Archivi tag: benessere psicologico e pandemia

Lasciarsi Andare..

Tenere tutto sotto controllo può diventare uno spreco di energie, poco funzionale e quindi inutile e stressante.

Lasciamo andare le nostre zone di confort, abbandoniamo le nostre posizioni rigide..

Lasciarsi andare.. – youtubeshorts – ilpensierononlineare

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il “male di vivere”. Sintomi depressivi in aumento nella popolazione italiana

Da uno studio realizzato dall’istituto Superiore di Sanità basato sul sistema di sorveglianza PASSI (Progressi per le Aziende Sanitarie per la Salute in Italia – che raccoglie informazioni e monitora la situazione sui sintomi depressivi su campioni di adulti rappresentativi in Italia), durante le varie fasi della pandemia ed in particolare nei periodi di lockdown, si è registrato un aumento delle sintomatologie depressive in tutta la popolazione italiana ed in particolare tra i giovani tra i 18 ed i 34 anni di età.

Secondo questo sistema di monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità è la prima volta, dal 2008, anno di nascita del monitoraggio, che nella popolazione tra i 18 e i 34 anni c’è un aumento della sintomatologia depressiva nei giovani “..che in passato risultavano essere tipicamente un gruppo protetto a minor rischio” ; inoltre, un forte aumento c’è stato anche tra le donne. (fonte skynews)

Il male di vivere – shorts psicologia – ilpensierononlineare youtube

Non esitate a chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale.

La salute psichica non deve essere sottovalutata e come la salute fisica deve essere salvaguardata e preservata.

Corpo e mente non sono due entità distinte.

Sono interdipendenti e il loro buon funzionamento è fondamentale per il benessere della persona e di chi gli sta accanto.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Desiderio e depressione.. oltre il pregiudizio..

„Il desiderio dell’uomo trova il suo senso nel desiderio dell’altro”

Jacques Lacan
Photo by Masha Raymers on Pexels.com

Chi è depresso spesso è incapace di provare emozioni; comprende che queste esistano negli altri, le accetta, ma non capisce perché gli altri facciano difficoltà a comprendere lui. Lo stato “soporifero” indotto dall’apatia, rende quasi del tutto incapaci di empatia. L’apatia e l’incapacità a desiderare, diventano ostacoli troppo difficili da superare in solitudine e senza l’aiuto di qualcuno.

In una intervista su Fanpage, in cui presenta il suo nuovo album, il noto artista napoletano Nino d’Angelo fa un passaggio molto interessante sulla depressione (una patologia molto diffusa e purtroppo in aumento) e sull’importanza della Psicoterapia e quindi della Psicologia per superare la malattia.

“La depressione bisogna farla capire alla gente, è una malattia patologica. Non si cura così, da sola, bisogna andare dallo psicologo e farsi curare. Tu puoi essere pure il più grande cantante, la depressione prende anche quelli che vivono bene e hanno i soldi. Noi siamo arrivati alla depressione perché abbiamo perso dalle tasche il desiderio: se non desideriamo, ci dobbiamo deprimere per forza. La vita bella è desiderare, quando ti manca il desiderio non sei niente.”

Nino d’Angelo – tratto dall’intervista su MusicFanpage.it – (25 ottobre 2021)
Nino d’Angelo – foto web (La_Presse)

La vita psichica mantiene in vita il corpo e lo sfama; il desiderio è vita psichica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Paura di morire nei bambini.

A partire dall’inizio di quest’anno ho avuto diverse richieste più o meno simili da parte di genitori allarmati per i propri figli. Queste richieste di aiuto avevano, nella loro diversità, un denominatore comune tra tutti i bambini: la paura di morire. Tutti i bambini avevano all’improvviso incubi, disturbi del sonno e pensieri più o meno brutti legati alla morte e alla paura che potessero morire.

Ovviamente per bambini e ragazzini dai 6 ai 14/15 anni è una cosa abbastanza inusuale pensare alla morte, specialmente se non vi sono state esperienze dirette e indirette di lutti e tragedie familiari. E se pure vi fossero questi pensieri legati alla morte non sarebbero così frequenti e a tratti ossessivi e preoccupanti.

Cosa sta succedendo a questi bambini?

Probabilmente questa “paura della morte” può avere un collegamento diretto con l’evoluzione della pandemia, con l’incertezza e con l’insicurezza sociale indotta da questo stato di emergenza ormai lunghissimo.

Photo by Charles Parker on Pexels.com

Infatti anche secondo Watson molte paure possono essere indotte dall’osservazione, dall’imitazione e dall’esperienza diretta. Il fatto di essere stati per quasi un anno e mezzo immersi letteralmente in una “bolla” di emozioni, notizie, parole, situazioni con una enorme carica ansiogena e dai messaggi confusivi, allarmistici e a tratti terrorifici, ha decisamente abbattuto certezze e sicurezze. Una persona ed in particolare un bambino che per un lungo periodo vive sotto una minaccia terribile, sconosciuta e invisibile, anche al solo sentire la sirena di un’ambulanza può provare paura. “Il processo di associazione infatti consente il formarsi di catene di paure che nella loro parte terminale sono costituite d timori e ansie anticipatorie, lontane dagli stimoli originari” (A. Oliviero Ferraris).

Secondo Freud una delle fonti principali della paura è il senso di impotenza psichica contro l’insorgere della stimolazione pulsionale. Ciò vuol dire che le paure dei bambini possono essere considerate degli stati emotivi conseguenti al timore di perdere il loro “oggetto libidico” (la madre e il padre), su cui normalmente vengono proiettate le tensioni interne, che normalmente vengono “digerite” e rese tollerabili da quegli oggetti “contenitori”. La paura di perdere il proprio oggetto d’amore è intollerabile per un bambino.

I bambini sono inoltre dei grandi osservatori e sono delle vere e proprie “spugne emotive” e la loro paura della morte può derivare quindi anche da ciò che Bowlby definiva come uno degli “indizi di pericolo” che possono scatenare la paura negli esseri umani. Gli indizi (di pericolo) culturali, che possono essere appresi mediante l’osservazione del comportamento degli adulti o degli altri bambini. Il bambino, in questo caso, non fa altro che reagire con la paura a situazioni – stimolo e ad eventi che prima venivano considerati neutri o non interessanti. La paura, attraverso questi indizi appresi, viene elaborata e interpretata come rischiosa.

La paura diventa razionale (perché pensata e osservata negli altri), ma può essere esasperata e amplificata e arrivare a diventare irrazionale perché non ben definita ed interpretata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’importanza psicologica del calcetto.

In questi ultimi giorni l’Italia si è avviata (almeno per il momento) verso settimane di metà primavera, con un allentamento delle restrizioni in diversi ambiti della vita sociale e commerciale. Uno dei cambiamenti più evidenti e decisamente più ambiti per gli amanti dello sport ed in particolare del calcio, è la riapertura dei campi di calcetto amatoriale. Una vera novità per certi versi inaspettata e insperata di questi tempi.

Al di là della bontà della scelta del Comitato Tecnico Scientifico e del Governo riguardo gli aspetti puramente legati ai contagi (che non mi compete e che quindi non saranno trattati nel post), io vorrei soffermarmi sull’aspetto sociale e psicologico di queste aperture.

La classica partita infrasettimanale di calcetto (spesso la partita del giovedì sera) è un vero e proprio rito per tantissimi italiani. La partita di calcetto amatoriale per gli adulti è un modo per mantenersi in forma, ma è soprattutto un modo per regredire all’adolescenza e alla gioventù. Diventa un momento importante proprio per la sua valenza di scarica emotiva, delle tensioni e dello stress che si accumulano durante la settimana lavorativa. In questi impegni sportivi settimanali ci si misura con se stessi, con i propri limiti e con gli altri amici.

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Insomma, la partita di calcetto è un modo per ritornare ad esperienze giovanili, alla spensieratezza di momenti legati ad un periodo della vita diverso. Il sogno di poter ritornare per quelle poche ore ad assaporare l’illusione di un “immortalità agonistica e sportiva”. Per i più giovani, invece, il calcetto assume significati leggermente diversi. Viene visto più come un esperienza legata al gioco e all’esperienza fisica, ma con valori ed esperienze sociali ed educative importanti, come quella di confrontarsi con la gioia delle vittorie e la delusione delle sconfitte. Da non sottovalutare, per i più giovani, l’aspetto del confronto con i pari, i litigi, le responsabilità di squadra, il valore del lavoro di gruppo, l’appartenenza.

Una review (del 2017) su 70 ricerche pubblicate e realizzate da Peter Krustrup (Università di Copenhaghen) identifica il calcetto come il gioco che offre i maggiori benefici dal punto di vista fisico e mentale.

Lo sport e il calcetto, diventano un rifugio mentale accettabile sia per i più giovani sia per i più adulti (soprattutto per quest’ultimi). Per gli adulti il calcetto diventa tempo e spazio per ritrovarsi con i propri amici. Infatti non si riduce al solo tempo della partita, ma va oltre. La partita entra a far parte di una vera e propria narrazione comune, che si allarga ad un prima e un dopo. Dopo la partita spesso e volentieri si va a mangiare una pizza, si va a bere una birra o ci si intrattiene al campo a parlare e scherzare.

Questo sport permette di creare una comunità, di sentirsi parte di un gruppo, di relazionarci con gli altri e di conoscere persone nuove. Lo sport fa emergere parti di noi che non sperimentiamo nella routine quotidiana e il campo può diventare il luogo adatto per sentirci più “liberi”.

Insomma queste riaperture e il ritorno alla normalità attraverso una semplice partita di calcetto il giovedì sera può aiutare tantissimo a riprenderci pezzi di vita che poi tanto banali ed inutili non erano. I benefici psicologici fisici e sociali saranno sicuramente tanti per tante persone.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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