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Psicologia e Antropologia: De Martino – riti d’amore. PODCAST.

Il viaggio di oggi ci porta, ancora una volta, tra le stanze dell’Antropologia. Partendo dalla fascinazione, andremo più nel dettaglio e tramite l’opera di Ernesto De Martino, esamineremo il fenomeno dei riti e rituali d’amore.
Quale il legame tra i riti magici e l’amore? C’è ancora qualche traccia, oggi, di questo fenomeno?
Continua così tutta una serie di tappe che saranno dedicate a questo tema che, dal 1959, risulta oggi più che mai attuale.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Magia e religione: pillole di antropologia. PODCAST.

Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta della relazione esistente tra magia e religione.

Faremo una sosta tra le stanze dell’antropologia per conoscere più da vicino come il malato (nel caso specifico colui che è affetto da un disagio psichico; terminologia che si riferisce però allo schema della medicina ufficiale colta), vive il suo disagio servendosi -per così dire- della commistione tra riti magici e preghiere.

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Cannibalismo

In tema con il periodo di Hallowen oggi vi racconterò uno dei fenomeni della mente umana più orribili.. il cannibalismo.

Questa è la storia di Armin Meiwes (Franky), che balzò alle cronache nel 2001. Meiwes fu ribattezzato come “mostro di Rotenburg”, dal nome della cittadina tedesca in cui viveva. La sua vittima consenziente fu Bernd-Juergen Brandes.

C’era una volta un bambino che immaginava di uccidere e mangiare i propri compagni di scuola. Amin aveva due fratelli, ma si sentiva solo. La sua sensazione di solitudine l’aveva portato ad immaginarsi un fratello immaginario, proprio quando uno dei suoi fratelli se ne andò di casa. Amin chiamò questo fratello immaginario Franky. Diventò grande, ma le sue strane fantasie continuavano a tormentarlo, tanto che un giorno decise, insieme a Franky, di utilizzare alcune chat di internet per fare una semplice domanda: “C’è qualcuno disposto a farsi macellare e mangiare?”. Di certo non si aspettava che qualcuno rispondesse a questa sua richiesta strana e bizzarra. “Chi vuoi che risponda? Mi illudo..”.

Risposero in tanti, veramente tanti.. ma ne bastò uno. Armin lo invitò a casa sua. Lui accettò. Preparò la sua stanza in soffitta, preparata molto minuziosamente, per la macellazione. Bevve insieme al suo ospite, il clima era quasi goliardico. Il suo ospite bevve moltissimo e ingurgitò tanti tranquillanti. Franky (Armin), per l’occasione, gli taglio il pene, lo cucinò e lo mangio con lui. Alla fine uccise il suo ospite, lo tagliò a pezzi e li conservò in congelatore, per continuare a mangiarlo. Tempo dopo è arrivata la polizia, avvertita da un ragazzo, che aveva letto il suo annuncio in rete. A quanto pare anche lui cercava qualcuno da uccidere e mangiare..

Antony Hopkins – dottor Annibal Lecter – Il silenzio degli innocenti (immagine google)

L’antropofagia ha una storia vecchia come l’uomo ed è un fenomeno che vaga tra leggenda e realtà, tra antropologia, psichiatria e psicologia. Gli impulsi e le fantasie cannibalistiche fanno parte della struttura profonda della psiche umana e nascono addirittura nella prima infanzia come ipotizzato in Totem e Tabù da Sigmund Freud, Abraham, poi più avanti da Melanie Klein.

Racconti di atti cannibalistici sono raccontati già da Erotodo, nel V secolo a.C. nella sua opera “Storie”. Nei suoi numerosi viaggi, incontro popoli e culture molto dissimili dalla sua. Incontrò nei suoi viaggi gli androfagi, raccontò: “Gli androfagi possiedono costumi più selvaggi al mondo: non praticano la giustizia, non possiedono alcuna legge. Sono nomadi, si vestono alla maniera degli Sciti, ma parlano una lingua propria e sono gli unici fra queste popolazioni a cibarsi di carne umana“.

Gli androfagi raccontati da Erotodo si muovevano ai confini della Scizia, un territorio racchiuso tra il Mar Nero settentrionale, la parte meridionale dei Monti Urali e a oriente delimitato da quello che oggi è il Kazakhstan.

Esistono ovviamente anche descrizioni più recenti dei cannibali. Cristoforo Colombo nei suoi racconti, dei primi viaggi nelle Americhe, incontrò i caniba, una tribù delle Antille che, secondo Colombo, mangiava i prigionieri di guerra.

In seguito, saranno poi numerosi i racconti, che arrivano da ogni parte del mondo di popoli che usavano mangiare i propri nemici o che mangiavano carne umana. All’epoca delle colonizzazioni, quello del cannibalismo, era uno dei pretesti per giustificare l’invasione di quei territori e l’intenzione di “civilizzare” (secondo il punto di vista europeo), quelle popolazioni. Ma quanto c’era di vero in quei racconti?

Il dubbio ha infatti caratterizzato un filone di ricerca antropologica dell’antropologo americano William E. Arens (1979 _ Il mito del cannibalismo. Antropologia e antropofagia). Secondo Ares l’idea che ci sia un impulso al cannibalismo universale, caratterizzato da rituali e intriso di culture e storie, è solo un mito. Lui sostenne che quel tipo di racconti avevano uno scopo ben preciso: giustificare le azioni dei conquistatori (spesso caratterizzate da emarginazioni e violenze) e rivendicare il loro diritto ad imporre la loro cultura.

In parte però le sue affermazioni sulla natura mitologica del cannibalismo, sono state smentite da ritrovamenti (nel 1996) di resti di ominidi, ad Atapuerca in Spagna, di 800.000 anni fa che mostrerebbero segni inequivocabili di cannibalismo. Nel 1999 una ricerca pubblicata su “Science” ha dimostrato che sei neandertal rinvenuti nel sito francese di Moula – Guercy e vissuti circa 100.000 anni fa furono vittime di cannibalismo. Più di recente, sempre in Francia (Fontbrégua), sono stati ritrovati frammenti di Homo Sapiens di circa 4000 anni fa, anch’essi probabilmente resti di un “pasto” cannibalico.

Nel 2000, in un articolo pubblicato su “Nature”, furono pubblicati i risultati di ricerche effettuate su resti di feci umane ritrovati in un insediamento (di circa 850 anni fa) di indiani Anasazi in Colorado, furono trovati tracce di mioglobina umana, una proteina del muscolo cardiaco.

Chi si occupa di antropofagia distingue due tipi di cannibalismo: quello di sussistenza e quello rituale. Un esempio del primo, quello di sussistenza, è la storia dei sopravvissuti dell’incidente aereo sulle Ande nel 1973. Per non morire di fame i superstiti mangiarono parte dei loro compagni morti nell’incidente.

Per quanto riguarda il cannibalismo rituale, bisogna fare una distinzione tra esocannibalismo ed endocannibalismo. Nel primo caso ci si ciba dei nemici e degli stranieri, nel secondo dei defunti appartenenti al proprio gruppo. Entrambe le pratiche, si basano su una idea magico-religiosa, secondo cui mangiare la carne dell’altra persona permette di acquisirne le qualità.

Infine c’è il cannibalismo criminale, che ha a che fare con quello di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo. In questi casi si mangia l’altro per una forma di rapporto affettivo deviato e anche in questo caso il pasto diventa simbolico, come una sorta di interiorizzazione e possessione, che in alcuni casi può avere anche una valenza sessuale.

La teoria psicoanalitica interpreta l’atto cannibalico come una introiezione, attraverso la pulsione legata alla fase orale e all’aggressività che la riguarda. Più specificatamente ci si riferisce alla componente sadica presente nella fase orale, in cui si assiste al desiderio di incorporazione dell’oggetto amato che verrà sostituito, nel corso dello sviluppo psicosessuale dall’identificazione. “Assimilando in sè, mediante ingestione, parti del corpo di qualcuno, ci si impadronisce anche delle qualità che a costui erano proprie” (Freud – 1912 – 13). Lo stesso significato viene attribuito da Freud a quello che lui definisce, in “Totem e Tabù”, pasto totemico, compiuto agli albori della storia dell’uomo, quando i figli, alleatisi tra di loro, uccisero il “padre”, che proibiva loro, la possibilità di giacere con le donne del clan, e lo divorarono. Il senso di colpa che ne seguì segno la fine dell’orda primitiva e l’inizio dell’organizzazione sociale più moderna, con l’introduzione della morale e della religione.

Insomma, violare il tabù di cibarsi di carne umana, come disse qualche tempo fa uno psichiatra Emilio Fava, è una cosa molto complessa e prevede che ci siano una serie di impulsi di avidità orale e aggressività ” e un pensiero concreto, incapace di astrazioni e sublimazioni” e probabilmente incapace a provare emozioni.

“Finisce bene quelche comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Antropologia in Pillole #3: Magia e Religione.

Possiamo definire la magia come quell’insieme di pratiche e credenze cui si ricorre come momento di difesa da stati di disagio esistenziale sia psichico che fisico.

In culture non dominate dall’ideologia del medico, questi stati di disagio psicofisico, vengono configurati con ideologie che hanno una loro antica origine e hanno -pertanto- una loro funzione attuale nell’ambito delle società cui si riferiscono. Tali ideologie possono concettualmente – per così dire- essere distinte in due rami: il primo che vede “fascinazione e malocchio”* da un lato e “la possessione”, dall’altro.

Attorno a questi due “rami” si configura la concezione della malattia.

Il malato vive il proprio disagio entro questi schemi culturali e, sempre attorno a questi, si organizza il sistema di difese tradizionali; è in tale quadro che magia e religione si mescolano.

Accade, pertanto, che da una parte troviamo il mago che andrà a utilizzare (per i suoi riti), simboli presi in prestito dalla religione cattolica (ad esempio la croce), e all’altro lato, troviamo la Chiesa cattolica stessa. I due attori in questione, richiedono il raggiungimento di un compromesso poichè pur tentando di stigmatizzare queste manifestazioni che sfuggono al suo controllo, la Chiesa dovrà compiere un passo indietro per assecondare il volere dei Santi.

Abbiamo già conosciuto il tarantismo, ora è del Male di San Donato, che parleremo brevemente.

Il male di San Donato è a tutti gli effetti una malattia ma – badate bene- una malattia non riferibile ai nostri schemi nosografici moderni (della medicina ufficiale colta). Il male di San Donato è quello specifico male (il Santo è il protettore degli epilettici e dei malati di mente) che ti lega per sempre al Santo. San Donato – infatti- decide di farti ammalare o di concederti la grazia, una grazia che fa sì che il malato guarisca anche solo per la durata di un anno (fino al ripresentarsi della festa del santo stesso).

La prossima volta consoceremo un po’ meglio l’esorcismo

*Fascinazione: indica una condizione psichica di impedimento e inibizione dovuta ad un senso di dominazione da parte di un’altra entità. Richiede due figure: una vittima e un agente fascinatore. Se l’agente fascinatore è umano, si parla di Malocchio ovvero un’influenza maligna causata da uno sguardo invidioso da parte di un’altra persona.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’Immigrato allo specchio II

Oggi 20 giugno è la Giornata Mondiale del Rifugiato. Secondo l’UNHCR ci sono circa 80 milioni di persone nel mondo che sono costrette, per qualche motivo a fuggire dalle proprie case. Secondo un sondaggio internazionale di Ipsos, fatto in occasione di questa giornata nel 2021, su 19000 cittadini di paesi diversi, la maggioranza degli intervistati concorda sul fatto che gli immigrati avrebbero diritto a rifugiarsi in un altro paese per sfuggire alla guerra, alla persecuzione e alla povertà. Ma circa il cinquanta percento non vorrebbe i rifugiati nel proprio paese e vorrebbe che si chiudessero le frontiere.

In Italia il 79% degli intervistati concorda sul diritto a rifugiarsi, ma solo il 49 % è d’accordo ad accogliere i migranti. Il 46% vuole invece chiudere i confini.

“Gli intervistati in Malesia (82%), Turchia (75%) e India (69%) hanno maggiori probabilità di sostenere la chiusura delle frontiere ai rifugiati, mentre quelli in Polonia (34%), Giappone (38%), Stati Uniti (41%) e Argentina (41%) sono i meno favorevoli a una politica di completa chiusura.”(IPSOS)

Inoltre c’è molto scetticismo, nei diversi paesi, sul fatto i migranti siano veramente dei rifugiati e che quindi abbiano il diritto di varcare le frontiere. In Italia sono circa il 57% degli intervistati a sostenere che i migranti non siano veri rifugiati. Il 58% è invece abbastanza sicuro che i rifugiati possano integrarsi senza problemi.

“In media nei 28 Paesi esaminati, il 47% degli intervistati concorda sul fatto che i rifugiati si integreranno con successo nelle loro nuove società, mentre il 44% non è d’accordo.” (IPSOS)

In merito a questo argomento e in occasione di questa giornata vi ripropongo alcune considerazioni di qualche mese fa.

Viviamo un periodo storico in cui sembra che quasi tutta l’attenzione mediatica politica e sociale, sia rivolta alle migrazioni. Addirittura alcuni partiti politici italiani, europei e statunitensi per ottenere consensi, hanno incentrato gran parte delle loro campagne elettorali degli ultimi anni su questa tematica, tendendo sostanzialmente a stigmatizzare lo straniero, l’immigrato e premendo su quella che pare essere una paura “antica” delle persone, la paura del nuovo, del diverso, dello sconosciuto.
Probabilmente conoscere alcune dinamiche psicologiche che caratterizzano l’esperienza migratoria, dal punto di vista del migrante e dal punto di vista di chi “accoglie” gli immigrati, potrebbe aiutarci a essere meno estranei all’estraneo.

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Tendenzialmente, quando il fenomeno migratorio diventa “evidente e ingombrante”, perché invade i nostri luoghi di convivenza sociale, ci sentiamo smarriti e spaesati e ci rintaniamo in una posizione difensiva alzando alte barriere di pregiudizi rafforzati da collanti di moralismi e idee nazionalistiche.

“…l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno”.

( “L’Altro” Ryszard Kapuscinski  ).

Siamo portati ad allontanarci, come in una reazione difensiva, dalla possibilità di comprendere le ragioni e le sofferenze che sottendono gran parte delle migrazioni e dell’esperienza migratoria. La paura dello sconosciuto determina chiusure e fughe.

“Notiamo che il concetto di altro è sempre del punto di vista dell’uomo bianco, dell’europeo.” … “ In questo senso siamo tutti nella medesima barca. Tutti noi abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me ….” 

“L’Altro” Ryszard Kapuscinski

L’esperienza del migrante è complessa e dolorosa, è fatta di distacchi improvvisi, di pericolosi viaggi, di esperienze nuove e tragiche, di fame, sete, sfruttamento, di traumi e violenze. È segnata inoltre da diversi passaggi emotivamente molto dolorosi: la partenza con lo sradicamento dalla terra d’origine, il viaggio, l’arrivo in una terra nuova e il difficile inserimento nel nuovo contesto sociale.

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L’emigrazione inoltre coinvolge diversi aspetti psicologici ed emotivi. La paura della separazione, il senso di abbandono, la solitudine, l’incontro con lo sconosciuto, lo scontro con una nuova lingua. La sensazione di impotenza di fronte la possibilità di non poter comunicare è ciò che inizialmente angoscia di più. Lo stesso Freud durante il suo esilio a Londra provò sulla sua pelle questa esperienza dolorosa e in una sua lettera a Raymond de Saussure scrisse queste parole:


“Avete tralasciato un punto che l’emigrante avverte in modo particolarmente doloroso, è quello per così dire della perdita della lingua con la quale ha vissuto e pensato e che pur con tutti gli sforzi di immedesimazione non potrà mai sostituire con un’altra”. “ Ho realizzato, mediante una comprensione dolorosa, quanto i mezzi linguistici, che avevo facilmente a disposizione, mi mancano nell’Inglese…. “

(Sigmund Freud – lettera scritta in esilio a Londra a Raymond de Saussure).


Ciò che si osserva nelle persone che si apprestano ai primi colloqui è un senso di “solitudine” e di “vuoto comunicativo” ; perché comunicare attraverso la mediazione di un linguaggio non originario determina in parte la perdita del significato e la potenza del peso specifico delle parole e quindi della descrizione di aspetti emotivi e sensazioni del proprio vissuto. La sensazione di non essere compreso può tramutarsi facilmente, in una persona spaventata e sola, nella sensazione che l’altro non voglia comprendere e quindi può generare angosce, paranoie, tristezza e quindi il ritorno di pensieri legati ai propri vissuti di abbandono.

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Tutto ciò inevitabilmente può rispecchiarsi nell’altro che accoglie. Se lo straniero è portatore di sofferenze, traumi dolorosi, povertà, può generare in chi lo accoglie sensazioni di impotenza e fragilità che cozzano con la possibilità di incuriosirsi e comprendere la sofferenza dell’altro.
È più facile e veloce erigere muri e chiudere e proteggere i nostri confini piuttosto che lasciarsi andare alla curiosità e quindi aprirsi all’accoglienza, all’aiuto e all’integrazione.

Dott. Gennaro Rinaldi

Jung la Psicologia e i fenomeni occulti.

Nella vita di Jung lo studio delle manifestazioni definite “paranormali” ebbe un grande rilievo. Nei primi decenni del 1900 l’interesse per la parapsicologia e per i fenomeni occulti era sempre maggiore, per Jung vi era quindi la necessità di espandere la sua conoscenza e comprendere attraverso una interessante ricerca sul campo gli aspetti psicologici e sociali che riguardavano questi fenomeni, indagando con rigore scientifico e con curiosità. Ecco due estratti dal libro “Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti”:

” In quest’età di materialismo […]si è avuta una reviviscenza della fede negli spiriti, sia pure a livello più elevato. Non si tratta di una ricaduta nella superstizione, ma di un intenso interesse scientifico, del bisogno di proiettare la luce della verità su un caos di fatti malsicuri […].”

Carl Gustav Jung
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” Ho indicato le tre origini principali che pongono la credenza negli spiriti su una solida base; le apparizioni, i sogni, le turbe patologiche della vita psichica […]. Gli spiriti sono complessi dell’inconscio collettivo che si manifestano quando l’individuo perde l’adattamento alla realtà, oppure cercano di sostituire l’atteggiamento inadeguato di tutto un popolo con un nuovo modo di pensare. Quindi sono fantasie patologiche oppure idee nuove ancora sconosciute [..].

Carlo Gustav Jung

Per approfondire ecco il libro di Carl Gustav Jung https://amzn.to/3cqFV2L

dott. Gennaro Rinaldi

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