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“Hola Doctora”: seguendo la scia dei pensieri…

Immagine Personale.

https://ilpensierononlineare.com/un-caffe-freddo-con-i-dottori-rubrica-settimanale/

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

La richiesta che decido di prendere in carico oggi, giunge dalla Spagna. E’ un giovane uomo a scrivere. Ho risposto lui privatamente successivamente mi è stato fornito il consenso per la pubblicazione (tradotta) della versione web di quanto tra di noi, detto.

Il motivo che mi ha spinta a rispondere lui, risiede non solo nella fiducia accordatami da parte di un utente straniero, ma soprattutto nel fatto che la lunghissima mail (più o meno un paio di pagine word), è densa di ricchi dettagli; tali dettagli mi hanno profondamente colpita poiché hanno evidenziato, da parte del ragazzo, una capacità introspettiva piuttosto rara e una consapevolezza delle proprie risorse, di cui.. serve solo comprendere bene la rotta.

“Buongiorno Dottoressa, le scrivo nella speranza di trovare sollievo ai miei pensieri. Mi dispiace cominciare subito gettandola nel mare della mia mente così tanto confusa e complessa, ma apprezzo molto la possibilità che mi è stata data. Sono anni che frequento gli studi prima di psichiatri, poi di psicologi e non sono pentito (..).. Con gli psichiatri il discorso è diverso, non hanno mai capito che la questione per me, era parlare e mi hanno solo inondato di farmaci (..).. Ho intrapreso anni di terapia e ne ho trovato giovamento. Con la pandemia a causa di problematiche economiche ho dovuto sospendere e sono rimasto accompagnato da questi pensieri oscillanti e nebulosi; spero di riprendere presto un percorso psicoterapeutico.

Sono sempre stato un ragazzo solitario ed emotivo; non ho mai cercato l’apparenza nelle cose; non mi sono mai soffermato sull’immagine, statica riproduzione dell’apparenza.. e al contempo non ho mai voluto vivere come l’artista maledetto del momento. Odio quelli che si vestono “da sapienti”, i convinti che sappiano scrivere, leggere o interpretare. A me piace vivere sereno e vorrei solo assecondare il flusso della natura, insieme alla mia arte.

Nella mia famiglia, però, fatta di corrida, birra, e tanto altro, la mia sensibilità è stata sempre un problema (..).. Mi sono sempre sentito schiacciato, così tanto oppresso da sparire nel nulla. Ho deciso di togliermi il cibo (ho lottato per anni con un disturbo alimentare, fino a quando non ho capito che questo faceva male solo a me), l’aria (restando chiuso in casa per giorni interi), l’amore (ho avuto così tanta paura quando mi sono innamorato che ho deciso di scappare) e l’elenco potrebbe continuare a dismisura (..).. Ho avuto così tanta paura di impazzire da avere avuto attacchi indescrivibili di ipocondria. Ho abusato di farmaci, sono stato estremamente triste poi, vestendomi di una maschera pesantissima, di fasulla felicità.

Quanto è difficile trovare il filo conduttore della propria esistenza?

Gentile X.,

ti ringrazio per la tua mail, per la fiducia che – da lontano- riponi in me e per l’estrema sincerità con cui riporti la tua storia. Sono molto colpita dalle tue parole, da quelle che pur mostrandosi come semplici segni grafici inviati da circuiti sempre in circolo, giungono a me, piene e cariche di emotività e significato.

Leggo di te, della tua storia e dell’estremo coraggio che si nasconde dietro l’apparente fragilità che racconti. Ci sono sempre – almeno- due piani di analisi, delle cose: un piano immediato, visibile, quello che sembra certo (il più semplice), e il piano sottostante.. quello da scardinare il più delle volte a mani nude senza strumentazione alcuna.

Da quel che vedo non hai avuto timore, nel tempo, nel dedicarti alla tua personale esplorazione del “secondo livello”.

Non tutti sono pronti a questo tipo di indagine.

Mi sono sempre sentito schiacciato, così tanto oppresso da sparire nel nulla. Ho deciso di togliermi il cibo “.. Trovo molto interessante l’immediatezza con cui riesci ad analizzare il tuo percorso di vita; togliersi il cibo è spesso un modo che abbiamo per punire l’altro (un modo disfunzionale che passa attraverso di noi), rendendoci il nostro stesso dolore. Un corpo denutrito è un corpo visibile che soffre.. una sofferenza non più celata ma che urla esprimendo tutto il suo dolore attraverso le ossa che sporgono. Togliersi il cibo è -spesso- un modo per rendere vuoto un pieno “troppo pieno” e qui.. mi viene da pensare alla tua mente “tanto confusa e complessa”, una sorta di schiuma cerebrale che ha bisogno di uscire in qualche modo (analogamente alle tue condotte eliminatorie con il cibo).

Penso molto al tuo sentire la sensibilità così fuori luogo; mi parli della tua “classica famiglia spagnola”.. alle “feste caotiche, alla birra, alle urla” fino a giungere ai tuoi pensieri più bui in cui pensi di non essere realmente figlio dei tuoi genitori.

Non è facile restare soli in balìa dei propri pensieri (ripenso all’episodio di terrore notturno che mi hai raccontato, così come al tuo incubo ricorrente di annegare in mare); l’incubo si è fatto strada dall’inconscio attestandosi sotto forma di sintomo psicosomatico (la mancanza di aria – che ti ha portato a rinchiuderti in casa- e l’ipocondria). La fame d’aria, il vuoto e la solitudine sperimentati anche attraverso gli incubi, richiamano la tua attenzione e ti portano a riflettere ogni giorno sul filo da (ri)trovare.

Ripenso a lungo alla tua mail, all’incubo che mi hai descritto in maniera dettagliata e al tuo bisogno di trovare la scia della tua esistenza.

Ho come la sensazione di essere su un vecchio galeone, un veliero da guerra progettato per affrontare le difficili e spaventose acque oceaniche. Hai l’equipaggio a disposizione (le tue risorse personali); hai i ponti di stiva (con cui caricare e scaricare le tue emozioni e i tuoi vissuti) e hai potenti e grosse vele, momentaneamente chiuse.

Credo non sarà troppo difficile per te, riprendere in mano la rotta che hai sospeso tempo fa (avevi molto probabilmente bisogno di riassestare la bussola), ma ho fiducia nel fatto che opportunamente seguito, da un mio collega, riuscirai a farti strada tra la schiuma marina, liberando lentamente pensieri e emozioni dal buio del blu, per riportarli a risplendere nel sereno della luce del tramonto.

(Ripenserò a lungo alla mail di X., alle sue acque buie e profonde, agli incubi che lo lasciano senza fiato; alle lacrime salate che ogni giorno beve nella solitudine della sua stanza. Ci vuole molto coraggio per esporsi; molto coraggio per capire che noi non siamo il nostro dolore e che il dolore può essere compreso e vissuto, prima che questo ci faccia annegare nel mare della disperazione).

E’ stato davvero bello fare un piccolo pezzo del viaggio sul tuo galeone, X. non credo che le normali falle della vita, fermeranno tanto facilmente il tuo lungo viaggio.

I miei migliori auguri.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Ridere di te; ridere di me.

“Abbiamo tanti anni di differenza, vorrei solo si accorgesse di me ma ogni sforzo che faccio sembra inutile eppure non faccio che inviargli messaggi di ogni tipo”

Disse A. durante un colloquio.

“Credo che alla fine, potrà solo ridere di me”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il social cattivo: B. e il Cyber-Stalking

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Il post che voglio condividere oggi -con voi- è il tentativo di muovere la riflessione intorno ad un argomento che interessa tutti (il web e i social), partendo da una serie di colloqui clinici osservati. I colloqui concernono la storia di una ragazza che si è trovata a vivere sotto la minaccia della versione online del reato di stalking: il Cyber-stalking.

Buona Lettura.

Con il termine stalking (dall’inglese to stalk, fare la posta), si intendono tutta una serie di atti e/o condotte volti a danneggiare l’altro tramite persecuzioni continue, appostamenti in ogni luogo di vita, minacce, pedinamenti, telefonate continue a qualsiasi ora del giorno e notte, invio di messaggi dal contenuto offensivo e minaccioso, attenzioni indesiderate e così via.

Lo stalking è un reato ed è pertanto disciplinato dal Codice Penale entrando a far parte dell’ordinamento italiano con il Decreto Legge n. 11/ 2009 convertito dalla legge n.38/2009.

B. è una ragazza giunta presso lo studio a causa di forti attacchi di ansia e panico che stanno diventando sempre più invalidanti. La giovane è stata letteralmente portata di peso, dalla zia, presso la psicologa (la ragazza è talmente debilitata e stanca da avere difficoltà anche a stare in piedi).

B. racconta della sua passione per i social e del suo usare questi mezzi per fare pubblicità al suo lavoro. Inizialmente le cose sembravano andare bene, il riscontro da parte di terzi era forte

“Erano sempre tutti carini, con me, Dottoressa.. Mi svegliavo desiderosa di condividere il mio mondo con i miei seguaci.. La sera andavo a letto con la consapevolezza che un domani.. tutti gli sforzi fatti avrebbero portato a qualcosa.. Togliendo del tempo alla mia vita oggi.. ne guadagnerò qualcosa domani”.

All’improvviso però qualcosa cambia.

B. comincia a trovare commenti sempre più pressanti da parte di account nuovi; la giovane racconta di un improvviso incremento dei followers, un incremento anomalo anche perché i nomi di questi nuovi seguaci erano alquanto bizzarri

“Erano nomi dal suono vagamente esotico, con delle immagini profilo davvero inquietanti”.

Lentamente B. si trova in una spirale di ansia crescente. La ragazza racconta che ogni giorno trovava nella casella della posta immagini sue – modificate- in cui la si vede nuda oppure comincia a trovare foto – reali- di quando lei si trovava in bagno in procinto di lavarsi. La giovane comincia a sperimentare la sensazione di non sentirsi al sicuro:

in qualsiasi orario e in qualsiasi posto, io mi sentivo esposta.. Dottoressa.. Ha presente il sogno che quasi tutti facciamo almeno una volta, in cui hai paura di essere uscito nudo, in mezzo alla strada?

Ho sempre condiviso molte foto con i miei followers, foto di me che mostrano il mio lavoro; foto intervallate da qualche immagine della quotidianità .. tipo io che vado al mare con Brick, il mio cane.. Ma non è mai successo niente. Ho sempre immaginato – forse stupidamente- che condividendo io, specifiche immagini, ne potessi avere il controllo.. invece ho capito che le persone sono cattive e che online nulla è come sembra.

La polizia di stato ci informa dei rischi cui si va incontro quando si diventa vittime di cyber stalking: Il cyber stalker approfitta dell’effetto cassa di risonanza offerto dal web, per tormentare e denigrare la vittima. La finalità è quella di indurre uno stato di costante ansia e paura nell’altro. Le offese, minacce, insulti, ricatti, etc., possono minare seriamente il benessere psicologico della vittima, anche qualora il cyber stalker esista “solo” nella realtà virtuale .

B. trema quando parla, prova vergogna e imbarazzo per qualcosa che sente, poteva essere controllato “sono io una stupida che crede sempre alla bontà delle persone”.

La sensazione di sporco e vergogna la spinge a lavarsi continuamente le mani per non pensare “se solo avessi tenuto a bada le mani.. invece no! ho dovuto premere quel fottuto tasto di condivisione!”.

L’ansia crescente diventa panico così forte da sperimentare -in prima persona- come clinica, la sensazione di mancanza di ossigeno.

Il passo più importante è stato mosso da B: ha chiesto aiuto nonostante la vergogna e la difficoltà che prova -ora- anche nel fisico (la ragazza appare palesemente sottopeso).

B. ha chiuso i social, ha sporto denuncia ed è attualmente in cura per recuperare il proprio benessere psicologico, altamente compromesso.

B. si è sentita per mesi come una pedina nelle mani di uno scacchiere invisibile; pedina dal destino incerto; in bilico sull’incrocio dei quadrati della scacchiera invisibile diventata però reale, all’interno dei circuiti del cyber spazio, con il rischio di annegare nel mare del web.

Il percorso seppur lungo, non è impossibile.

Servirà del tempo per imparare le strategie che risulteranno maggiormente adattive e vincenti, per le sue (future) partite.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

(Ti tradirò) finché morte non ci separi.

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“Ah Dottoressa… E’ lei la Dottoressa, vero?… Beh.. la bruna si sposa perché si sa.. la moglie è sempre bruna (le brune danno sicurezza).. La bionda è l’amante, è il diletto facile.. e la rossa… La rossa Dottoressa cara.. è per le fantasie e per la fantasia estrema!…”

P., è un uomo di 40 anni; si presenta come esageratamente curato, dà infatti la sensazione di essere stato ore e ore davanti lo specchio alla ricerca del vestito migliore da mostrare all’altro.

Ha i capelli pettinati all’indietro stra pieni di gel; una camicia ben stirata leggermente aperta sul petto, mocassini di velluto, orologio (molto costoso) al polso e diversi anelli e collane. P., ha inoltre quintali di profumo spruzzati in ogni dove del corpo e continua a guardare il suo interlocutore con un viso che mostra una espressione che- francamente- rasenta l’ebetismo.

P., è giunto in terapia a causa dei suoi continui tradimenti: l’uomo è sposato da diversi anni ma non c’è stato un giorno che sia passato senza aver tradito sua moglie.

Dai diversi colloqui portati avanti (sia di coppia che individuali), cominceranno lentamente ad emergere tutta una serie di notizie, sulla vita di P.

Innanzitutto l’uomo è orfano di madre (la donna morì dandolo alla luce) e il padre non è mai stato presente (l’uomo lavorava come camionista e, a dire di P., beveva. Pertanto i ricordi legati a suo padre sono o di una figura assente oppure di una presente ma abusante).

P., conosce sua moglie a 16 anni. L’uomo ricorda tutto di quell’incontro ma.. ne ricorda la sua versione (sembra quasi che si sia raccontato una favola molto lontana da quello che, secondo la moglie, è invece successo).

P., sfida continuamente il suo interlocutore e se si tratta di una donna, sfodera subito quello che secondo lui, è il suo fascino.

(Ciò che P. vede come fascino, appare a noi come un tentativo di seduzione del tutto finto; sembra quasi che P sia alla continua ricerca di conferme nell’altro mostrandosi come, in realtà, un uomo dall’autostima inesistente e dal bisogno continuo di essere visto e adulato – quasi come quel bambino che non è mai stato- ).

La mancanza di una figura genitoriale di attaccamento, di quella madre calda che doveva presentarsi come quel serbatoio pronto ad essere riempito con tutte le paure che altrimenti avrebbero fatto vacillare il piccolo P., diventa adesso mostrare alle donne la loro “inutilità e incapacità nel saper fare a meno di lui”.

P. è aggressivo e possessivo con la moglie; morboso e controllante. L’uomo spia il telefono della moglie, le ha fatto chiudere ogni account social e vuole che lei esca solo quando anche lui è presente. Di converso però P., passa da un letto ad un altro mostrando alla moglie le foto delle sue conquiste, offendendola di continuo “lei è meglio di te.. guarda che cosce che ha… e tu? non ti vergogni? Guarda io quanto sono bello”.

La sensazione che P. rimanda è dello schifo totale: è avvilente parlare con una persona che tratta anche gli psicologi come pezzi di carne. P. ti sminuzza, ti punzecchia di continuo quasi come mordesse ogni piccolo lembo di pelle che hai scoperto.

Le donne che vanno con lui (come P. stesso dirà) cacciano subito la carne fuori! Il che, secondo l’uomo, lo deresponsabilizza completamente da quanto accade.

L’uomo ha inoltre un vero talento nel mettere l’altro a disagio.

Il percorso che P. e sua moglie hanno innanzi è lungo e faticoso; le dinamiche di coppia poggiano in realtà su una coppia inesistente perchè inesistenti sono i due singoli alla base. Né P. nè sua moglie sanno in realtà perchè si sono sposati, perchè stanno ancora insieme e inoltre.. mostrano una difficoltà incredibile nel pensarsi per e nel futuro, come una coppia che invecchierà insieme.

Entrambi hanno un vissuto familiare alle spalle doloroso a tratti terribile; la tristezza è il sentimento che si percepisce più di tutto; in certi momenti hai quasi la sensazione di avere di fronte due bambini molto piccoli che hanno imbarazzo anche solo nel dire “dammi la mano”.

I due andranno proprio presi per mano, molto lentamente, e andranno accompagnati in un lungo percorso di riconoscimento e affermazione (prima di tutto) del loro passato, della loro storia familiare fino a giungere a quel passaggio che da due unità li ha fatti diventare coppia..

Una coppia che si offende, si tradisce, si minaccia e si scredita di continuo ma che per qualche strano motivo continua ancora a stare insieme.

Una coppia che dovrà davvero cominciare a considerare l’ipotesi di proseguire – forse- da soli, il proprio percorso di vita.

“Finché morte non ci separi, Amò”..

“Dottoressa ma Lei è impegnata?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Perché ridi sempre? Sei ottimista?

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“Io traggo il meglio da tutto quello che arriva e il minimo da tutto quello che va”

Sara Teasdale

Ho condiviso – in passato- riflessioni sul pessimismo difensivo e sull’effetto Pollyanna.

La riflessione di oggi parte da alcune domande sorte durante l’osservazione di diversi colloqui clinici e – soprattutto- da domande che in diversi momenti e contesti, mi vengono poste.

“Ma tu.. che hai da ridere, sempre?”

Qui potrei rispondere “E tu.. che hai da non ridere mai?”

Relatività e centralità dell’opinione e dell’essere umano..

Pessimisti o ottimisti non si nasce; c’è (ipotesi) forse una predisposizione a leggere l’esistenza dovuta al background di provenienza, al proprio contesto di nascita ma anche qui.. andrebbe fatta una piccola specificazione.

In linea teorica, chi nasce in un ambiente affettivamente deprivante dove regna l’ansia, la depressione e una lettura della realtà triste, è molto probabile che sviluppi (analogamente al proprio contesto di provenienza), un atteggiamento verso l’esistenza che sarà pessimista, triste e cupo.

Molto probabile e poco probabile, come direbbe quello che fu il mio Professore di statistica, non vogliono dire “possibile e impossibile”.

Il concetto di poco probabile o molto probabile, non sono assimilabili tout court alla certezza dell’incertezza o alla certezza della certezza.

Ottimismo e pessimismo vivono distesi lungo un continuum al cui centro c’è l’essere umano che oscilla, come le braccia di una bilancia verso l’una o l’altra opzione.

L’ottimismo e la serenità d’animo.. l’approccio all’esistenza in maniera serena, sono la stessa cosa?

Un soggetto nato in un ambiente in cui regna il pessimismo e il disfattismo, può tranquillamente imparare e ridere, sorridere o a guardare in maniera proiettiva – e non distruttiva- l’esistenza.

Ecco perché una persona sorridente – o che appare ottimista-, non va giudicata: non saprai mai dove si situa la genesi del suo sorriso

Ci si allena, a sorridere.

Pure qua, Dottorè, Ma tutto nella vita va imparato e studiato? Mi sono scocciato di sudare per ogni cosa..

Chiariamo un punto.

Nessuno sta dicendo che sia necessario essere ottimisti e/o sorridenti.

Questo punto è fondamentale.

Ciò su cui vorrei attirare l’attenzione è quello di provare a non cadere nella trappola dell’avolizione del “nulla cambia, fa tutto schifo allora non faccio niente”.

M., un giovane di 16 anni ha cominciato lentamente a chiudersi sempre più, prima in se stesso “E’ inutile, le cose non cambiano, io sono sfortunato”, poi ha cominciato a non andare più a scuola e a declinare con sempre maggiore frequenza gli inviti degli amici “Non mi va… è tutto nero e inutile”; successivamente ha lasciato la ragazza e si è chiuso definitivamente nella stanzetta senza uscire nemmeno per mangiare, diventando un hikikomori.

Non mi interessa, per così dire, che le persone siano ottimiste ma è importante considerare la possibilità di guardare all’esistenza in maniera costruttiva scomponendo la realtà nelle sue diverse parti costituenti, analizzandola e valutando lati positivi e negativi di una data situazione.

E’ importante riappropriarsi della capacità di immaginare, di sentire e leggere in maniera costruttiva quel che ancora non è e forse sarà.

Se il tuo presente è negativo, non è detto che anche il tuo futuro lo sarà; non possiamo prevedere l’esito di qualcosa che ancora non è stato.

Immaginiamo allora per quel che sarà, almeno come possibilità, qualcosa di positivo e propositivo..

Per quanto concerne il sorriso, poi, come dico sempre…

“Le rughe usciranno lo stesso.. che io rida o no.. tanto vale ridere così almeno mi escono le rughe allegre!”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’utero è mio: F.

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“Perchè dovete fare i conti con il mio utero?”

F. urlava a gran voce il desiderio – che diventava quasi un bisogno urlato in maniera sorda ma incessante- di voler scegliere del proprio corpo, della propria vita.

F. è una bellissima donna di 35 anni, appare sicura e ha lo sguardo sincero e limpido; i suoi occhi sanno di vita conquistata passo dopo passo, senza chiedere niente a nessuno.

La donna ha chiesto dello psicologo perchè tormentata dalle richieste di chi a 35 anni la vuole madre e moglie.

“Non fanno altro che dirmi che devo muovermi.. che è tardi.. che sono vecchia.. che sarò la nonna dei miei bambini.. E quando rispondo che figli non ne voglio.. mi dicono che sono una persona orribile! Ma la smettono di fare i conti con il mio utero?”

F., ha urlato così tanto il bisogno di vivere la propria vita da aver perso la voce.

F., ha inizialmente mostrato una sempre crescente difficoltà a pronunciare alcune parole (ad esempio sediolino, tavolino) fino a giungere a una afasia sempre più presente e forte.

Le prime parole che F., ha smesso di pronunciare rimandavano in termini quasi onomatopeici o per similarità acustica (o desinenza) al termine bambino: tavol-ino/ bamb-ino… sediol-ino/bamb-ino.

Sembrava esserci stato uno scivolamento del significato dal simbolico, sul piano del reale creando una sostituzione dove nell’impossibilità di attestare la mancanza di un bambino, F., ha cominciato lentamente ad eliminare termini che ad esso, per linee associative, rimandassero.

Poco alla volta F., ha ridotto sempre più il suo vocabolario convertendo nel somatico il proprio disagio psichico

“Quando smetteranno di dirmi quel che devo essere?”.

“Io voglio essere come i bambini; magari se torno una bambina tutti torneranno ad amarmi”

“I bambini non parlano”.

F. sta seguendo un percorso di riabilitazione psichiatrica che prevede la centralità, oltre alla cura farmacologica, della psicoterapia familiare. Tutti i membri della sua famiglia (attivazione della rete di supporto familiare), sono membri attivi del percorso di riabilitazione di F.

Quando i membri di una famiglia si mettono tutti in gioco, diventando membri di una squadra che procede tutta verso lo stesso obiettivo, i risultati riescono ad essere non solo più veloci, ma anche duraturi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Riflessioni Psy: L’emo-emozione.

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Vi sarà (abbondantemente) capitato di vedere bambini, ragazzini e anche adulti farsi il segno del cuore o parlarsi in termini di “faccine”.. Un po’ come si stesse su una piattaforma online mentre siamo – invece- vis-à-vis.

La riflessione che l’osservazione di tale comportamento, mi ha spinto a fare, concerne la difficoltà riscontrata dalla maggior parte dei ragazzi, nell’identificare, nel dare il nome, alle proprie emozioni.

I nostri bambini stanno crescendo nell’epoca del virtuale; un “ti amo” diventa un cuore rosso, l’imbarazzo una faccina con le guance arrossate; il pianto ( che può essere più o meno disperato), diventa una faccina con una lacrima o con occhi strapieni di lacrime.

I nostri bambini – i nostri giovani- sono quotidianamente esposti a un qualche schermo; schermo che riflette una immagine fredda – spesso registrata- (mi riferisco magari ai video pubblicati dai vari influencers); un’immagine riflettente un contenuto spesso piuttosto carente a un contenitore in via di formazione che corre il rischio di riempirsi del nulla (il surplus vuoto che riempie è spesso il cardine della psicopatologia attuale, una psicopatologia che si colloca sul confine borderline, fatta di giovani che lottano continuamente lì.. sul confine tra lo spettro nevrotico e lo spettro psicotico, pronti a varcare la barriera di separazione).

Quando la barriera si rompe, osserviamo lo squarcio bulimico (il vomito, ad esempio) osserviamo le condotte autolesive; osserviamo gli acting out (l’azione violenta e/o aggressiva, la scarica piuttosto che la mentalizzazione del disagio).

Cosa c’entrano le emoticon, allora…

Ho spesso accennato all’importanza, per il bambino, del legame con la figura di attaccamento, definito come una relazione di lunga durata, emotivamente significativa, con una persona specifica (Schaffer, 1998); l’attaccamento avrebbe la funzione biologica di proteggere il bambino e la funzione psicologica di fornire sicurezza (Bowlby, 1983).

La qualità dell’attaccamento è importante non solo perché fornisce le basi a ciò che sarà la nostra sicurezza, la nostra tolleranza alle frustrazioni, l’indipendenza o la gestione dello stress; un buon legame di attaccamento fornisce le basi per la nostra futura capacità di sviluppare una teoria della mente con cui saremo capaci di attribuire stati mentali, pensieri e emozioni a noi stessi e agli altri.

Sì, ma le emoticon?

In molti colloqui o semplicemente osservando l’ambiente circostante, è facile vedere bambini con i dispositivi sempre connessi; pur stando insieme, di fatto i bambini sono soli perché incollati innanzi a uno schermo che con il tempo, finisce di dire loro “chi sono”.

La vecchia funzione genitoriale, la censura morale, la figura del padre castrante che spaventa, la mamma che accoglie e consola.. sono diventate immagini ormai legate a una vecchia “fantasia” di famiglia.

Bambini che crescono con l’idea che la felicità sia una faccina gialla o che la rabbia sia una faccina rossa, avranno per forza di cose difficoltà a sintonizzarsi con la realtà dell’emozione, esperita, quando sentita.

No, non esagero. I bambini che arrivano in studio, cadono inesorabilmente quando si parla di emozioni.

Ci si educa alle emozioni?

No: il sentire non si educa ma si sente, si percepisce, si condivide e gli si dà un nome; il tutto dovrebbe avvenire in maniera naturare all’interno di un ambiente familiare pronto a sintonizzarsi con le richieste del bambino/a .

Accade però che nell’epoca dell’immagine (una immagine che in realtà ci appartiene sempre meno), i genitori siano stanchi, svogliati e incapaci a loro volta di dare un nome alle proprie emozioni.

La mia riflessione non vuole essere una critica fine a se stessa, alla genitorialità attuale; come professionista non devo dare giudizi o creare allarmismi; voglio solo condividere con voi quello che Sara, 11 anni, oggi ha detto

.“Allora Sara, ti andrebbe di fare un gioco? sapresti disegnarmi la felicità?

S.”In che senso?”

.”Sai che cos’è la felicità? Cos’è che ti rende felice?”

S. “Non ho capito in che senso, la felicità.

. “C’è qualcosa nella tua vita, un alimento, una festività, un ricordo che ti rende felice?”

S. “AAhh.. Ma tipo come quando (nome dell’influencer), apre i pacchi che gli mandano a casa, con i trucchi?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.