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“Ero in una spirale buia.. avevo perso il mio compagno, ma non posso continuare così.. lo devo anche a mio figlio”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

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Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una mamma di un bambino di 6 anni. Nella mail ci racconta della perdita del suo compagno, del dolore provato e di alcuni suoi timori, conditi da tante domande sul futuro suo e di suo figlio. Ecco la sua lettera:

” Buonasera dottori, approfitto di questa rubrica per chiedere una cosa che mi frulla per la mente da un po’ di tempo. Premetto che sono mamma di un bambino di 6 anni e mezzo. Purtroppo il mio compagno, padre di mio figlio è morto a causa di una malattia circa due anni e mezzo fa, nel 2019, mio figlio aveva 4 anni. Non vi nascondo che sono stata molto male per diversi mesi, ero entrata in una spirale molto buia. Tutt’ora non credo ancora di esserne uscita completamente. Il mio medico di base mi ha consigliato più volte di iniziare un sostegno psicologico, ma non ho mai avuto il coraggio di iniziare. La mia mente non era molto lucida e ho preferito cominciare a prendere i farmaci prescritti dal medico. Ora a distanza di due anni e mezzo e con questo periodo difficile che abbiamo vissuto tutti, comincio a capire che ho bisogno di uscirne definitivamente. Non posso continuare così. Lo devo anche a mio figlio. Lui nota la mia tristezza, mi vede spesso piangere. Dovrei essere io a consolarlo e no lui a me. Probabilmente quello che mi spinge a cambiare le cose è anche il fatto che ho incontrato, due mesi fa, un mio ex compagno di classe del liceo, anche lui reduce da una brutta storia. E credo di trovarmi bene con la sua compagnia.. ma ho paura di tradire il mio compagno, di fare un torto a mio figlio. Mio figlio me lo perdonerà? Lui ricorda ancora bene il padre.. Accetterà la presenza di quest’uomo? Sono giorni che i sensi di colpa mi travolgono. So che le vostre risposte non possono risolvere tutto e subito, ma mi farebbe piacere avere un vostro parere e se potreste darmi un consiglio. Grazie.”

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Non è mai troppo tardi per cambiare le cose e non è mai troppo presto per cominciare a farlo. Probabilmente questa sua voglia di riprendersi di nuovo la vita in mano è realistica rispetto al fatto che ci sono le condizioni per riprendere in mano il timone della sua vita e ricominciare a “comandare” e decidere la direzione da prendere.

Innanzitutto vorrei che prendesse seriamente in considerazione il consiglio che le ha dato il suo medico. Iniziare una psicoterapia la potrebbe “sostenere e contenere” nel suo percorso di ri-costruzione personale e inoltre la potrebbe anche dare un grosso aiuto per riequilibrare alcuni aspetti relazionali legati alla genitorialità

Se quella che sta nascendo, con questo suo ex compagno di classe, è una relazione d’amore sincera e sana, non sarà di intralcio alla crescita di suo figlio. Anzi potrà colmare quel vuoto che ora caratterizza la vostra vita e lo aiuterebbe moltissimo a scaricarsi di pesi emotivi e responsabilità che potrebbero intralciare il suo normale percorso di crescita e sviluppo psicologico, cognitivo ed emotivo, rischiando di fargli saltare step importanti di sviluppo.

Se lei comincerà ad affrontare le sue paure e risolverà, metabolizzando, i nodi del lutto e della sua vita personale e familiare, con la psicoterapia e nel frattempo serenamente farà entrare nella sua e nella vostra vita (quella sua e di suo figlio) una terza persona, tutto diventerà più sostenibile e gradualmente le vostre vite cambieranno.

Se lei accetterà di ri-costruire e ri-partire da una nuova relazione, lasciando andare il capitolo precedente della sua vita, rimettendosi in gioco, allora anche suo figlio la seguirà. Comprenderà e accetterà la nuova figura genitoriale, conservando però sempre il ricordo di suo padre..

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psicologia della risata.

“Non si ride mai da soli, perché il riso non ha senso se non nello scambio, che ha tutto il carattere dello scambio simbolico […] Serbare per sé una barzelletta è assurdo, così come non ridere è offensivo, infrange le leggi sottili dello scambio. ”

J. Baudrillard

Secondo Darwin il riso risponde ad una funzione adattiva in quanto aiuta a rinsaldare il legame del bambino con la madre, fungendo da veicolo spontaneo (come il pianto) dei bisogni del bambino.

Per Spitz la comparsa del sorriso nell’infante (verso il secondo – terzo mese), segna il passaggio dallo stadio non oggettuale allo stadio pre-oggettuale. Il bambino istituisce una prima relazione preferenziale con la prima percezione esterna (il volto umano). La percezione è comunque ancora indifferenziata. Il riso in questa fase ancora non può essere letta come espressione di un’emozione, ma acquista un significato sociale grazie al rinforzo positivo che riceve dal mondo circostante. Solo in un secondo momento, da automatismo fisiologico, il riso, arriva a rivestirsi di un significato affettivo intenzionale e differenziato, che diventa man mano, nel corso degli anni sempre più complesso nelle sfaccettature (compiacimento, soddisfazione, gioia, benessere, sarcasmo, ironia, disprezzo..).

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Ridere è quindi prima di tutto un atto sociale e riveste un significato in base al modo, alla situazione, alla modulazione, all’intensità che lo caratterizza.

In uno studio all’Università della California i ricercatori hanno chiesto a 966 volontari (provenienti da 24 culture e paesi diversi) di ascoltare ed interpretare delle risate registrate tra coppie di persone che si relazionavano tra loro. Le coppie di persone registrate erano per metà amiche e per metà estranei. I ricercatori hanno quindi chiesto ai volontari di ascoltare e provare ad identificare il tipo di relazione che c’era tra chi rideva nelle registrazioni.

Il dato che è uscito fuori è molto interessante, infatti a prescindere dalla cultura di provenienza dei volontari ascoltatori, ben il 61% ha riconosciuto quando si trattava di amici che ridevano e la percentuale addirittura è salita all’80% quando si trattava di registrazioni di due amiche donne che ridevano.

I ricercatori hanno quindi analizzato le caratteristiche del suono delle risate e hanno scoperto che il suono delle risate tra amici è diverso da quello tra due persone estranee. Il suono delle risate tra amici ha infatti un tono e un volume più irregolare perché è spesso associato ad un’emozione spontanea.

Probabilmente nel corso dell’evoluzione umana, riconoscere la natura del suono di una risata ha avuto una grande rilevanza, forse perché permetteva (e lo fa tutt’ora) di comprendere e scegliere le persone con cui cooperare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il potere dei baci

“L’unico linguaggio universale è il bacio.”

Alfred De Musset

Il bacio ha un potere: è curativo.

Il bacio di una madre al suo bambino sulla “bua”, è il più potente “analgesico” che esista; la mamma con quel bacio rassicura il bambino, contenendo e compensando il dolore e le emozioni di ansia e paura correlate.

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Il bacio ha può davvero alleviare il dolore; ha la capacità di calmare e rasserenare; ha il potere di alleviare l’ansia e la paura.

Quando si bacia e si riceve un bacio (o si abbraccia qualcuno) il nostro organismo rilascia l’ossitocina che può calmare il dolore, diminuire l’ansia e migliorare l’umore, perché ha proprietà analgesiche. Il bacio ha il potere di scatenare tutta una serie di effetti benefici, sul nostro corpo e sulla nostra mente.

Il bacio rassicura e accoglie, è universale.

dott. Gennaro Rinaldi

Vivere l’Hic et Nunc: possibili vantaggi e rischi evidenti..

Prendo spunto da un post sull’ “Hic et nunc” di Alessia (Erbe del benessere) di un paio di giorni fa. In effetti l’argomento è molto interessante e merita una (doppia) riflessione in quanto in parte già la mia collega Giusy ha avuto modo di approfondire nell’articolo di ieri: Frat(tempo) e Hic et Nunc.

La questione di vivere nell’Hic et Nunc, nel qui ed ora, liberi da vincoli temporali passati e futuri è vivere nella consapevolezza del momento presente. Vivere il presente, “l’adesso” senza rimandare e senza aspettare situazioni o momenti più propizi.

I vantaggi di questo modo di approcciare alla vita possono essere tanti. Ad esempio chi vive nel qui ed ora, è libero dai vincoli del passato e dalle preoccupazioni del futuro; non rimanda mai le cose da fare, evitando di pensare troppo alle conseguenze ( se voglio chiedere ad una ragazza di uscire, lo faccio; se mi viene voglia di un gelato e di una pizza a mezzanotte, cerco qualcuno che è ancora aperto per comprarli); se vivo nel qui ed ora non mi importa del futuro e di tutte le preoccupazioni e incertezze che porta con sé, piuttosto mi concentro solo sulle giornate che vivo; se vivo nel qui ed ora non mi interessa di progettare una vacanza, se ho voglia di andarmene e partire, lo faccio.

Non pensare: SENTI. La sensazione esiste qui e ora, quando non viene interrotta e anatomizzata da idee o concetti. Nel momento in cui smettiamo di analizzare e ci lasciamo andare, possiamo cominciare a vedere e a sentire davvero come un tutto unico.

Bruce Lee

Vivere il qui ed ora permette alla mente di scaricarsi e liberarsi dai numerosi vincoli, responsabilità, pensieri, preoccupazioni, pregiudizi.. un modo di interpretare la propria vita davvero molto bello.

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Ma è davvero possibile? Quali sono i rischi per chi prova ad interpretare la vita in questo modo?

Ci sono persone che vivono riducendo la vita all’attimo presente, al qui e ora, senza il respiro del tempo e senza la proiezione di sé nel futuro. Persone, dunque, che usano il denaro per acquistare la cosa che in quell’attimo si presenta come indispensabile, l’unica che al momento li fa sentire bene. Quella cosa è curativa nei confronti del mal d’essere, toglie questa sensazione sgradevole e si prova persino un attimo di felicità.

Vittorino Andreoli, Il denaro in testa, 2011

Guardando esclusivamente al nostro personale interesse qui e ora, smarriamo il senso comune delle cose, e la loro prospettiva nel tempo.

Vittorino Andreoli, L’uomo di superficie, 2012

Il rischio è dietro l’angolo, purtroppo. Faccio una riflessione, premettendo che, attingendo anche alla mia esperienza di Psicologo e Psicoterapeuta, sia davvero complesso per una persona vivere esclusivamente il “qui ed ora” senza determinare qualche piccola “interferenza” con il mondo circostante. Inoltre, a meno che non si abbia una capacità meditativa e spirituale molto elevata e la possibilità di vivere la propria vita slegati dal mondo circostante, dalla propria famiglia, dal proprio lavoro è davvero molto difficile vivere veramente nel Hic et nunc.

Infatti credo che proprio per questo motivo il credo che il concetto sia stato svuotato del significato “antico” puro e abbia invece acquisito un nuovo significato più moderno. E proprio questa cosa l’ha decisamente deviato. Come riportato anche sopra, nelle parole di Andreoli (Psichiatra), il rischio, per le nuove generazioni è quello di vivere guardando esclusivamente al presente, slegandosi dalla concezione più complessa del proprio tempo.

Il pensiero di un giovane sarà più o meno questo: “se la mia vita è solo adesso, non mi importa di ciò che sarà domani, non mi importa di guardarmi intorno, di fantasticare sul mio futuro; non mi importa di ciò che è comune; non mi importa di sapere se ciò che faccio avrà delle conseguenze. Adesso è il mio vivere, scapperò dal mio passato, rifugiandomi nel presente infinito e eviterò di guardare più in la di domani, perché futuro non c’è”.

Il rischio è quindi quello di interpretare il concetto di “qui ed ora” come uno scivolo veloce verso la deresponsabilizzazione.

La società dei consumi è forse l’unica società della storia umana che prometta la felicità nella vita terrena, la felicità qui e ora e in ogni successivo “ora”: felicità istantanea e perpetua.

Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, 2007

Vivere esclusivamente il qui ed ora rischia di svuotare di significato la propria vita e slega gli eventi dalle emozioni. Ma il passato ritorna prima o poi e con esso la percezione della possibilità del futuro. Meglio affrontare subito il mare agitato di un passato e un futuro tormentato che imbattersi improvvisamente contro uno tsunami.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Scacco matto

“Nella vita a differenza degli scacchi, il gioco continua, dopo lo scacco matto”.

Isaac Asimov
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Anche quando sembra che nella vita che tu sia stato abbattuto e che il gioco sia finito, c’è sempre un modo per ripartire e per rimettersi in gioco.

Nonostante tutto e nonostante tutti il gioco della vita continua..

dott. Gennaro Rinaldi

L’importanza psicologica del calcetto.

In questi ultimi giorni l’Italia si è avviata (almeno per il momento) verso settimane di metà primavera, con un allentamento delle restrizioni in diversi ambiti della vita sociale e commerciale. Uno dei cambiamenti più evidenti e decisamente più ambiti per gli amanti dello sport ed in particolare del calcio, è la riapertura dei campi di calcetto amatoriale. Una vera novità per certi versi inaspettata e insperata di questi tempi.

Al di là della bontà della scelta del Comitato Tecnico Scientifico e del Governo riguardo gli aspetti puramente legati ai contagi (che non mi compete e che quindi non saranno trattati nel post), io vorrei soffermarmi sull’aspetto sociale e psicologico di queste aperture.

La classica partita infrasettimanale di calcetto (spesso la partita del giovedì sera) è un vero e proprio rito per tantissimi italiani. La partita di calcetto amatoriale per gli adulti è un modo per mantenersi in forma, ma è soprattutto un modo per regredire all’adolescenza e alla gioventù. Diventa un momento importante proprio per la sua valenza di scarica emotiva, delle tensioni e dello stress che si accumulano durante la settimana lavorativa. In questi impegni sportivi settimanali ci si misura con se stessi, con i propri limiti e con gli altri amici.

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Insomma, la partita di calcetto è un modo per ritornare ad esperienze giovanili, alla spensieratezza di momenti legati ad un periodo della vita diverso. Il sogno di poter ritornare per quelle poche ore ad assaporare l’illusione di un “immortalità agonistica e sportiva”. Per i più giovani, invece, il calcetto assume significati leggermente diversi. Viene visto più come un esperienza legata al gioco e all’esperienza fisica, ma con valori ed esperienze sociali ed educative importanti, come quella di confrontarsi con la gioia delle vittorie e la delusione delle sconfitte. Da non sottovalutare, per i più giovani, l’aspetto del confronto con i pari, i litigi, le responsabilità di squadra, il valore del lavoro di gruppo, l’appartenenza.

Una review (del 2017) su 70 ricerche pubblicate e realizzate da Peter Krustrup (Università di Copenhaghen) identifica il calcetto come il gioco che offre i maggiori benefici dal punto di vista fisico e mentale.

Lo sport e il calcetto, diventano un rifugio mentale accettabile sia per i più giovani sia per i più adulti (soprattutto per quest’ultimi). Per gli adulti il calcetto diventa tempo e spazio per ritrovarsi con i propri amici. Infatti non si riduce al solo tempo della partita, ma va oltre. La partita entra a far parte di una vera e propria narrazione comune, che si allarga ad un prima e un dopo. Dopo la partita spesso e volentieri si va a mangiare una pizza, si va a bere una birra o ci si intrattiene al campo a parlare e scherzare.

Questo sport permette di creare una comunità, di sentirsi parte di un gruppo, di relazionarci con gli altri e di conoscere persone nuove. Lo sport fa emergere parti di noi che non sperimentiamo nella routine quotidiana e il campo può diventare il luogo adatto per sentirci più “liberi”.

Insomma queste riaperture e il ritorno alla normalità attraverso una semplice partita di calcetto il giovedì sera può aiutare tantissimo a riprenderci pezzi di vita che poi tanto banali ed inutili non erano. I benefici psicologici fisici e sociali saranno sicuramente tanti per tante persone.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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