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Rivoluzioni personali..

“La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi.”


Che Guevara
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Le rivoluzioni più durature sono quelle che nascono dal profondo.

Ma le “rivoluzioni interne” sono anche quelle più complesse da portare avanti.

dott. Gennaro Rinaldi

Ricerca in Pillole: occuparsi dell’altro.

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Oggi desidero condividere con voi una brevissima ricerca che reputo – però- molto importante.

Cosa succedeva ai disabili durante la preistoria?

Vi siete mai posti questa domanda? Ebbene.. da ricerche recenti sembra proprio che gli invalidi venissero sottoposti a delle cure (e non uccisi, come si era portati a pensare). Un disabile non era una zavorra poiché non idoneo alla caccia.. ma anzi!

Studiando dei resti di Sapiens risalenti al Paleolitico (ritrovati nella Grotta del Romito, nel Parco del Pollino in Calabria), i ricercatori hanno notato che (data la conservazione dei resti), qualcuno procurava ai disabili del cibo, in cambio di piccolo lavori che potevano essere da loro svolti (una sorta di antenata della terapia occupazionale).

Anche dei ritrovamenti effettuati in Vietnam sembrano confermare questa ipotesi.

Nel Romito, uno dei resti apparteneva a un giovane di circa 20 anni, rimasto vittima di un trauma che gli schiacciò le vertebre, portandolo alla paralisi delle braccia. Studiando lo scheletro, gli scienziati hanno capito che il giovane non morì (ad esempio) per malnutrizione dopo l’incidente, ma gambe e denti indicavano che il ragazzo era rimasto a lungo accovacciato a masticare qualcosa (probabilmente pelli di animali da ammorbidire).

Un altro individuo (che soffriva di nanismo), non poteva cacciare, ma sopravvisse fino ai 20 anni e fu sepolto con cura (segno, secondo i ricercatori, che il giovane fosse stato curato durante la sua vita); analoga ricerca è stata fatta in Vietnam, dove un uomo sopravvisse oltre 10 anni pur avendo braccia e gambe atrofizzate.

Evidentemente i Sapiens avevano a cuore la propria specie ed erano ancora lontani dall’attuazione di scelte egoriferite o di stampo egoistico.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’emozione che mangia.

“Magnatell n’emozione”.

Nella mia lingua madre – mangiarsi una emozione- viene detto a coloro che tendono ad essere sempre cupi, ombrosi e mai sereni; si tratta di quelle persone che quasi per partito preso “non si mangiano l’emozione”, mostrandosi perennemente impensieriti da qualcosa.

Sono quelle persone incapaci di vivere l’emozione, di goderla; persone che non riescono a sorridere quasi come dovessero scontare chissà quale pena per avere ceduto, mangiando l’emozione stessa.

Recentemente riflettevo sulla potenza del detto.

Durante gli studi universitari, un Professore (analista) che si occupa di disturbi alimentari, ne sosteneva la genesi nel “sessuale femminile”; il mio collega (analisi che condivido ampiamente) parla (basandosi su una larga casistica da lui trattata), di psicopatologia della relazione; per me è – anche- la psicopatologia del piccolo.

Cos’è questa emozione da mangiare?

In effetti la prima rinuncia che le persone affette da disturbo alimentare (nello specifico anoressia nervosa o Disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo), compiono, è partecipare a pranzi, cene o situazioni di condivisione “dell’emozione cibo”.

Quando alcune pazienti hanno deciso di uscire andando a cena fuori, pur non condividendo il cibo, non hanno tratto piacere – emozione- dall’uscita stessa; l’ossessione del controllo sul cibo ha finito per controllare loro stesse portandole ad estraniarsi dal contesto emotivo/relazionale.

Altre pazienti, invece, decidono direttamente di evitare le occasioni di condivisione del cibo.

L’emozione è completamente negata, esclusa, rigettata.

La paura che l’emozione stessa possa prendere il sopravvento fagocitando fino a portare all’abbuffata (sconfinando negli altri disturbi alimentari: bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata, Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con specificazione, Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione senza specificazione, come da criteri DSM V), è troppo forte.

Meglio chiudere tutto, tappare l’emozione.

Io non mangio.

La genesi dei disturbi alimentari può essere multisfaccettata (il mio parere personale mi spinge a non rinchiudermi nelle spiegazioni univoche del se/allora); credo che nei vari strati delle sfaccettature si possano depositare sottili lamelle di dolore più o meno vario, diverso e sentito a modo proprio.

Non dimenticate di mangiare stasera: Magnate n’emozione!

Vi lascio un sorriso con una grande emozione mangiata!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Forse sto diventando pazza..!! Qualcuno mi aiuti!!”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una ragazza di 25 anni, studentessa universitaria. Nella mail ci descrive la comparsa improvvisa di un ospite scomodo, terrorizzante, ma conosciuto Ecco la sua lettera:

“Buongiorno. Mi chiamo P. ho 25 anni e sono una studentessa universitaria. Quest’anno ho frequentato l’ultimo anno di Magistrale. Studio lontano da casa. Vivo in un appartamento con altre due ragazze per la maggior parte dell’anno. Non ho grossi problemi all’università, lo studio va discretamente bene. Mi mancano 4 esami alla laurea. Voi vi chiederete: “sembra vada tutto bene, perché ci ha contattato?”. No. Non va per niente bene. Ho dato l’ultimo esame a inizio giugno e ne avevo in programma un altro la prossima settimana. Dal giorno dell’ultimo esame non ci ho capito più nulla. Ho sempre sofferto un po’ di ansia e un paio di volte ho avuto (credo) degli attacchi di panico, ma riuscivo a gestire il tutto prendendo il mio “amico” ansiolitico (regolarmente prescritto dal mio medico). Sono ormai settimane, forse un mese, non lo so che ho attacchi di panico un giorno si e pure l’altro. Ho un peso sul petto che non mi fa respirare. Ho avuto il terrore fosse il covid e ho fatto almeno tre volte il tampone. L’ansiolitico sembra calmare un po’ tutto, ma dopo torna peggio. Non riesco a dormire bene e il caldo non mi aiuta. Ormai fumo un pacchetto di sigarette al giorno (prima un pacchetto durava una settimana). I miei genitori al momento non sanno nulla, ma tra qualche giorno tornerò a casa e non so cosa dire loro. Il mio esame di luglio? Ho lanciato i libri per aria! Non riesco a capire cosa sta succedendo! Le mie amiche mi hanno consigliato di chiedere consiglio ad uno Psicologo. Forse sto impazzendo. Io non voglio impazzire!”

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La paura, l’ansia e l’attacco di panico sono strettamente legati e insieme possono rompere anche equilibri in apparenza molto solidi. L’attacco di panico può essere considerato alla stregua di un vero e proprio tsunami emotivo, dagli effetti più o meno devastanti per la persona che ne viene travolta. Chi soffre di attacchi di panico è terrorizzato dalle reazioni che si possono avere dinnanzi ad una paura ingestibile e incomprensibile. Aver paura della paura, questa è la sensazione che si prova e questa sensazione non fa altro che esasperare i sintomi psicofisiologici fino alla perdita di controllo. L’innesco comune a tanti episodi di attacchi di panico è da rintracciare in un sentimento o un vissuto personale di impotenza e solitudine di un particolare momento della propria vita.

Cara P. come lei ha descritto nella mail, la sua esperienza con l’ansia e con gli attacchi di panico, non è recente. Ha già potuto vivere un malessere simile nella sua vita, ma probabilmente non ha mai affrontato nella maniera opportuna il suo sentire e le dinamiche che innescavano in maniera periodica questi episodi di panico. L’utilizzo dell’ansiolitico funge solo da tappo. Si immagini come una bottiglia di spumante o champagne. L’ansia e il panico saranno gli elementi di disturbo che la agiteranno. Come spesso capita, una volta agitata, la pressione alimentata dall’anidride carbonica interna alla bottiglia saturerà velocemente lo spazio libero da liquido e spingerà per uscire. In tal caso il tappo (l’ansiolitico) non resisterà per molto tempo prima di saltare per aria.

Le sue amiche le hanno dato un consiglio prezioso. La psicoterapia la aiuterà a comprendere il senso della sua risposta emotiva esasperata agli stimoli ansiosi o alla paura che innesca quest’ultimi. La aiuterà inoltre a comprendere eventuali (e possibili) interazioni disfunzionali che si innescano con gli altri quando si sviluppa il panico.

Spesso infatti si osservano “ridondanze”: tentativo di evitare o sfuggire allo stimolo che spaventa; ricerca di aiuto e protezione; tentativo spesso fallimentare di controllare le reazioni psicofisiologiche; è proprio la ripetizione inconsapevole, nel tempo, di questo tipo di interazione con il mondo e con gli altri ad incrementare la paura e il timore per il panico e per l’incapacità di fronteggiare tutto quello che può succedere.

Infine la psicoterapia le darà (a differenza del farmaco) tutti gli strumenti e le strategie per comprendere, fronteggiare e gestire l’ansia, la paura e gli attacchi di panico.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

“Hola Doctora”: seguendo la scia dei pensieri…

Immagine Personale.

https://ilpensierononlineare.com/un-caffe-freddo-con-i-dottori-rubrica-settimanale/

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Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

La richiesta che decido di prendere in carico oggi, giunge dalla Spagna. E’ un giovane uomo a scrivere. Ho risposto lui privatamente successivamente mi è stato fornito il consenso per la pubblicazione (tradotta) della versione web di quanto tra di noi, detto.

Il motivo che mi ha spinta a rispondere lui, risiede non solo nella fiducia accordatami da parte di un utente straniero, ma soprattutto nel fatto che la lunghissima mail (più o meno un paio di pagine word), è densa di ricchi dettagli; tali dettagli mi hanno profondamente colpita poiché hanno evidenziato, da parte del ragazzo, una capacità introspettiva piuttosto rara e una consapevolezza delle proprie risorse, di cui.. serve solo comprendere bene la rotta.

“Buongiorno Dottoressa, le scrivo nella speranza di trovare sollievo ai miei pensieri. Mi dispiace cominciare subito gettandola nel mare della mia mente così tanto confusa e complessa, ma apprezzo molto la possibilità che mi è stata data. Sono anni che frequento gli studi prima di psichiatri, poi di psicologi e non sono pentito (..).. Con gli psichiatri il discorso è diverso, non hanno mai capito che la questione per me, era parlare e mi hanno solo inondato di farmaci (..).. Ho intrapreso anni di terapia e ne ho trovato giovamento. Con la pandemia a causa di problematiche economiche ho dovuto sospendere e sono rimasto accompagnato da questi pensieri oscillanti e nebulosi; spero di riprendere presto un percorso psicoterapeutico.

Sono sempre stato un ragazzo solitario ed emotivo; non ho mai cercato l’apparenza nelle cose; non mi sono mai soffermato sull’immagine, statica riproduzione dell’apparenza.. e al contempo non ho mai voluto vivere come l’artista maledetto del momento. Odio quelli che si vestono “da sapienti”, i convinti che sappiano scrivere, leggere o interpretare. A me piace vivere sereno e vorrei solo assecondare il flusso della natura, insieme alla mia arte.

Nella mia famiglia, però, fatta di corrida, birra, e tanto altro, la mia sensibilità è stata sempre un problema (..).. Mi sono sempre sentito schiacciato, così tanto oppresso da sparire nel nulla. Ho deciso di togliermi il cibo (ho lottato per anni con un disturbo alimentare, fino a quando non ho capito che questo faceva male solo a me), l’aria (restando chiuso in casa per giorni interi), l’amore (ho avuto così tanta paura quando mi sono innamorato che ho deciso di scappare) e l’elenco potrebbe continuare a dismisura (..).. Ho avuto così tanta paura di impazzire da avere avuto attacchi indescrivibili di ipocondria. Ho abusato di farmaci, sono stato estremamente triste poi, vestendomi di una maschera pesantissima, di fasulla felicità.

Quanto è difficile trovare il filo conduttore della propria esistenza?

Gentile X.,

ti ringrazio per la tua mail, per la fiducia che – da lontano- riponi in me e per l’estrema sincerità con cui riporti la tua storia. Sono molto colpita dalle tue parole, da quelle che pur mostrandosi come semplici segni grafici inviati da circuiti sempre in circolo, giungono a me, piene e cariche di emotività e significato.

Leggo di te, della tua storia e dell’estremo coraggio che si nasconde dietro l’apparente fragilità che racconti. Ci sono sempre – almeno- due piani di analisi, delle cose: un piano immediato, visibile, quello che sembra certo (il più semplice), e il piano sottostante.. quello da scardinare il più delle volte a mani nude senza strumentazione alcuna.

Da quel che vedo non hai avuto timore, nel tempo, nel dedicarti alla tua personale esplorazione del “secondo livello”.

Non tutti sono pronti a questo tipo di indagine.

Mi sono sempre sentito schiacciato, così tanto oppresso da sparire nel nulla. Ho deciso di togliermi il cibo “.. Trovo molto interessante l’immediatezza con cui riesci ad analizzare il tuo percorso di vita; togliersi il cibo è spesso un modo che abbiamo per punire l’altro (un modo disfunzionale che passa attraverso di noi), rendendoci il nostro stesso dolore. Un corpo denutrito è un corpo visibile che soffre.. una sofferenza non più celata ma che urla esprimendo tutto il suo dolore attraverso le ossa che sporgono. Togliersi il cibo è -spesso- un modo per rendere vuoto un pieno “troppo pieno” e qui.. mi viene da pensare alla tua mente “tanto confusa e complessa”, una sorta di schiuma cerebrale che ha bisogno di uscire in qualche modo (analogamente alle tue condotte eliminatorie con il cibo).

Penso molto al tuo sentire la sensibilità così fuori luogo; mi parli della tua “classica famiglia spagnola”.. alle “feste caotiche, alla birra, alle urla” fino a giungere ai tuoi pensieri più bui in cui pensi di non essere realmente figlio dei tuoi genitori.

Non è facile restare soli in balìa dei propri pensieri (ripenso all’episodio di terrore notturno che mi hai raccontato, così come al tuo incubo ricorrente di annegare in mare); l’incubo si è fatto strada dall’inconscio attestandosi sotto forma di sintomo psicosomatico (la mancanza di aria – che ti ha portato a rinchiuderti in casa- e l’ipocondria). La fame d’aria, il vuoto e la solitudine sperimentati anche attraverso gli incubi, richiamano la tua attenzione e ti portano a riflettere ogni giorno sul filo da (ri)trovare.

Ripenso a lungo alla tua mail, all’incubo che mi hai descritto in maniera dettagliata e al tuo bisogno di trovare la scia della tua esistenza.

Ho come la sensazione di essere su un vecchio galeone, un veliero da guerra progettato per affrontare le difficili e spaventose acque oceaniche. Hai l’equipaggio a disposizione (le tue risorse personali); hai i ponti di stiva (con cui caricare e scaricare le tue emozioni e i tuoi vissuti) e hai potenti e grosse vele, momentaneamente chiuse.

Credo non sarà troppo difficile per te, riprendere in mano la rotta che hai sospeso tempo fa (avevi molto probabilmente bisogno di riassestare la bussola), ma ho fiducia nel fatto che opportunamente seguito, da un mio collega, riuscirai a farti strada tra la schiuma marina, liberando lentamente pensieri e emozioni dal buio del blu, per riportarli a risplendere nel sereno della luce del tramonto.

(Ripenserò a lungo alla mail di X., alle sue acque buie e profonde, agli incubi che lo lasciano senza fiato; alle lacrime salate che ogni giorno beve nella solitudine della sua stanza. Ci vuole molto coraggio per esporsi; molto coraggio per capire che noi non siamo il nostro dolore e che il dolore può essere compreso e vissuto, prima che questo ci faccia annegare nel mare della disperazione).

E’ stato davvero bello fare un piccolo pezzo del viaggio sul tuo galeone, X. non credo che le normali falle della vita, fermeranno tanto facilmente il tuo lungo viaggio.

I miei migliori auguri.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Dott. mio figlio è cambiato.. e questa cosa mi spaventa”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

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Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una madre di due ragazzi adolescenti. Ecco la sua lettera:

“Salve, sono madre di due ragazzi di 16 e 13 anni. Vi scrivo per mio figlio di 16 anni. Sono abbastanza preoccupata per il suo comportamento, strano e inusuale per il suo carattere. Lui è sempre stato un ragazzo socievole, allegro, vivace. Facevamo fatica (io e mio marito) a tenergli testa. Invece adesso, sono ormai alcuni mesi che non esce di casa ( ha fatto una gran fatica a finire l’anno scolastico in presenza, con tantissime assenze), resta nella sua camera buttato sul letto a guardare video sullo smartphone o sul portatile. Pare abbia perso la maggior parte dei contatti con i suoi amici di sempre. A volte lo sento giocare alla play e parlare con alcuni suoi amici di gioco. Dice che si annoia e che gli va di stare solo. Spesso mangia in camera e non esce per ore intere. Di notte non dorme e vaga per casa, di giorno dorme fino al pomeriggio. Non gli abbiamo mai fatto mancare niente e non ha mai avuto nessun problema. Non so che fare. Non riesco a capire cos’abbia. Non lo riconosco più e questa cosa mi spaventa. Grazie mille.”

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Salve. Non c’è ragazzo o ragazza, dell’età di suo figlio che non provi ad esplicitare in maniera più o meno “rumorosa” il suo diritto ad essere disperato, depresso, arrabbiato, infelice e inquieto. Essere genitori di un adolescente è complicatissimo, ma essere adolescenti è a dir poco un’esperienza “sconvolgente” e tormentata. Ovviamente non conosco abbastanza bene suo figlio e non posso essere esaustivo riguardo il suo malessere. Mi pare però abbastanza chiaro guardando alla descrizione che stia vivendo una fase piuttosto complicata della sua vita. La struttura psichica di un ragazzo di 16 anni è ancora in piena fase evolutiva e quindi in continua trasformazione. Quindi spesso gli aspetti apparentemente patologici o preoccupanti sono transitori. Possono invece destare preoccupazione nel momento in cui ci sono cambiamenti abbastanza radicali dello stile di vita e del comportamento; inoltre i sentimenti di tristezza , noia, apatia possono diventare preoccupanti quando restano invariati e costanti per molto tempo, senza alternarsi periodicamente a situazioni emotive di equilibrio o di polo opposto.

Nel caso di suo figlio, come lei descrive, ci sono state delle vere e proprie rotture con quello che era il suo usuale percorso evolutivo e di sviluppo. Suo figlio ha allontanato gli amici di sempre, non ne ha altri e ha scarso interesse a relazionarsi e a ricercare relazioni affettive (a differenza di qualche mese fa); inoltre tende ad isolarsi per giorni interi rimanendo chiuso in casa, evitando così i contatti con gli altri e il mondo fuori la propria stanza ( luogo sicuro); ha invertito il proprio ritmo circadiano, vivendo nelle ore notturne; ha cominciato a disinteressarsi della scuola, dei compagni di scuola. Queste premesse evidentemente possono preludere a situazioni di disagio psichico più complesse e profonde come: depressione, disturbi dell’umore, disturbi di personalità, ansia sociale, isolamento sociale, hikikomori (dal giapponese “stare in disparte”).

Spesso noi adulti consideriamo gli adolescenti come esseri strani, lunatici, misteriosi, incomprensibili. Parliamo troppo spesso di loro, ma parliamo troppo poco di loro, ascoltandoli realmente. Bisogna fare un passo indietro e provare a ritornare con la memoria a quando anche noi eravamo adolescenti, solo in quel momento possiamo forse avremo l’opportunità di cogliere l’intensità emotiva del loro “stare nel mondo”.

Fatta questa premessa le consiglio di considerare per suo figlio (ovviamente dopo averne parlato insieme della necessità) l’inizio di un percorso psicoterapeutico e se possibile parallelamente a questo percorso, una psicoterapia familiare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Saper fallire

“Che la gente non sappia come fare ad avere successo è male. Ma il peggio è che non sanno neppure come fallire. Io ho deciso di fallire bene.”

ERIK ERIKSON
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Un giovane paziente una volta mi disse: “Io non voglio iniziare qualcosa nella mia vita perché non conosco a cosa vado incontro. E se sbagliassi e se non riuscissi. E se mi dicessero che non vado bene?.. non so cosa fare. Non mi va di fare niente..”.

Impariamo a fallire..ci aiuterà a diventare più forti.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi