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Pillole di Psicologia: I trucchi percettivi della paura.

Ricordate l’articolo di due giorni fa sul tarantismo? (Pillole di Antropologia: Il Tarantismo. | ilpensierononlineare per chi volesse andare a rivederlo).

Ok.. Stasera vorrei parlarvi di un meccanismo cognitivo del nostro cervello che si attiva per gestire la percezione di stimoli considerati “paurosi” dalla nostra mente. Cosa centra l’articolo sul tarantismo?

Provate ad immaginare di essere in una stanza chiusa e piccola. Non avete modo di uscire e la luce è fioca. Nella stessa stanza c’è una grossa tarantola viva che sgambettando (tic tic tic) si avvicina a voi furtiva e curiosa..

Chi ha paura della tarantola avrà la percezione che sia più vicina di quanto è realmente, che invece non ha paura ma prova solo disgusto e ribrezzo può addirittura considerarla più lontana.

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Perché?

In uno studio alla Cornell University di New York che ha coinvolto un centinaio di volontari le reazioni sono state proprio queste: chi temeva il ragno lo percepiva come più vicino di quanto era in realtà a differenza di chi non lo temeva o provava solo disgusto, che addirittura lo percepiva più distante.

Per i ricercatori si possono spiegare queste reazioni e le diverse percezioni considerando ciò che è accaduto come un “trucco percettivo” che aiuta l’organismo a prepararsi in caso di pericolo. Infatti, quando qualcosa ci minaccia e ci spaventa, una delle nostre reazioni istintive è darci alla fuga o al massimo prepararci a lottare. Quanto più la minaccia è vicina, tanto più siamo pronti all’azione. Ritenere e percepire un pericolo più vicino di quanto sia in realtà non fa altro che potenziare il nostro stato di allerta.

Nel caso di situazioni “disgustose”, non c’è bisogno di fuggire o di reagire alla minaccia, ci basta voltarci.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Io non parlo! Mutismo selettivo.

La prima descrizione clinica, in letteratura scientifica, del quadro clinico caratterizzato dal rifiuto volontario di parlare è del medico tedesco Adolf Kussmaul nel 1877, che lo definì “aphasia volontaria“. Nel 1934 lo psichiatra svizzero Moritz Tramer coniò il termine “mutismo elettivo“, volendo indicare in questo modo la scelta del bambino di rimanere in silenzio. La definizione moderna di “mutismo selettivo” è del 1983 e si deve alla psicologa svedese Stina Hesselman, che invece voleva sottolineare la difficoltà dei bambini ad esprimersi e a parlare in situazioni particolari e selezionate o in situazioni vissute come minacciose. Nel 1994 la descrizione e la diagnosi di mutismo selettivo fu poi riportata nell’appena nato manuale diagnostico DSM IV (nel DSM V il mutismo è stato inserito tra i disturbi d’ansia). In questo modo, la concezione moderna del mutismo selettivo, permetteva di considerare questo problema come la conseguenza di una difficoltà di parlare in determinate circostanze, unita ad una forte ansia sociale. Quindi, il mutismo selettivo, è un disturbo psicologico complesso e non solo un semplice rifiuto oppositivo del bambino a parlare con gli altri, da punire o stigmatizzare.

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Il mutismo selettivo è una condizione caratterizzata da un persistente impedimento del bambino nel parlare, in situazioni sociali specifiche. In genere può capitare in ambienti non familiari o non consueti, di contro, il bambino manifesterà buone capacità comunicative in famiglia.

Questo tipo di problema può a volte essere correlato anche a disturbi del linguaggio, dell’apprendimento, dell’attenzione o del comportamento, ma molto spesso le cause sono da ricercare all’interno del contesto familiare. In quest’ultimo caso, la famiglia “impedisce” (spesso inconsapevolmente) al bambino di relazionarsi in maniera soddisfacente con gli altri, quasi disincentivando e impedendo l’uso del linguaggio al piccolo. Inoltre il bambino potrebbe essere caricato eccessivamente delle ansie e dei vissuti emozionali negativi dei genitori, impedendo così il formarsi di quello che la psicologia dell’attaccamento definisce come “attaccamento sicuro”.

Le storie familiari dei bambini con mutismo selettivo sono spesso piene di eventi traumatici, stressanti (lutti, malattie, separazioni, divorzi, trasferimenti repentini o migrazioni). Quindi le storie familiari hanno un grande peso e molto spesso la valenza del transgenerazionale diventa preponderante, avendo il sintomo caratterizzato probabilmente anche la storia personale dei genitori o addirittura dei nonni, in passato.

Il bambino diventa in qualche modo l’espressione dei conflitti, dei traumi, delle paure e delle ansie dei suoi genitori. Infatti, in situazioni del genere, è molto auspicabile che alla psicoterapia individuale del bambino, si associ anche una psicoterapia familiare che possa aiutare la famiglia ed in particolare i genitori a riconoscere i nodi critici e i meccanismi disfunzionali che alimentano in qualche modo l’insorgenza del sintomo nel bambino. Invece il sintomo, nello specifico, può avere dei miglioramenti con la riabilitazione, quando però è associato con disturbi del neurosviluppo, come ritardi evolutivi nel linguaggio, ad esempio.

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Oltre agli interventi psicoterapeutici sarebbe necessario informare ed educare gli adulti (genitori, insegnanti) sulla natura di questo disturbo e sulle difficoltà dovute alla gestione dei bambini. Infatti, a lungo termine, l’atteggiamento dei bambini (apparentemente oppositivo) può indurre negli adulti atteggiamenti punitivi e rigidi, che aggraverebbero solo la vulnerabilità emotiva dei piccoli.

L’evoluzione e la risoluzione del sintomo possono essere più o meno lunghi, c’è bisogno di pazienza e di tempo, quello giusto, per il bambino e per la famiglia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Curiosità – Cos’è il Freezing?

Sapete che il nostro cervello può, in situazioni particolari, letteralmente bloccarsi, andare in stand by? Ad esempio quando accade qualcosa d’improvviso e decisamente imprevedibile e/o disturbante, (una cosa molto bella o di contro qualcosa di molto spiacevole e brutto), il nostro cervello attiva una sorta di sistema di stop che blocca pensieri e movimenti. Anche se solo temporaneamente (la tempistica dipende da ciò che è accaduto), restiamo bloccati.

Molte testimonianze, ad esempio, descrivono che questa cosa successe a diverse persone coinvolte nell’attentato del 2001 al Word Trade Center. Questa sensazione di “blocco” è nota con il nome di “freezing“. In realtà questo meccanismo fisiologico, è qualcosa che noi condividiamo con molti mammiferi, è un retaggio evolutivo molto antico insomma. Per noi esseri umani potrebbe addirittura risultare un meccanismo scomodo e forse inefficace, ma in realtà negli altri animali è un comportamento che può risultare molto efficace in caso di predazione (è un vero è proprio salva vita).

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Secondo uno studi dell’Università della California e dell’Università di Oxford, il centro cerebrale che controlla questo meccanismo di blocco, è formato da un gruppo di neuroni localizzati nei gangli della base (il nucleo subtalamico – una zona interna del cervello che rappresenta anche la parte più antica, a livello evoluzionistico, del cervello).

Quindi i ricercatori hanno osservato che, in soggetti sani confrontati con soggetti affetti da Parkinson, gli eventi imprevisti inducono un cambiamento dell’attività cerebrale che presenta le stesse caratteristiche di un blocco motorio. Inoltre è stata notato anche che un maggior numero di neuroni attivi nel nucleo subtalamico corrisponde ad una maggiore incapacità di ricordare cosa si stava facendo durante l’evento imprevisto.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La Sindrome dell’impostore

Ci sono persone che non sono affatto convinte di meritare il proprio successo, nemmeno quando è palese che abbiano messo un grande impegno per arrivarci.

Queste persone soffrono della “sindrome dell’impostore” e vivono gran parte della loro vita con il timore di poter essere scoperti, perché si ritengono degli imbroglioni. Questo succede perché sentono che il loro successo o i risultati ottenuti nella loro vita, non sono dovuti alle loro capacità reali. Sentono invece di essere stati semplicemente fortunati a raggiungere un obiettivo, oppure solo capitati al posto giusto e nel momento giusto. Addirittura possono farsi la falsa idea che sia stato merito del demerito degli altri che abbiano così tanto successo.

Generalmente chi soffre di questa sindrome ha avuto esperienze di vita abbastanza favorevoli in passato, non hanno mai avuto grossi problemi e frustrazioni e hanno sempre avuto ottimi risultati in tutto, a partire dalle esperienze scolastiche.

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Secondo una Psicologa Pauline Clance (Georgia State University di Atlanta) che si è occupata di questo problema, la percezione soggettiva di essere “un impostore” può subentrare per la prima volta proprio alla fine del percorso scolastico di una persona o all’inizio del percorso universitario o della vita professionale. Queste persone arrivano a questi “appuntamenti” critici della propria vita sguarniti di difese, perché non hanno imparato mai a prepararsi adeguatamente a queste sfide e a saper attribuire i progressi e i successi a se stessi e alle proprie capacità.

La sindrome dell’impostore è dovuta ad uno stile di attribuzione sfavorevole, che praticamente vuol dire che non si sentono mai responsabili degli eventi positivi, imputandoli esclusivamente a fattori esterni. Inoltre si sentono veramente degli imbroglioni e quindi di non meritare i propri successi.

In alcuni studi americani dei primi anni del duemila, i ricercatori hanno scoperto che queste persone, sono più predisposte a vergognarsi di qualcosa, soffrono più spesso di ansia e depressione. Inoltre sembrano essere dolorosamente coscienti di tutti i loro difetti, mentre tendono a sopravvalutare le capacità degli altri. Si mettono a confronto con gli altri e hanno una percezione soggettiva (molto spesso fallace) di inferiorità, questo ovviamente comporta anche una autostima molto bassa.

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Le persone con questa sindrome hanno inoltre un modo di pensare ossessivo. Ad esempio, quando non vogliono essere scoperti come imbroglioni ad un esame, adottano due tipi di strategia: l’overdoing e l’underdoing. Nel primo caso si preparano in maniera quasi ossessiva all’esame, per limitare al massimo la possibilità di non essere “scoperti” e quindi di rendere al massimo. Ma se riescono a superare l’esame con un ottimo voto attribuiranno questo successo, non alle proprie capacità, ma piuttosto alla grande fatica o al fatto che gli sono state fatte domande semplici. Nel caso dell’underdoing, la persona si comporterà al contrario, cioè tenderà a preparare l’esame in ritardo e in fretta, perché probabilmente ha preferito occuparsi di altro nel tempo disponibile. Lo psicologo sociale Edward Jones descriveva questo comportamento come self handicapping: boicotto da solo i miei risultati e le mie azioni, in tutti i modi possibili, così posso proteggermi dall’insuccesso e dalla possibilità di un fallimento che dovrei per forza assegnare a me stesso, ma in fondo se l’avessi voluto ci sarei riuscito. Entrambe le strategie (underdoing e overdoing) limitano la propria visione del futuro e limitano la propria capacità di azione nel mondo.

Come è possibile affrontare un problema simile e come è possibile risolverlo?

Bisognerebbe rafforzare la propria autostima, riducendo l’apporto dell’ansia e della depressione. In terapia i pazienti affronteranno e analizzeranno le diverse sfaccettature della propria personalità, scoprendo e rafforzando i propri punti di forza, i rapporti positivi con le altre persone e valorizzando i risultati ottenuti e riconoscendo la loro responsabilità nelle loro azioni.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’insoddisfazione.

“Tutto diventa così problematico a causa di un difetto di base: essere insoddisfatta di me stessa.”

Anna Freud

L’autostima è un processo di auto-percezione che porta la persona a valutare se stessa tramite l’approvazione del proprio valore personale. Avere stima di se significa sentirsi apprezzato dagli altri e da se stessi. L’autostima si alimenta e muta continuamente ed è una sensazione prettamente soggettiva, anche se può esser condizionata dagli altri.

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L’insoddisfazione verso se stessi, (come descritto nella citazione di Anna Freud) può in tal senso intaccare la propria autostima e quindi essere alla base di diversi problemi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Fobie

Le fobie possono essere descritte come paure irragionevoli e inappropriate. Esse sono state definite per la prima volta già nel 1798 come “paure di demoni immaginari o paure indebite di cose reali” da Benjamin Rush che le descrisse facendo un elenco di 18 fobie.

Oggi le fobie sono abbastanza comuni, si possono osservare a tutte le età e a volte si accompagnano ad altri tipi di disturbi come gli attacchi di panico, le compulsioni (disturbo ossessivo compulsivo) o anche disturbi dell’umore (depressione). Le fobie hanno un peso specifico determinante e a volte devastante per la vita delle persone che ne soffrono. La fobia in generale è descritta come una paura unica ma dirompente e invalidante.

” Un ragazzo venne ad un primo incontro insieme alla madre. Era magro, abbastanza alto per la sua età. Entrò con passo esitante, ma appena accolto in stanza e invitato ad accomodarsi insieme alla madre, si andò a sedere velocemente. Nonostante facesse particolarmente freddo quel giorno portava solo una felpa col cappuccio, opportunamente alzato a coprire la testa e il volto. Sotto il cappuccio si intravedeva un cappellino di lana e un ciuffo di capelli che spuntava sulla fronte che gli copriva ulteriormente il capo, gli occhi e il volto. Si sedette, chinò il capo, mani nelle tasche della felpa scura e rimase in silenzio. La madre esordì dicendo: ” non so neanche come sono riuscito a portarlo qui dottore, non voleva venire. Non esce da giorni, dice che si mette vergogna e che ci viene l’ansia, non so più che fare.”

Caso clinico –
fobia sociale – immagine google

Le fobie sociali sono condizioni molto diffuse e si possono manifestare spesso con altri disturbi dell’umore o con disturbi d’ansia. Ci possono essere diverse manifestazioni cliniche dell’ansia sociale (caratterizza questa fobia una forte paura per il giudizio degli altri, sentirsi inadeguato e non all’altezza degli altri) e può essere estremamente sintetizzata come una variante molto più grave della timidezza. Spesso insieme alla fobia sociale si può presentare l’agorafobia (letteralmente paura delle piazze) che può portare ad un forte timore per le uscite in generale (anche andare al supermercato), paura di allontanarsi troppo da casa, paura di sentirsi male in pubblico (dove si potrebbe esser notati e creare un disagio) o sentirsi male in un posto dove si potrebbe non essere visti e quindi soccorsi. La claustrofobia è invece la paura degli spazi ristretti e chiusi (questa fobia si lega spesso alla sensazione di sentirsi soffocare, non respirare, come se mancasse l’aria).

Copertina di un videogioco – immagine google

La fobia per le malattie (negli ultimi tempi più presente nelle persone a causa della pandemia), ad esempio, si differenzia dall’ipocondria, perché rispetto a quest’ultima, nella fobia è presente l’evitamento per la situazione temuta. La paura risulta essere sproporzionata rispetto alla situazione reale; la persona non riesce a controllarla volontariamente e non riesce ad eliminare l’ansia seppur in possesso di spiegazioni razionali.

Nelle fobie, l’ansia, dal punto di vista soggettivo (per la persona che la prova) si può considerare “situazionale” (legata ad una situazione, timore per qualcosa in particolare); l’ansia, nelle fobie, è in genere legata a qualche circostanza o oggetto specifico. In genere la persona si “difende” da queste sensazioni di ansia e paura ingestibili evitando la situazione o l’oggetto specifico che procura l’ansia (evitamento).

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Concludendo, vorrei soffermarmi sull’aspetto soggettivo di questo problema. Può sembrare, a chi la vede “da fuori”, che la fobia sia una cosa estremamente bizzarra, a volte fastidiosa, a volte addirittura esilarante. In realtà la percezione per chi la vive è estremamente reale, di natura invasiva e coercitiva tanto da compromettere la quotidianità di una persona. Come le ossessioni, le fobie sono ripetitive e difficili da estirpare. Resistere ad una fobia è a volte quasi impossibile. Le persone che ne soffrono sono consapevoli dell’esagerazione e dell’irrazionalità delle loro paure, ma non riescono al liberarsene perché sono “paure interne”, provengono da loro stessi.

La psicoterapia può essere molto efficace per la risoluzione delle fobie, ma nei casi gravi può essere necessario, oltre alla psicoterapia, anche il supporto della terapia farmacologica almeno nelle fasi iniziali.

https://ilpensierononlineare.com/2019/06/26/pavor-nocturnus-terrore-notturno-e-bambini/

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Paura e panico.

Oggi voglio parlarvi della paura e del suo esito più estremo il panico (approfondirò poi in un prossimo articolo il disturbo da attacchi di panico). Potremmo considerare il panico come quella sensazione di paura incontrollabile che può prenderci alla sprovvista e che ci rende impotenti. Spesso questa sensazione può avere delle connessioni con fattori oggettivi esterni, ma tante volte può alimentarsi con fattori interni all’individuo. La paura può infatti essere condizionata anche dall’interpretazione falsata di segnali esterni. La persona che la prova, per esempio, percepisce come pericolosi segnali che per altre persone risultano innocui e decisamente affrontabili.

Una crisi di panico può verificarsi sia in situazioni oggettivamente critiche e pericolose (incidenti, disastri, incendi…) sia in situazioni legate a luoghi della quotidianità (in supermercato, in ascensore, al cinema, in auto, per strada..), “l’elemento comune è che la persona perde il dominio di sé, dei propri atti e pensieri e cade sotto il dominio delle percezioni trasmessele dal contesto: spazio, rumori, luci, ombre. Si tratta […] di un disturbo che nei casi più gravi porta le persone che ne sono afflitte a non uscire di casa e/o ad avere sempre bisogno di una presenza rassicurante accanto a sé.” (Anna Oliverio Ferraris)

In alcuni studi e ricerche i ricercatori hanno potuto osservare che per far si che una situazione di ansia o paura si tramuti in panico in genere la persona si deve sentire anche psicologicamente isolata, senza riferimenti e magari in presenza di altre persone molto spaventate, impotenti e incapaci di dare sostegno o aiuto.

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Quindi ciò che può predisporre una persona al panico, è un sentimento e un vissuto personale di impotenza e solitudine, oltre alle situazioni oggettive che si possono vivere in prima persona e che possono fungere da innesco al panico. Il fatto di sentirsi soli, senza una via di scampo e senza il possibile sostegno o il conforto di qualcuno, provoca una sensazione di smarrimento che quindi porta ad uno degli esiti più estremi della paura.

Questa emozione così forte e così dissestante ha una funzione originaria totalmente diversa. Essa preparava e organizzava la risposta personale e adattiva attraverso l’istinto di sopravvivenza, ad un evento reputato come potenzialmente pericoloso. La risposta poteva essere di difesa, attacco o fuga.

La paura è una emozione primaria importantissima e funzionale alla propria sopravvivenza e alla sopravvivenza degli altri, perché è facilmente riconoscibile dagli altri(se mi spavento per qualcosa allerterò gli altri, che se potenzialmente in pericolo potrebbero salvarsi). La paura si può quindi considerare come una emozione positiva (anche se è sempre vista nella sua accezione negativa).

Chi non ha paura?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi