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La memoria del ricordo: pensieri Psy.

Avevo la convinzione di riuscire a metter insieme parole che fossero di senso compiuto; speravo -dico invece ora- , di riuscire a rendere in parole scritte l’emozione e il sentimento -doloroso- della perdita.

Mi rendo conto, invece, che su (e di) alcuni sentimenti non ci sono dissertazioni che tengano.

Il sentimento puro persiste nella sua accezione più piena, viva e dolorosa anche quando la carne che lo accompagnava, non c’è più.

E quello resta forse il problema: c’è carne che resta e carne che va e quella che resta, cerca di attuare tutta una serie di strategie volte alla metabolizzazione a al superamento (difficile ma possibile), di un lutto.

Ho recentemente invidiato una persona al supermercato perché stava ancora avendo quel che io, non potevo più.

L’invidia è durata trenta secondi perché poi è subentrata una dolce malinconia e un sorriso leggero, quasi da ebete, che mi ha accompagnata mentre sceglievo le spezie.

Gabriel Garcìa Marquez diceva “La memoria del cuore elimina i cattivi ricordi e magnifica quelli buoni, e grazie a questo artificio , siamo in grado di superare il passato”.

Non dimenticherò mai quella telefonata alle 2 del mattino; non dimenticherò mai la strana agitazione di quel giorno e tutti i lunghissimi – seguenti- venerdì in cui non ho chiuso occhio lasciandoli invece sgranati, nella luce del buio.

Il pensiero di un saluto che potevo fare e che poi ho rimandato “tanto passo domani”, non potendo sapere che “domani” non sarebbe stato possibile.

Ho smesso di rimandare, nei sentimenti; così come non ho più creduto a chi fa mille giri e trova mille sovrastrutture per viver(si) qualcosa.

Qualcosa è adesso.

Ah.. Un mese dopo… La fuga a Berlino, la città sospesa.. un po’.. come lo ero, io.

Immagini Personali.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Mondo.

“Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiar se stesso”

Lev Tolstoj

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sei uno zero?

Brano colonna sonora del film di animazione “Ralph Spacca Internet”, 2018.

Parlando del brano Dan Raynolds racconta:

“Questo film arriva nel momento giusto per molti motivi, prima di tutto perché parla di identità e di solitudine, due problemi che fanno parte di questa generazione internet. Il tormento di Ralph legato alla propria accettazione è qualcosa di familiare a tutti, e questa canzone parla proprio di questo. Per certi versi questa canzone porta in sé una dicotomia con un testo complesso e serio che si appoggia a dei beat uptempo. Il risultato è qualcosa di agrodolce che si adatta perfettamente alla complessità del personaggio di Ralph“.

Immagine Personale
Immagine Personale.

Le cose possono essere viste, lette o indagate sempre da molteplici livelli.

La staticità non è dell’umano.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Xenos: 27 Gennaio.

Immagine Personale: Memoriale dell’Olocausto, Mitte, Berlino.

La giornata odierna si configura come una delle date più inquietanti per la storia di tutta l’umanità; inquietanti non per l’atto in sé che invece ha sancito la fine, la scoperta (o forse un altro tipo di inizio) dell’orrore nazista; la data della scoperta del campo di concentramento di Auschwitz ha di fatto aperto alla considerazione e alla presa di coscienza che l’essere umano può essere disumano.

La considerazione di oggi appare piuttosto complessa se pensiamo che dal 1945 dalla caduta di muri e barriere, ancora tante altre ne vengono alzate (pensiamo al muro di separazione voluto da Trump e bloccato da Biden).

Perchè si ha tanto paura dello straniero e soprattutto.. lo straniero e l’estraneo sono assimilabili?

Come la lingua tedesca, anche la nostra segna una differenza tra “estraneo” e “straniero” , in sostanza i due termini non sono assimilabili a differenza di quanto accade nel francese dove con “inquietante estraneità” e la parola étranger troviamo sovrapposti i due campi semantici “straniero ed estraneo”.

Richiamare per un momento alla differenza semantica (una differenza mi rendo conto non troppo semplice), ci aiuta a meglio comprendere cosa accade dal punto di vista psicodinamico quando l’individuo incontra la diversità.

“Lo straniero di trova già dentro”, scriveva Derrida (1994). La considerazione di Derrida ci offre un ponte di collegamento con il fatto che l’effetto perturbante dello straniero risiede nello scoprire l’estraneità dentro di noi, tanto da doverla perseguitare fuori.

Io non sono o non posso essere straniero a me stesso, l’estraneo è fuori di fronte, lontano tenuto separato da me così da non poterlo vedere; non voglio toccarlo, non voglio che esista.

Lo straniero diviene una sorta di Horla e come Maupassant fa dire al suo protagonista, la presenza di quell’essere diviene sempre più intollerabile, tanto da dover essere eliminato.

Chi è allora questo xenos che varca i miei confini che quindi scopro e riscopro in realtà labili e forse non così tanto impermeabili alla sua presenza?

Lo straniero è il ritorno del mio rimosso, della mia angoscia è quel qualcosa di familiare che ritorna prepotentemente senza chiedere il permesso.

Lo straniero diviene alterità, si presenta ai miei occhi come una delle possibili sfaccettature del mio Io che quindi non è poi così strutturato e rimarcato come “Io” pensavo.

Lo straniero diviene inquietante perchè pone in me dubbi, perplessità e paura; riscopro nel tuo essere migrante, nel tuo essere debole ed esposto o viceversa nel tuo essere uno straniero “troppo benestante”, le mie mancanze.

L’incontro con l’Altro diviene punto non di incontro ma di scontro identificando te, la mia non richiesta specularità, volto informe, sfocato e cattivo: da perseguitare.

Accade allora che tutto ciò che percepisco come strano, straniero ed estraneo diviene perturbante; diviene inquietante; diviene terrorizzante. Non so più che nome darti, straniero, e nella mia/tua inquietante estraneità perdo il collegamento con il mio essere umano e divento disumano.

Xenos ti perseguito, ti sfrutto, ti lascio morire di fame, sete e freddo in mezzo al mare. Xenos ti offendo, ti uso violenza: che tu sia uomo, donna, bambino, neonato, ti abuso e non mi faccio cura se ti rinchiudo in un campo a lavorare al freddo della neve; non mi faccio cura se perdi i denti, la pelle, se diventi ossa; non mi faccio problemi a saperti scheletro, ossa e fantasma, lontano ricordo dell’umano che anche tu sei stato.

Ti rendo spettro e non più umano per non avere timore di te: se diventi ombra e non più carne non posso temere la tua presenza perchè più diventi evanescente e meno sei carne, meno sei presenza effettiva.

Non mi faccio cura di te, xenos perchè non mi faccio cura di me.

Ti uso e ti abuso perchè sono Io, il vero straniero; sono Io a non sapere quale sia il mio volto.

Sono io a non essere umano.

Sono io il vero disumano.

Per quanto concerne il tema (e la giornata) della memoria, vorrei consigliarvi un bellissimo film, delicato ma centrato.

“Ogni cosa è illuminata”, 2005, Liev Schreiber, trasposizione cinematografica dell’omonimo libro autobiografico di Jonathan Safran Foer. Si tratta di un film ricco di particolari e suggestioni che narra la storia di Jonathan, giovane ebreo statunitense, che decide di compiere un viaggio a ritroso sulla scia della propria storia familiare, partendo dagli Stati Uniti, per giungere in Ucraina. Il protagonista si trova a vivere, rivivere e agire, la storia e il trauma familiare (tema centrale sarà la Shoah); come un archeologo, scavando alla ricerca delle proprie origini, Jonathan elabora il lutto accendendo una luce su un passato tenuto per troppo tempo al buio.

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“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.