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Un anno Psy.

Non so bene il discorso dove mi porterà; lavoro con l’inconscio che tutto gestisce da lì…immerso nella penombra del suo topos ..

Il lavoro dello psy è incredibilmente affascinante (e non per quello che si vede in TV o sulle varie piattaforme); quello è stupro della professione. Il lavoro psy è bello perchè lavora sulle ipotesi e non sulle certezze.

Verità: che brutta parola.

Siamo in un periodo storico in cui ognuno crede fermamente nella propria unica e assoluta verità, dimenticando di lasciare spazio al dubbio e alla potenzialità dell’incertezza; vera costruttrice delle cose. Ora immagina cosa è stato per me, che non credo nei portatori di verità, accettare quanto sta succedendo…

Cos’è un anno psy…

Hmmm…

Un anno psy è stato vivere al costante fianco dell’incertezza sì, ma anche e soprattutto della paura; delle domande (di cui non conosci le risposte) e delle risposte (di cui non conosci le domande).

E’ stato vivere mettendo da parte molto “di te”, per lasciare un margine incredibile di spazio, all’altro.

Un anno psy è stato la rabbia, talvolta la delusione, come quando ho scritto un post in cui mi dichiaravo (e mi dichiaro) completamente NO fascista e (colpa mia), per aver fatto un gioco di parola con NoVax, vedermi commenti in cui mi si invitava a riflettere sulla questione del vaccino.

Riflettere, a me….

Che rifletto per lavoro ma soprattutto per predisposizione…

Accade che ho dovuto prendere coscienza del fatto che ora tutto è una sola cosa e che non c’è più spazio per altro e per l’Altro.

Un anno psy è che mi trovo ancora a dover piangere per la morte di un neonato, in mezzo al mare… Che quello sì che è un povero cristo morto per colpa nostra.. altro che quello che ci raccontano, nella nota storiellina..

Ma l’umano ha bisogno di deresponsabilizzarsi e allora… va bene la storiella tramandata da secoli, va bene girare sempre intorno alle stesse cose; ma accettare che oltre il vaccino e il covid, c’è un mondo che continua a girare e rigirare… quello no.

Un anno psy è Antonio, Ciro, Maria, Francesca, Nunzia, Paolo, Marco, Michele, Martina (…) giovani, ragazzi completamente spaesati.

Adolescenti, giovani donne, giovani uomini terrorizzati da non si sa cosa.

Sono i loro occhi spenti che emergono dalla mascherina che per metà li protegge “Dottorè io riesco a parlare solo perché la mascherina mi nasconde mezza faccia. Solo per questo riesco a guardarti negli occhi”; sono loro… con i loro vestiti rotti, bucati (e non per moda, ma per difficoltà economiche). Sono loro che studiano nonostante vengano da un certo quartiere ; sono loro che diventano genitori quando ancora non sono nemmeno figli (ragazzi senza padre, madre, cresciuti da qualche zia di turno).

Poi ci sono le signore, quelle preda dell’ansia e del panico sempre prese a fare fare fare e ci sono i rari uomini che chiedono aiuto; quelli che arrivano con l’aria da piacioni e alla prima risposta che da soli, si danno, annegano tra le lacrime riscoprendosi infans bisognosi di cure.

Un anno psy è il paziente che ti squalifica o ti sfida; la soddisfazione di portare a termine i percorsi psicologici. Il breve terrore negli occhi del ragazzino che sa che da te, la settimana prossima non tornerà ma è anche quella piccolissima fiammella che torna a rendere vivo e acquoso un occhio prima spento che ora sa che da solo, può farcela.

Almeno può provare e poco male se si cade, tanto ci si può (sempre) rialzare.

Un anno psy è la parte di vita personale. Quella che si protegge perchè le storie vere vanno sempre protette.

La verità si protegge: sempre.

Allora ci sono io, da qualche parte.

C’è che forse nel 2022 riesco a scrivere un curriculum (cosa a cui sono da sempre contraria) è che proprio odio chi si descrive attraverso i titoli che ha però -a quanto pare- ad alcuni, sapere la mia matricola di iscrizione all’albo oppure sapere dove con chi ho suonato o cosa ho fatto… rende loro più sicuri. Evidentemente potermi categorizzare in qualcosa, li rende più sereni.

Solo che qualcuno mi disse che sono come l’aria: non contenibile all’interno di qualcosa.

Ci sono i miei (questa volta) occhi chiari, dai mille colori, che sono stanchi. La sera sono secchi e bruciano; mi dicono di darmi una calmata e che potrò tornare ad immergermi nel mondo che tanto amo, con la mia valigia sempre pronta e mai del tutto riposta, nell’armadio. Ci sono le decisioni che devo prendere, quelle che saranno impalcatura di quel meraviglioso tempo che è il futuro.

C’è la carne dei miei pensieri, la più difficile da toccare, quella in cui una volta che ti insinui è quasi impossibile uscirne.

Le increspature del mio sentire; i capelli lunghissimi crespi aggrovigliati su loro stessi, portatori della mia storia.

C’è il lavoro con il tempo che mi fa capire che ora, non è tempo.

Non è ancora tempo per molte cose, ma sarà sicuramente tempo per molte altre.

Ci sono le promesse che io non faccio mai, perché sono contraria alle illusioni ma amo la quotidianità, quella fatta di piccole attenzioni e amo -soprattutto- le costruzioni specie quelle che arrivano dopo maremoti di indicibile (pre)potenza.

La presenza anche lontana, lontanissima.. che si incista lentamente ma fortemente dentro di te, saldandosi a fiamma di fuoco che arde ma non rende cenere, bensì si presenta come energia calda e viva. Combustibile per il sentire.

Cosa ti auguro per l’anno nuovo?

Un inizio continuo, vivo e pieno. Ti auguro la salute per i tuoi cari che la cosa peggiore che possa accadere è vedere chi ami stare male. Ti auguro tanto benessere per il tuo apparato psichico così tanto trascurato. E ti auguro tanti inizi, che di “fine” ne abbiamo vista davvero troppa…

E se per qualche motivo tu dovessi incontrare un’anima affine, dalle il tuo tempo ed offrile tantissimi caffè, magari mentre siete seduti all’ombra di una maestosa montagna, con un piedi nel blu del mare e una canna da pesca fatta di stelle, tra le mani, che affondi il proprio amo (senza punta) nell’acquario dei sentimenti, delle passioni, della voglia, della fantasia e del desiderio.

Desiderare per essere

questa la strada per (r)Esistere senza insistere.

Buon anno a tutti quanti, guagliù!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

(Un augurio speciale lo faccio a tutti i colleghi Psy che stanno resistendo in questi anni di pandemia; a tutti quelli che si sono reinventati essendo stati completamente dimenticati dall’ordine che nemmeno mezza mascherina ci ha mai fornito -almeno per quanto concerne l’ordine degli Psicologi della Campania-. Al mio collega, psicoterapeuta incredibilmente talentuoso, dalla mente viva e dal cuore generoso).

Buon Anno!

Fonte Immagine Google.

Lo scultore e professore di architettura, Erno Rubik nel 1974 inventò il celebre cubo di Rubik o cubo magico. Il celebre poliedro è un classico cubo di 6 facce ricoperto di 9 adesivi di colore diverso (ciascuno per faccia); come suppongo tutti sappiamo lo scopo del cubo (una volta mescolato) è riportarlo allo stato originale ovvero fare in modo che la facce tornino ciascuna del suo colore iniziale.

L’anno che sta passando, il 2020, è stato piuttosto particolare tanto che credo che anche il famoso Pantone sceglierebbe come colore dell’anno un solo colore: il marrone…

Battute a parte… qual è il filo di conduzione di tutto il discorso?

L’anno trascorso è stato denso di cambiamenti; abbiamo riscritto il nostro spazio personale , peripersonale ed extrapersonale. Lo spazio personale è stato riscritto ridefinendo i confini del nostro corpo: la mascherina ci ha tolto campo visivo e percezione/confini del nostro volto. Lo spazio peripersonale ovvero lo spazio intorno a noi -quello in cui si muove il nostro corpo- è stato riscritto implicandone una sua ridefinizione ed infine lo spazio extrapersonale quello lontano in cui i nostri arti non hanno azione, è diventato (non volendo) quello maggiormente presente.

Abbiamo scoperto come anche una sola stanza, possa trasformarsi in un mondo intero; abbiamo scoperto come anche una piccola visuale (lo spazio di un balcone, ad esempio), possa diventare uno spazio/mondo.. apertura verso l’esterno.

Nell’anno trascorso (che no! non è stato solo covid) ho spesso confuso le facce del mio cubo di Rubik.. mi è capitato di perdere addirittura il cubo; mi sono dannata nella speranza di poter trovare forma alla confusione.. ma niente.. le facce non trovavano collocazione.. i colori restavano mischiati per giungere.. d’un tratto alla completa assenza del colore.

Sai cosa ho fatto?

Ho comprato pacchi e pacchi di pastelli e pennarelli e ho cominciato a colorare “a modo mio” le facce prive di colore.

Ho scoperto che avevo potere decisionale sui colori e che anche se la forma era stata data, potevo decidere quale colore poter utilizzare, andando anche oltre i canonici colori usati.

Ho creato il mio personale cubo di Rubik.

Mi è spesso capitato di avere la sensazione di star scalando una montagna a mani nude, senza corde o imbracature varie di sicurezza.. Man mano che salivo.. le mani hanno subito tagli.. fratture.. calli..

Ma non ho perso la speranza.. ho fatto un buon allenamento.. Ed anche senza imbracatura di sicurezza ho continuato la mia salita..

Un piccolo pezzo della cima è arrivato ma la cosa divertente.. è stato scoprire come durante il percorso (graffi inclusi) mi sia riscoperta e divertita.

Allenamento.. questa parola detiene molte delle risposte alle nostre domande.

L’apparato psichico funziona per quantità e non per qualità; è sempre un fatto di energia (scarica.. scarica.. riposo).. questo cosa vuol dire?

Vuol dire che possiamo allenarci a pensare in un certo modo; possiamo allenarci (tenendo conto degli accumuli dolorosi di acido lattico, della stanchezza, della mancanza di motivazione) a vedere le cose in maniera diversa.

Possiamo allenarci anche nella risoluzione del peggior cubo di Rubik.

E’ questione di scelte. E’ questione di crederci. E’ desiderio.

Voglia.

Costanza.

Fatica.

E’ saper tollerare e apprezzare la confusione, il non sapere.

Personalmente se ripenso a tutto il 2020, so che per ogni giorno dell’anno che sta terminando ho qualcosa per cui ringraziare (gioie, dolori e fatica incluso: si chiama vita). So che posso e devo ringraziare se non altro perchè ci sono stata e ci sono.

Auguro a te un sereno anno.

Che sia la fine.. che sia l’inizio..

Qualunque sia la tua decisione, la tua visione.. Qualunque sia il tuo sconforto o il tuo desiderio..

Non arrenderti .. compra dei pastelli e prova/riprova a costruire il tuo cubo di Rubik.. che sarà diverso dal mio e per tale motivo sarà unico, importante e vitale.

Buon anno.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.