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Dottoressa sono un mostro: La famiglia del dolore celato.

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Rubrica Settimanale.

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

La storia che decido di condividere oggi non è delle più semplici. Sono stata un po’ in dubbio sul procedere o meno e alla fine, in accordo con la diretta interessata, ho decido di fornire una versione dei fatti che potesse rendere l’idea di quanto accaduto. E’ una donna a contattarmi una sera (molto tardi).

Ho accolto subito la richiesta perché ho percepito un dolore forte e visibile; un dolore capace di attraversare lo schermo nello stesso momento in cui ne stavo “soltanto” leggendo la descrizione.

Il dolore è sempre una condizione altamente personale, che va contestualizzata e compresa.

Buona Lettura.

“Buonasera Dottoressa,

mi scuso per l’orario di invio mail ma sono stata molto titubante sul procedere o meno con questa richiesta. Sono in una sorta di spirale da cui non riesco più ad uscire e non credo esista aiuto per me, per la mia condizione. Sono una donna sposata da un po’, insieme a mio marito decidemmo anni fa di adottare un bambino perché per cause che sono state definite psicogene, non siamo riusciti a concepire una vita. Abbiamo entrambi un ottimo lavoro, siamo ben inseriti nel contesto sociale; non abbiamo problemi economici né “riconosciute” problematiche di salute. Mirko, nostro figlio, è ormai prossimo all’adolescenza e sta avendo diversi problemi comportamentali, nonostante ciò a noi ha voluto subito bene e non è mai stato aggressivo con noi.

Ora che rileggo ciò che ho scritto, rido.. Piango mentre rido perchè sono tutte cazzate.. cazzate che mi racconto ogni giorno per stare bene.

Mio marito ha un vita parallela da non so quanto tempo (l’ho scoperto per caso durante la quarantena; lei non è nemmeno chissà quanto più giovane e bella di me.. lui è proprio innamorato di lei: cosa ha lei che io non ho? perchè?)

Io sono sotto cura farmacologica da sempre; non ho mai voluto parlare dei miei problemi perchè la mia azienda ha bisogno di una me che sia ricettiva e pronta (specie con questa crisi senza fine) e Mirko..

Mirko è un delinquente! Sto maledicendo il giorno in cui abbiamo deciso di adottarlo! quanto siamo stati stupidi.. noi e questa storia dei “figli sono di chi li cresce”.

Lo so.. sono un mostro.. Ma a quanto sembra non ho via di uscita, evidentemente merito tutto questo: merito i tradimenti, le corna, i silenzi.. merito di non avere un figlio che sia mio.. Merito di stare male.. merito di avere crisi isteriche, di pianto, di vergogna; merito le parestesie..

Credo che la mia vita sia inutile.

Sto seriamente pensando a compiere quel famoso gesto lì.. quello pensato tante volte nella vita.”

“Gentile (..)

leggo di te e del tuo dolore che sbatte con forza su di me, in questa prima sera d’estate. Sei una donna coraggiosa, e ti ringrazio per questo coraggio che mostri mettendo in gioco te stessa attraverso il tuo sentire e la tua sofferenza.

(..)

Leggo dell’apparenza che circonda la tua vita; quel sottile velo che tiene ma non contiene la realtà dei fatti che è -invece- ben più complessa. Tuo marito ha una vita parallela con una donna che – a tuo dire- non ha e non è niente di più di quanto hai o sei tu. Soffri nel non comprendere il motivo della sua relazione; soffri nel non comprendere perché lui ami un’altra donna..

Una donna che – ne sei certa- è meno di te. Allora perchè?

Dici che per cause psicogene, non siete riusciti a generare una vita e che questa vita l’avete acquistata (parola della donna usata durante la consultazione), convinti del fatto che per essere genitori non serva portare in grembo, dentro di sé, una vita.

Racconti poi dei farmaci, dell’autolesionismo, delle parestesie e le tue numerose crisi.. Dell’efficienza lavorativa e di quel piccolo punto di buio che si sta allargando a macchia d’olio rischiando di avvolgere tutto il tuo essere: la faccio finita.

(Rifletto a lungo, durante la lettura della lunghissima mail. Ho come la sensazione di vedere (..) innanzi ai miei occhi. La immagino mentre forte e decisa racconta poi il crollo, le lacrime, le urla.. i pugni sul corpo.. le domande senza risposta. Il dolore puro).

C’è un sottovalutare la condizione dell’adozione e questo ho potuto constatarlo durante i corsi che la mia collega psicoterapeuta teneva (sia corsi adozione che la valutazione delle competenze genitoriali).

La gravidanza non è mai solo una gravidanza fisica; esista un’altra (e paradossalmente più importante) gravidanza che è quella psicologica. I 9 mesi di gestazione sono mesi che vanno pensati, immaginati e sentiti soprattutto nella mente. Prima dell’arrivo del bambino reale (banalmente anche quando siamo giovani e pensiamo ad un figlio) creiamo uno spazio che, nel momento della venuta del bambino, troverà un “già lì”, uno spazio di accoglimento pieno già di proiezioni genitoriali che.. il (povero) nuovo nato potrà o meno confermare “somiglia a te.. no a me.. farà il dottore.. ma quando mai ha i piedi da ballerino..”

Il bambino attraversa, è vero, il corpo materno; il bambino si fa spazio tra le viscere materne e analogamente si farà strada nella mente della madre e del padre, richiedendo loro un grandissimo sforzo: il riposizionamento di quanto in loro è stato (ed è) il narcisismo, l’edipo, l’amore, l’odio, l’aggressività (..)

L’infertilità “psicogena” attesta una condizione molto forte, nel registro del reale: Io non sono pronto. Io non voglio. Io non so se sono Io.

La condizione di Mirko è difficile; tutti i bambini adottati prima o poi (anche nelle adozioni meglio riuscite quindi non si tratta di mancato rispetto verso la famiglia adottiva), cercano le proprie radici. Questi bambini vivono sulla pelle la condizione della propria frattura identitaria: sono come talee che non riescono ad attecchire nonostante l’estremo nutrimenti, l’acqua e la cura che ricevono.

Manca loro il contatto con la terra che li ha generati.

La donna di questa mail è attualmente in cura farmacologica seguita dalla sua psichiatra (che ha deciso di lavorare in equipe mostrandosi molto aperta verso la psicoterapia); la donna segue una psicoterapia con il Dott. Rinaldi (alternando anche incontri di coppia, tenuti sempre dal Dott. Rinaldi, insieme a me) e Mirko sta procedendo con una consultazione psicologica con me.

La famiglia è seguita da un team che è qui per loro; un team che gli ricorda che nessuno è un membro isolato preda e vittima del suo sentire. Nessuno ha certamente il diritto di tirare giù, nella sua spirale l’altro, ma il lavoro sulla comunicazione resta sempre il fulcro.

La donna ha saputo – infatti- opportunamente contenuta in un setting stabilito, cosa il marito ha trovato nella sua amante; Mirko ha pianto perché sente essergli stata negata la possibilità di sapere “chi è”; la donna ha smesso di avere ideazioni suicidarie.

Questa famiglia è per me la famiglia del dolore celato.

Ma il dolore prima o poi trova valvola di sfogo e come la pressione della caldaia può decidere se farsi abbassare o salire a dismisura.. fino.. ad esplodere.”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Exuvia.

L’Exuvia indica – in biologia- i resti dell’esoscheletro (la struttura esterna più o meno rigida che fa da protezione al corpo dell’animale ed eventualmente da sostegno agli organi) dopo la muta di un insetto, crostaceo o aracnide.

L’Exuvia è ciò che resta dopo che è avvenuto un cambiamento formale.

Exuvia, questo scarto, mi fa pensare all’Io e il “suo” progetto per/dell’identificazione. Il futuro – infatti- non può coincidere con l’immagine che il soggetto si crea di esso nel suo presente e questa non coincidenza (di cui il soggetto fa quotidianamente esperienza), deve sostituire alla certezza perduta la speranza di una coincidenza futura possibile.

L’Io quindi, per essere, deve appoggiarsi a questa possibilità/augurio; tuttavia questo tempo futuro che sarà raggiunto, dovrà a sua volta lasciare spazio e diventare fonte di un nuovo progetto in un rimando che terminerà solo con la morte (in tal senso penso a una nuova exuvia).

Tra l’Io e il suo progetto deve persistere uno scarto; tale scarto deve presentarsi e prestarsi come la possibilità secondo cui la differenza tra Io attuale e Io futuro deve sempre restare, almeno parzialmente, una incognita. E’ proprio per la presenza di questa progettualità, della dimensione progettuale, (necessariamente irrealizzabile nella sua interezza), che appare quanto il soggetto umano, nel suo essere soggetto desiderante, è costituito anche dal negativo ovvero da desideri che non ha soddisfatto, che non ha realizzato e da ciò che non è divenuto.

L’exuvia persa lungo il cammino della nostra costruzione come Io desiderante – e per questo mancante- ci ricorda della possibilità di lasciare un calco, un pezzo, una esperienza per “la strada” al fine di dare nuova vita alla nostra esperienza.

Caparezza è tornato il 30 marzo con il primo pezzo del nuovo album, pezzo che ha proprio come titolo Exuvia.

Giusto un anno fa ho lasciato il mio calco altrove dall’adesso e lontana da un posto in cui non c’era casa, nel mio nuovo scheletro in costruzione so di essere nella mia isola senza tempo, nel mio polmone verde fatto di aria di sogni e di speranze; isola di attracco per pochi.

E tu…

Hai già perso il tuo esoscheletro?

Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi.

Louis Wolfson è uno scrittore statunitense di lingua francese. Nato nel 1931 ebbe una diagnosi di schizofrenia e fu sottoposto a ripetuti ricoveri e interminabili elettroshock, per volere della madre.

Louis è un ebreo americano che mal sopporta la propria lingua “idioma inglese” ; il ragazzo giunge ad esprimere il rifiuto per la propria madre attraverso il rifiuto della lingua materna e di tutta l’impalcatura lessicale utilizzata a chi gli è intorno.

Wolfson rifiuta di subire l’abuso dell’intrusione delle parole data dalla lingua materna, l’inglese, e si difende da questa intrusione tappandosi le orecchie, distraendosi o camminando per strada a New York ascoltando delle cuffiette collegate ad un magnetofono.

Louis studia le lingue straniere: tedesco, ebraico, russo, sognando di instaurare una sorta di comunicazione con la madre che in quanto ebrea della Bielorussia, parlava fin da bambina il russo.

Il passo interessante che il Nostro compie, è studiare il francese da autodidatta. Nel francese Louis sperimenta l’Altro; Loius è un Altro. Louis è e diventa “lo studente di lingue schizofrenico”.

Le Schizo et les langues è un libro in francese (il francese di Wolfson), scritto con una ortografia riformulata in cui il nostro studente di lingue compie un procedimento sulle parole. Louis crea neologismi, riformula i termini, unisce quasi bulimicamente tutte le lingue che conosce, smonta e rimonta le parole per allontanarsi dalla lingua materna.

L’udito è un senso che non ha possibilità di essere chiuso verso ciò che non è voluto, spiacevole, doloroso. Quello che viene vissuto e arriva prepotentemente e violentemente come un frammento sonoro che induce dispiacere (voce, rumore suono o silenzio),sarà interpretato come effetto sonoro di un desiderio negativo.

La Aulagnier riprendendo l’insegnamento di Lacan pone pertanto l’accento al ruolo della voce nei deliri di persecuzione e nella schizofrenia.

Di fronte a un suono, a una voce che è originariamente associata a una sofferenza, non vi è via di fuga. La psicosi mostra infatti spesso, come il suono produce una percezione da cui non ci si può difendere, aprendo nel corpo un varco che non si può chiudere.

Un varco in cui transita senza sosta la voce dell’Altro.

La voce da cui Wolfson voleva difendersi.

Stasera Vivaldi e la sua Follia ci accompagnano. Credo che questo pezzo sia un chiaro esempio in cui “mai il significante fu più significato”, come dico.

Almeno per me; almeno per le mie vicende di vita.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La raccolta differenziata del corpo.

Immagine Personale.

Quello che mi piacerebbe fare oggi, con voi, è cominciare una serie di approfondimenti riguardanti il corpo. Non so bene quanti articoli, pensieri o approfondimenti ho intenzione di dedicare a tale tema; non sono mai stata una persona schematica, rigida o dai tempi prestabiliti.. vorrei piuttosto lasciare che le idee e le sensazioni restino in un vortice di condivisione dove noi tutti, siamo i primi attori/spettatori di una” circolazione di idee” sempre più ampia.

Il corpo è qualcosa che ha sempre avuto fascino, per me. Sono sempre stata attratta dal suo uso, abuso, dal suo sentirsi fuori posto, lontano dal tempo presente o di converso troppo vicino alla realtà vigente. Mi sono spesso chiesta cosa potesse spingere (dal punto di vista psicodinamico) le persone a modificare il proprio corpo, a costringerlo o a correggerlo con e nella chirurgia estetica. Il mio pensiero non è di chi va contro coloro che decidono di ricorrere alla chirurgia plastica (riconosco il grande potere che in certi casi ha, il ricorrere a tali modificazioni corporee) e per quanto non ne farei mai uso, trovo che ognuno sia assolutamente libero di fare, della propria “tela natale”, ciò che vuole.

Uno dei primi spunti di riflessione riguarda proprio questo ultimo punto. Un giorno.. seguendo l’ennesimo documentario (ne fagocito di continuo) sulla fotografia, fui colpita da una fotografa asiatica impegnata a imprimere su pellicola i momenti in cui si dedicava all’autolesionismo. L’artista evidenziò come in Asia la questione del corpo sia “qualcosa di estremamente serio”.. “non si è padroni del proprio corpo in quanto donato dai propri genitori.. Il corpo è pertanto proprietà dei tuoi genitori che te lo hanno donato e se tu, non ne hai cura, sei irrispettosa verso i tuoi genitori”. Il corpo pertanto – mi verrebbe da dire- diviene qualcosa che si ospita e che non si abita.

Buona lettura.

Il corpo in quanto questione.

La questione del corpo è piuttosto difficile da riassumere poichè reca con sè aspetti sociali, culturali e individuali. Nessuno nasce in un corpo de-storificato, lontano dalla cultura socio culturale in cui il futuro essere umano si troverà calato. Prima della nostra venuta al mondo, infatti, noi siamo stati pensati, detti e parlati; siamo stati anticipati. Questa anticipazione che per la Aulagnier (1975) prende il nome di “ombra parlata” ed indica quello spazio in cui l’Io del futuro nascituro “può avvenire” si presenta come una sorta di legatura di valore musicale che sommando il -prima desiderio- (materno e della coppia genitoriale) di bambino unisce, raddoppia e (forse) salda, la soggettività materna e quella del nuovo nascituro.

La questione qui si fa complessa e di ardua esemplificazione. In un certo senso, quando noi veniamo al mondo, troviamo un “già lì”, un qualcosa – come dicevamo- che prima di noi ci ha parlato, detto e accolto. Cosa potrebbe tuttavia accadere se, nel momento in cui veniamo al mondo e proseguendo nel corso della nostra vita, troviamo incoerenza tra ciò che ci è stato detto/imposto e ciò che sentiamo come nostro? Cosa accade al nostro corpo se sentiamo che Io non sono come tu mi vuoi? Ma soprattutto.. chi è questo Io se tu mi hai detto chi sono? Allora forse : Io è un Altro!

Freud nel 1928 sostenne che “L’Io è innanzitutto entità corporea” e successivamente dirà che “L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venir considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo”.

E’ ciò che successivamente Winnicott evidenziò quando parlando delle funzioni materne, ne chiarificò 3 in particolare:

  • holding: tenere in braccio pertanto sostenere e contenere; in termini psichici, il risvolto che tale contenimento fisico sarà poi l’inizio dell’integrazione
  • handling: indica la manipolazione intesa come lavare, toccare o accarezzare il bambino. E’ il processo che porta l’infante a comprendere i confini del proprio corpo; sarà il presupposto dal punto di vista psichico per la personalizzazione
  • object presenting: la presentazione dell’oggetto che porterà l’infans (il bambino non ancora dotato di parola) a diventare baby (il bambino che comincia a gattonare poi camminare) alla potenzialità offerta da una relazione oggettuale.

Giunti a questo punto del discorso, direi che possiamo momentaneamente fermarci e provare a vedere insieme, se qualche dubbio o curiosità emerge da quanto detto. Ciò che ho provato ad evidenziare è che se noi, in quanto esser umani che siamo stati prima immaginati e pensati (mi riferisco ad esempio a quello che da giovani facciamo quando immaginiamo un nostro futuro figlio.. a chi somiglierà? che lavoro farà? come si chiamerà?) troviamo discordanza, in un successivo momento della nostra vita con questa storia che ci ha anticipato (pensiamo ad esempio a tutti quei ragazzi che decidono di non voler fare la scuola e il lavoro scelto dai genitori) bene.. è possibile che tutte queste questioni possano in una certa fase della nostra vita, essere legate e messe in scena sul proprio corpo?

E’ in definitiva possibile che un Io che sente incongruente la storia che la propria famiglia gli ha fornito, decida di modificare il proprio corpo, di riempirlo di silicone o botox; decida di svuotarlo con la liposuzione oppure decida di travestirlo innestando impianti sottocutanei, per cominciare a scrivere una storia nuova… per cominciare a scrivere un romanzo sulla propria vita che cominci con un :” Io sono”.

Vedremo in seguito qualche possibile risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.