Archivi tag: Comunicazione

La comprensione..

“La nostra prima reazione difronte all’affermazione di un altro è una valutazione o un giudizio, anziché uno sforzo di comprensione. Quando qualcuno esprime un sentimento o un’atteggiamento o un opinione tendiamo subito a pensare “è giusto, è stupido, è anormale, è ragionevole, è scorretto, non è gentile”. Molto di rado ci permettiamo di “capire” esattamente quale sia per lui il significato dell’affermazione.”

Carl Rogers
immagine personale

Quante volte ci sforziamo di comprendere le affermazioni dell’altro? Lo facciamo davvero? Fermarsi, ascoltare e sforzarsi a comprendere il significato delle affermazioni di chi ci sta dinnanzi può migliorare la comunicazione e quindi le relazioni. “Comprensioni superficiali” spesso determinano escalation distruttive.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Giudicare.

Photo by cottonbro on Pexels.com

“La tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione”.

Carl Rogers.

Dott. Gennaro Rinaldi

Il linguaggio della realtà o la realtà del linguaggio?

Le parole che usiamo, il linguaggio che utilizziamo per comunicare è un fedele specchio della realtà che ci si presenta dinnanzi o è una personale interpretazione di ciò che vediamo e viviamo?

Secondo Paul Watzlawick esistono due lingue. Una che può essere rappresentata dalle parole che formulano queste frasi che leggete; essa è cerebrale, logica, analitica è la lingua della ragione, della scienza, della spiegazione (è la lingua del pensiero logico, diretto, che segue le regole della grammatica, della sintassi).

L’altra è molto più difficile da definire, proprio perché non è la lingua della definizione. La si potrebbe definire come lingua della metafora, dell’immagine, del simbolico. Una lingua della totalità e non della scomposizione analitica (è la lingua del pensiero che determina i sogni, le fantasie, il mondo interno).

“…giacchè è noto che un linguaggio non rispecchia la realtà, ma piuttosto crea una realtà.”

Paul Watzlawick

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Teorie della mente.. penso che tu pensi

Comunicare con qualcuno potrebbe apparire come una cosa tutto sommato semplice e diretta. Ma non è così. Dietro il sipario della mera comunicazione formale tra due persone esiste un mondo fatto di teorie e supposizioni.

Buona parte dei nostri scambi interpersonali, ad esempio, è basata sul tentativo di comprendere cosa il nostro interlocutore sta pensando o stia provando in quel momento. Questo modo di “mentalizzare“, comprendere e prevedere il comportamento dell’altro è stato studiato nel 1978 da Premack e Woodruff (Theory of Mind – TOM). Inizialmente il loro oggetto di indagine era la capacità degli scimpanzé di prevedere il comportamento di un umano in situazioni create ad hoc per lo studio e finalizzate ad uno scopo preciso. Gli sperimentatori scoprirono che gli scimpanzé per risolvere il compito erano in grado di attribuire stati mentali alla persona che era con loro nell’esperimento.

immagine google

Dopo circa trent’anni queste prime osservazioni aprirono la strada a diversi studi che hanno provato a descrivere e spiegare la comprensione intuitiva che le persone hanno del mondo e delle relazioni sociali.

E’ come se una persona creasse una “teoria” personale atta a spiegare il comportamento degli altri facendo riferimento ai propri e agli altrui stati interni che hanno potuto determinare quel comportamento, quelle parole e cosi via. Sono tentativi di spiegazione, vere e proprie ipotesi sugli stati mentali dell’altra persona.

Questa nostra abilità ci permette di dare un significato personale a quel comportamento (noi abbiamo bisogno di significare le cose e ciò che succede) e magari di avere degli elementi utili per prevederlo in futuro.

Per stati mentali ci si riferisce al funzionamento mentale che può essere articolato in due categorie: gli stati motivazionali e gli stati epistemici. Quest’ultimi riguardano i pensieri, le credenze e le attività mentali orientate alla conoscenza. Gli stati motivazionali sono invece connessi ad attività mentali come sentire, volere, desiderare, sperare.

immagine google

Normalmente noi non agiamo sulla base delle cose come sono realmente, ma sulla base delle nostre rappresentazioni, cioè su come pensiamo che esse siano. Per un bambino acquisire una “teoria della mente” significa avere la capacità di capire che esistono punti di vista differenti dal suo, comprendere che il comportamento manifesto di una persona può non coincidere con il suo stato interno e che questo è prevedibile e spiegabile. Questa capacità insomma permette di distinguere la sfera soggettiva (opinioni personali e valori) dalla sfera oggettiva (i fatti), si rende conto inoltre che le persone possono rappresentarsi la realtà interpretandola in maniera diversa.

Concludendo la funzione primaria della “teoria della mente” è di tipo sociale e personale, serve nelle interazioni sociali per comprendere al meglio il comportamento degli altri. E se questa questa facoltà fosse carente, cosa comporterebbe?

Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Linguaggio: sviluppo e sua comprensione.

Fonte Immagine “Google”

Molti genitori vivono il momento della “prima parola” detta dai propri figli, come un momento denso di apprensione. Mamme, papà e nonni vivono talvolta con ansia il momento in cui il proprio bambino dirà la fatidica parolina magica “mamma”.

Molti pensano che il proprio bambino sia un genio “com’è precoce.. come è avanti con lo sviluppo”.. altri di converso vivono con timore il fatto che “questo/a ancora non parla”..

Come si sviluppa pertanto il linguaggio nei bambini? Scopriamolo insieme.

Buona lettura.

Lo sviluppo del linguaggio nei bambini sembra essere una capacità così precoce, tale da evidenziare una predisposizione biologica nello sviluppo di tale funzione.

Sin dalla nascita, infatti, il neonato riesce a cogliere la simmetria esistente tra i suoni uditi e i movimenti delle labbra di colui che emette il suono. In una ricerca del 1979, Dodd evidenziò come i bambini fossero capaci già a 3 mesi, di distogliere lo sguardo ogni volta che si trovavano innanzi una persona che pronunciava delle parole a cui, non corrispondevano i movimenti delle labbra; è emerso inoltre che i bambini – nello stesso periodo di sviluppo- , tendano a preferire l’ascolto di una persona che nel parlare mantiene le normali caratteristiche del linguaggio parlato (in termini di pause e intonazione), piuttosto che un tipo di linguaggio meno regolare e di converso più confuso.

Intorno ai 6 mesi di vita il bambino riesce a discriminare tutti i contrasti fonetici, anche quelli non presenti nella lingua madre. Questa abilità però dopo gli 8 mesi viene persa poichè il bambino sarà più portato a discriminare i suoni della lingua madre a cui è esposto. A tal proposito- ad esempio- studi sui bambini cinesi dimostrarono che questi bambini dopo gli 8 mesi, non sono più in grado di discriminare la r dalla l in quanto nella loro lingua madre non v’è distinzione tra i due fonemi.

La comprensione del linguaggio ne precede la sua produzione: prima di parlare infatti, comprendiamo.

Secondo Markman (1980) nel procedere con la comprensione di una parola, un bambino costruisce e segue tutta una serie di ipotesi che sono biologicamente predeterminate. All’inizio il bambino procede seguendo l’oggetto interno per cui apprenderà che un “nome di”, riferisce a quell’oggetto nella sua globalità; dopo aver appreso il nome, si passa alla generalizzazione secondo cui quel nome non è legato solo a quel dato oggetto, ma a tutti gli oggetti a lui simili. Successivamente si passerà a discriminare e ampliare attraverso sinonimi o classi quella parola appresa da altre che possono poi significare altre cose:

La parola margherita indica inizialmente quello specifico fiore indicato così dagli altri (oggetto interno); successivamente con la generalizzazione, il termine margherita viene estesa a tutto ciò che essa circonda “erba, terreno” a tutto ciò che con essa si può fare “profumarla, regalarla” e a tutti gli altri fiori che le somigliano. Con la discriminazione il bambino capirà che “margherita” non sostituisce la parola “fiore”, ma che la comprende così come “infiorescenza”.

Secondo gli studiosi (Markman e Hutchinson, 1984), queste capacità non sono apprese tramite le osservazioni, ma sono inscritte nei geni e si sono evolute insieme all’uomo stesso.

Se noi siamo pronti ad ascoltare, i bambini parlano… eccome se parlano!

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il tutto del niente.

Immagine Personale : “Parole che si susseguono come onde – trasportate – dalla marea dei pensieri”.

“Che hai?”…. “Niente!”… “Cosa è successo, oggi?”… “Niente!”… “Cosa stai provando, ora?”.. “Niente!”

Niente piccola parola che utilizzata come pronome e sostantivo indica “nessuna cosa”; ha lo stesso significato di nulla.

Spesso utilizzato in maniera sbrigativa quando stanchi di dare risposte, spiegazioni e attenzione a chi o cosa non vogliamo, liquidiamo il tutto con un bel “niente”. A ben vedere niente è la parola vuota maggiormente piena che possiamo utilizzare.

Lo psicanalista Jacques Lacan – partendo da Freud- propose la dicotomia parola piena/parola vuota. La parola piena è quella che ha il potere di risolvere le formazioni dell’inconscio, di converso la parola vuota è quella svuotata di questo potere. Secondo Lacan la parola piena consta di 3 caratteristiche (contrapposte ad altrettante 3 caratteristiche che appartengono alla parola vuota).

La parola piena è la parola dell’anamnesi, quella cioè capace di ritornare sulla storia del soggetto; la parola vuota è quella invece che si fissa sull’hic et nunc (qui ed ora) è quindi una parola che fermandosi sull’attuale prescinde dalla storia del soggetto.

La parola è piena quando è intersoggettiva ovvero quando è messa in “relazione” tra due soggetti; la parola è vuota quando è intrasoggettiva ovvero è una parola del monologo interiore, quella che usiamo per parlare con noi stessi.

La parola piena è quella dell’interpretazione; la parola vuota è quella dell’analisi delle resistenze.

In un certo senso quando abbiamo la sensazione di concludere una conversazione con un “niente”, di fatto.. la stiamo aprendo. In maniera inconscia o meno stiamo lanciando un segnale di profondo tutto; stiamo dicendo all’altro e a noi stessi che (ci sarebbe) così tanto da dire, da non riuscir a manipolare il quantitativo di informazioni, di concetti, di sensazioni/sentimenti che piuttosto che andare nel profondo ad indagare questo tutto, preferiamo abbandonarci al “niente”.

Molte delle conversazioni o degli scambi tra persone sono interrotti non per “non comunicabilità” (a tal proposito è interessante l’articolo del mio collega, in merito alla comunicazione), sappiamo infatti che non si può non comunicare.

Comunicandoti il mio niente, ti ho comunicato il mio tutto. Quanto siamo disposti ad andare oltre l’apparenza del nulla per scoprire la pienezza del niente?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Credo di credere.. Suscitare un’azione tramite il processo di Persuasione.

Fonte Immagine “Google”.

Ci troviamo a vivere in un periodo storico complesso e pluristratificato. Non si tratta (più) soltanto del riferimento alla pandemia, quanto piuttosto all’essere calati in una società/realtà dai confini sempre più labili. Con l’intento di abolire le differenze se ne creano di converso altre ben più marcate e subdole. Ciò che ci cinge intorno come una cintura sempre più stretta potrebbe essere il derivato di messaggi sempre più confusi/confusivi ai quali si decide di credere anche quando non ne siamo completamente convinti. Spesso tali messaggi vedono l’uso di immagini forti (si pensi alle foto sui pacchetti delle sigarette o alle tac mostrate per rafforzare i messaggi sulla pandemia). Questa è davvero la strategia migliore?

Carl Hovland dell’Università di Yale decise durante la II Guerra Mondiale di studiare la persuasione. Con tale termine si intende quel processo secondo cui, tramite atti di comunicazione, si arriva alla formazione rafforzamento o modifica degli atteggiamenti. Il processo fu studiato andando a “valutare” i soldati utilizzando a tal proposito documentari o filmati didattici. Di ritorno dalla guerra, l’equipe che si era occupata di tale studio continuò le ricerche cominciando a delineare le prime caratteristiche che rendono persuasivo un messaggio, andando a diversificare i fattori connessi alla fonte della comunicazione, al contenuto del messaggio, al canale di comunicazione e all’audience.

McGuire e gli studiosi di Yale elaborarono le fasi del processo di persuasione nel “Paradigma dell’elaborazione dell’informazione” differenziando le seguenti fasi:

  1. esposizione del soggetto al messaggio
  2. attenzione al medesimo
  3. comprensione dei suoi contenuti
  4. accettazione della posizione in esso contenuta
  5. memorizzazione della stessa
  6. azione

Parallelamente a questi studi condotti a Yale, che vedevano il ricevente del messaggio come un soggetto passivo, i ricercatori della State University dell’Ohio (ideatori dell’approccio della risposta cognitiva), consideravano il ricevente del messaggio come una parte attiva del processo di persuasione in quanto fermamente convinti dell’importanza dell’opinione di colui che era sottoposto al messaggio. Ciò che veniva messo in evidenza era la componente secondo cui se un messaggio era chiaro (ma non convincente), diventava così facile controbattere da rendere nullo il potere persuasivo del messaggio. Se di converso gli argomenti risultano convincenti, le opinioni sono più favorevoli e la persuasione più probabile. L’approccio della risposta cognitiva aiuta a capire perchè la persuasione funziona più con alcune situazioni che con altre.

Due sono i modelli sviluppati all’interno di questo approccio: il modello della Probabilità di Elaborazione (EML) di Richard Petty e John Cacioppo e il modello Euristico sistematico di Alice Eagly e Shelly Chaiken. Entrambi i modelli (che considerano l’essere umano un economizzatore di risorse cognitive), prevedono due vie e considerano la motivazione e le abilità cognitive del soggetto come fattori fondamentali. Le differenze tra i modelli, risiedono nel rapporto tra le due vie: nell’ELM sono alternative mentre nel modello euristico sistematico le due modalità di elaborazione non si escludono ma si potenziano reciprocamente in caso di accordo oppure tendono ad attenuare gli effetti del processo persuasivo in caso di discordanza.

Spostiamo l’attenzione sull’ELM poichè è tutt’ora uno dei modelli maggiormente accreditati in merito agli studi sulla persuasione.

La via centrale nell’ELM è un processo di elaborazione sistematica e attenta delle informazioni contenute nel messaggio persuasivo. Questo processo comporta un’attenta valutazione delle informazioni fornite dal messaggio tanto da rapportarle con le informazioni che già sono in possesso, in merito allo specifico argomento. Se le argomentazioni sono forti e convincenti, è probabile che persuadano; di converso se le informazioni risultano (paragonandole con quelle già in possesso) deboli, il messaggio perderà la sua portata persuasiva.

Tuttavia la portata degli argomenti contenuti in un messaggio, non è la sola componente importante; è ciò che accade – ad esempio- se non si è particolarmente motivati oppure se si è distratti e non ci si può concentrare sul messaggio. In tal caso è la via periferica alla persuasione ad essere coinvolta: ci si focalizza sugli aspetti superficiali del messaggio che sono quelli che portano ad una scelta non mediata dalla riflessione. In questo caso ad avere maggior presa sono le affermazioni familiari o facilmente comprensibili. Questa via è quella che viene preferita ad esempio dai pubblicitari. Durante la spesa o una pubblicità, se si vuole portare il consumatore ad acquistare un prodotto tedesco (ad esempio una birra) è molto probabile che il tutto sia accompagnato da una musica tipica tedesca così come una musica francese può invece indurre il “consumatore rilassato” verso l’acquisto di un formaggio francese.

Analogamente esser o meno colpiti da un certo tipo di messaggio piuttosto che un altro (vedi il riferimento precedente alla tac) risiede nel aver maggiormente “attivata” la via centrale o periferica. I due fattori chiave che determinano la scelta dell’una o dell’altra via sono la motivazione(la rilevanza che ha per noi l’argomento del messaggio) e l’abilità cognitiva (si intende sia l’intelligenza del soggetto sia l’assenza di condizioni di disturbo e distrazione).

I ricercatori hanno in definitiva compreso che le due vie portano a cambiamenti diversi. La via centrale conduce a un cambiamento più duraturo rispetto alla via periferica. Quando infatti le persone pensano attentamente ed elaborano mentalmente delle questioni non diviene più importante solo il contenuto del messaggio quanto piuttosto il quantitativo di riflessione a cui le persone devono abbandonarsi. Quando infatti qualcosa ci spinge a pensare profondamente tanto da intaccare anche i nostri atteggiamenti, è più probabile che il cambio di atteggiamento persista tanto da resistere a futuri attacchi volti a scardinarlo .

E voi? siete più tipi “di pancia” o siete maggiormente predisposti all’uso della via centrale?

Finisce bene quel che comincia male.

Dott.ssa Giusy Di Maio.