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For free.

L’altra sera -tardi- mentre la chiave girava nella serratura, non riuscivo a fermare i pensieri nella mia mente.

Avevo finito la giornata con i pazienti “for free” e la sensazione di non aver fatto abbastanza, era fin troppo forte.

Forte era il senso di rabbia; forte era il senso di imbarazzo; forte era il senso di vergogna per una società incapace di strutturare un piano “di attacco” (perché in questo caso l’attacco sarebbe più che lecito, non come in altre situazioni..) atto a contenere il disagio dilagante.

Mi sono sentita (e mi sento ancora) profondamente in imbarazzo per esser parte di un qualcosa che invece di tutelare i portatori di disagio psichico, sembra sia interessata a causare tale disagio stesso.

Un ragazzino di 13 anni, chiede il mio supporto perché mentre faceva matematica aveva sentito il vuoto dentro: “stavo facendo un problema e non lo so -piange- mi sono sentito tipo nero poi sempre di più, nerissimo e vuoto. Non lo so dire, ho avuto un sacco paura e ho chiamato nonna solo che io ero convinto di parlare ma non parlavo perché ero talmente spaventato e mi sentivo talmente nero che non riuscivo a dire niente. Ho cominciato a tremare tutto quanto, allora nonna ha detto che dovevo andare dal dottor (..) -medico di famiglia- ma io ho detto no! Andiamo in quel centro dove ci sono gli psicologi, per piacere!”.

La nonna del ragazzino (il giovane vive con i nonni) è da sempre contraria ai “medici dei pazzi” (la signora usa infatti un vecchio bias che associa gli psicologi ai medici per/dei pazzi, salvo poi consultare con garbo e leggiadria il neurologo per qualsivoglia problema. Il neurologo ha infatti visto anche il ragazzino; la diagnosi, con cui non mi sento pienamente in accordo, avuta ha previsto come cura l’uso di una certa classe di farmaci francamente inutili).

Storie come queste sono all’ordine del giorno.

“Ho sempre preferito la follia delle passioni alla saggezza dell’indifferenza”.

Anatole France

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#RiconoscimentoPerIlDisagioPsichico

Di padre in padre: trasmissione transgenerazionale.

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Un giovane uomo giunge in consultazione perché finalmente -dice- può chiedere aiuto e può provare a darsi delle risposte. Il ragazzo vive (come racconterà), una condizione di disagio che affonda radici fin nell’infanzia; racconta di un clima familiare freddo, distaccato e ostile (riferirà di diversi episodi in cui il padre, con atteggiamento da padrone pretendeva dal figlio risultati eccellenti in ogni campo della vita; tuttavia questi risultati non erano mai quelli sperati, motivo per cui la tanto cercata approvazione paterna, non arrivava mai).

“Oggi sono un uomo, giovane certo, ma pur sempre un uomo. Ho innanzi la possibilità di cambiare vita ma mi sembra di scappare. Ho la possibilità di andare via, lontano, di volare da un’altra parte ma non so per quale motivo la sera hanno preso a tormentarmi fantasmi.. Vedo me stesso da piccolo e vedo mio padre così crudele e cattivo. Mi sento perso. Sogno sempre me da piccolo chiuso in uno stanzino che piano piano restringe le mura fino a schiacciarmi; quando sento che sono diventato niente mi sveglio e ho come la percezione di guardarmi dall’alto”.

(Compirò adesso un salto diacronico dei colloqui al fine di presentare al lettore il focus dei colloqui stessi).

Il giorno stabilito arriva in consultazione il ragazzo con suo padre.

La presenza fisica dell’uomo è ingombrante; non si tratta tanto della stazza fisica che lui porta con un certo charme, quanto ciò che appare come ingombrante e pesante, è l’eloquio dell’uomo stesso; le descrizioni che fornisce di suo figlio; l’atteggiamento di superiorità che mostra verso il ragazzo; l’assoluta non considerazione dei sentimenti del giovane mi restituiscono un tale appiattimento da farmi sentire schiacciata (proprio come il ragazzo nel sogno).

L’uomo restituisce una descrizione della famiglia come assolutamente priva di problemi; l’uomo è inoltre convinto di parlare (da sempre) con il figlio “siamo una famiglia in cui si dialoga, Dottoressa… Non so come sia possibile che si sentano certi fatti sulle famiglie.. Figli che scappano e che non si trovano.. Madri che se ne vanno. Noi siamo una famiglia sana.. Per questo non capisco sto ragazzo che problemi possa avere. Certo è sempre stato taciturno è possibile che io lo abbia definito un senza palle ma voglio dire.. Ha presente io come sono cresciuto? Che si aspetta da me… che io gli dica sei bravo?”

Nel mentre l’uomo dice queste parole si ferma e in un lasso temporale talmente labile da non saperne rendere idea, forma o quantità, l’uomo si tira giù la mascherina e piange.

La storia dell’uomo è complessa. Figlio di contadini scarsamente scolarizzati era sempre stato amante della scrittura e dell’espressione artistica. La famiglia non comprendeva la possibilità di avere un figlio con un animo così artistico e gentile; un figlio senza palle, senza sostanza e senza peso; un figlio di cui vergognarsi perché l’uomo per essere uomo deve avere i calli sulle mani, poca voglia di fare poesia e tanta di essere riconosciuto nel mondo, di farsi una posizione di valore.

La possibilità diviene quindi, ora, quella di lavorare e approdare a una trasformazione di quegli aspetti psichici inconsci trasmessi dai propri genitori che, proprio perché difficilmente pensabili, si rendono visibili nella forma di sintomi nei figli. La potenzialità trasformativa del processo che in questo modo si avvia, consente di alleviare nei genitori e nel figlio la sofferenza psichica che l’incapsulamento, frutto del gioco di proiezioni incrociate, ha prodotto.

L’umo altro non fa che agire (sul figlio) quello che suo padre ha, in precedenza, fatto con lui stesso; di converso il figlio fa quello che suo padre ha (in passato) fatto con suo nonno.

Padre e figlio lottano per ricevere il tanto desiderato riconoscimento paterno.

Lavorare in un’ottica che valuti le dinamiche della trasmissione transgenerazionale, vuol dire considerare e attuare uno spostamento dalla prospettiva data dalla sola dimensione intrapsichica allo studio dei rapporti tra l’intrapsichico e l’interpersonale.

Il trans-generazionale rende ragione del processo inconscio attraverso il quale un individuo entra in contatto con un’esperienza del suo passato familiare da lui non vissuta ed estranea alla sua coscienza; una sorta di eredità inconsapevole di eventi traumatici rifiutati o negati da coloro che li hanno vissuti, che si sedimentano progressivamente nella psiche dei discendenti. 

Il giovane uomo si trova pertanto, suo malgrado, ad agire il non elaborato paterno; quel non elaborato che Kaes ricorda, va considerato durante l’analisi ad esempio dei bambini o adolescenti, quel non elaborato fatto dalle fantasie inconsce genitoriali e dagli elementi transgenerazionali stessi.

Il padre ha trasmesso al proprio figlio, il fantasma (con annesse immagini di fantasia) di un padre cattivo, fagocitante e castrante; un padre che non dirà mai “bravo!”; questo padre è lo stesso che appare in sogno al giovane, sotto forma di fantasma (la dissociazione che lui avverte quando è sul punto di risvegliarsi dall’incubo in cui è schiacciato e si vede come un fantasma che vola) sembrerebbe proprio essere il corrispettivo di una identificazione attuata nei confronti del paterno (e quindi con suo nonno).

“Dottoressa io non voglio un domani dover dire a mio figlio che è senza palle e debole. Voglio dire a mio figlio che già il solo essere qui, è un atto di forza e coraggio!”

L’infantile resta dentro di noi -per sempre- come risorsa e destino; più lo scopriamo, comprendiamo, accettiamo e riconnettiamo rendendolo un tassello nell’unicum personale della nostra storia, integrandolo e accettandolo (anche quando non piacevole), più molti aspetti di noi stessi ci risulteranno meno estranei o incombenti; solo in questo modo la crescita e la salute mentale sono possibili.

(Anche quando tuo padre non ti dice che vali.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Un ragazzo, la guerra.

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Condivido con voi una riflessione che viene dall’esperienza clinica diretta.

In questi giorni sono state diverse le affermazioni dette (o taciute); silenzi rumorosi o parole prive di suono si sono rincorse come lava incandescente che ribolle su se stessa: bruciandosi.

Nel seguente racconto userò la parola “ragazzo” al fine di proteggere l’identità del paziente; ragazzo non indica né un range di età in particolare, né un sesso specifico.

Grazie a tutti voi.

Il ragazzo aveva terminato da molti mesi il suo percorso di supporto psicologico. All’epoca dei nostri incontri, i colloqui erano sempre densi e pieni di idee; c’era qualcosa nel ragazzo che mi aveva particolarmente colpita.

Una situazione familiare disfunzionale e un macrocontesto a lui non affine, non avevano impedito lui di provare ad esprimere se stesso in tutti i modi. Era giunto in consultazione con una precisa richiesta rientrata, in nulla. La domanda da lui posta non era, come sempre accade, il motivo reale dei nostri incontri; così i mesi passavano e la capacità esplorativa del ragazzo cresceva sempre più.

Quando ci siamo salutati, nella nostra stretta di mano, c’è stato il tacito accordo di non dimenticarsi a vicenda e l’eventualità di poter riprendere, un domani, un percorso insieme.

Nei giorni in cui è scoppiato il confitto, mi si è fatto fisso il pensiero del ragazzo. Come starà.. cosa starà pensando.. Come starà affrontando questo evento..

Poi la chiamata qualche giorno dopo “Ho bisogno di vederla”.

Eventi catastrofici, indipendentemente da chi, perché, o come siano stati mossi, hanno effetto su chiunque – nel tempo presente- riesce ad avere una connessione con l’evento stesso.

La guerra c’è -ora- e in questo preciso momento storico fa paura, che lo vogliate accettare o meno: la realtà questo dice.

Il disturbo post traumatico da stress DPTS è un disturbo che comporta una reazione intensa, sgradevole, esagerata e anormale dopo un evento intenso e traumatico. Il disturbo può manifestarsi sia in persone che sono state in prima persona vittime di un evento traumatico (guerra, stupro, violenza, eventi naturali catastrofici) sia in persone che sono venute a conoscenza di un’esperienza traumatica accaduta a una persona cara.

La maggior parte delle persone riesce a superare lo shock iniziale senza necessità di supporto aggiuntivo; se però la sofferenza della vittima si prolunga per oltre un mese dall’esposizione al trauma e interferisce significativamente con la vita lavorativa, sociale o scolastica dell’individuo, va posta la diagnosi di DPTS.

I criteri per avere tale diagnosi, secondo il DSM5 sono distinti in:

Criterio A – Esposizione a un evento traumatico: Esposizione a evento traumatico come a morte o minaccia di morte, grave lesione oppure violenza sessuale (…)

Criterio B – Sintomi di risperimentazione: la vittima si ritrova a rivivere ripetutamente il momento del trauma. Ad esempio, ciò può avvenire sotto forma di flashback, incubi (…)

Criterio C – Sintomi di evitamento: Nel tentativo di evitare la risperimentazione del trauma, la vittima può cominciare a evitare situazioni esterne (attività, conversazioni, persone, ecc.) che ricordano, simboleggiano o sono in qualche modo associate all’evento traumatico. (…)

Criterio D – Sintomi di alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni: L’evento traumatico viene vissuto da molte vittime come uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, tra la “salute” e la “malattia”. (…)

Criterio E – Sintomi di iperattivazione (arousal): nel DPTS la modalità difensiva è costantemente attivata, così la persona risulta in uno stato fisiologico di iper-arousal che non si esaurisce naturalmente. La persona sviluppa una sorta di ipersensibilità ai potenziali segnali di pericolo, che la porta a essere costantemente in allerta (…)

Il DPTS può essere di diversi tipi, ne cito solo un esempio:
DPTS complesso:
questa forma si manifesta tipicamente in seguito a traumi precoci, di natura interpersonale (ad esempio, abuso fisico, sessuale o psicologico ad opera di una figura di accudimento) e di tipo cronico (come maltrattamenti ripetuti, violenze cumulative o grave trascuratezza).

Ricordo che traumatico è tutto ciò che intrude prepotentemente in un apparato psichico immaturo, che non è pronto, che non ha gli strumenti per comprendere e gestire quell’intrusione così violenta e aggressiva. Il trauma è uno squarcio, un buco, una ferita (come da etimologia) dell’apparato psichico.

L’apparato psichico si ammala analogamente al cuore, al fegato, allo stomaco.

L’apparato psichico soffre, empatizza, crea e distrugge scenari ipotetici, reali, immaginari…

La guerra fa schifo ed anche fosse su di un altro pianeta sarebbe ugualmente un mio problema.

E un tuo problema.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

…E il nulla diventò il tutto…

“Si, Dottoressa… sono uscita durante la settimana. Abbiamo fatto -per un paio di pomeriggi- due gruppi su Zoom e siamo stati insieme tutto il pomeriggio”. D. 15 anni

“Eh Dottorè… e che ci è voluto per metterci d’accordo però alla fine ce l’abbiamo fatta. Siamo usciti sabato sera… Su skype! E’ stato troppo bello!” F. 16 anni

“Si .. si.. ma esco… Ieri mi sono vista con lui!!!! E’ stato per tutta la giornata- tutta Doc- con me!!!! Lui leggeva, non so cosa, e io studiavo. Ho acceso il cell l’ho messo davanti ai miei occhi e quando volevo mi bastava alzare lo sguardo e lo vedevo leggere!” L.17 anni

“Dottoressa ci ho provato a fare come mi dice lei.. a Cazzeggiare. Ho anche detto ai miei amici: la dottoressa dice che dobbiamo uscire e cazzeggiare. Diciamo che mi hanno accontentato… Ci siamo visti un paio di film tutti insieme. Sì..sì.. online… ma eravamo insieme però!”. M. 19 anni

“Uscire? Esco, si. Ieri sono stata su whatsapp tutto il giorno”. F. 13 anni

“Io? li vedo gli amici. Stiamo sempre insieme su TikTok a metterci i like”. A.10 anni

“Online trovo tutto, Doc. Pure una donna (occhiolino)”. L. 30 anni

“Esco con le ragazze! ovvio.. Mi piacciono le donne, Dottoressa. Poi su Instagram sono super fighe e mi va benissimo così!”. C. 28 anni.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Ladro (d’amore).

“Poi è successo. E’ stato prima favola e fantasia, poi rabbia, delusione.

Fine.

E’ stato -poi- solitudine e dolore.

Assenza.

E’ stato -ancora- rimpianto.

Ricordo.

Ancora rabbia.

Non più desiderio, ma nausea costante e incessante.

Malattia.

Poi…

Ah.. poi è stata la serenità del ricordo.

Luce.

In ultimo, Doc… non è stato più.

Non è più nemmeno il ricordo del ricordo. Ho messo via, con una serenità che mai avrei immaginato anche il ricordo perché quel che è stato non mi riguarda più.

Ora mi interessa ciò che è.

Ladro d’amore.”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il volto estranio/straniero: riflessioni (non) lineari.

“Dottoressa certe volte non mi ricordo nemmeno che viso ho. Certe volte penso a come era prima e com’è adesso… Sento che oltre gli occhi non c’è altro” Ragazza, 17 anni.

“Doc ma avete mai visto uno che poi si toglie la mascherina? Cioè.. oggi il prof di fisica si è tolto la mascherina ha cacciato nu barbone sotto… So rimasto sconcertato”. Ragazzo, 16 anni

“Dottorè… Ma quando si levano la mascherina so tutti diversi!! Io non capisco più con chi sto parlando!” Ragazzo, 19 anni

“Perché… com’era prima?” Ragazzina, 12 anni

“Dottoressa credo di preferire questa dimensione qui. Nessuno mi vede così non mi vedo nemmeno io”. Donna, 40 anni.

“Mi manca il viso delle donne; pure quelle che prima avrei detto -è brutta-. Mi manca la bellezza del volto” Uomo, 55 anni.

Ieri dopo una serie di colloqui stanca e -soprattutto- affamata (molto affamata), mi si sono formati dei pensieri per linee associative all’apparenza non connesse, ma si sa… la linearità non esiste (almeno in campo psy).

Per il filosofo Hans Jonas straniero indica chi proviene da un altro luogo; tale straniero per quelli del luogo in cui egli si trova ora, appare strano: non familiare.

Analogamente però, il luogo che lo straniero si trova ad abitare è per lui estraneo: non familiare. Sconosciuto.

Lo straniero vive pertanto una condizione di solitudine che lo porta a sentire -a provare- angoscia e nostalgia per la propria patria. Cosa accade allora se lo straniero conosce il luogo altro in cui si trova, diventando parte di questo luogo che diviene un luogo ex estraneo e in quanto non più estraneo, luogo conosciuto?

Lo straniero dimentica di essere straniero e vive la condizione di esser quasi schiacciato dalla familiarità (ora) di quel luogo non più estraneo, diventando così estraneo a se stesso.

In questa nuova condizione, il (non più) straniero, vive l’alienazione da sé; condizione in cui l’angoscia sparisce ma comincia la tragedia dello straniero che dimenticando la propria estraneità, dimentica anche (e soprattutto) la propria identità.

Lo straniero non può integrarsi; integrare l’esistenza dello straniero vuol dire chiedergli l’assurdo compito di lacerare le proprie origini. Non tagliare, non dimenticare.

Tagliare con coltello arrugginito le proprie origini: la propria identità.

Allo straniero si può chiedere di seguire le leggi dello stato in cui ora è giunto, certamente, ma senza che si renda egli stesso estraneo alle proprie origini.

Cosa accade se lo straniero ha bisogno di difendere la propria identità in un contesto, ad esempio, multiculturale o molto diverso dalla propria cultura di provenienza?

Accade che serve il reciproco riconoscimento: reciproco riconoscimento, reciproco rispetto.

Questo molto oltre il proprio volto che (ri)Tornerà.

“Dottorè… Uà….”

Che c’è?

“No niente… Vi ho visto senza mascherina!”

E allora?

“Niente…No è che…..”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Dialoghi sul treno 2.

“Signorina posso?

Prego.

Com’è bello sto sole eh? Siamo proprio fortunati che nonostante tutto siamo circondati dal mare che luccica. Quando sono particolarmente pensieroso lo guardo, mi perdo e da qualche parte mi ci ritrovo sempre.

La capisco benissimo, sa..

Comunque piacere sono (…) che bella valigetta gialla. Cos’è medico per caso?

Sono una psicologa, musicista..

Ah! suona lo strumento dell’anima, della musica e della voce! Lo sa.. anche io sono un po’ psicologo. Sono uno scrittore, mi piace rendere in versi quello che vedo ma non riesco in un certo senso a sentire. E’ strano però.. spesso penso che siccome ho la capacità di sentire e poter stare vicino a chi non ha parole per rendere i suoi pensieri e le sue emozioni, allora sono psicologo anche io. Inoltre si sa.. il dolore ha sempre qualcosa di artistico in sé.

HM… (guardo fuori dal finestrino)

C’è qualcosa che non va?

No, si figuri. Sono sempre felice di poter vedere le idee circolare ma ho sempre una certa difficoltà quando sento due cose “sono anche io psicologo perché scrivo e il dolore psichico è arte”. Non credo che i numerosi (vero) artisti sofferenti o rinchiusi nei vari ospedali psichiatrici, o adesso, nei centri diurni, se messi innanzi alla scelta di un maggior equilibrio psichico senza arte o l’elettroshock, le cinghie o il buio che ti fagocita ogni istante della tua esistenza (con ,l’arte), sceglierebbero per la seconda. Ma le dico.. è solo una sensazione eh (sorrido).

Però.. se io scrivo sono capace di indagare l’animo umano. Mi tolga una curiosità: cosa mi rende diverso da lei?

Le risparmio la questione dello studio (che poi in un’epoca fatta di esperti di cose, non è nemmeno da sottovalutare. Anche a me piace scrivere ma mai e poi mai direi di essere una scrittrice; me ne manca lo studio e una base concettuale di riferimento). Lei ha mai visto una psicosi puerperale in atto? Una volta chiamò la sorella di una donna, in studio, dicendo che la sorella nell’attimo in cui aveva espulso la bambina dal proprio grembo, disse di aver visto una enorme macchia nera; questa macchia era il demonio che era venuto sulla terra per ucciderla. Ha mai visto un’arma da vicino? Nel momento in cui non te lo aspetti, quando sei rilassato nel tuo spazio di lavoro. Ha mai visto una persona che poi si suiciderà? (no.. non parlo di quelli che mitizzano la morte o il suicidio: quelli fingono) parlo di quelli con cui sei stato chiuso in una stanza per tante ore, andando giù nelle caverne degli inferi, quelle dove la luce non esiste ma continui a sentire odore di putrefazione. Non c’è ossigeno. Non ci sono finestre. Non ci sono appigli ma ogni volta che provi a metter su la mano, su una parte, per risalire qualcosa ti buca e tu ricadi giù e questo a loop, ogni volta, ogni giorno. Fino a che la persona non decide che sia la fine, ma la fine per davvero. Cosa la rende diverso da me…

OK.. ok.. Forse ho capito. Lo sa.. io non credo di aver mai avuto una passione così forte da spingermi a fare tutto questo.

Mi scusi allora.. lei perché scrive? Solo per un rientro narcisistico? Non c’è la passione, forse, che la fa mettere così tanto in gioco da rendere su carta e visibile a tutti, il suo sentire? (anche se prima ha detto di non sentire il suo sentire emotivo ma di sentire il sentire emotivo dell’altro.. una leggera presunzione, no?)

Guardi.. ho questo libro qui con me, posso fargliene dono?

Certamente! amo leggere le poesie soprattutto in lingua, che sia lingua madre o spagnolo. Non sopporto le traduzioni, le emozioni non possono essere tradotte ma vanno ascoltate sia anche solo per suono, nella lingua in cui sono state sentite.

Le piace lo spagnolo?

In spagna ho più di un pezzo di cuore (sorrido)

Uuu! ma che fermata è questa?

Ma lei non doveva scendere a (..)?

Sì!! (batte la mano sulla fronte arrossata)

Era due fermate fa! (rido portandomi la mano sugli occhi)

Marò Dottorè!

Alla prossima! (sorrido)

Alla prossima! (sorride)”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.