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Paura di morire nei bambini.

A partire dall’inizio di quest’anno ho avuto diverse richieste più o meno simili da parte di genitori allarmati per i propri figli. Queste richieste di aiuto avevano, nella loro diversità, un denominatore comune tra tutti i bambini: la paura di morire. Tutti i bambini avevano all’improvviso incubi, disturbi del sonno e pensieri più o meno brutti legati alla morte e alla paura che potessero morire.

Ovviamente per bambini e ragazzini dai 6 ai 14/15 anni è una cosa abbastanza inusuale pensare alla morte, specialmente se non vi sono state esperienze dirette e indirette di lutti e tragedie familiari. E se pure vi fossero questi pensieri legati alla morte non sarebbero così frequenti e a tratti ossessivi e preoccupanti.

Cosa sta succedendo a questi bambini?

Probabilmente questa “paura della morte” può avere un collegamento diretto con l’evoluzione della pandemia, con l’incertezza e con l’insicurezza sociale indotta da questo stato di emergenza ormai lunghissimo.

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Infatti anche secondo Watson molte paure possono essere indotte dall’osservazione, dall’imitazione e dall’esperienza diretta. Il fatto di essere stati per quasi un anno e mezzo immersi letteralmente in una “bolla” di emozioni, notizie, parole, situazioni con una enorme carica ansiogena e dai messaggi confusivi, allarmistici e a tratti terrorifici, ha decisamente abbattuto certezze e sicurezze. Una persona ed in particolare un bambino che per un lungo periodo vive sotto una minaccia terribile, sconosciuta e invisibile, anche al solo sentire la sirena di un’ambulanza può provare paura. “Il processo di associazione infatti consente il formarsi di catene di paure che nella loro parte terminale sono costituite d timori e ansie anticipatorie, lontane dagli stimoli originari” (A. Oliviero Ferraris).

Secondo Freud una delle fonti principali della paura è il senso di impotenza psichica contro l’insorgere della stimolazione pulsionale. Ciò vuol dire che le paure dei bambini possono essere considerate degli stati emotivi conseguenti al timore di perdere il loro “oggetto libidico” (la madre e il padre), su cui normalmente vengono proiettate le tensioni interne, che normalmente vengono “digerite” e rese tollerabili da quegli oggetti “contenitori”. La paura di perdere il proprio oggetto d’amore è intollerabile per un bambino.

I bambini sono inoltre dei grandi osservatori e sono delle vere e proprie “spugne emotive” e la loro paura della morte può derivare quindi anche da ciò che Bowlby definiva come uno degli “indizi di pericolo” che possono scatenare la paura negli esseri umani. Gli indizi (di pericolo) culturali, che possono essere appresi mediante l’osservazione del comportamento degli adulti o degli altri bambini. Il bambino, in questo caso, non fa altro che reagire con la paura a situazioni – stimolo e ad eventi che prima venivano considerati neutri o non interessanti. La paura, attraverso questi indizi appresi, viene elaborata e interpretata come rischiosa.

La paura diventa razionale (perché pensata e osservata negli altri), ma può essere esasperata e amplificata e arrivare a diventare irrazionale perché non ben definita ed interpretata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’importanza psicologica del calcetto.

In questi ultimi giorni l’Italia si è avviata (almeno per il momento) verso settimane di metà primavera, con un allentamento delle restrizioni in diversi ambiti della vita sociale e commerciale. Uno dei cambiamenti più evidenti e decisamente più ambiti per gli amanti dello sport ed in particolare del calcio, è la riapertura dei campi di calcetto amatoriale. Una vera novità per certi versi inaspettata e insperata di questi tempi.

Al di là della bontà della scelta del Comitato Tecnico Scientifico e del Governo riguardo gli aspetti puramente legati ai contagi (che non mi compete e che quindi non saranno trattati nel post), io vorrei soffermarmi sull’aspetto sociale e psicologico di queste aperture.

La classica partita infrasettimanale di calcetto (spesso la partita del giovedì sera) è un vero e proprio rito per tantissimi italiani. La partita di calcetto amatoriale per gli adulti è un modo per mantenersi in forma, ma è soprattutto un modo per regredire all’adolescenza e alla gioventù. Diventa un momento importante proprio per la sua valenza di scarica emotiva, delle tensioni e dello stress che si accumulano durante la settimana lavorativa. In questi impegni sportivi settimanali ci si misura con se stessi, con i propri limiti e con gli altri amici.

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Insomma, la partita di calcetto è un modo per ritornare ad esperienze giovanili, alla spensieratezza di momenti legati ad un periodo della vita diverso. Il sogno di poter ritornare per quelle poche ore ad assaporare l’illusione di un “immortalità agonistica e sportiva”. Per i più giovani, invece, il calcetto assume significati leggermente diversi. Viene visto più come un esperienza legata al gioco e all’esperienza fisica, ma con valori ed esperienze sociali ed educative importanti, come quella di confrontarsi con la gioia delle vittorie e la delusione delle sconfitte. Da non sottovalutare, per i più giovani, l’aspetto del confronto con i pari, i litigi, le responsabilità di squadra, il valore del lavoro di gruppo, l’appartenenza.

Una review (del 2017) su 70 ricerche pubblicate e realizzate da Peter Krustrup (Università di Copenhaghen) identifica il calcetto come il gioco che offre i maggiori benefici dal punto di vista fisico e mentale.

Lo sport e il calcetto, diventano un rifugio mentale accettabile sia per i più giovani sia per i più adulti (soprattutto per quest’ultimi). Per gli adulti il calcetto diventa tempo e spazio per ritrovarsi con i propri amici. Infatti non si riduce al solo tempo della partita, ma va oltre. La partita entra a far parte di una vera e propria narrazione comune, che si allarga ad un prima e un dopo. Dopo la partita spesso e volentieri si va a mangiare una pizza, si va a bere una birra o ci si intrattiene al campo a parlare e scherzare.

Questo sport permette di creare una comunità, di sentirsi parte di un gruppo, di relazionarci con gli altri e di conoscere persone nuove. Lo sport fa emergere parti di noi che non sperimentiamo nella routine quotidiana e il campo può diventare il luogo adatto per sentirci più “liberi”.

Insomma queste riaperture e il ritorno alla normalità attraverso una semplice partita di calcetto il giovedì sera può aiutare tantissimo a riprenderci pezzi di vita che poi tanto banali ed inutili non erano. I benefici psicologici fisici e sociali saranno sicuramente tanti per tante persone.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Benessere Psicologico e attività fisica.

Con le belle giornate, con l’avvicinarsi dell’estate e con la speranza di poterci godere i benefici di meritate vacanze, siamo un po’ tutti tentati di rimetterci in forma con l’attività fisica all’aperto (ovviamente con un occhio attento alle limitazioni per la pandemia, dove necessario).
E’ un’ottima Idea! La mente e il corpo possono trarne grossi benefici, specialmente dopo un anno così difficile.
A tal proposito vi ripropongo un post molto interessante sull’importanza dell’attività fisica per il nostro benessere psicologico e fisico. Buona lettura!

ilpensierononlineare

È ormai provato da diversi studi che l’attività fisica ha un ruolo importante nel ridurre gli effetti negativi dello stress: aiuta a scaricare la tensione e grazie al rilascio di endorfine di provare sensazioni di maggiore benessere alla fine dell’attività fisica. In uno studio condotto nel sud della California (Rancho Bernardo Study) su persone con età comprese dai 50 agli 89 anni, è stato evidenziato che le persone che praticano esercizio fisico hanno un umore meno depresso.
La sensazione di beneficio immediato è però generalmente momentanea e si riduce notevolmente quando si ritorna alla quotidianità. Per un effetto più duraturo è possibile intraprendere un vero e proprio percorso verso il benessere che affianchi all’attività fisica un supporto psicologico mirato e dedicato. L’esercizio fisico può avere buoni effetti preventivi e può essere un buon alleato, affiancando la psicoterapia, per il trattamento dei disturbi dell’umore (depressione), dei disturbi legati all’ansia e allo…

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Personalità, Salute e Qualità di Vita.

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Il termine personalità affonda le sue radici nel latino “persona”; termine che indicava la maschera dell’attore teatrale.

La maschera del teatro ha (tra le altre) una caratteristica che è quella della fissità. Proprio il concetto di fissità è stato ripreso e fatto proprio dalla psicologia classica che ha visto nella personalità “la funzione psichica con la quale e grazie alla quale un individuo si considera come un Io unico e permanente”.

La personalità si presenta pertanto come una struttura fissa, portante, che si può caratterizzare, definire e riconoscere rivedendo nella fissità che la caratterizza un modo per prevedere un comportamento coerente e costante proprio del suo repertorio di base. Il concetto evidenzia un punto: se la personalità è qualcosa di fisso allora posso aspettarmi un certo tipo (repertorio) di comportamenti (analogamente a quanto avveniva in teatro dove una certa maschera indicava un certo repertorio comportamentale, atteggiamenti, espressioni e modo di atteggiarsi e relazionarsi, tanto che il pubblico poteva facilmente prevedere una certa risposta della maschera stessa).

La personalità può essere definita come “l’organizzazione dinamica degli aspetti affettivi, cognitivi e conativi (pulsionali e volitivi), fisiologici e morfologici dell’individuo”.

La finalità sociale dell’intervento per le professioni si aiuto (specie in ambito sanitario), è legato alla prevenzione e – soprattutto- alla valutazione delle condizioni di benessere e di salute individuale e collettiva, dove la salute è intesa non come condizione assoluta ma come equilibrio ed ottimale qualità di vita della persona e del gruppo. Lo psicologo deve pertanto (per la sua posizione professionale e sociale), essere in grado di definire la personalità nei suoi aspetti strutturali per coglierne successivamente le potenzialità e con essa la possibile qualità di vita ottimale.

E’ proprio l’Organizzazione Mondiale della Sanità a definire la qualità di vita come “la percezione di ciascun individuo del proprio benessere in rapporto alla propria cultura, al contesto sociale in cui vive, alle sue aspettative, alle sue preoccupazioni”.

La salute pertanto non è assenza di malattia, ma coincide nella qualità di vita con l’equilibrio e il benessere in cui si raggiunge “trasparenza”, in cui in sostanza non si avverte alcuna presenza interna o esterna che sia fonte di disagio, sofferenza o estraneità.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.