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Quale tempo sono?

Immagine Personale “Le stagioni hanno un tempo o un tempo hanno le stagioni?”

Ieri sotto un pensiero sparso è comparso un commento che ho letto stamattina. Uno dei motivi che mi sta facendo apprezzare questa piattaforma, questo mondo (non so bene come definirlo essendo io completamente fuori dalla logica dei social e affini, ammetto infatti di non esser iscritta a social alcuno), è che al di là del senso di reciprocità che ci fa rendere il favore di “un mi piace”, vi sia proprio la voglia di condividere pensieri in libertà. Pensieri che tanto dicono di noi e del nostro mondo interno.

Mentre bevevo il caffè ho iniziato a sorridere e pensare. Riflettevo su come ormai ogni cosa che venga detta, scritta o impressa in immagini, venga letta sulla base della pandemia che stiamo affrontando. Dall’informazione che ci bombarda su dati (confusi e confusivi), a tutto ciò che concerne la nostra quotidianità, ormai sembra che ogni cosa sia -direttamente o velatamente- legata al covid.

Cosa sta succedendo? La clinica che è in me.. ha cominciato a pensare.

Lo psicoanalista Renè Kaes nel 2013 ci ha fornito un’ampia trattazione su quelle che paiono essere le nuove forme di malessere contemporaneo. Nel fare ciò l’autore ha compiuto innanzitutto una differenziazione terminologica andando ad ampliare il concetto – già utilizzato da Freud nel 1929- di “disagio”. Freud infatti utilizzò il termine disagio “Il disagio della civiltà, 1929”, compatibilmente con il quadro sociale in cui egli si trovava calato (ascesa del nazismo, fascismo e antisemitismo). Ciò che al tempo di Freud era assente, erano invece le stragi che oggi conosciamo per opera dei movimenti terroristici ma soprattutto quelle forme di violenza agite ad esempio online (cyberbullismo) o quotidianamente nei diversi luoghi di vita (pensiamo alle nostre aule scolastiche oppure alle piazze delle nostre città).

Kaes compie pertanto un’ampia analisi dell’attuale contesto socioculturale (mantenendo una prospettiva analitica) e arriva a rintracciare tutta una serie di punti che andrebbero a supportare la sua tesi.

Nel mio approfondimento non mi dilungherò nello specifico sulla trattazione di Renè Kaes quanto piuttosto mi interessa prendere un punto del suo pensiero, che reputo fondamentale per esprimere un (personale) pensiero che mi sta molto a cuore.

Kaes sostiene che attualmente vi sia “la cultura dell’urgenza” e dell’immediatezza che ha trasformato la temporalità nel mondo post-moderno. Accade pertanto che il tempo privilegia l’incontro sincronico, il qui ed ora: il tempo corto prevale sul tempo lungo. Il legame è mantenuto nell’attuale, sfugge alla storia poichè la certezza che l’avvenire è indecidibile è la sola certezza. Il qui ed ora del tempo corto, senza legami: “Io ci sono, adesso” (questa metafora non è di Kaes, ma di chi scrive). La spasmodica ricerca dell’essere presente, si traduce nel frenetico utilizzo di tecnologie che ormai propongono sempre più l’uso del tempo corto su quello lungo.

Quanto appena esposto è frutto di un personale lavoro di ricerca; a tal proposito proposi un’analisi di ciò che sono le varie “stories” presenti sulle piattaforme online. Ciò che mi affascinò all’epoca, era il fatto che le instagram stories o gli stati whatsapp, con cui è possibile condividere immagini o video, restano visibili per sole 24 ore tempo oltre cui queste si cancellano. A mio avviso si presentavano come una (possibile) giusta spiegazione “dell’Io ci sono, adesso” e della masticazione e dell’ingoio quasi bulimica, che ormai compiamo del nostro tempo.

Ciò che sto avendo modo di constatare, concerne l’incapacità che pare essere crescente (e generatrice di disagio psichico), di pensare e pensarsi in un tempo; l’incapacità di immaginare e immaginarsi calati in una realtà che sia attuale ma che affondi le proprie radici in un tempo passato, e che invii pseudopodi (terminologia usata da Freud in merito, però, all’Io che viene descritto come un organismo ameboide dotato di pseudopodi), in un tempo futuro.

L’essere umano non è un punto bianco su uno sfondo nero. Nessuno nasce acontestualizzato ma siamo tutti il derivato delle interazioni della cultura di provenienza; una cultura che parte dal proprio lignaggio (che ci indicherà una via di partenza su chi siamo) , e che continua/continuerà con la ricerca di chi vorremo/vorremmo essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Non sono cattivo e insensibile, ho solo bisogno che qualcuno mi veda.

La trattazione sulla “terra di mezzo”rappresentata dall’adolescenza, continua con il provare ad indagare più nel dettaglio il concetto di malessere. Spesso accade che gli adolescenti vengano additati quasi come ragazzi privi di pensieri e sentimenti “che ne sai tu.. che pensieri puoi mai avere.. sei solo un ragazzino!” oppure “zitto tu.. sei solo un piccolo delinquente!”

Accade (spesso) che- proprio quel ragazzino o quella ragazzina- (insensibile, delinquente, spensierato)… celi in se stesso profondi sentimenti, pensieri, emozioni che vorrebbero essere mostrati, compresi, in sostanza: visti.

Immagine personale, “Berlino 2014”.

Cruciani (2015), evidenzia come il concetto di male (e con esso tutto il corredato che dal malessere sfocia in distruttività), non affondi le proprie radici in un terreno prettamente psicoanalitico, e al contempo ne sostiene la possibilità, da parte della psicoanalisi, di non restare impassibili di fronte ad un argomento che attiene a una sfera “più ampia, morale, etica e deontologica, alla quale nessuno può sottrarsi e con la quale anche gli psicoanalisti devono confrontarsi”.

Le domande a cui desidero al momento provare a rispondere, riguardano pertanto il provare a rintracciare una definizione che spieghi cosa sia il malessere che colpisce gli adolescenti, e se sia possibile considerare la violenza agita, una semplice modalità di scarica pulsionale, oppure se di converso, vi sia qualcosa in più.

“L’essere viene meno con ciò che lo sostiene. Questo malessere nell’umanità dell’uomo, in un’ampia area dell’umanità, produce sia questa impregnazione cupa e melanconica che si impossessa degli animi e dei corpi, dei legami intersoggettivi e delle strutture sociali, sia questa cultura dell’eccesso maniacale e onnipotente. La questione che ci interessa è quella relativa ai principali ostacoli che contrastano il processo della soggettivazione, il divenire Io, la capacità stessa di esistere, di stringere legami e di fare società” (Kaës, 2012, p.22).

Il crollo dei garanti metapsichici ha reso l’adolescente sempre più esposto, e lo ha lasciato a “dover fare i conti” con tutto ciò che viene indicato come crisi adolescenziale, in cui “la necessità di risolvere i problemi posti dalla rivoluzione identitaria che coinvolge la corporeità, le relazioni intra ed extrafamiliari, l’assunzione di un ruolo sessuale e simbolico adulto, appaiono ricadere integralmente sulle spalle del singolo, il quale si ritrova spesso sguarnito non solo di adeguati strumenti psichici, ma anche di adeguati punti di riferimento simbolici” (De Micco, 2011). Ne deriva che questa labilità nell’universo di riferimento simbolico, e il relativo crollo delle funzioni di garante metapsichico, porti ad una incapacità di offrire una adeguata risposta ai diversi interrogativi che l’individuo può trovarsi di fronte. La conseguenza sembra allora essere una difficoltà nel collocarsi nella propria identità; questa difficoltà è evidente soprattutto in occidente, dove si assiste al logoramento di alcune forme collettive di garanzia nel senso di identità individuale, con il risultato che l’individuo si affida sempre più a forme simboliche di rifondazione della propria identità.

Le Breton (2002) evidenzia come siano proprio gli adolescenti in particolare, ad essere spesso nella condizione di utilizzare dei riti o atti di passaggio, per lenire tutte quelle angosce identitarie che la fase adolescenziale comporta; “tali atti di passaggio prendono spesso la forma di pseudorituali gruppali o addirittura individuali, e comportano spesso una precisa marcatura corporea” (De Micco, 2011). Ogni individuo infatti, appartiene ad un determinato gruppo sociale, che ha (come precedentemente rimarcato) il compito di fornirgli quella intelaiatura simbolica, che lo identificherà con un corpo (il suo), il nome (il suo) e l’ascendenza (che lo inscriverà in una precisa genealogia, che gli indicherà il posto da occupare). Ciò che il crollo dei garanti metapsichici e metasociali ha comportato, è stato proprio il venir meno di questa intelaiatura simbolica, esponendo il giovane a profonde crisi identitarie, che per essere lenite vengono agite con degli acting -out, che non paiono tuttavia essere delle semplici modalità evacuative, di scarica pulsionale, ma sembrano soprattutto l’espressione di un tentativo di dar forma proprio a tali pensieri non pensabili, tentativo che usa il corpo come mezzo per cercare uno spazio rappresentativo. Tutti questi atti violenti, che sembrano essere in costante aumento, sembrano quindi più che una modalità di arrecare un reale danno alla vittima (non risulta in definitiva importante colui che subisce la violenza), un tentativo di rendersi meno opaco (ai propri occhi e a quelli dell’Altro), e di risanare quello spazio lasciato vuoto da un Io, che cerca continuamente di “avvenire”.

Dott.ssa Giusy Di Maio