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Un Figlio.

Immagine Personale.

“Ho sempre immaginato la mia famiglia come numerosa; tanti bambini che mi giravano intorno mentre io ero intenta a fare le faccende domestiche. Non ho problemi a dire che – nonostante mamma e papà mi hanno sempre permesso di studiare, e nonostante le capacità per poter andare all’università- per me, fare una famiglia era più importante.

L’idea di essere una super mamma divisa tra i bambini.. pannolini, pappe.. incontri a scuola, Dottorè a me piace.. quello che non sapevo è che l’idea non corrisponde a ciò che mio marito aveva in mente.

Da ragazzi.. durante il lungo fidanzamento lui evitava sempre l’argomento figli.. “eh.. po’ vediamo”, diceva.. poi i giorni so diventati mesi e i mesi anni.. e io sto qua.. tutta sola in casa dalla mattina alla sera vedendo le mie sorelle mamme soddisfatte e serene, i miei genitori che mi accusano di aver buttato al vento le mie possibilità e io che non mi sento donna perchè.. una che non è mamma, che donna è?”

Il colloquio in questione è avvenuto una mattina di quelle fredde e gelide; quelle mattine in cui l’inverno ti ricorda che esiste e il freddo sembra insinuarsi in ogni poro della tua pelle.. facendoti percepire la fragilità del tuo corpo perso com’è nell’intorpidimento generale.

Gaia (del nome della signora resta solo l’iniziale, per il resto di gaio ci sarà ben poco), racconta del suo matrimonio vuoto, con un partner che lavora nelle forze dell’ordine sempre rigido, chiuso e mai capace di dare un nome all’emozione provata. Racconta di esser stata fidanzata per tanti anni nella speranza di poter dar vita al “suo” progetto (dimenticando, come vedremo che la progettualità in una coppia non può mai essere univoca), ovvero avere cinque bambini.

Secondo Piera Aulagnier l’Io è legato ad una storia e a una preistoria, la storia di ciò che precede e anticipa la sua definizione e che ne fa qualcosa di più di un’istanza intrapsichica. La domanda pertanto diviene: cosa precede ogni singolo Io?

Richiamando a Freud, la risposta risiede nell’amore, i progetti e il desiderio dei genitori (qui il discorso si interseca con la teoria del narcisismo, complessificandosi).

La Aulagnier compie un passo in avanti andando ad evidenziare il ruolo svolto da tutti quegli investimenti libidici che precedono la venuta al mondo dell’infans. Secondo la Aulagnier infatti prima della venuta al mondo del bambino sarà importante tener conto della:

relazione di ciascun genitore con “l’idea” del figlio, ovvero la relazione del genitore con il figlio come oggetto (o non oggetto) di un desiderio

relazione data dalla natura dei reciproci investimenti (o mancati investimenti) libidici che ciascun membro della coppia genitoriale ha compiuto sull’altro.

Questa trama di investimenti inconsci determina una dinamica intersoggettiva che è ciò che precede sia la venuta al mondo dell’infans che la costituzione dell’insieme di funzioni che indichiamo proprio con il pronome Io.

Ciò che questo breve accenno teorico vuol sottolineare è come senza che vi sia stata una prima idea di bambino, il bambino stesso non può esserci. L’altro (che in questo caso è la coppia genitoriale) comporta l’unione di due individualità che non sono in realtà solo due; ciascun genitore porta infatti con sè un insieme di storie dette, sussurrate; storie nascoste o raccontate a metà; storie frammentate, ricordate o censurate; le storie di tutti i componenti della famiglia d’origine.

Queste storie che precedono la reale venuta al mondo del bambino, lo storicizzano e gli offrono uno spazi (desiderio) in cui l’Io può avvenire, consentendo l’arrivo del bambino stesso.

Quando Gaia ci dice che il marito durante gli anni di fidanzamento evitava il discorso, ci dice che lo spazio del desiderio era in realtà vuoto (per metà); ci dice che quello spazio era pieno di un desiderio univoco; ci dice che quello spazio comprendeva un altro non pronto ad accogliere un desiderio ed una eventuale nascita.

Gaia ha scoperto di essere incinta qualche mese dopo i primi incontri.

Il marito ha vissuto la notizia della gravidanza, come un tradimento; è stato in quel momento che Gaia ha capito che la genitorialità non si impone e che se una cosa non viene prima pensata e immaginata, se una cosa non viene prima mentalmente accolta, non può poi essere metabolizzata, integrata e vissuta.

Gaia si è resa conto che l’esser donna non passa attraverso la maternità e che un uomo non è necessariamente un padre; Gaia ha inoltre capito che un bambino, per essere sereno, non ha bisogno di due genitori imposti ma anche di uno solo che sia però padrone del proprio desiderio.

Attualmente Gaia ha ripreso gli studi universitari e vive la propria femminilità e maternità – da sola- con molta leggerezza e sicurezza. Ha lasciato il suo (ex) marito e procede per la sua strada sicura del fatto che se desidero, allora sono.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il bambino, l’ambiente, l’handling e l’holding.

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo?

Secondo un noto psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (morto nel 1971), il ruolo della madre (le prime cure) e dell’ambiente è fondamentale per lo sviluppo del bambino e per lo strutturarsi del suo Sé.

La funzione naturale della madre, chiamata da Winnicott “preoccupazione materna primaria” offre al suo bambino quel sostegno necessario all’integrazione tra psiche e soma (personalizzazione), allo strutturarsi di una vera relazione oggettuale e di un senso di realtà. Questo sostegno (holding) insieme alla manipolazione (handling – lavare, nutrire, accarezzare, coccolare) sono essenziali all’instaurarsi di una buona relazione madre-figlio. Il bambino sarà allora in grado di superare una serie di angosce “impensabili”.

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Winnicott aveva inoltre sottolineato anche l’importanza dell’esperienza e delle relazioni reali con l’ambiente per lo sviluppo maturativo del Sé. In modo da dare la possibilità di promuovere la crescita del bambino tollerando le “immaturità” che permetterebbero di conservare l’originalità, la creatività, la ricchezza e il loro processo naturale.

L’ambiente sarà positivamente decisivo alla crescita personale del bambino purché sia disponibile e facilitante, contenga l’aggressività e dia amore permettendo però al potenziale del bambino di emergere e realizzarsi e quindi diventare indipendente.

Winnicott definiva questo tipo di ambiente familiare “good enough” (abbastanza buono, più o meno buono). Secondo Winnicott non è quindi necessario un ambiente perfetto e privo di problemi (che tra l’altro probabilmente non esiste), ma un ambiente vivo, aperto al confronto, pronto ad accogliere e sostenere il bambino con i suoi desideri, le sue paure, i suoi misteri e le sue esigenze fisiche, emotive, cognitive, sociali.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

1..2..3.. “Liberi tutti!”

Immagine Personale :” Non ho mai smesso di giocare”.

“È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo  e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’ essere creativo che l’individuo scopre il sé.”

Donald Winnicott, pediatra, psichiatra.

Credo sia importante, anche da adulti, considerare la possibilità di abbandonarsi al gioco e alla creatività.. nella sua accezione più pura e immediata del termine.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’età in divenire: l’adolescenza come “terra di mezzo” tra l’infanzia e la vita adulta.

L’articolo che desidero condividere oggi, si presenta come l’inizio di quella che vorrei fosse una (piccola) sezione (in crescita), un po’ come appare l’adolescenza ai nostri occhi. L’adolescente che muove lungo le linee del “..non sono più… forse sarò.. oppure sono?”, ha messo – chi scrive- di fronte al fatto che (troppo) poco e male, si parla di adolescenza.

Salvo specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

La psicoterapeuta Carla Candelori nel 2013, ricorda come l’adolescenza sia una fase ” caratterizzata soprattutto da profonde trasformazioni riguardanti il corpo (sia in termine di immagine fisica, che sessuale), dal significato che l’adolescenza assume in termini sociali (per il gruppo sociale di appartenenza), ma soprattutto per il difficile processo di separazione- individuazione che il giovane adolescente deve compiere, separandosi dagli oggetti genitoriali, per raggiungere e definire la propria identità”.

Si tratta pertanto, come Peter Blos (1970) aveva indicato, di una fase che intensifica sia le pulsioni libidiche che aggressive; intensità (agita o subita) che guiderà il giovane adolescente ad uscire da quella delicata fase del ciclo di vita in cui non si sente più un bambino, non è ancora adulto, ma presto (probabilmente) lo sarà.

La cronaca o la quotidianità (spesso raccontata) da genitori oppure insegnanti che non ne” possono più”, evidenziano un aumento di alcune condotto sempre più aggressive, messe in atto dagli adolescenti. Sembra infatti che i nostri giovani provino un malessere crescente, un malessere che ormai non può più essere nascosto, celato (magari scritto su pagine di diari tenuti segretamente nascosti, oppure rigettato dentro di sé, con le cuffiette di un cellulare che isola dal mondo e che tiene protetti, chiusi e forse un po’ confusi).

I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza (aggiornamento dati a Febbraio 2019), parlano chiaro; vi è un aumento di adolescenti che usano le armi (7%), che partecipa a risse (20%) o che aggredisce intenzionalmente solo per il gusto di voler fare del male (10%). Se pertanto come Anna Maria Nicolò (2006) evidenzia, in una adolescenza “normale”, l’uso dell’aggressività può essere utile ad esempio ad integrare una sessualità adulta, per autoaffermarsi o per negare momentaneamente la dipendenza che tanto spaventa, dove si situa il limite, in un’età che proprio dai limiti vuole liberarsi?

E’ nel 2013 che Renè Kaës evidenzia come il crollo di quelli che sono definiti “garante metasociale e garante metapsicologico, possano portare l’adolescente a “delirare tutto ciò che l’ambiente primario di provenienza non è riuscito a elaborare” (Kaës, 2013) sfociando anche in possibili condotte aggressive o violente. Secondo Kaës il mondo moderno e ancor di più il mondo ipermoderno, portano l’essere umano a scontrarsi con una serie di sconvolgimenti che intaccano la base narcisistica nella misura in cui il contratto intersoggettivo e intergenerazionale è sconvolto o distrutto; il riferimento è a quel contratto che assicura attraverso l’investimento collettivo e gruppale il nostro posto in un insieme.

Ciò che appare in crisi e in difficoltà, è sia il legame che gli individui intessono con le diverse sfaccettature della vita culturale e sociale, quanto il legame tra gli individui stessi. Le società attuali, ipermoderne e caotiche, appaiono come continuamente avvolte in una spirale votata al cambiamento; spirale che sembra coinvolgere anche quel caos identitario e quei difetti di simbolizzazione che Kaës ha individuato come caratterizzanti il malessere contemporaneo.

Immagine Personale ” Palmengarten , Giardino botanico Francoforte, 2018″.

Cos’è pertanto più nel dettaglio ,questo malessere contemporaneo? quali caratteristiche mostra? E cosa lega il malessere contemporaneo e l’adolescenza?

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2019/02/13/preadolescenza-limportanza-di-appartenere-per-separarsi/

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2018/10/01/non-voglio-uscire-non-posso-uscire-ritiro-sociale-e-adolescenza/

Dott.ssa Giusy Di Maio