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Oltre (sempre).

Che giudichi?

Che nessuno si appropri delle tue parole, del tuo pensiero, del tuo spirito.

Che nessuno si cibi avidamente di te, delle tue speranze, della tua fantasia.

Che nessuno si diverta su di te, come fosse in un lunapark.

Che nessuno abusi del tuo spirito o della tua carne.

Che nessuno ti faccia sentire nessuno.

Che nessuno si dimentichi di te, nell’illusione di avere il tuo controllo.

Che nessuno sia nessuno, per te.

Che siano tutti incontri e pochi scontri.

Che siano poche certezze e molte incertezze che solo da quelle, possiamo veramente capire chi siamo.

Che sia ciò che deve e che forse sarà e nel mentre non sarà che tu sia sempre te stesso.

Oltre.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Episodio Maniacale e Episodio Ipomaniacale. YoutubeShorts

Il DSM-5 definisce un episodio maniacale come un periodo di tempo di almeno 7 giorni nel quale si osserva un tono dell’umore eccessivamente elevato, espanso, eccitato o irritabile e un conseguente aumento anormale ed eccessivo delle normali attività quotidiane.

L’episodio ipomaniacale invece si differenzia dall’episodio maniacale in quanto deve durare almeno 4 giorni e le condizioni cliniche non rendono necessario un ricovero.

#PromozioneDelBenesserePsicologico

Dott.ssa Giusy Di Maio

Stella bianca.

La vecchiaia rappresenta una fase del ciclo di vita tra le più floride, se la si riesce a comprendere e accogliere. E’ quella delicata fase della vita in cui la persona sa di avere una storia -un passato- magari piuttosto abbondante e complesso che dice molto di lui e per lui.

Un passato che può essere fonte di creatività psichica (anche e soprattutto laddove il corpo ha rallentato). L’anziano può infatti mantenere la sua efficienza psichica globale (escluso alcune problematiche quali demenze) se riesce a sfruttare le proprie risorse residue.

C’è un abbondante passato alle spalle, è vero, ma spesso si sottovaluta la ricchezza del tempo presente, un presente che può ora essere vissuto liberamente, lontano da una certa linearità che l’esistenza aveva, fino a quel momento, richiesto.

La vecchiaia è stata studiata in maniera sistematica, solo intorno agli anni 20 del 900 negli Stati Uniti. Ciò che colpisce, quando si parla di terza età, è che questa venga quasi considerata come una malattia; come un inevitabile decadimento cui la persona andrà incontro a cui non si può porre rimedio.

In Italia dobbiamo aspettare gli anni 70 per accendere un po’ i riflettori sulla senilità; è in questo periodo storico che si cominciano tutta una serie di studi intorno alla condizione dell’anziano avviando ricerche attente e mirate (gli studi saranno condotti da Agostino Gemelli e Martello Cesa-Bianchi 1952- 1987)

L’età è una costruzione sociale riconosciuta e condivisa che va a connotare il corso della via e gestisce -in un certo senso- collettivamente i destini individuali.

L’invecchiamento:

«Riferito all’uomo indica il complesso delle modificazioni cui l’individuo
va incontro, nelle sue strutture e nelle sue funzioni, in relazione al
progredire dell’età» (Cesa Bianchi, 1987)

A ben vedere, vi è un duplice significato che è possibile dare; da un lato -infatti- l’invecchiamento come maturazione o accrescimento è da intendersi come un processo nel quale l’individuo aumenta quantitativamente le sue funzioni e strutture e le differenzia qualitativamente

L’invecchiamento come senescenza è il processo attraverso cui l’individuo diminuisce quantitativamente le proprie strutture e perde progressivamente le sue funzioni.

Al di là della terminologia, cosa rende complesso l’invecchiamento?

La questione concerne il fatto che l’età di un individuo non è un mero numero su un documento di riconoscimento, quanto la commistione dell’età psicologica, sociale e biologica.

Nel nostro caso, l’età psicologica si riferisce alle capacità adattative di una persona che risultano dal suo comportamento, ma può anche riferirsi alle relazioni soggettive o all’autoconsapevolezza: è collegata sia all’età cronologica che a quella biologica, ma non è pienamente desumibile dalla loro combinazione.

Dal punto di vista psicologico si “segna” l’inizio della vecchiaia con il momento in cui la persona comincia a mostrare segni di deterioramento senile (non indicando con ciò i soli elementi di decadimento). Si evince, da quanto appena detto, che “vecchio” è molto di più di un uomo dai capelli e la barba bianca e vecchia e molto di più della nonnina curva sulla macchina per cucire.

L’invecchiamento biologico stesso non è un processo lineare, e si distingue tra:

Invecchiamento primario, è il cosiddetto invecchiamento normale, che riguarda tutta la popolazione e comporta modificazioni biologiche, psicologiche e sociali, in una sostanziale stabilità della struttura della personalità.

Invecchiamento secondario, ovvero l’invecchiamento patologico, dove al quadro dell’invecchiamento primario si aggiungono malattie croniche o meno: in questo stadio spesso è difficile capire ciò che appartiene alla malattia e ciò che appartiene alla vecchiaia. Queste modificazioni non sempre sono irreversibili e possono anche essere curate.

Invecchiamento terziario, si riferisce al declino rapido e irreversibile che caratterizza l’avvicinarsi alla morte. Questo stadio può durare mesi o anni ed è conosciuto anche come terminal drop

“Lo sa Dottoressa.. quanto mi piace venire qui a parlare della mia storia. Molti pensano che essere vecchi sia noioso; un po’ il cliché del vecchio che gioca a bocce aspettando di morire. Francamente io non mi sono mai sentito così vivo come in questi anni; saranno pochi… troppi… uno, due, tre… Ma a me cosa importa? Ho vissuto una vita intera per una famiglia verso cui ho provato tanti sentimenti contrastanti, negli anni. Non ho mai saputo se mia moglie era la donna che realmente desideravo, non capivo se i miei figli mi corrispondessero -mi passi il termine- in qualche modo…

Io… uomo di mare, di sogni e di speranze alla costante ricerca della luna e di una sirena danzante, sono finito dietro una scrivania bloccato tra la polvere e le carte.

Ho sognato le stelle e desideravo lavorare con i piedi affondati nella sabbia fredda… quando di freddo c’era solo l’ufficio tremendo in cui sono stato bloccato per 40 e passa anni…

Dottoressa -che occhi vivi che tenete- io non ho paura di morire.

I dottori mi hanno detto di parlare con lei e io vengo con tanto di quel piacere perché mi piace ricordare al me di adesso, sto vecchietto senza denti, che ho buttato tanto di quel tempo (ride).

Mi piace il mio presente perché ora ho il tempo di cercare la mia sirena danzante (pure se ogni tanto arriva la sirena dell’ambulanza a casa, ma questa è un’altra storia) -ride-

Mi piace il mio tempo presente perché ora posso sognare e nessuno mi può dire niente. Quando sono stato giovane (perché lo sono stato, sa, Dottoressa) -ride- mi sono fatto fregare “fa questo.. fa quello.. si fa così”, diceva mio padre, mia madre.. poi mia moglie.

Dottoressa….

Non permetta che le si dica cosa fare o chi essere, si fidi di uno sconosciuto che incontra in una stanza chiusa e che non ha nemmeno i denti – ride-

Non permetta che le venga tolta questa affascinante e piena luce che ha, nei suoi occhi di selva fiorita.”

(Buon viaggio, stella bianca.)

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Fantasmi: genitori e figli.

Photo by Aidan Roof on Pexels.com

L’isola del tempo (senza tempo) ovvero la stanza d’analisi in cui si viene a creare (e ad agire) la relazione paziente/terapeuta, non è fatta dai soli elementi che concorrono a formare il setting materiale e immateriale; anche il corpo dell’analista stesso diviene luogo di agito e per agire.

Il controtransfert corporeo (che interessa il corpo dell’analista) consente di arrivare alla comprensione (possibile) del fantasma fondamentale.

Gli adolescenti vivono in quella condizione che li fa costantemente oscillare tra il desiderio di relazione e la paura dell’intrusività, tra desiderio di contatto e difese che si ergono come barricate difficili da far crollare, erette per evitare di subire il controllo dell’oggetto (Super-Io perverso).

La qualità del legame con oggetti genitoriali inaffidabili e abusanti modellano e influenzano le successive relazioni. Accade, ad esempio, che i conflitti con i genitori si riattualizzino nella seduta con l’analista rievocando o rivivendo quelli più arcaici.

(Ecco perché la terapia è qualitativamente e quantitativamente molto diversa dalla semplice chiacchierata che chiunque è convinto di poter offrire come supporto, al disagio della persona).

Modalità relazionali genitoriali che non riconoscono l’identità e l’indipendenza del figlio, producono una violazione del figlio stesso, tale da indurre traumi che ostacoleranno la costruzione di una relazione in cui si riesce ad esprimere in maniera sana (e intima) i propri bisogni di cure.

Il movimento del bambino verso l’oggetto sarà così tanto compromesso da produrre difese autistiche, narcisistiche oppure le basi per un falso sé, fino a giungere all’identificazione con l’aggressore e un’introiezione del senso di colpa.

(Attenzione quindi a parlare di traumi o aggressioni, presunte o reali, con troppa facilità).

Quale il possibile destino dell’adolescente?

Ripetere il trauma (che sarà rimesso in scena anche durante la seduta).

“Il vincolo perverso che transferalmente si può ricreare offre l’occasione di liberarsi dalla ripetizione, consentendo il progressivo affrancarsi dalle aree traumatiche” (Cinzia Carnevali, Paola Masoni, 2021).

Cosa può accadere nel setting?

Nell’incontro del qui e ora, si può ripetere il trauma del là e allora; questi adolescenti possono instaurare un legame (con l’analista) che oscilla tra intimità patologica (simbiotica e perversa), collusiva, difese narcisistiche oppure esplosioni di rabbia.

E’ necessario, spesso, dimenticare la linearità del pensiero non essere statici e rendere il setting elastico al pari di una rete di contenimento dei circensi; un setting morbido al cui interno l’analista è capace di farsi usare (Winnicott, 1969) fino a (ri)vivere sulla propria pelle le modalità intrusive e aggressive subite dagli adolescenti durante l’infanzia.

La salute mentale è fondamentale.

Non improvvisiamoci.

Crediamoci.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#RiconoscimentoDelDisagioPsicologico