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Umore e Postura

Le nostre emozioni possono influenzare la nostra postura corporea?

Certamente si, ed è abbastanza evidente che alcuni stati emotivi hanno posture corporee caratteristiche, come nel caso della depressione.

Alcuni studi sulle nuove prospettive dell’embodied cognition suggeriscono che potrebbe anche valere il contrario, e cioè che in alcuni casi è proprio la postura che assumiamo che può avere una influenza diretta sulle nostre emozioni.

Secondo la embodied cognition corpo e mente sono profondamente legati l’uno all’altro e quindi i processi cognitivi hanno una influenza diretta con il corpo e il corpo influenza i processi mentali, ed entrambi hanno una interazione diretta e continua con il mondo circostante. Quindi anche il corpo e nel caso specifico, la postura, può determinare stati mentali specifici.

Gli studi in questo ambito hanno mostrato che assumere una postura dritta può avere effetti significativi sulle nostre emozioni e sul nostro umore; può, ad esempio, renderci più orgogliosi dopo un successo, dotarci di maggiore autostima, aumentare le nostre abilità nell’approcciare a compiti complessi e stressanti, fronteggiare efficacemente ambienti e situazioni relazionali potenzialmente ansiose.

Per capire se il cambiamento di postura potesse avere qualche effetto positivo su persone con sintomi depressivi, i ricercatori dell’Università di Auckland (2017), hanno coinvolto 61 soggetti con sintomi depressivi non molto gravi e li hanno divisi in due gruppi. Il gruppo di controllo manteneva, durante l’esperimento, ha mantenuto la postura abituale, l’altro veniva istruito, invece, ad assumere una postura specifica: mantenere lo sguardo dritto davanti a sé, spalle dritte e immaginare di protendere la parte superiore della test verso il soffitto.

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Successivamente i soggetti di entrambi i gruppi venivano invitati a fare compiti abbastanza stressanti, fra cui quello di tenere un discorso in pubblico. Prima e dopo queste prove, venivano invitati a compilare dei questionari per valutare il proprio umore.

I risultati finali hanno mostrato che coloro che avevano assunto una posizione eretta (e per loro inusuale) avevano riferito un minor livello di stanchezza e un umore più elevato rispetto all’altro gruppo. Avevano, inoltre, utilizzato più parole durante il discorso in pubblico e avevano ridotto l’uso di pronomi come “me” ed “io”. Questo tipo di comportamento suggerisce un umore meno negativo, un aumento dell’autostima, minore autoriferimento (focalizzarsi continuamente solo su se stessi); tutti aspetti legati alla depressione.

Questo tipo di esercizio fisico può sicuramente essere utilizzato in maniera efficace, per “accompagnare” e supportare il trattamento psicoterapeutico dei casi meno gravi di umore depresso. Ovviamente non può assolutamente sostituirsi alla psicoterapia o alla terapia farmacologica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Echi e messaggi..

“La vita è come un’eco: se non ti piace quello che ti rimanda, devi cambiare il messaggio che invii.”

James Joyce
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Provare a cambiare prospettiva e guardarsi da una posizione diversa, anche se più scomoda, può aiutarci a comprendere l’effetto dei messaggi che inviamo al mondo circostante. A volte il messaggio che solitamente inviamo agli altri può rimandare una eco inaspettata, distorta e disturbante. Allora è proprio in quei casi che bisogna modificare il messaggio che inviamo per avere un rimando più coerente con le nostre aspettative.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il coraggio e la crescita.

Christopher Robin “Orso.. E se dovesse arrivare un giorno in cui saremo separati?”

Pooh “Finchè saremo separati insieme, staremo certamente bene”

Christopher Robin “Sì, sì, certo. Ma se, se non fossimo insieme… se fossi da qualche altra parte?”

Pooh “Oh, ma davvero non potresti esserlo, perché sarei abbastanza perso senza di te. Chi chiamerei in quei giorni in cui non sono abbastanza forte o abbastanza coraggioso?”

Christopher Robin “Beh, in realtà…”

Pooh “E a chi chiederei consiglio quando non saprei da che parte girare?”

Christopher Robin “Pooh, noi…”

Pooh “Noi… semplicemente non saremo noi”

Christopher Robin “Oh, Pooh. Se mai ci sarà un domani in cui non saremo insieme, c’è qualcosa che devi ricordare”.

Pooh “E cosa potrebbe essere, Christopher Robin?”

Christopher Robin “Sei più coraggioso di quanto credi, e più forte di quanto sembri, e più intelligente di quanto pensi.”

Pooh “Oh, è facile. Siamo più coraggiosi di un’ape, e, uh, più lunghi di un albero e più alti di un’oca… o, uh, era un alce?”

Christopher Robin “No, sciocco, vecchio orso! Sei più coraggioso di quanto credi, e più forte di quanto sembri, e più intelligente di quanto pensi. Ma la cosa più importante è che anche se siamo separati, io sarò sempre con te .

Sarò sempre con te.

Sarò sempre con te.”

Il coraggio di credere, provare, lasciare andare e crescere.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’isola del tempo per B.

“Dottoressa non so cosa dirle.. Io mi sento strano in questo contesto. Mi sembra che l’unico obiettivo dei miei amici sia apparire e apparire ancora. Mi sembra assurdo che i bambini già a 3- 4 anni abbiano telefono o tablet a disposizione… Possibile che dobbiamo crescere da subito con questa idea che quello che gli altri vedono di te, sia più importante di quello che sei tu, di quello che di te stesso, vedi tu?

Io vado a scuola a Scampia; mo.. come uno sente Scampia dice “criminali, delinquenti… spacciatori!” ma tu che ci fai là in mezzo?

Io “non ci faccio”, “ci sono”… che è diverso. Ho la media del 9, mi piace studiare e sono un ragazzo che riflette sul mondo circostante. Non ho mai fatto cazzate anzi.. ho quasi la sensazione che la cazzata che io stia facendo, sia restare a pensare.

Con le mascherine sono tutti più simpatici e sa perché? Perché siamo tutti uguali… poi tolta la maschera hanno tutti una faccia diversa da come l’avevo immaginata: tutti incazzati, brutti e nervosi.

Ma che hanno da stare così nervosi?

Quanti pregiudizi, quanti stereotipi… quanta poca fantasia, Dottoressa. Ecco… Nella mia famiglia ci si lamenta del fatto che magari non ho troppi amici o del fatto che mi vedono poco in linea con quella che è la mia età…

Sto bene qui, a parlare con lei.

Qui c’è calma, la sua voce mi rilassa e ho tempo per pensare. Sto come su un’isola, uno spazio/bolla in cui il tempo diventa strano e va più lento (pure se subito passa l’ora), e non ricevo giudizi per le mie idee, ma orecchie: orecchie che mi ascoltano e che sono pure interessate.

Non ricevo domande fredde e stereotipate; non ricevo giudizi o imposizioni.

Sento che quando vengo qui ho tempo per riflettere e prendermi cura di me stesso. Nessuno qui mi chiede di apparire, nessuno mi dice che sono un delinquente, nessuno mi fa sentire nessuno.

Ecco… solo i disegni che mi fa fare mi annoiano però va bene lo stesso..

Li faccio perché sento che anche quelli servono (poi me li presenta sempre in maniera molto simpatica, sono onesto).

Come? E’ già passata un’ora?

Va bene Dottorè… ci vediamo la settimana prossima; sì… la scrivo la storia ma mo devo tornare là fuori? Nella confusione, nella violenza e nella cattiveria?

Buona serata Dottorè!”

B., adolescente di Scampia che ha capito più di chiunque altro a cosa serve il supporto psicologico.

(Perché il pregiudizio può esserci sempre: sia da un lato, che dall’altro).

Grazie.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Superare le proprie paure

“Una delle più grandi scoperte che un uomo può fare, una delle sue più grandi sorprese, è scoprire che può fare ciò che aveva paura di non poter fare”

Henry Ford
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dott. Gennaro Rinaldi

PsicoPillole di Lessico: Querulomania.

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La querulomania indica un atteggiamento lamentoso protratto che nasce dalla persuasione reale o immaginaria di aver subito un torto.

Può degenerare in delirio, innescando nel soggetto delle condotte che si esprimono ad esempio facendo continue domande di risarcimento, citazioni giudiziarie e simili.

Si tratta di continue rivendicazioni che il soggetto compie.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sono brutto: pillole di psicologia.

“E che devo scrivere qua… Dottoressa… tanto… Sono Brutto!!!”

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Con il termine Dismorfoestesia (detta anche dismorfia) si indica la sensazione di essere particolarmente brutti, impresentabili, deformi o ripugnanti. La persona si percepisce (e vede) come particolarmente grassa e/o brutta.

Tale condizione può presentarsi sia in forma monosintomatica (come durante l’adolescenza) quando la trasformazione puberale può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con più o meno angoscia (soprattutto quando la pubertà stessa con tutti i cambiamenti che comporta, è rifiutata dalla famiglia stessa della persona), o in un quadro di nevrosi ossessiva o schizofrenia (in tal caso il rifiuto del proprio aspetto può assumere caratteri fobici che disturbano l’espressione della personalità).

In questo caso di parla di dismorfofobia che (rispetto alla dismorfoestesia adolescenziale che ha tratti più transitori), ha tratti più irriducibili.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Delicato (come qualcuno innamorato).

17 persone a pranzo più un bambino di 16 mesi.

Dallo scoppio della pandemia i legami (emotivi, sociali o entrambi) sono stati messi a dura prova, ma i legami si sa sono (etimologia alla mano) come l’intreccio di una treccia (di capelli, di stoffa…); intreccio che ha bisogno di sentirsi stretto in sé altrimenti si rischia di allentare un qualche capo con l’inevitabile scioglimento del legame stesso.

I legami chiamano e le persone rispondono.

Il pranzo va liscio (come il vino che si sta bevendo) un vino rosso e corposo da trattoria; vino di quelli che tinge e fa macchia richiamando in tal modo al colore del sangue, sangue che arriva tutto in volto – d’un sorso- che diventa bollente presenza anch’esso al tavolo dei bevitori.

Si mangia, si beve, si ricorda ed eccola lì la solita domanda “ma tu, un figlio quando lo fai? e quando ti sposi? diventi vecchia… che lo sai che metti che fai un figlio a tot anni… quando lui… tu ne avrai… poi il compagno?..”.

Vero è che la frase appena citata era detta in maniera simpatica, ma la simpatia non è sempre portatrice di delicatezza.

E la delicatezza è attitudine d’animo.

C’è un luogo comune che urla come un silenzio che è il risultato di una complicità culturale che vuole la donna (specie di una certa età) sposata e soprattutto con figli.

Nel mio rispondere “la smettete di fare i conti con il mio utero e i miei genitali?” c’era però un messaggio molto chiaro e deciso: il mio involucro psichico è mio.

Molte donne (vale anche per gli uomini, ma qui si parla ovviamente al femminile), hanno un uomo ma non hanno un amore; molte donne hanno un amore ma non hanno una passione; molte donne hanno un uomo ma non hanno né un amore né una passione: molte di queste donne hanno bambini e molti di questi bambini sono quelli che quotidianamente vediamo nella stanza dello psy.

La delicatezza è attitudine, dicevo. Nasci delicato e accorto.

Corpo e psichismo si installano l’uno rispetto all’altro in un rapporto di reciprocità. Il corpo sente, lo psichismo crea immagini che diventano rappresentazioni che gli consentiranno successivamente di trovare un senso a quel vissuto.

E il corpo non dimentica niente: immagazzina, conserva e ricorda.

Ricordati di essere delicato ogniqualvolta ti approcci all’altro.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.