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“La nostra relazione”.

Mi abbandono spesso alla riflessione quando assisto una coppia che varca la porta dello studio.

Una coppia che chiede un incontro di consultazione è, nell’hic et nunc, una non coppia. Si tratta di due individui che hanno smesso (o molto probabilmente non lo hanno mai fatto), di comunicare.

Il supporto di quella che viene comunemente definita coppia “in crisi”, presenta punti di complessità notevoli, cominciando dal fatto che di fronte non abbiamo due individui (la diade in crisi), ma almeno sei persone (un membro della coppia insieme all’introiezione delle sue figure genitoriali, assumendo che l’Edipo sia stato risolto, il secondo membro e i fantasmi della sua coppia genitoriale) ma a ben vedere, nel lungo e complesso intreccio del copione familiare, anche i fantasmi genitoriali sono portatori dei rispettivi fantasmi e così andando a ritroso nel lignaggio di provenienza (e questo per entrambi i membri della diade).

La terapia di coppia è di fatto la terapia di una folla di persone.

Tutte le voci chiamate in causa, sono ovviamente presenti nella loro assenza; portiamo in sostanza tracce della nostra storia familiare nel nostro comportamento, in tutto quel che siamo -certo- ma soprattutto in ciò che decidiamo di non essere.

Possiamo decidere, ad esempio, di prender coscienza della relazione dei nostri genitori e fare in modo che la relazione con il nostro rispettivo partner sia distante da quella cui abbiamo assistito; si tratta di punti di rottura della nostra storia familiare.

Immaginiamo a tal proposito una tipica storia raccontata, in cui ci sono i protagonisti, antagonisti e così via…

Immaginiamo che, ad esempio, cenerentola si annoi di pulire e canticchiare come una schiava, attendendo che il principe le rimetta la scarpetta e decida di partire per un viaggio in solitaria lungo la costa ovest americana, dandosi alla promiscuità.

Discutibile?

E chi siamo noi per giudicare cenerentola?

L’esempio che ho fatto, seppur possa sembrare fuori luogo e lontano dall’esperienza che vivo, è invece piuttosto centrato.

Molte coppie dimenticano di avere potere decisionale sulla propria storia; accade non di rado che appena sposati, i coniugi si immettano in un sistema che lavora a ciclo continuo, senza sosta, un ciclo che li vuole anello di una catena che può andare solo in un certo modo: lavoro, figli, incontri con la scuola, medico, bollette, genitori anziani, lavoro e ancora lavoro.

Si diventa lentamente spettri della propria stessa esistenza, sedie vuote su cui sono adagiati corpi sempre più lontani dalla nostra stessa essenza.

Ci sono coppie che restano insieme senza più dirsi mezza parola; si condivide il letto ma ognuno girato dal proprio lato che diventa sempre più freddo e distante dal lato che resta dietro le proprie spalle.

Ci sono quelli che sacrificano la sfera dell’intimità, relegandovi un piccolissimo e veloce spazio, senza passione né sentimento. Non ci si confessa né si parla dei rispettivi bisogni e desideri e si lascia che le cose continuino a fluire. L’intimità resta la sfera maggiormente colpita dalla crisi perché è sempre più diffusa l’idea che la coppia si fondi su altri principi (il che è giusto), ma è pur vero che ciò che indica e identifica una coppia come tale, è proprio la condivisione della sfera intima.

Non credo si condivida l’intimità della propria sessualità con chiunque.

Ci sono coppie stanche, così tanto stanche che neanche riescono a confessarsi di essere giunte al punto di rottura.

Quelle che stanno insieme per il bene dei figli (quale sia poi questo bene è tutto da capire).

Ci sono quelle coppie che si odiano profondamente che vedi lì.. sembra quasi vedere il veleno scorrere da ogni poro, tanto è il fastidio che provano nel respirarsi accanto. Però… restano insieme.

Ci sono poi le coppie che stanno bene insieme, quelle “erano sereni.. felici.. normali..” poi accade che uno dei due uccide il partner.

La coppia è un sistema in continua costruzione e in divenire, essendo composta da due persone che non sono statiche ma soggette alle leggi del tempo e dell’esistenza, è impensabile impuntarsi sul “prima era diverso” poiché prima è adesso.

La schismogenesi della coppia, la distruzione del microsistema coppia, ha una portata tale da inviare talee distruttive anche ai sistemi esterni alla coppia stessa (figli che soffrono, parenti che intrudono nelle dinamiche dei due probabili ex, e così via).

Ho spesso la sensazione di avere di fonte due sedie vuote, le persone parlano parlano di contenuti così vuoti da rendersi lentamente sempre più evanescenti, fino a diventare sfondo al pari degli oggetti che ci sono dietro di loro.

Mi piace alternare le sedute di coppia a quelle dei singoli membri ed è bello fare il gioco delle parti, farli sedere alternativamente sulla sedie vuota che vedono innanzi a loro per essere alternativamente se stessi e l’altro, al fine di vedere e capire cosa, come avrebbero agito e/o risposto nella medesima situazione il rispettivo partner.

La coppia è una folla vero, che dimentica con troppa facilità che la storia è “nostra” e di nessun altro; che i copioni sono stati scritti, è vero, ma la parte principale la fa sempre l’attore specifico che sa aggiungere (e aggiunge) sfumature tutte sue, peculiari.

La coppia è una folla che deve ritrovare, nella sincerità della solitudine duale, il coraggio.

Coraggio per proseguire nella stesura del copione o coraggio per dirsi arrivederci, la storia fin qui è stata entusiasmante ma sento che, come cenerentola, devo prenotare un aereo perché voglio fare un viaggio sulla costa ovest americana.

Da solo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Relazioni patologiche: La Teoria del Doppio Vincolo di Gregory Bateson – PODCAST

Con la nostra prossima tappa ci spingeremo ai confini della comunicazione e dell’interazione umana e scopriremo un tipo di comunicazione paradossale che può determinare una relazione patologica e quindi essere l’innesco per una psicopatologia individuale.

Bateson intende per Doppio Vincolo (Doppio Legame) una comunicazione interpersonale paradossale caratterizzata da segnali incongrui e contraddittori che mettono il destinatario del messaggio in una condizione di profondo dilemma.
Buon Ascolto..

Relazioni Patologiche – La Teoria del Doppio Vincolo di Gregory Bateson – Podcast – In Viaggio con la Psicologia
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sull’importanza delle relazioni e delle emozioni in educazione

Educare è agire in vista di un cambiamento, di una trasformazione auspicata e possibile..” *

È il soggetto a costruire la realtà e a modificare l’oggetto in ragione della propria conoscenza, egli produce la propria realtà, “ogni cognizione è azione, costruzione in movimento, che non rappresenta, ma produce”.

La conoscenza si realizza come processo relazionale (porre a paragone) esprimendosi nella e attraverso la trasformazione e la costruzione. Le nostre conoscenze cognitive sono il frutto degli spostamenti tra figura e sfondo, fra prospettiva realizzata e punto di vista scelto; la conoscenza non è dominio autoreferenziale, scevro da passioni e interessi, bensì coinvolge la totalità del soggetto conoscente.

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Non possiamo credere di poter sradicare così facilmente la formazione e l’educazione dall’esperienza e dalla relazione. Credere di poter concepire il processo educativo come qualcosa che assomiglia più a uno sciorinamento a senso unico di nozioni e teorie.

Lo spazio della relazione generato dalla prospettiva istituita e lo spazio esperienziale, è uno spazio nel quale la realtà prende forma e nel quale vi è la possibilità di generare il nuovo e attribuire cose inedite. La percezione il cui risultato è la produzione di senso, produce il nostro mondo che quale insieme di relazioni, è il prodotto del nostro agire, delle nostre distinzioni.

Pensare di poter continuare a pensare alla possibilità di un’educazione per bambini e ragazzi, a distanza, filtrata dallo schermo dei nostri dispositivi digitali e da connessioni “discutibili” è, per usare un eufemismo, eccessivamente limitante per le nuove generazioni. Ad oggi il gap didattico – educativo e emotivo – esperienziale è già abbastanza preoccupante. Facciamo in modo che non diventi irrecuperabile.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
  • Rif. Biblio: “Epistemologie costruttiviste e modelli di formazione” (Vasco D’Agnese)

Doppio vincolo.

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Il doppio vincolo è un concetto che indica una situazione in cui, tra due individui uniti da una relazione emotivamente rilevante, la comunicazione dell’uno verso l’altro presenta una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (quel che viene detto) e il livello metacomunicativo (gesti, atteggiamenti, tono della voce). Nel doppio vincolo la situazione è tale per cui il ricevente non ha la possibilità di decidere tra i due livelli del discorso, che si contraddicono, accettandone uno come valido. Addirittura, la persona presa in questa situazione, qualora riconoscesse l’incongruenza non può neanche farlo notare a livello esplicito.

Quando si è in un doppio vincolo, la capacità di discriminazione tra tipi logici subisce un collasso. Quando una persona ne resta intrappolata ha reazioni di tipo difensivo simili allo schizofrenico: cioè si trova davanti a messaggi contraddittori e non è in grado di analizzare ed è costretto a rispondere: chiunque si senta al centro dell’attenzione tende a dare risposte letterali.

Gregory Bateson parte dalla spiegazione del fenomeno del doppio vincolo per spiegare la schizofrenia. Egli dimostra che gli schizofrenici mostrano una difficoltà nell’identificare e nell’interpretare quei segnali che dovrebbero dire all’individuo di che genere è un messaggio, ossia i “segnali che identificano i messaggi”, senza i quali l’ego riesce a distinguere i fatti dalla fantasia o il letterale dal metaforico.

Bateson definisce “funzione dell’ego” il processo di discriminazione tra modi comunicativi all’interno dell’io, ovvero tra l’io e gli altri. Lo schizofrenico manifesta debolezza in tre campi di tale funzione: a) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai messaggi che riceve dagli altri; b) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai messaggi, verbali e non verbali, che egli stesso esprime o emette; c) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai suoi stessi pensieri, sensazioni e percezioni.

Bateson ipotizza che ogni volta che un individuo si trova in una situazione di doppio vincolo, la sua capacità di discriminazione fra tipi logici subisce un collasso. Le caratteristiche generali di questa situazione sono:

  1. l’individuo è coinvolto in un rapporto in cui sente che è di importanza vitale saper distinguere con precisione il genere del messaggio che gli viene comunicato, in modo da rispondere in maniera appropriata
  2. l’individuo, inoltre, si trova prigioniero di una situazione in cui l’altra persona che partecipa al rapporto emette allo stesso tempo messaggi di due ordini, uno dei quali nega l’altro
  3. infine, l’individuo è incapace di analizzare i messaggi emessi, ossia di produrre un enunciato metacomunicativo.

Gran parte della sintomatologia schizofrenica è, in qualche modo, appresa o determinata dall’esperienza vissuta nelle relazioni intraprese con i propri vicini, in particolar modo con il resto della famiglia. Egli ipotizza che il doppio vincolo sia il genere di situazione esistente tra il pre-schizofrenico e sua madre; tuttavia tale situazione si presenta anche nei rapporti normali. Quando una persona resta intrappolata in situazioni di doppio vincolo, avrà reazioni di tipo difensivo, simili a quelle dello schizofrenico. Un individuo prenderà per letterale un’asserzione metaforica, qualora si trovi in una situazione che lo costringe a rispondere, qualora si trovi di fronte a messaggi contraddittori e quando non sia in grado di analizzare le contraddizioni.

Bateson avanza questo tipo di ipotesi situazionale, cioè che la madre di uno schizofrenico esprima nello stesso tempo almeno due ordini di messaggi, vediamo in che modo: a) comportamento ostile, o di ripiegamento, che viene stimolato ogni volta che il bambino le si avvicina; b) affetto simulato, o comportamento accattivante, che viene stimolato quando il bambino reagisce al suo comportamento ostile e di ripiegamento, e che è un modo di negare tale ripiegamento. Il bambino, quindi, è punito dalla madre se discrimina correttamente i suoi messaggi ed è punito anche se li discrimina erroneamente; egli è preso in un doppio vincolo. Il paziente si sacrifica per mantenere la sacra illusione che quanto dice il genitore ha senso. Per star vicino al genitore, egli deve rinunciare al suo diritto di far capire che vede incongruenze metacomunicative, anche quando tale accezione è corretta. Ne deriva dunque una profonda infelicità del soggetto. C’è un unico modo per il bambino di uscire da questa situazione: rendersi conto della posizione contraddittoria in cui la madre lo ha messo. Tuttavia, se così facesse, la madre la prenderebbe come un’accusa di disaffezione e lo punirebbe comunque, continuando ad affermare che il figlio ha una percezione distorta della situazione. Il doppio vincolo è, infatti, l’esperienza di venir punito proprio per essere nel giusto circa l’interpretazione del contesto. La ripetizione di tale esperienza di punizione in sequenze di questo tipo porta l’individuo a comportarsi abitualmente come se si aspettasse tale punizione.

Schizofrenia. | ilpensierononlineare

Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi. | ilpensierononlineare

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Narcisismo del potere e umorismo.

Il narcisismo è sicuramente una caratteristica della leadership molto importante e probabilmente necessaria a poter governare e prendere delle decisioni. Ci sono però delle derive fastidiose e potenzialmente pericolose nel narcisismo di un leader; L’arroganza è il prevedibile esito di un narcisismo incontrollato (Manfred F.R. Kets de Vries,1 995).

La metamorfosi di Narciso – Salvador Dalì

In una situazione in cui l’arroganza, prende il sopravvento ed “esonda” in maniera incontrollata, possiamo vedere definirsi quello che Freud definiva come un leader “che non ama altri che se stesso… autoritario, assolutamente narcisista, sicuro di sé e indipendente” (1921). In genere persone deputate a governare e leader politici inclini a questo tipo di caratteristiche sono portati a rifugiarsi in un mondo esclusivamente proprio, si creano una realtà personale, restando ancorati alle proprie idee. Sembrano testardi e poco propensi ad ascoltare i consigli degli altri e quindi, a prendere decisioni importanti sostenuti da un confronto con altri. Spesso risultano ciechi alle possibili conseguenze negative del loro atteggiamento.

Esistono però, da sempre figure molto importanti, che accompagnano i periodi di leadership dei governanti e che fungono da “controllori ed equilibratori” del potere. Come fossero garanti e abili diagnosti delle innumerevoli patologie della leadership.

Il ruolo del “giullare” (oggi si potrebbe definire così il comico) o del “matto” nel passato e tutt’oggi è rivestito di grande importanza, perché funge da equilibratore, una persona in grado di poter indurre una trasformazione dicendo scherzosamente la verità. I destini del giullare e del leader sono interdipendenti.

Il giullare è una sorta di “guardiano della realtà”, ricorda al leader il carattere transitorio del suo potere e quindi mette sempre in allerta il leader, impedendogli talvolta di prendere decisioni insensate.   

Il ruolo del giullare è di fondamentale importanza, talmente essenziale da essere considerato alla stregua di un “educatore”, in quanto per mezzo di esempi negativi afferma valori veri e valide azioni. Pare essere innocuo e magari folle,ma può dire ciò che altri non possono dire. Il giullare è una figura complessa e unica con un ruolo a volte anche drammatico; spesso va molto oltre l’aspetto della comicità e risulta essere una valvola di sicurezza per la gente. Le persone hanno bisogno dei “giullari” e il potere e i leader anche. Questa interazione garantisce un equilibrio psicologico.

È dimostrato però che i due ruoli non possano convivere ed essere interpretati dalla stessa persona. Il rischio per il leader è quello di minare la sua credibilità e dignità. Mettendo in discussione e in pericolo anche le sue azioni e decisioni che generalmente riguardano moltissime persone.

Il ruolo del giullare – matto (saggio) è quello di equilibrare e quindi di proteggere lo stesso leader dal rischio di diventare arrogante. Infatti in una situazione in cui può venir fuori una “patologia della leadership”, il matto/saggio ha il compito non semplice di dimostrare al leader la follia di decisioni prese in seguito ad una visione distorta o affrettata della realtà. Questo può aiutare il leader a mantenersi ancorato alla realtà e magari ritornare sulle sue decisioni.

Con l’umorismo è possibile portare alla luce i segni dell’arroganza di un leader. Può rappresentare una valvola di sicurezza capace di controllare e denunciare aspetti potenzialmente distruttivi di una leadership malata. Per questo motivo i due ruoli, di leader e di giullare/saggio non possono essere incarnati dalla stessa persona, è pericoloso.

L’umorismo, come sosteneva Gregory Bateson (1953) è una forma di meta comunicazione, molto potente. Attraverso l’uso dell’umorismo può infatti essere comunicato più di quanto pare potersi intendere si da subito. Aiuta le persone a comprendere in maniera chiara le cose e può essere considerato un strumento molto potente per il cambiamento.

“Permette di gestire i conflitti con mano più leggera , prevedendo l’improvvisa esplosione delle tensioni. Può costituire un arma formidabile contro le persone che, in altre circostanze, rifiuterebbero di riconoscere e accettare la verità. Ridimensiona i problemi, contribuisce a farci ritrovare il senso delle proporzioni impedendoci di prendere noi stessi troppo sul serio..” (Manfred F.R. Kets de Vries, 1995)

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi