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Pillole di Psicologia: Perché non riesco a convincerti?!?

Come mai alcune persone non riescono mai a cambiare idea, non lo vogliono fare e non ne vogliono proprio sapere di farlo? In una conversazione con queste persone non basta aver palesemente ragione e non basta ricorrere anche a dati scientifici e certi per farle cambiare idea o per farle almeno provare a ragionare e prendere in considerazione ciò che state dicendo loro.

L’uomo si può considerare, in generale (fatte ovviamente le dovute eccezioni), un “conservatore” delle proprie idee e convinzioni. Quindi l’aspetto “conservativo” è una caratteristica comune. Siamo un po’ tutti “capatosta”.

Volendo descrivere attraverso caratteristiche comportamentali e di carattere le persone più “capatosta” potremmo (per gioco) definire quattro diverse tipologie dei più “resistenti” al nuovo e a tutti i tipi di argomentazioni:

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I Tradizionalisti sono quelli che tendono a sposare le idee della maggioranza delle persone che considerano aderenti alle proprie idee e che hanno sempre pensato fosse così. Sono in genere persone “intellettualmente pigre”, poco curiose e abitudinarie nella vita. Sono poco avvezzi alle novità.

I Dogmatici invece sono quelli che basano le proprie idee e il proprio pensiero su principi e dogmi indiscutibili, spesso indirizzati dalla propria fede. Tante volte le loro idee sono in contrasto con la scienza.

I Bulli sono quelle persone che difficilmente riescono ad ammettere i propri errori. Si impuntano su delle tesi proprie solo per affermare che hanno ragione e pur di non ammettere di aver torto (perché rappresenterebbe una brutta figura ed una sconfitta personale). L’importante è non perdere la faccia e non farsi vedere “deboli”.

I Complottisti sono persone che per stabilire dove sia la verità tendono subito ad individuare chi può trarne vantaggio in quella situazione (politici, multinazionali, governi, aziende farmaceutiche..). Questa sarà una delle prove fondanti delle loro idee e la porteranno avanti con grande tenacia. Generalmente hanno difficoltà a tollerare la complessità e la casualità di eventi e situazioni che caratterizzano la propria vita o la società. Sono diffidenti e quindi molto difficilmente cambiano idea perché ovviamente hanno dalla loro parte ragionamenti e deduzioni apparentemente molto soddisfacenti e vicini alla verità.

Insomma convincere qualcuno non è affatto semplice e bisognerebbe comprendere innanzitutto le ragioni del nostro interlocutore, dove originano le proprie idee, la propria cultura e il proprio background formativo e cognitivo.

L’ascolto e la comprensione delle idee altrui è sempre alla base di un buon scambio verbale e di una buona comunicazione. In fondo siamo un po’tutti “capatosta”.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Schizofrenia.

Fonte Immagine “Google”. Dalì.

“Richard 23 anni: Richard a scuola riusciva mediocremente. Dopo la scuola Richard si arruolò nell’esercito(…) Richard ricorda questo periodo come uno dei peggiori della sua vita (..) Circa due anni dopo il ritorno alla vita civile, Richard lasciò il lavoro e fu sopraffatto da sensazioni di sfiducia e rifiutò di cercarne un altro. Restava in casa per la maggior parte del tempo. Diventò sempre più lento nel vestirsi e svestirsi, e nelle cure personali (…) Quando usciva di casa non sapeva cosa fare, dove andare; se vedeva un semaforo rosso per la strada lo interpretava come segno di non dover andare in quella direzione. Se vedeva un freccia la interpretava come segno mandato da Dio per procedere in quella direzione. (…) Prese la decisione di rimanere chiuso in casa ma anche lì era torturato dai suoi sintomi. Non poteva agire (..) aveva sempre paura di fare la cosa sbagliata. Si sentiva paralizzato e stava a letto immobile. (..) Indeciso com’era si sentiva bloccato e spesso rimaneva muto e immobile, come una statua, anche per giorni interi.

(Arieti cit., pp. 114-115)

Il termine schizofrenia deriva dal greco e significa “mente scissa”. Il termine lo dobbiamo allo psichiatra svizzero Eugen Bleuler 1908, il quale lo utilizzò per sostituire la vecchia accezione data da Emil Kraepelin che nell’800 parlava di Dementia praecox. A dispetto della terminologia, la schizofrenia non indica una condizione caratterizzata da una “doppia personalità” o “personalità multipla”; il termine infatti indica la separazione delle funzioni mentali tipica nel quadro sintomatologico della malattia.

Il viaggio di oggi sarà alla scoperta della schizofrenia.

Buona lettura.

Secondo l’APA (American Psychological Association), i sintomi della schizofrenia possono essere molto diversi tra loro, così come i fattori scatenanti, il decorso e la risposta al trattamento.

Il caso di Richard mostra come il ragazzo abbia avuto un deterioramento da un livello normale di funzionamento, fino ad arrivare ad una compromissione del funzionamento stesso. I sintomi della schizofrenia possono essere distinti in

positivi: pensieri, emozioni e comportamenti eccessivi

negativi: assenza di pensieri, emozioni e comportamenti

psicomotori: movimenti o gesti insoliti.

La schizofrenia è pertanto un disturbo psicotico in cui il funzionamento personale, sociale e occupazionale si deteriora a causa di percezioni strane, emozioni insolite e anomalie motorie.

I Sintomi positivi sono eccessi patologici o bizzarri del normale comportamento della persona; tali sintomi sono ad esempio pensiero ed eloquio disorganizzato, percezioni amplificate, allucinazioni e affettività inappropriata.

Molte persone presentano inoltre deliri ovvero idee di cui sono fermamente convinti ma che non hanno alcun fondamento reale. Sempre secondo l’APA,2000, i deliri più comuni sono i “deliri di persecuzione” in cui la persona è convinta di essere oggetto di cospirazione, di essere spiata, calunniata o deliberatamente attaccata e vittimizzata. Possiamo avere “deliri di riferimento” secondo cui ogni evento viene egoriferito e ci si sente continuamente oggetto di una data cosa (nel caso di Richard il semaforo rosso, interpretato come segno di non dover procedere). “Deliri di grandezza” le persone si credono inventori o figure religiose o storiche importanti. “Deliri di controllo” pensare che i propri pensieri e sentimenti o le azioni, siano controllati da altre persone.

Sintomi negativi sono apparentemente deficit patologici, caratteristiche mancanti in un individuo. Eloquio impoverito, affettività inadeguata, assenza di volizione e isolamento sociale.

“Pensavo che le voci che sentivo fossero trasmesse attraverso le pareti del mio appartamento, attraverso la lavatrice, attraverso l’asciugatrice e che le macchine mi parlassero e mi dicessero cose”

Anonimo.

I sintomi psicomotori comportano l’avere movimenti goffi, smorfie o gesti stereotipati. Le persone affette da schizofrenia possono incorrere in catatonia; stupor catatonico comporta che le persone non reagiscano all’ambiente circostante e restino invece immobili e silenziose per lunghi periodi di tempo. Nella rigidità catatonica le persone restano in posizione eretta per ore resistendo ad ogni tentativo di farli sedere. Altre persone assumono una postura fissa ovvero posizioni altamente scomode e bizzarre; altra forma di catatonia è l’agitazione catatonica che comporta invece una forte agitazione motoria e frenetici movimenti di braccia e gambe.

In genere l’esordio della schizofrenia avviene tra la tarda adolescenza e i 35 anni (APA,2000). il decorso della malattia sembra molto variabile ma consta di 3 fasi: fase prodromica, attiva e residua.

Nella fase prodromica i sintomi non sono ancora evidenti, ma è presenta una disfunzione nell’individuo che può ad esempio isolarsi socialmente, può parlare in modo vago o avere idee bizzarre.

Nella fase attiva (talvolta scatenata da fattori di stress) i sintomi di fanno evidenti.

Nella fase residua si ritorna ad un livello di funzionamento simile a quello della fase prodromica .I sintomi più gravi della fase attiva si attenuano ma possono persistere quelli negativi come l’emotività inadeguata.

Dalla schizofrenia si può guarire: guarisce in media un quarto delle persone colpite, anche se la maggioranza dei malati continua ad avere qualche problema residuo per tutta la vita

Fischer, Carpenter, 2008; Roe, Davidson, 2008.

Con le persone (perchè non dimentichiamo che nessuno, è la sua malattia), si possono inoltre attuare bellissimi percorsi di intervento e di reinserimento sociale, volti al recupero non solo delle abilità sociali, ma anche cognitive. A tal proposito ho avuto modo di assistere ad alcuni progetti portati avanti sul mio territorio, da colleghi davvero molto competenti.

Gli scritti di tutte le persone che vi hanno preso parte – gli utenti- sono uno dei regali più belli che ancora conservo. Ogni tanto li leggo con estrema delicatezza; con estrema attenzione e con passione, ancora mi commuovo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.