di Personalità – PODCAST

Con la nostra prossima tappa torneremo a ripercorrere le vie della psicopatologia e proveremo a comprendere cosa significa vivere la propria vita con l’idea persistente che qualcuno stia tramando qualcosa per tradirci, per manipolarci e per farci del male.

Cosa significa vivere quotidianamente con la convinzione e con il sospetto che esista un mondo esterno che cospira contro di noi e che esistano trame oscure e verità nascoste che ci vengono celate?

Scopriamolo insieme..
Buon Ascolto..

La Paranoia – Disturbo Paranoide di Personalità – Podcast – In viaggio con la Psicologia

La Paranoia – Disturbo Paranoide di Personalità – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La vita e le scelte

“La vita è fatta di scelte. Di alcune ci sentiamo, di altre siamo fieri. Siamo quelli che decidiamo di essere”. 

Graham Brown

La scelta è un atto di volontà che determina un “movimento”; la non scelta implica invece una sorta di immobilismo autoindotto. Ma anche la non scelta è pur sempre una scelta.

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Si sceglie di non scegliere perché probabilmente siamo spinti a restare al sicuro, nel punto esatto in cui siamo.

Anche il lavoro di psicoterapia è fatto di scelte. Il paziente, in terapia, sceglie per se stesso e ciò gli permette di svincolarsi dal vincolo delle scelte indotte dagli altri. Se decidiamo di non scegliere, molto probabilmente gli altri decideranno per noi, ma noi abbiamo sempre la libertà di scegliere purché decidiamo di farlo.

«La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una “possibilità che si” e di una “possibilità che no” senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro

Søren Kierkegaard

Il sentimento dell’ angoscia secondo Kierkegaard nasce come contrappeso proprio alla libertà di scelta e di fronte alle molteplici possibilità di scelta. Ed è proprio questo sentimento d’angoscia che caratterizza le vite di tanti giovani e giovanissimi e non solo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Delirio

Potremmo definire il delirio come un’idea errata, ma alla quale una persona aderisce in maniera piuttosto convincente. Il contenuto delle idee delirante è spesso palesemente assurdo per gli altri.

Lo Psicopatologo tedesco Karl Jaspers riconosceva nel delirio tre caratteristiche principali: assoluta certezza soggettiva, impossibilità del contenuto, incorreggibilità.

Inoltre Jaspers distingueva tra percezione, rappresentazione e consapevolezza delirante. Nella prima si attribuisce un significato delirante ad una percezione normale; nel secondo i deliri si manifestano sotto forma di ricordi e di idee che invadono improvvisamente la coscienza; nel terzo la persona sente che le cose stanno in un certo modo, anche se non le ha vissute dal punto di vista sensoriale.

Le idee deliranti possono essere “primarie” quando nascono dalla diretta “trasformazione” fantastica di elementi della realtà circostante; possono essere secondarie quando derivano da una condizione mentale ed emotiva transitoria, ma significativa (depressione, uso di sostanze).

Le idee deliranti spesso sono un tentativo estremo di dare una spiegazione razionale a situazioni e fenomeni percepiti come incomprensibili ( “sono caduto dalla scala perché mi girava la testa. Credo che qualcuno degli invitati alla festa mi abbia messo qualcosa, qualche droga in quello che ho bevuto e mangiato. Ne sono certo. Non ho mai sofferto di giramenti di testa e poi dall’inizio della festa tutti mi guardavano e mi offrivano da bere e da mangiare” ).

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La nascita del delirio è accompagnata da uno stato d’animo angoscioso. La persona che ne soffre avverte che c’è qualcosa che non va, che il mondo ha assunto un aspetto minaccioso. In qualche modo l’idea delirante fornisce un senso e una spiegazione (per quanto bizzarra e assurda) a questa condizione personale di terribile incertezza. Permette quindi alla persona di dare un significato “accettabile” agli eventi che accadono.

Quindi a partire dall’idea delirante originaria la persona costruirà una teoria e una storia che permetterà di inglobare tutti gli eventi, il mondo circostante e le proprie sensazioni in un unico “sistema delirante“, che offrirà a quella persona una visione del mondo personale.

I deliri possono essere classificati in base al loro contenuto, saranno quindi : persecutori, mistici, di grandezza, ipocondriaci, di gelosia, di colpa, di rovina. Spesso il delirio paranoico (quando non c’è la presenza anche di schizofrenia) è molto difficile distinguerlo dalla realtà, perché sarà moto coerente e verosimile con la realtà e i vissuti della persona.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Angoscia secondo Freud.

Il termine angoscia è spesso assimilato al concetto di ansia. Questa distinzione è legata alle lingue di origine latina, invece in tedesco e in inglese esiste un’unica parola per intendere i due concetti (rispettivamente Angst e Anxiety).

In genere il termine angoscia viene utilizzato dalla Psicoanalisi (in questo articolo vi proporrò il punto di vista di Freud a riguardo), mentre in Psicologia viene utilizzato più spesso il termine “ansia”. Del resto in linea generale i due termini restano collegati e molto spesso si intende l’ “angoscia” come una situazione emotiva più “grave” dell’ansia. Infatti l’ansia può essere considerata come uno stato emotivo, psicologico e fisiologico tutto sommato non patologico, anzi, se ben gestita, molto utile al conseguimento di obiettivi personali, ad esempio. L’angoscia, invece, potremmo considerarla come un’espressione patologica (nevrotica o psicotica) dell’ansia.

L’angoscia è differente pure dalla paura, perché la paura si riferisce a qualcosa di determinato, invece l’angoscia rimanda a qualcosa di sconosciuto, di indefinito, che ancora deve avvenire. L’angoscia ha a che fare con la possibilità che qualcosa accada.

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Secondo Freud esiste una angoscia reale e una angoscia nevrotica

L’angoscia reale si può definire come la reazione alla percezione di un pericolo esterno, è collegata al riflesso della fuga e può essere considerata un’espressione della pulsione di autoconservazione.

Fondamentalmente, lo sviluppo dell’angoscia non è mai confacente allo scopo, se essa raggiunge uno sviluppo eccessivo diventa inappropriata, paralizzando anche la fuga. Da essa hanno origine prima l’azione motoria, poi ciò che percepiamo come stato di preparazione all’angoscia.

L’angoscia quindi si riferisce allo stato che prescinde dall’oggetto, la paura richiama l’attenzione proprio sull’oggetto. L’uomo si protegge dallo spavento con l’angoscia.

Con angoscia si intende lo stato soggettivo in cui ci si viene a trovare con la percezione dello sviluppo d’angoscia e chiamiamo questo stato affetto; esso comprende sia scariche motorie che sensazioni, esse sono di natura duplice, percezioni delle azioni motorie verificate e le sensazioni dirette di piacere e dispiacere: Ciò che tiene unito il tutto è la ripetizione di una determinata esperienza significativa, che risulta essere assai primordiale, qualcosa di insito nella specie.

Per quanto riguarda l’affetto d’angoscia, si pensa sia la ripetizione dell’atto della nascita, nel quale hanno luogo un misto di sentimenti spiacevoli, di impulsi di scarica e di sensazioni corporee, che è divenuto il prototipo dell’effetto prodotto da un pericolo mortale, che da allora da noi viene ripetuto come stato d’angoscia. Quel primo stato d’angoscia ebbe origine dalla separazione dalla madre.

L’angoscia nevrotica, trova un generale stato di ansietà, un angoscia liberamente fluttuante che è pronta ad agganciarsi ad ogni contenuto rappresentativo adatto. Questo stato può definirsi angoscia d’attesa. Le persone in questa situazione sono tormentate dall’angoscia di una possibilità terribile, sono iperansiosi e pessimisti; ciò si delinea nella nevrosi d’angoscia (nevrosi attuali).

Una seconda forma di angoscia, ma psichicamente legata, e connessa ad oggetti e situazioni, è l’angoscia delle fobie,; si possono distinguere tre gruppi di fobie.(collegata ad oggetti o animali, a situazioni, e per il terzo gruppo a situazioni a cui pare assolutamente inspiegabile un collegamento fobico).

Quelle del primo tipo hanno il significato di gravi malattie, le seconde appaiono piuttosto come stranezze, capricci. Si possono raggruppare queste fobie nell’isteria d’angoscia. Le fobie appartenenti al terzo gruppo indicano il fatto che non esiste il più che minimo accenno di pericolo incombente, quindi l’angoscia sembra ingiustificata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il segreto che logora.

“Dottore ho un peso sullo sterno, sento di non riuscire a respirare profondamente, ma non ho niente ho parlato con il mio medico curante e con il medico a lavoro. Non so che sta succedendo. Non ce la faccio più. Ho una bella famiglia, un lavoro decente, non ho problemi economici, ma ho un angoscia costante che mi accompagna tutti i giorni da qualche mese ormai. Sono spento, sempre con la testa tra le nuvole, nervoso e stanco.. sono stanco, stanco perché ho troppi pensieri che mi ossessionano la mente. Sono stanco dottore, ma non so perché.. “

“Mi ha detto che ci sono dei pensieri che la “ossessionano”. Cosa pensa? Cosa le torna in mente? Sembra così potente da prendere il sopravvento su tutto il resto.”

” Ehm.. non credo sia importante, non è nulla di che, però ci penso sempre. Dottore io ho un segreto.. mi è successa una cosa che non ho voluto dire a nessuno, non capirebbero..”

Possono i segreti incidere negativamente sul nostro benessere psicologico?

A quanto pare si. In una serie di 10 studi diversi sull’argomento e raggruppati in una ricerca intitolata “The experience of secrecy”, i ricercatori hanno potuto dimostrare che mantenere troppi segreti, o segreti importanti per tanto tempo possono logorare lentamente.

Nel campione di 600 soggetti, preso in considerazione nello studio, solo il 3% aveva dichiarato di non avere segreti, il resto invece aveva dichiarato di avere almeno un segreto. La media dei segreti per ogni persona era di 13, di cui circa 5 segreti, mai rivelati a nessuno. Tra i numerosi segreti raccontati dal gruppo sperimentale, in totale anonimato, i ricercatori hanno potuto stilare una sorta di classifica tra le tipologie di segreti più in voga tra le persone intervistate. In testa alla classifica c’era il desiderio di tradire il partner, poi seguivano i segreti legati ai propri comportamenti sessuali, l’aver mentito a persone importanti, innamoramenti nascosti, furti commessi..

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Dai risultati di questa ricerca si evince che non è tanto lo sforzo necessario per nascondere alle persone un segreto, ma piuttosto conviverci.

I nostri segreti, infatti possono affiorare improvvisamente, non solo quando siamo in presenza di persone o situazioni in cui vogliamo che essi non vengano scoperti, possono uscir fuori anche quando siamo soli. Quando facciamo azioni quotidiane, questi segreti possono tornare alla mente e avere conseguenze negative. Possiamo sentirci inautentici e inadeguati e falsi perché stiamo nascondendo una parte di noi stessi.

Questo può intaccare in maniera significativa il nostro benessere psicologico. Spesso può capitare che il pensiero del segreto possa essere troppo presente nella nostra vita fino a prendere il sopravvento quando siamo occupati a fare altro (ad esempio lavorare) e questo riduce le performance lavorative o di studio, ad esempio.

Il pensiero ossessivo legato ai segreti invadenti può avere effetti anche sulla nostra salute psicofisica determinando un innalzamento del livello di cortisolo (ormone dello stress), peggiorando anche la qualità del sonno.

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In che modo possiamo alleviare il peso dei segreti? Le strategie più efficaci secondo i ricercatori sono quelle di confessare i segreti a qualcuno (uno psicologo psicoterapeuta è consigliabile ma anche a persone fidate) oppure in mancanza di queste alternative è buona strategia anche affidarli ad un diario.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La “falsa” Prigione di Stanford – la ricerca di Zimbardo.

Secondo voi è possibile che persone inizialmente del tutto “normali” possano a causa dell’influenza della situazione e del ruolo sociale che ricoprono cambiare e diventare qualcosa di assolutamente diverso? Quale situazione può indurre una persona ad arrivare a modificare persino tratti della propria personalità e del comportamento?

C’è una ricerca del 1975 portata avanti da un noto Psicologo e professore di psicologia sociale della Stanford University della California, Philip Zimbardo che ci offre la possibilità di rispondere a queste domande e dimostra in maniera piuttosto forte quanto le situazioni in cui gli individui si trovano e i ruoli che assumono possono condizionare cambiamenti inaspettati negli individui.

(lZimbardo affermò, negli anni duemila a seguito di un tentativo di replicazione del suo esperimento, che secondo i criteri e gli standard attuali, questo esperimento verrebbe considerato non etico e sconsigliò e non approvò eventuali repliche).

Sala delle guardie – Immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La falsa prigione di Stanford

Durante un’estate di metà anni settanta il professor Zimbardo organizza un seminario sulla Psicologia dell’imprigionamento, coinvolgendo tra i relatori un ex-detenuto Carlo Prescott da poco rilasciato dal penitenziario di San Quintino. Zimbardo si fece aiutare anche da un ex studente e collaboratore Jaffe. Visto il grande interesse suscitato negli studenti e visto anche il grande interesse dello stesso Zimbardo per l’argomento, i tre continuarono la loro collaborazione pensando di mettere a punto un esperimento che potesse ampliare la ricerca sull’argomento.

Prescott divenne consulente; Jaffe divenne collaboratore e poi praticamente nell’esperimento rivestì il ruolo di guardia e Zimbardo (ricercatore capo) avrebbe poi rivestito il ruolo di “direttore” della prigione.

La ricerca avrebbe avuto un grosso interesse per la Psicologia sociale, visto anche il momento storico in cui avveniva. Avrebbe toccato temi quali l’obbedienza, il conformismo e le pressioni normative. Avrebbe inoltre offrontatoil tema del rapporto tra coloro che detengono il potere di reclusione e le persone che devono assoggettarsi a questo potere.

Alcune delle domande che si poneva la ricerca erano rivolte al processo attraverso il quale i detenuti perdono la libertà, i diritti e la privacy e invece le guardie acquisiscono potere, controllo e status sociale. Ma la domanda forse più importante riguardava quelle che potevano essere le cause determinanti del comportamento violento e di sopraffazione (cause disposizionali o situazionali?). I detenuti sono per natura psicopatici e violenti e le guardie sadiche e cattive? Oppure sono l’ambiente e le condizioni di internamento che producono conflitto e violenza?

L’esperimento

Zimbardo decise di pubblicare un annuncio per reclutare degli studenti universitari per l’esperimento. Risposero all’avviso 75 studenti, ne furono poi scelti 24 per partecipare all’esperimento, la cui durata sarebbe stata di due settimane. Per i partecipanti era prevista una ricompensa di 15 dollari al giorno. La selezione dei partecipanti all’esperimento fu molto accurata. Gli studenti fecero colloqui, compilarono test e questionari e la scelta finale fu orientata verso quelli più stabili fisicamente, mentalmente e il meno possibile coinvolti in comportamenti definibili come antisociali. Alla fine i prescelti erano tutti ragazzi facenti parte della classe socioeconomica media, che non si conoscevano e con caratteristiche comportamentali e di personalità nella norma.

I 24 soggetti furono divisi in due gruppi di 12, guardie e detenuti. Dei 12 detenuti 10 parteciparono all’esperimento e due erano di “riserva” (dovevano sostituire nel caso vi fossero defezioni). Delle 12 guardie alla fine parteciparono all’esperimento 11.

La “Prigione” fu ricavata dallo scantinato dell’edificio di Psicologia dell’Università di Stanford a Palo Alto. Fu divisa in due parti: un ala con tre celle e una cella di isolamento e l’alloggio delle guardie (dove c’erano monitor collegati alle telecamere che videoregistravano 24 ore su 24).

Quando furono assegnati i ruoli (guardie e prigionieri), vennero date pure una serie di indicazioni con i rispettivi compiti; diritti, doveri e con l’esplicita proibizione di compiere atti offensivi, aggressivi e violenti. Furono inoltre fatte leggere e firmare una serie di consensi e un contratto che confermava la loro consapevolezza dell’esperimento che si apprestavano a fare. Le guardie furono istruite attraverso degli incontri preliminari dallo stesso Zimbardo e Jaffe spiegò gli aspetti amministrativi, burocratici (turni di 8 ore, rapporti giornalieri..). Tutto doveva essere come in una vera prigione.

Una volta assegnati i ruoli vennero distribuite le rispettive divise e uniformi (questo aveva lo scopo di uniformare i gruppi, aumentare l’anonimato, e diminuire il senso di individualità). I detenuti non venivano più identificati con il proprio nome, ma con un numero identificativo scritto sul camice. I prigionieri inoltre non avevano biancheria intima, portavano alle caviglie una catena e sandali di gomma e indossavano una calza in testa per simulare il taglio corto dei capelli.

Guardie e Prigionieri in “uniforme” – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La fase dell’assegnazione dei ruoli era cruciale per l’efficacia dell’esperimento.

I prigionieri (giusto per rendere le cose più veritiere possibile) furono veramente “arrestati”. Furono infatti prelevati dai loro alloggi il primo giorno dell’esperimento, con veri agenti di polizia, che li portarono anche in centrale, gli lessero i diritti, presero le impronte digitali e seguirono tutte le procedure consuete per i normali arresti.

Dopo l’arresto i prigionieri vennero condotti nella “falsa” prigione di Stanford, dove furono spogliati, spruzzati con uno spray e aspettarono nudi fin quando non gli fu consegnata l’uniforme e dopo aver scattato una foto per il “loro fascicolo”, furono condotti in cella. Ai prigionieri furono lette le regole del carcere e concesse visite dall’esterno. Fu data persino la possibilità di poter parlare con un cappellano e con un avvocato qualora l’avessero richiesto.

Il quarto giorno ci fu una rivolta. Una delle celle fu rinominata dalle stesse guardie, “cella dei privilegiati”, perché accoglieva tre persone che non avevano avuto un ruolo attivo nella ribellione. Questi tre prigionieri avevano quindi diritto a numerosi privilegi rispetto agli altri.

La rivolta – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

Dopo sei giorni l’esperimento venne sospeso. Alcuni partecipanti si resero conto che le condizioni che comportavano i due ruoli stava avendo delle conseguenze serie. I ragazzi non si percepivano più all’interno di una simulazione e stavano cominciando a ad allontanarsi dai valori umani e morali della società, che anche loro condividevano ampiamente prima di entrare nella prigione.

Fortunatamente non ci furono conseguenze particolarmente gravi e seguì subito dopo l’interruzione dell’esperimento una inter giornata di debriefing e di colloqui individuali.

Cosa venne notato nell’esperimento e quali furono le osservazioni principali?

Ci fu una escalation dell’aggressività delle guardie: il comportamento delle guardie già dal secondo giorno diventava sempre più ostile, aggressivo e deumanizzante, tanto da apparire sadico.

L’umore dei prigionieri aveva sin da subito una tendenza negativa: ci fu infatti un evidente accrescimento di umore depresso, sentimenti d’angoscia e tendenza a fare del male (la metà dei prigionieri nel corso dei giorni fu rilasciata per la grande difficoltà e per lo sviluppo di malattie psicosomatiche).

Guardie e Prigionieri – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

L’unica caratteristica che aveva una correlazione positiva con la detenzione era l’autoritarismo. I prigionieri che avevano, come caratteristica di personalità l’autoritarismo erano risultati più “resistenti” alle condizioni di prigionia.

Il 90% dei discorsi tra prigionieri era legato alle condizioni della prigionia (cibo, privilegi, punizioni..)

Alcuni prigionieri non erano più in grado di percepirsi come soggetti di un esperimento e quindi “dimenticavano” che potevano decidere di abbandonare in qualsiasi momento.

Infine, per concludere, possiamo desumere che gli elementi patologici emersi nei due gruppi (l’abuso di potere, l’aggressività e la deumanizzazione delle guardie e l’impotenza appresa dei prigionieri) mostrò in maniera piuttosto lampante che le persone tranquille, nella norma e potenzialmente sane, se messe in un contesto diverso, degradante e rivestiti di un ruolo particolare, in pochi giochi giorni divenivano anormali, alienati, psicopatici e sadici.

*L’esperimento di Zimbardo fu fonte di ispirazione (anche contro la volontà dello stesso autore) per iniziative televisive (Grande fratello, Survivor) e cinematografiche con il film del 2001 “The Experiment” del 2001 diretto da O. Hirschbiegel.

* Per chi fosse interessato sul web e su youtube sono presenti diversi video e interviste a Philip Zimbardo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il Carceriere invisibile. Coronavirus: Psicologia di un isolamento sociale obbligato.

Il virus si è insinuato silente nelle nostre vite e ne ha modificato radicalmente gli aspetti senza che noi potessimo far nulla. Un nemico invisibile, straniero, aggressivo. L’unica possibilità di fermarlo, ci hanno detto, agli esordi della pandemia, era di fermarci.

Il virus non può sopravvivere a lungo se non gli si offre l’opportunità di moltiplicarsi servendosi di altri organismi. Quindi il distanziamento sociale e fisico è l’unico modo (in assenza di terapie efficaci e vaccini) di tagliare le gambe al virus.

Immagine google

L’uomo da essere sociale ha dovuto disabituarsi d’improvviso alle sue routine e svestirsi delle relazioni sociali, amicali e lavorative consuete e abituarsi a un nuovo modo di interpretare le sue relazioni, il suo lavoro ed infine il suo tempo.

I social e le tecnologie, insieme alla musica da balcone, in un primo momento sono sembrati essere un’arma efficace contro la “solitudine da quarantena”. Uno strumento più che mai utile a farci sentire meno soli e molto efficace per creare “ponti e connessioni” con tutte le persone che volevamo raggiungere da casa, senza rischiare contagi.

Ma possono queste nuove connessioni e relazioni, nuove abitudini didattiche e lavorative (smart working) sostituirsi e compararsi alle “vecchie” senza conseguenze?

Probabilmente no. Ci saranno delle conseguenze sia negative sia positive.

Coronavirus

L’uomo ha bisogno per vivere di relazionarsi ed è difficile che si “accontenti” solo di contatti virtuali. Il rischio è sentirci in trappola a casa nostra.

Il nostro carceriere invisibile, costringendoci a casa, ci rende ansiosi, tristi, annoiati, impauriti, insicuri, angosciati, ma “l’uomo, per fortuna, ha la capacità di attingere alle tante risorse personali per venire fuori da situazioni difficili. Una delle più importanti è la capacità di essere resiliente. Questa caratteristica permette di arricchirci utilizzando le esperienze e le emozioni vissute, anche se traumatiche e angosciose. La paura può diventare un’emozione positiva se riusciamo a comprenderla e ad affrontarla.

È importante ripartire adattandosi ai cambiamenti e ri – costruirsi dandosi la possibilità di farlo e il giusto tempo per farlo”

Sotto il link di una mia breve intervista su Informa Press

https://informa-press.it/quarantena-psicologo-ripartire/

dott. Gennaro Rinaldi