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L’oggetto transizionale – la coperta di Linus

Il termine “oggetto transizionale” è stato introdotto da Donald Winnicott e indica un oggetto come una copertina, un fazzoletto, un giocattolo, un peluche che un bambino (generalmente tra i quattro e i dodici/diciotto mesi) tiene con sé per addormentarsi, per calmarsi.. questi oggetti assumono quindi per i bambini un significato davvero speciale.

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta generalmente una fase di passaggio che aiuta il bambino nella percezione di un oggetto come separato dal soggetto (me); queste attività di manipolazione sono corredate da fantasie e sono definite da Winnicott come fenomeni transizionali . Diciamo che è quell’ “oggetto” che aiuta il bambino in quella fase in cui comincia a differenziare tra il me e il non-me, passando dalla dipendenza assoluta dalla madre a quella relativa. Il suo utilizzo dopo l’infanzia, può ripresentarsi specialmente in occasione di regressioni e fasi depressive.

Peanuts – Linus e la sua copertina

Secondo Winnicott, l’oggetto transizionale appartiene a quel campo dell’esperienza personale dell’illusione, i cui contenuti sono a metà tra la realtà esterna e la realtà interna, ma non sono riconducibili a nessuna delle due. Quindi si riferiscono a quell’esperienza del bambino che si colloca nel luogo che lega e separa la realtà interna dalla realtà esterna e che in seguito diventerà una funzione permanente della psiche adulta. L’oggetto transizionale si può considerare come un oggetto che non fa più parte del corpo del bambino, ma non è ancora riconosciuto, da questi, come un oggetto della realtà esterna.

“Il punto essenziale dell’oggetto transizionale non é il suo valore simbolico”- “quanto il fatto che esso é reale: è un illusione ma é anche qualcosa di reale” 

Donald Winnicott

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta una fase importante per l’esperienza del bambino e per lo sviluppo della sua futura vita immaginativa (in età adulta).

Peanuts – fonte google

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Fatemi sbagliare!!!!

Quanto siamo preoccupati per i nostri figli? Come è cambiata la nostra percezione dei bambini? Come noi adulti li consideriamo e come questo può influire sulla loro percezione del mondo e sul loro sviluppo psicologico, cognitivo ed emotivo?

Concordo appieno, personalmente con la definizione data da un Sociologo britannico, Frank Furedi, dei genitori della nostra generazione, ossia “paranoid parenting”.

In effetti, quella di genitorialità paranoica, è una definizione abbastanza forte e diretta, ma purtroppo, spesso e volentieri rispecchia appieno le caratteristiche di molti giovani genitori. Questo perché oggi si ritiene che i bambini siano fragili e debbano essere comunque e sempre protetti, da qualunque tipo di disagio, fisico o psichico.

Oggi gran parte della vita dei bambini è sotto il controllo attento dei genitori: a scuola, alla ludoteca, al parco giochi, dagli amici, alle feste, durante le attività sportive. Difficilmente restano soli e spesso non sono liberi di sperimentarsi.

L’ideale sarebbe lasciare delle libertà e offrire loro la possibilità di sperimentare le situazioni più disparate e complesse, sia durante il gioco, sia durante la quotidianità, a scuola, con gli amici e in famiglia. Ad esempio, l’effetto positivo sullo sviluppo cognitivo, del movimento all’aria aperta nei bambini è ampiamente dimostrato e attraverso il gioco all’aria aperta i bambini sviluppano anche capacità motorie e sociali.

Senza lo sguardo severo degli adulti è più facile lasciarsi andare e affrontare le attività di gioco in maniera più libera e spensierata. I bambini devono imparare a muoversi e ad interagire con il mondo circostante e solo con l’azione, l’esercizio e gli errori possono imparare ad affrontare le difficoltà e anche i pericoli. In tal senso l’ansia dei genitori può arrivare a consolidare nel bambino l’idea che il mondo sia un luogo pericoloso, brutto, sporco o inaccessibile.

Photo by Allan Mas on Pexels.com

L’intervento di una madre spaventata, che urla al suo bambino, che sta giocando saltando, “stai attento!!” può indurre nel bambino una paura irrazionale per un pericolo apparentemente inesistente. Un intervento simile, reiterato nel tempo genera un’estrema insicurezza nel bambino, che non ha potuto sperimentare, non ha potuto capire l’esito della sua azione, quindi non potrà apprendere da un eventuale successo o insuccesso, resterà con il dubbio e la paura di non potercela più fare. Ciò a lungo andare può consolidare l’idea nel bambino del mondo come luogo pericoloso, impossibile da affrontare senza l’aiuto dei genitori. Attraverso il gioco il bambino, simula, azioni e situazioni percepite come pericolose quando era più piccolo. Il gioco diventa quindi l’occasione di poter affrontare quelle paure e superarle, da soli o con gli amici, in modo sicuro. Se le situazioni percepite come pericolose dagli adulti, vengono sistematicamente ridotte e vietate ai bambini, resteranno e persisteranno, altrimenti sarebbero già state abbondantemente superate dagli stessi bambini. D’altra parte possono anche provare paura quando invece i genitori pretendono (esagerando) coraggio quando magari i loro figli non sono ancora pronti ad affrontare una determinata situazione.

L’eccessiva insicurezza e il timore del gioco può portare alcuni bambini a sentirsi poco capaci in tutte le attività. Tendono, infatti, a non muoversi facilmente, sono impacciati e poco coordinati e quindi si sentono emarginati e spesso umiliati. Preferiscono restare a casa a giocare “in modo sicuro” alla play o a guardare video sui social, piuttosto che uscire e giocare con gli amici.

La mancanza di movimento è un fattore di rischio da non sottovalutare: a risentirne è l’interazione sociale, la capacità di apprendimento, la capacità di comunicare con i pari, la fiducia in sè stessi e quindi è molto facile l’insorgenza di problemi psichici come disturbi dell’umore (depressione) e dipendenze.

La paura eccessiva dei genitori per ferite fisiche e psichiche, può avere paradossalmente l’effetto contrario e generare ferite psichiche più profonde e quindi più dolore e più problemi fisici.

Le ferite hanno anche lati positivi e permettono al bambino di crescere e conoscere il mondo. L’iperprotezione è dannosa per i bambini. L’apprendimento più duraturo e più efficace è quello basato sull’azione e sulla pratica.

Per concludere cito il grande Pino Daniele che nella sua “Yes I Know my way” :

Siente fa’ accussì

Miette ‘e creature ‘o sole

Pecchè hanna sapè’ addò fà friddo

E addò fà cchiù calore

Pino Daniele

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Il concetto del sé.

Immagine Personale.

Tutti abbiamo un’immagine del tipo di persona che crediamo di essere ed in parte, ciò riflette il modo in cui gli altri ci vedono, il sé- specchio di Cooley (1902).

Il sé, tuttavia, rappresenta principalmente una nostra creazione che è determinata dai valori e dalle predilezioni di ciascuno; questa possibilità può però scontrarsi con l’immagine che gli altri hanno di noi, portandoci a percepire un’immagine nostra, ma distorta (se messa in relazione con ciò che gli altri vedono).

Il prodotto dei nostri sforzi costruttivi è il concetto di sé che si riferisce agli aspetti cognitivi dell’organizzazione del sistema di sé ed esprime la conoscenza soggettiva psicologica e fisica che gli individui hanno di se stessi.

Il concetto di sé non è statico, ma è continuamente modificato dal processo di autosservazione (L’Io che guarda il Me); è inoltre influenzato dall’esperienza e dalle sensazioni di capacità o incapacità causate dai successi o insuccessi.

La maggior parte dei cambiamenti, però, avviene durante l’infanzia, momento in cui vengono poste le fondamenta del concetto di sè e momento in cui l’individuo è più vulnerabile ai giudizi degli altri.

Il modo in cui i bambini concepiscono il sé varia in parte in relazione all’età e dipende dallo stadio di crescita intellettuale raggiunta.

Le modificazioni ontogenetiche nel concetto di sé, nei bambini, sono riassumibili nel seguente modo:

  1. da Semplice a Differenziato. I bambini più piccoli formulano dei concetti globali mentre i più grandi elaborano distinzioni più sottili e relative alle circostanze.
  2. Da Incoerente a Coerente: I bambini più piccoli hanno più probabilità di cambiare la valutazione di sé mentre i bambini più grandi gradiscono la stabilità del concetto di sé.
  3. Da Concreto a Astratto: I bambini più piccoli centrano la loro attenzione su aspetti fisici, esterni e visibili mentre i bambini più grandi su aspetti psicologici non visibili e interiori.
  4. Da Assoluto a Comparativo: I bambini piccoli si concentrano sul sé senza riferimenti agli altri, mentre i bambini più grandi descrivono se stessi in confronto con gli altri.
  5. Dal Sé pubblico al Sé privato: i bambini piccoli non distinguono tra sentimenti privati e comportamento pubblico mentre i bambini più grandi considerano il sé privato come il vero sé.

Seguendo i primi di livelli, i bambini possono ad esempio esprimere e formulare concetti come “buono e cattivo”, “forti e deboli” e solo più tardi capiranno che ci sono delle sfumature tra gli estremi.

Per quanto concerne il passaggio dallo stadio concreto a quello astratto, è dai 7 anni in poi che i bambini, ad esempio, si riferiranno anche alle caratteristiche psicologiche come le abilità, convinzioni e inclinazioni. Questo punto sarà quello maggiormente sottoposto agli scossoni dell’adolescenza, momento in cui il sé causa molte preoccupazioni e quando le emozioni interiori e i temi sociali sono preponderanti nelle descrizioni di se stessi.

Secondo Damon e Hart (1988), i termini autodescrittivi del sé possono essere divisi in 4 categorie che comprendono caratteristiche fisiche, dinamiche, sociali e psicologiche.

Più del 50% delle risposte date dai bambini tra i 3 e i 5 anni rientra nella categoria dinamica (sono inoltre maggiori le descrizioni dal punto di vista fisico).

I termini sociali sono quelli maggiormente usati dai bambini in relazione ai rapporti con i familiari e con i coetanei (mia mamma va fuori per lavoro; sono molto popolare tra gli altri bambini).

Il cambiamento maggiore nel sé, si ha con il passaggio dal sé pubblico a quello privato, momento fondamentale a circa 8 anni quando il sé privato viene considerato il vero sé; da questo momento i maggiori (e successivi) cambiamenti nel sé, si ritroveranno nell’adolescenza fase in cui la costruzione del sé privato si snoderà lungo tutto l’arco della durata dell’adolescenza stessa, fino a giungere alla comprensione dei limiti della coscienza e del controllo di sé.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Conflitti e carenze interpretative.

“La violenza è l’ultimo rifugio degli incompetenti”

Isaac Asimov

Un costrutto molto recente studiato da ricercatori italiani nel “Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti” di Piacenza.

I ricercatori sono partiti da una osservazione abbastanza chiara e cioè che le persone e i gruppi coinvolti in episodi e situazioni di violenza verso se stessi o gli altri hanno un tratto comune che praticamente è quello di non saper reggere le situazioni di grave contrarietà, perché non le sanno interpretare. Hanno quindi studiato un concetto legato alla spiegazione di questi fenomeni, quello di “carenza conflittuale“. Con questo termine i ricercatori hanno voluto indicare una mancanza di quelle componenti personali e sociali che ci consentono di percepire il contesto critico come sostenibile e non come una possibile minaccia.

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La persona che manifesta una grave carenza conflittuale può manifestare un comportamento violento anche se non ci sono particolari tensioni. In genere basta veramente poco per attivare reazioni totalmente sproporzionate ed esagerate rispetto al contesto conflittuale, bastano una parola e un atteggiamento fraintesi. Le persone che possono avere questo tipo di carenze hanno in genere una storia personale con vuoti emozionali e mancanze nell’ambito della competenza emotiva.

In poche parole le persone tendenzialmente meno capaci di reggere le tensioni sono quelle più esposte al rischio di violenza verso se stessi o verso gli altri.

Nelle situazioni di tensione in cui le persone con carenza conflittuale si sentono minacciate possono in genere reagire in tre modi diversi e lo fanno in modo più o meno accentuato a seconda del livello di carenza.

Tendenza autolesiva: quando hanno una chiusura masochistica, di ritiro in se stessi. Esprimono anche un senso di inadeguatezza, forte abbassamento dell’autostima, comportamenti di tipo passivo ed emozioni legate all’ansia, paura, rabbia verso se stessi e timore del giudizio degli altri. Hanno infine una grossa tendenza a farsi del male.

Tendenza aggressiva: hanno tendenzialmente un comportamento improntato all’impulsività. Sono egocentrici e incapaci di comprendere il punto di vista dell’altro. Comunicano con gli altri ferendo e mortificando, senza rendersene conto. Provano sentimenti di ostilità, risentimento e impazienza verso gli altri.

Tendenza neutra: hanno un comportamento teso ad evitare conflitti che si manifesta con battute o frasi volte a sviare il problema. Si esprimono spesso lamentandosi o con modalità dirette, ma senza vera riflessività.

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Insomma il conflitto deve essere “appreso” per poi essere emotivamente gestito al meglio. Rivalutiamo il conflitto, quello vero, quello che può insegnarci qualcosa. Bisogna imparare a confrontarci e non temere la possibilità di una discussione, di un litigio. Un modo per imparare a farlo è quello di valorizzare anche i litigi tra i bambini, in modo che, da adulti, siano poi in grado di gestire e affrontare al meglio le frustrazioni legate alle opinioni contrarie.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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L’importanza del “NO”.

Negli ultimi tempi in molte famiglie è cresciuto l’interesse per le emozioni dei bambini e dei loro vissuti personali. Questo interesse ad approfondire e sensibilizzarsi alle necessità dei bambini è decisamente una cosa molto positiva. Ma questo interesse, a quanto pare, va di pari passo con la necessità di molti genitori di evitare nei loro figli l’emergere di emozioni negative e quindi assolutamente da nascondere.

Per molti adulti, il modo più semplice per evitare (ed evitarsi) sensazioni spiacevoli e frustrazioni (rabbia, tristezza, pianto) è quello di abolire l’uso del “no”. C’è infatti una abitudine molto condivisa nelle giovani coppie di genitori “a lasciar perdere” a “non porre dei limiti” ai propri piccoli.

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Le reazioni di frustrazione dei bambini, sono abbastanza normali e comuni, semplicemente perchè i bambini piccoli, sono ancora caratterizzati da un egocentrismo molto marcato. Quindi questa loro “posizione cognitiva” li porta a voler avere tutto, e a voler vedere soddisfatte tutte le loro richieste e tutti i loro desideri, subito. Purtroppo la maggior parte dei genitori davanti alla possibilità di una reazione “esagitata” e negativa del bambino, tendono ad assecondare tutte le richieste e spesso a concedere anche di più. Queste concessioni spesso non sono pensate e possono portare qualche volta a conseguenze spiacevoli.

Pare che la tendenza degli adulti è quella di voler rimandare, in qualche modo, il periodo dei divieti, delle regole e dei no, all’adolescenza. o almeno ai primi anni di scuola primaria (7-8 anni), dove l’intercessione e l’aiuto sperato della scuola e degli insegnanti può rivelarsi a quel punto un po’ caotico. Spesso infatti tanti conflitti tra le famiglie e la scuola hanno origine nella gestione del comportamento dei bambini a scuola.

I primi “no” hanno un ruolo importantissimo nello sviluppo del bambino e con essi le prime emozioni negative. Lo stesso Psicologo infantile René Spitz mostrò l’importanza delle proibizioni fin dal primo anno di vita del bambino. In particolare Spitz studiò le interazioni adulto – bambino sin da quando quest’ultimo comincia a muoversi in maniera indipendente e volontaria (quando gattona o muove i primi passi e comincia a manipolare con interesse gli oggetti) e quindi può fare cose che lo possono mettere in pericolo. Egli mostrò che il bimbo piccolo, in genere, ripete verbalmente il no dell’adulto, accompagnandolo anche con il gesto della negazione con la testa. Tuttavia capita che il bambino torni sull’oggetto “proibito”, perché troppo attratto da esso, pur continuando a ripetere il “no”. L’adulto spesso interpreta questo movimento verso l’oggetto negato del bambino, come un atto di sfida. In realtà non è proprio così, in quel caso il bambino ha bisogno solo di avere una conferma e quindi anche di una risposta coerente, che lo possa portare ad “apprendere” quel no.

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Insomma, secondo Spitz, l’esperienza del “no” è una tappa fondamentale per lo sviluppo del bambino piccolo, che coinvolge sia aspetti emotivi che cognitivi. Infatti, identificandosi con la madre, che attraverso la negazione di un atto, gli sta infliggendo una frustrazione, il bambino ne riesce ad interiorizzare il divieto e il significato di questo, così potrà poi superare la sensazione di frustrazione in maniera positiva. In questo modo, compare per la prima volta anche una parola (il no), che prende un significato e sostituisce un gesto o un’azione.

Grazie all’uso dei primi “no” diventa possibile uno scambio reciproco, comunicativo, che genera le prime astrazioni. Il no quindi ha un significato determinante anche per la strutturazione dell’identità e per il carattere del bambino, che avrà la possibilità di far fronte alle frustrazioni e alle difficoltà.

Il divieto e la negazione, provocano certamente un disagio e malessere nel bambino, ma di contro rappresentano una fase di sviluppo importante.

Ma affinchè il “no” funzioni bisogna sia usato con coerenza e fermezza, ciò non vuol dire che bisogna dirlo in modo adirato, anzi il contrario, deve essere utilizzato con tono pacato, ma fermo e sempre motivato. Dirlo in maniera adirata creerebbe solo confusione e non avrebbe un peso comunicativo adeguato. Ovviamente ai no devono assolutamente essere collegati molti “si”, anch’essi coerenti e adeguati.

Insomma l’uso dei “no” deve essere un’occasione anche per gli adulti, per “crescere” insieme al bambino, come genitori consapevoli dell’importanza del loro ruolo e della chiarezza della comunicazione nelle relazioni con i propri bambini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Disturbi Somatoformi.

Immagine Personale.

“E’ giovedì e Giovanna ha due esami: alle 11:00 filosofia morale (un esame orale che dicono essere abbastanza veloce) e alle 13,30 storia contemporanea.

Giovanna non dorme regolarmente da 4 settimane; sono gli ultimi due esami prima della discussione della tesi, non ha pagato le tasse e se non passa gli esami oltre a dover rinviare la laurea, dovrà pagare anche la mora (non ha nemmeno detto di questo piccolo dettaglio ai genitori).

Giovanna si sveglia anche se ha la sensazione che “la notte non ci sia stata”; ha crampi dolorosissimi allo stomaco e sente dolori ovunque, nel corpo. Non presta molta attenzione alla cosa, sa infatti che prima degli esami “sente cose strane”.

Dai dolori allo stomaco e al corpo, si passa però alle vertigini. Giovanna vede la stanza intorno a sè, girare, e percepisce come la sensazione di ondeggiare sul mare. Corre in bagno e crede di dover vomitare, ma non ci riesce; stramazza al suolo colma di sudore, ha freddo.. poi caldo. Il cuore esplode e le orecchie sibilano all’infinito.

Giovanna chiama la mamma e finisce in ospedale”.

Come abbiamo avuto modo di vedere, insieme, i fattori psicologici hanno una grande influenza sulla percezione o sviluppo di alcune malattie fisiche. Il medico che visita Giovanna, ha diverse opzioni davanti; la ragazza potrebbe simulare il malessere per paura degli esami, potrebbe immaginare di essere malata o potrebbe reagire in maniera sproporzionata alla percezione dei suoi sintomi. Potrebbe banalmente avere un principio di influenza.

Quello che sappiamo, tuttavia, è che alcuni disturbi o disagi psicologici possono indurre delle conseguenze fisiche e fisiologiche notevoli (pensiamo a quanto l’anomalia nel funzionamento dei neurotrasmettitori possa intervenire nel disturbo d’ansia generalizzato).

Secondo il DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), vi sono tutta una serie di disturbi psicologici per i quali i sintomi fisici costituiscono i primi segni della patologia.

  1. disturbo fittizio: il paziente produce intenzionalmente o simula i sintomi fisici
  2. disturbo di conversione: caratterizzato da sintomi fisici non spiegabili dal punto di vista medico che incidono sul funzionamento motorio e sensoriale
  3. disturbo con sintomi somatici: in cui il paziente si sente eccessivamente preoccupato e afflitto da sintomi fisici
  4. disturbo da ansia di malattia: i soggetti ansiosi per il proprio stato di salute si preoccupano di essere gravemente malati in assenza di qualsiasi sintomo fisico

Quando un problema fisico non ha una causa fisica evidente, i medici avanzano l’ipotesi che si tratti di un disturbo somatoforme, ovvero una malattia fisica che ha però cause psicosociali.

I sintomi fisici non sono prodotti in modo intenzionale motivo per cui i malati attribuiscono i loro sintomi a una malattia reale e medica; questi disturbi possono a loro volta essere distinti in: disturbi somatoformi di tipo isterico (vi è un cambiamento reale nel funzionamento fisico) e disturbi somatoformi ipocondriaci (persone che si preoccupano ingiustificatamente e sono convinte che qualcosa nel loro corpo, non funzioni).

Un approfondimento: La sindrome di Munchhausen per procura.

“Jennifer ha 9 anni, è stata ricoverata 200 volte e ha subito 40 interventi medici. Le hanno asportato la cistifellea, l’appendice e parte dell’intestino; le hanno inserito sonde nel torace, nello stomaco e nell’intestino”.

Questo disturbo viene causato dalla persona che si prende cura del bambino e che fa ricorso a varie tecniche per produrre dei sintomi nel bambino. Possono essere utilizzati (in maniera intenzionale) farmaci, può essere sabotata una cura reale di cui il bambino ha bisogno, si contamina la sonda della nutrizione, si riempie il bambino di attenzioni o lo si avvelena lentamente.

I sintomi di cui questi bambini soffrono comunemente sono: crisi epilettiche, emorragie, asma, coma, diarrea cronica, infezioni o intossicazioni. Tra il 6% e 30% di questi bambini, muore, mentre l’8% sopravvive ma con danni permanenti.

La sindrome è difficile da diagnosticare ma molto diffusa. Di solito è la madre attenta e scrupolosa, affettuosa e ammirabile persona che si prende cura del proprio figlio malato, a provocare la malattia del bambino/a. Si tratta di una donna che dona tutta se stessa alla causa de figlio, magari facendo appelli o raccolte fondi per la strana malattia del figlio. La madre è emotivamente instabile, bisognosa di attirare l’attenzione su di sè. Si tratta spesso di persone che hanno conoscenze nel campo medico.

Dal punto di vista giuridico questa sindrome può essere considerata una forma pianificata di maltrattamento del bambino, motivo per cui il bambino viene poi allontanato dalla famiglia d’origine.

Numerosi sono gli studi che si stanno portando avanti per comprendere meglio la sindrome di Munchhausen e il ruolo dei fattori psicosociali esistenti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Comportamento antisociale secondo la teoria degli ambiti.

Fonte Immagine Google

Oggi riprendiamo la teoria degli ambiti, (teoria che abbiamo incominciato a conoscere con il pensiero di Kohlberg) per provare a comprendere le spiegazioni che questi teorici hanno fornito in merito al comportamento antisociale.

Buon viaggio e buona lettura.

Secondo la teoria degli ambiti, le norme morali possiedono una prescrittività intrinseca e il soggetto è indotto a rispettarle non per paura della punizione o dell’autorità, ma perchè pervaso da un sentimento di dovere a vivere in conformità con esse.

Le norme convenzionali sono invece istituite dalle società in funzione dei propri costumi e delle proprie leggi; sono spesso viste come qualcosa di arbitrario e contingente a uno specifico sistema di regole. Ne deriva che la trasgressione delle norme morali o convenzionali segue percorsi motivazionali diversi.

Uno degli studi in merito, condotto da Nucci e Herman (1982), comparò bambini appartenenti a un gruppo di controllo e bambini segnalati per disturbi comportamentali. Lo scopo dello studio era rilevare (se esistenti) le differenze nel modo di giudicare le trasgressioni morali e convenzionali.

Dallo studio emerse che sebbene tutti i bambini considerassero le trasgressioni morali più gravi rispetto a quelle convenzionali, la differenza era nel tipo di giustificazione che questi fornivano al comportamento aggressivo.

I bambini definiti “disturbati” tendevano a giustificare il loro comportamento ricorrendo alle spiegazioni di ambito convenzionale, secondo cui non si picchia un altro bambino solo perchè c’è una norma che lo dice e non perchè non si fa soffrire un altro essere umano. I bambini con disturbi della condotta tendevano a considerare più ammissibili le trasgressioni morali quando vi era la mancanza di divieti espliciti; sembravano inoltre più attenti alla violazione di regole convenzionali poichè portano ad una sanzione diretta.

Questi bambini, inoltre, mostravano difficoltà a identificare i confini della propria sfera personale e della propria aria di responsabilità. I bambini aggressivi si concentravano infatti sull’immoralità delle provocazioni subite e consideravano la ritorsione attuata ai danni della loro vittima come giusta, in quanto concentrati sulla prospettiva dell’aggressore piuttosto che su quella della vittima.

Uno dei criteri distintivi delle violazioni morali riguarda la valutazione del danno provocato alla vittima. Uno studio molto interessante fu condotto nel 2005 da Leenders e Brugman. In questo studio fu chiesto a dei giovani delinquenti di valutare le conseguenze negative di alcuni comportamenti antisociali; ciò di interessante che emerse, fu che questi giovani davano giudizi che non differivano dal gruppo di controllo. In sostanza, anche i delinquenti tendevano a giudicare rigidamente e in maniera molto severa comportamenti negativi messi in atto da altre persone. Ciò cambiava se si chiedeva loro di giudicare un comportamento messo in atto da essi stessi, la spiegazione data, in tal caso, era “Non ho fatto nulla di male, non avrei fatto male a nessuno”, giustificazione data specie se la vittima non aveva subito danno fisici.

A tal proposito, Bandura fornisce nell’ambito della teoria cognitiva, un altro interessante spunto che fa capo al “moral agency”. Secondo l’autore la condotta trasgressiva è regolata da due tipi di sanzioni: sociali e internalizzate.

Gli individui prima di mettere in atto un comportamento trasgressivo, anticipano mentalmente la conseguenza della loro azione. Se le sanzioni sociali espongono l’individuo a una punizione o censura da parte della società, quelle interne sottopongono l’individuo ad autocondanna diminuendo il senso di autostima e autorispetto.

La capacità di agire (moral agency) è resa pertanto possibile da meccanismi di autoregolazione grazie ai quali le persone vivono in accordo con i propri principi morali.

Ciò che Bandura inoltre pone in evidenza è che “Non c’è punizione più grande dell’autocondanna” Bandura, 1991.

Ciò che emerge (e ciò che ho potuto talvolta constatare) è proprio che fino a che anche in ambito educativo, non si farà leva sull’importanza (non solo, ovviamente) non tanto della norma in sè, ma del motivo della norma, spostando il focus e l’attenzione dei bambini – già molto precocemente- sul proprio mondo interno, sulle proprie sensazioni ed emozioni, la strada sarà ancora lunga.

Ho sempre immaginato una pedagogia che non fosse del “no”, quanto del “no, ma” oppure “si, ma”.

In questo “ma” si gioca la differenza. Differenza che pone l’attenzione sull’altro e attraverso l’altro su di me; Differenza che pone me al centro attraverso di te e te attraverso di me. Sento come tu ti potrai sentire che percepisco io come mi potrò sentire: da qui la possibilità e la capacità di poter essere “noi”.

Se tuttavia, non apprendiamo fin da subito a sintonizzarci con il nostro mondo interiore, non possiamo aspettarci che da adulti, questa capacità compaia d’improvviso e da sola, cercando giustificazioni – per i nostri errori- in terze parti.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’infanzia e l’adolescenza

Oggi 20 novembre 2020 è la Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e l’adolescenza.

Vorrei proporvi due riflessioni. Entrambe hanno a che fare con: i bambini, gli adolescenti, i legami, la speranza, la fiducia, i genitori e il futuro.

“ L’interiorizzazione da parte del bambino piccolo di legami positivi con le figure genitoriali gli permette di trasferire la fiducia e la speranza nelle relazioni future. Se invece queste relazioni non sono state soddisfacenti non sarà semplice conservare la fiducia nel legame e metterla in atto nelle relazioni future ”

(Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia, 2002).
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“.. Insieme possiamo costruire una torre e nonostante si tolgano

pezzi a questa torre, insieme troviamo un modo per tenerla in piedi, ci

aiutiamo a vicenda per farlo, anche se dobbiamo trasgredire le regole.

Quella torre possiamo aggiustarla e ricostruirla e insieme troveremo sempre

un modo per farlo…”

“ Gennaro Rinaldi, “Il ragazzino disteso – Famiglie multiproblematiche – percorsi di cura in Coerenza Strategica “

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Riandli