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Ascoltare vs Comprendere.

Immagine Personale.

“Un ascolto che fa mostra di comprendere ciò di cui l’altro soffre non è ascolto, è paura di ascoltare; anche questa sarà una perversione del linguaggio: qualificare come “umanista” un ascolto impaurito, “neutro” e “benevolente”, mentre ciò che oggi si può intendere è che questo “umanesimo dell’ascolto” può mascherare barbarie o indifferenza”.

Pierre Fédida.

Sintonizzarsi con l’altro essendo/CI comporta la possibilità di entrare in gioco come dualità in costruzione e in incontro (incontro e ascolto empatico, spoglio di tutte quelle sovrastrutture che mettono il mio desiderio e il mio essere, prima del tuo, creando – invece- una circolarità in cui entrambi ci sentiamo al sicuro e sicuri di poter esprimere il nostro essere).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Linguaggio: sviluppo e sua comprensione.

Fonte Immagine “Google”

Molti genitori vivono il momento della “prima parola” detta dai propri figli, come un momento denso di apprensione. Mamme, papà e nonni vivono talvolta con ansia il momento in cui il proprio bambino dirà la fatidica parolina magica “mamma”.

Molti pensano che il proprio bambino sia un genio “com’è precoce.. come è avanti con lo sviluppo”.. altri di converso vivono con timore il fatto che “questo/a ancora non parla”..

Come si sviluppa pertanto il linguaggio nei bambini? Scopriamolo insieme.

Buona lettura.

Lo sviluppo del linguaggio nei bambini sembra essere una capacità così precoce, tale da evidenziare una predisposizione biologica nello sviluppo di tale funzione.

Sin dalla nascita, infatti, il neonato riesce a cogliere la simmetria esistente tra i suoni uditi e i movimenti delle labbra di colui che emette il suono. In una ricerca del 1979, Dodd evidenziò come i bambini fossero capaci già a 3 mesi, di distogliere lo sguardo ogni volta che si trovavano innanzi una persona che pronunciava delle parole a cui, non corrispondevano i movimenti delle labbra; è emerso inoltre che i bambini – nello stesso periodo di sviluppo- , tendano a preferire l’ascolto di una persona che nel parlare mantiene le normali caratteristiche del linguaggio parlato (in termini di pause e intonazione), piuttosto che un tipo di linguaggio meno regolare e di converso più confuso.

Intorno ai 6 mesi di vita il bambino riesce a discriminare tutti i contrasti fonetici, anche quelli non presenti nella lingua madre. Questa abilità però dopo gli 8 mesi viene persa poichè il bambino sarà più portato a discriminare i suoni della lingua madre a cui è esposto. A tal proposito- ad esempio- studi sui bambini cinesi dimostrarono che questi bambini dopo gli 8 mesi, non sono più in grado di discriminare la r dalla l in quanto nella loro lingua madre non v’è distinzione tra i due fonemi.

La comprensione del linguaggio ne precede la sua produzione: prima di parlare infatti, comprendiamo.

Secondo Markman (1980) nel procedere con la comprensione di una parola, un bambino costruisce e segue tutta una serie di ipotesi che sono biologicamente predeterminate. All’inizio il bambino procede seguendo l’oggetto interno per cui apprenderà che un “nome di”, riferisce a quell’oggetto nella sua globalità; dopo aver appreso il nome, si passa alla generalizzazione secondo cui quel nome non è legato solo a quel dato oggetto, ma a tutti gli oggetti a lui simili. Successivamente si passerà a discriminare e ampliare attraverso sinonimi o classi quella parola appresa da altre che possono poi significare altre cose:

La parola margherita indica inizialmente quello specifico fiore indicato così dagli altri (oggetto interno); successivamente con la generalizzazione, il termine margherita viene estesa a tutto ciò che essa circonda “erba, terreno” a tutto ciò che con essa si può fare “profumarla, regalarla” e a tutti gli altri fiori che le somigliano. Con la discriminazione il bambino capirà che “margherita” non sostituisce la parola “fiore”, ma che la comprende così come “infiorescenza”.

Secondo gli studiosi (Markman e Hutchinson, 1984), queste capacità non sono apprese tramite le osservazioni, ma sono inscritte nei geni e si sono evolute insieme all’uomo stesso.

Se noi siamo pronti ad ascoltare, i bambini parlano… eccome se parlano!

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Mio figlio non mi ascolta…

Immagine Personale: “La mia famiglia”.

“Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare ad occuparsi dei genitori”.

John Bowlby.

Capita sempre più che i genitori arrivati presso una consultazione, lamentino un “mancato ascolto” da parte dei propri figli “Mio figlio non mi sente”.. dice la signora M… “sta sempre con la testa da un’altra parte”.. sostiene L…

Giovanna, 45 anni, chiama presso il Consultorio dell’Asl in una fredda mattinata di Dicembre. Dal tono della voce si evidenzia subito uno stato di urgenza e ansia; si percepisce inoltre spavento e angoscia per una situazione che non “riesce più a controllare”.

“Mio figlio”, dice, “è un disastro, si ribella di continuo non segue i nostri ordini e le direttive familiari; fa sempre di testa sua è scontroso e aggressivo. Da poco ha cominciato a girare con un coltellino in tasca e io non so più cosa fare”.

Michele ha 13 anni ed è il classico pre adolescente. Alla ricerca della propria identità in divenire (come in divenire è il momento della vita che si trova a vivere, essendo l’adolescenza una fase di passaggio in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno ancora adulti), sperimenta con l’abbigliamento (giudicato dai genitori inopportuno) e sfidando l’autorità (rispondendo male e in maniera provocatoria) “chi sono”.

Senza entrare nel dettaglio della storia (i cui nomi è bene sottolineare, sono di fantasia), già dal primo colloquio è emerso che la situazione familiare appare piuttosto caotica, rigida e “mortificante”.

Il padre di Michele è un esponente delle forze dell’ordine: appare rigido e fermo sulle sue posizioni che sono “sempre giuste e sicure” : “a casa comando io”.

La madre è una casalinga che vive costantemente soggiogata dalle decisioni prese da un marito “freddo e che non è mai stato partecipe della vita familiare”, in sostanza il marito non c’è mai ma pretende che le sue decisioni siano legge.

La sorella di Michele di 3 anni più piccola, è trattata come una bambolina/trofeo; oggetto d’amore della madre viene costantemente riempita (fino a strabordare) di proiezioni, dimenticando che anche lei – Valentina- ha una sua personalità in costruzione. Riempita fino all’orlo di proiezioni materne Valentina ha smesso di mangiare: troppo piena di cose altrui per riempire lo stomaco di cibo; ha inoltre cominciato da poco a vomitare (il surplus emotivo) ciò che non riesce più a contenere con il suo esile corpo.

Il breve estratto del caso citato, vuole evidenziare come spesso ci soffermiamo sulle problematiche dei bambini, degli adolescenti o dei giovani adulti dimenticando l’importanza del contesto in cui loro sono (stati) calati : la famiglia.https://ilpensierononlineare.com/2019/06/26/pavor-nocturnus-terrore-notturno-e-bambini/ https://ilpensierononlineare.com/2019/09/26/leta-in-divenire-ladolescenza-come-terra-di-mezzo-tra-linfanzia-e-la-vita-adulta/

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Musical/Mente: gli effetti delle musica sui bambini.

Fonte Immagine “Google”

La vita dell’essere umano è scandita fin da subito (dall’esperienza intrauterina), dalla presenza del ritmo. Le esperienze prenatali includono infatti la regolare presenza del battito cardiaco e del respiro materno; esperienze a cui seguirà dopo la nascita l’uso di tutta una serie di “suoni” che chi si prende cura del bambino, userà per comunicare con quest’ultimo/a. Tra i primi suoni utilizzati per comunicare o attirare l’attenzione del bambino, abbiamo l’uso delle filastrocche o ninnenanne.

Le filastrocche o comunque tutte quelle canzoncine usate, sono di solito caratterizzate da elementi comuni ovvero: estrema regolarità, semplicità e ripetitività. Si tratta in sostanza di canzoncine molto semplici (sia dal punto di vista ritmico che melodico), che riescono a creare come una sorta di sospensione, di attesa, un “prima o poi qualcosa accadrà”, che riesce a tenere i bambini calmi e sereni, analogamente a quanto accadeva quando nell’esperienza intrauterina erano cullati e coccolati dal suono della voce materna.

Numerose ricerche hanno affrontato il tema poc’anzi esposto. In generale si potrebbe dire che tutti nasciamo con una “certa” predisposizione ai suoni (proprio in vista delle esperienze intrauterine vissute), tuttavia i ricercatori hanno deciso di indagare ulteriormente la questione. Si è quindi deciso di valutare se, in qualche modo, essere sottoposto a giochi o attività musicali abbastanza precocemente possa rendere successivamente più bravi a distinguere/riconoscere i suoni oppure a percepirne la loro regolarità/irregolarità. La domanda a cui provare a rispondere diventa pertanto se l’allenamento possa essere un valido aiuto nello sviluppare la capacità di elaborazione dei suoni, oppure se solo chi in partenza ha una sensibilità più spiccata è poi successivamente più propenso a dedicarsi alla musica.

Christina Zhao e Patricia Kuhl, dell’Università di Washington, hanno distinto le due possibilità dividendo circa 40 bambini di nove mesi in 2 gruppi e facendoli poi giocare per un mese con i genitori: un gruppo ha ascoltato musiche complesse (ad esempio un Valzer) aiutando i genitori a batterne il ritmo mentre l’altro gruppo si è dedicato a giochi come quello delle macchinine; gioco simile a quello dell’altro gruppo (in termini di intensità e interazione di movimenti), ma senza musica.

Lo step successivo è stato far ascoltare altre musiche dai ritmi simili ma con anomalie e interruzioni del ritmo. I successivi esami dell’attività cerebrale (magnetoencefalografia) hanno mostrato che chi aveva ascoltato musica attivava di più le aree uditive e la corteccia prefrontale in risposta alle anomalie; si dimostrava pertanto una maggior capacità di attenzione e analisi dei suoni. Il dato interessante fu tuttavia un altro, ovvero che questi bambini erano anche maggiormente capaci di attivare una “risposta” in seguito all’ascolto di una lingua straniera.

“L’ascolto musicale precoce sembra migliorare la capacità dei bambini di decodificare suoni complessi individuandovi regolarità, un aspetto importante nella comprensione del linguaggio, e quindi potrebbe favorire anche l’apprendimento linguistico”, Zhao et Kuhl, “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

L’importanza dell’educazione all’ascolto musicale fu compresa anche da Maria Montessori che nel suo testo “Il metodo della pedagogia scientifica”, comprese come “la musica aiuta e potenzia capacità di concentrazione, ed aggiunge un nuovo elemento alla conquista dell’ordine interiore e dell’equilibrio psichico del bambino” evidenziando inoltre come questa capacità fosse di sostegno allo sviluppo del linguaggio e all’ampliamento del vocabolario.

Da musicista e psicologa ho sempre sostenuto l’importanza della musica. Credo sia fondamentale potenziare l’educazione all’ascolto; la capacità di concentrazione e sintonizzazione sul proprio e altrui Sè, che ascoltare un qualsiasi pezzo musicale richiede, è un potente mezzo nonchè una potente risorsa che l’essere umano ha. Investiamo tanto tempo nella velocità del nostro tempo moderno, dimenticando di fermarci ogni tanto, anche solo per una piccola pausa. E’ la musica che ce lo insegna.. ogni tanto prendiamo un piccolo respiro, un piccolo silenzio tra le mille note che riempiono la nostra giornata e impariamo ad ascoltare.. più intensamente. Di più.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Tra psicologia e musica.

Il termine di derivazione greca catarsi (purificazione) era utilizzato nell’antica Grecia in una duplice accezione, in quanto andava sia ad intendere la purificazione rituale, che (secondo una lettura proveniente dal linguaggio medico) l’eliminazione di umori patogeni dal corpo. Aristotele adoperò il termine non solo nell’accezione medica, ma per primo lo utilizzò e trasportò fino a indicare un fenomeno connesso all’arte, che denotava una sorta di rasserenamento e liberazione che l’uomo subiva in conseguenza della visione di un dramma, oppure dell’ascolto di una musica (basti pensare per un attimo, ai brividi che talvolta si provano ascoltando una canzone a noi cara).

La caratteristica essenziale della musica è strettamente connessa al suo forte carattere simbolico. Il simbolo è stato analizzato innanzitutto da Sigmund Freud in seguito al suo interesse per il sogno. Freud evidenziò come i contenuti onirici manifesti (ovvero la scena, ciò che noi vediamo quando sogniamo), non rappresentano ciò che il sognatore realmente sogna, ma sono una riconversione simbolica dei contenuti latenti (ovvero quelli inaccettabili per la coscienza) che proprio tramite il lavoro onirico, vengono trasformati in immagini maggiormente accettabili (ciò proprio grazie al lavoro simbolico). In sostanza, il simbolo diviene qualcosa che sta al posto di, ovvero quell’immagine che noi vediamo che in realtà, nasconde, camuffa, ciò che realmente dovremmo vedere. Ma qual è il legame tra quanto detto, e l’ambito musicale?

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Sarolta Bàn. Arte

Una composizione può o meno essere accompagnata da un testo; possiamo infatti ascoltare brani prettamente musicali (musica classica), o spostandoci in altri generi musicali, ascoltare un determinato testo.

La musica si muove pertanto su due piani strettamente interconnessi: quello del significante e del significato. Il significante (la sonorità), prende il sopravvento sul significato, il che comporta che non diviene importante cosa viene detto, ma come quel qualcosa viene detto, e questo proprio perché si parla di contenuti simbolici a cui ciascun individuo può attribuire una lettura diversa. La musica si presenta pertanto come connotata da un forte carattere simbolico, in cui è l’espressività ad essere centrale e proprio per la presenza di tale espressività, la musica non ha un contenuto immediatamente leggibile, ovvero un significato immediato (che invece potrebbe comportare da parte di tutti gli ascoltatori, provare una ristretta e identica gamma di emozioni).

Per meglio comprendere il discorso fin qui portato avanti, un esempio appare quanto mai d’obbligo. Per evidenziare come un brano musicale (un testo o una melodia), possa rinviare a contenuti diversi in diversi individui, con il Dottor Gennaro Rinaldi, abbiamo pensato di offrire una duplice lettura dello stesso brano. Il brano in questione è “una chiave”, di Caparezza (2017).

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Dott.ssa Giusy Di Maio