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La fine di una relazione.

Immagine Personale.

Dottoressa Buongiorno. Ho incontrato questa donna: è la persona giusta nel momento sbagliato. Sono sposato da 11 anni con la fidanzata della vita; la donna che è sempre stata al mio fianco ma qualcosa non va. Non so spiegare il motivo del mio malessere, il mio sconforto, il mio dolore, i miei pensieri. Sono qui perchè ho bisogno di verbalizzare questa sofferenza che mi porto dietro. Sono legato a mia moglie, non so più se la amo sono onesto. Ho incontrato “lei” all’improvviso.. è stato impatto puro, un boom improvviso.. na botta di quelle che non scordi. Avevo dimenticato il piacere di desiderare di sapere qualcosa di qualcuno; il piacere di leggere un messaggio al mattino, l’attesa.. la speranza.. la curiosità di conoscere un mondo intero. E’ bella, bellissima.. ma non è neanche quello il discorso (che comunque io ne sia attratto non lo nascondo) è proprio che lei è un mondo intero.. un fascino che io subisco a cui non so dire no. Mia moglie ha una storia complessa e difficile, le ho chiesto di venire con me in terapia per capire tante cose di noi. Anche lei ha un lavoro importante come il mio, siamo sempre più estranei ed io ho bisogno di capire che fine ho fatto prima io, come uomo… Non so più chi sono. Se penso al nostro matrimonio esce fuori sempre e solo lei, i suoi problemi, i suoi disagi.. la depressione.. Io mi sento perso. Non so più – a momenti- nemmeno perchè mi sono sposato e questa cosa mi fa stare male. Non dovevamo amarci per sempre?

F., chiede un incontro per capire come muoversi in seguito ai suoi problemi coniugali. Di solito è la donna a fare richiesta per i primi incontri di consultazione per cui quando la richiesta arriva da un uomo, l’interesse clinico è sempre un pò più alto.

F., un affascinante uomo di 46 anni, arriva presso lo studio presentandosi in anticipo rispetto all’ora stabilita. Il presentarsi con largo anticipo – nonostante le normative vigenti che impediscono di sostare negli ambienti- già fa comprendere l’enorme desiderio di F., di avere un confronto il prima possibile. Appare pacato ma dentro di sé, qualcosa si muove senza sosta.

F., entra e si siede. Non mostra movimenti “nervosi”, ma sembra molto tranquillo e a suo agio; dà in sostanza la sensazione di sapere dove si trovi e cosa si aspetta da questa situazione.

E’ venuto da solo, anche se spera di convincere la moglie a venire prossimamente (cosa che accadrà, ma non prima della quarta seduta) per dirsi in un terreno libero dal pregiudizio; uno spazio neutro in cui tutti possono dire tutto senza urlare a vuoto o piangere per notti intere; uno spazio in cui ognuno può abbandonare le proprie maschere ed essere l’attore protagonista della propria vita: non più solo una comparsa.

F. racconta dell’incontro improvviso con questa ragazza, incontro della donna perfetta per lui, una perfezione che lo spaventa e al contempo lo tiene vivo.

Nel racconto della propria storia coniugale emerge un piccolo particolare, è come se la storia che F, racconta, non sia la sua.. c’è una sorta di separazione tra ciò che viene detto e ciò che lui prova. Quando la moglie raggiungerà il marito in terapia, l’idea di partenza sarà sempre più chiara: i due non hanno una storia comune.

La coppia è sposata da 11 anni e fidanzata da sempre; condividono una vita intera fin da ragazzini, hanno fatto esperienze.. eppure i racconti sono vuoti.

Una coppia senza storia.

Quando capitano coppie incapaci di raccontarsi, incapaci di dirsi nonostante tutti gli anni trascorsi insieme il dubbio sul reale motivo della condivisione del tempo che è stato insieme, emerge con forza e prepotenza rischiando di distruggere come una potente onda tutto quel che c’è intorno. Molte coppie per paura decidono di bloccare la falla ormai aperta usando un qualsiasi materiale a disposizione e accontentandosi di aver riparato quella falla (seppur in modo balordo), si stampano un sorrisone e vanno via.

Altre coppie si distruggono, decidendo di diventare macerie in cui però, poi, uno diventa pala per l’altro e con questa pala, a turno, ci si aiuta sfruttando quel mucchietto di macerie che sarà riconvertito in sabbia, cemento per nuovi mattoni con cui costruire un nuovo e saldo edificio.

Ci sono poi le coppie che si dicono addio; quelle in cui non c’è materiale, pala, colla o altro che possa aiutare a tenere insieme un edificio che non è mai esistito, se non nella fantasia di uno dei due (o entrambi).

Cos’è che tiene insieme le coppie, allora.. o meglio.. cosa potrebbe tenere insieme una coppia (no, non è una domanda a cui pretendo di dare una risposta, ma un riflessione che spesso facciamo in studio, tra colleghi dopo che abbiamo visto una coppia e ultimamente, ne vediamo sempre più…).

Cos’è la storia di una coppia? Chiedere ad una coppia di raccontare la sua storia, è qualcosa di troppo romantico/romanzato? Possibile, ma l’amore porta ab origine il marchio del romanzo… il romanzo di quella che “dovrebbe” essere la storia della coppia e -pertanto – la storia familiare dei partecipanti in gioco (famiglia d’origine e futura famiglia costruita sulla base di tutta una serie di narrazioni che si incroceranno, lungo il cammino).

Come in ogni storia ci sono gli antagonisti, i protagonisti, le difficoltà, le stagioni, le peripezie e le varie pozioni da poter utilizzare. C’è il coraggio, il cavaliere (nero o bianco), il principe o una principessa che si riscoprono poi non così affini come la narrazione vuole.

C’è la resilienza, il comprendere che la storia che -non- abbiamo scritto ci modifica, ci fa resistere e trasformare diventando linfa per una nuova pianta che ha gettato una piccola talea altrove, pronta a germogliare in una nuova primavera.

C’è la speranza, la sorpresa di scoprirsi diversi, di capire che la storia che stavamo scrivendo ha un lieto fine che però, non ci appartiene.

C’è la delusione per rendersi conto che si stava combattendo da soli, come Don Chisciotte e che i mulini a vento erano solo sfide personali.. e come il cavaliere furioso, occorre dirigerci sulla luna per recuperare il senno.

C’è lo sconforto. C’è la paura.

C’è una piccola luce in lontananza: luce di speranza e passione. Luce che puoi decidere di spegnere definitivamente o di rimpinguare gettando legna inizialmente un pò a caso, per vedere che succede poi in maniera sempre più forte e vigorosa.

Ci saranno incendi. Vampate di calore incessante e forte.

Sarà tempo per riprendere la propria storia integrando tutti i nuovi personaggi e lasciando quelli vecchi in un altro capitolo; un capitolo di cui avremo compreso la morale e che sarà chiuso.

Sarà tempo per il tempo, quello nostro, quello personale.. quello in cui non ci sarà più spazio per la persona giusta al momento sbagliato.. ma sarà il tempo per la persona e il momento giusto.

Sarà tempo per me e per te.

Sarà tempo per noi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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“Pronto.. Dottoressa..”

Fonte Immagine “Google”.

La telefonata della Signora Concetta arriva durante una conversazione che si stava tenendo tra colleghi.

In un momento di relax, prendo la cornetta del telefono e avverto un silenzio seguito da un profondo sospiro :

“Ponto.. sono la signora … La contatto su invio della scuola … per mia figlia Maria..”

Accolgo la telefonata per poi girare le informazioni alla collega psicoterapeuta.

La signora Concetta arriva presso il consultorio dell’Asl in seguito all’invio da parte della scuola frequentata da sua figlia Maria. Secondo le insegnanti Maria è perennemente assente in classe, sempre distratta e assorta in chissà quali pensieri, mostra gravi lacune scolastiche. Maria è una nuova alunna; ha infatti chiesto il trasferimento dalla scuola precedente e si è inserita in una seconda liceo (in una classe già formata), cambiando anche l’indirizzo scolastico..

Maria giunge in studio accompagnata da entrambi i genitori. Il padre ingegnere si presenta curato e molto giovanile nel suo abbigliamento (si presenta vestito in tuta e scarpette da ginnastica), la madre casalinga appare come una donna molto semplice e emotiva.

Maria è una ragazzina molto curata (spicca lo smalto rosso sulle lunghe unghie) ma piuttosto “piccola”. Nonostante i -quasi- 16 anni è bassina, magrolina e con una postura rigida e chiusa. Appare spaesata, timida, introversa e sembra non comprendere quello che le viene chiesto. Mostra difficoltà a comprendere la più banale delle domande come “che giorno è oggi?”; sembra non conoscere la differenza di alcune parti anatomiche del corpo; mostra lentezza e ritardo nella lettura; si mostra come un corpo vuoto, senza peso specifico seduto su una sedia.

Maria ti guarda in maniera triste; sembra attraversarti con uno sguardo che chiede.. Gli occhi castani di Maria sembrano dirti “no so cosa ci faccio qui”.

La ragazzina sembra una stanza vuota; pareti vergini su cui provi ad appendere quadri che creano crepe non appena il chiodo sfiora l’intonaco. L’intonaco esterno di Maria è coriaceo ma al contempo, fragile tanto da emettere una nuvola di polvere al cui soffio, nulla resta.

Il lavoro clinico con bambini o ragazzini che presentano gravi problematiche, si presenta piuttosto difficile. Si tratta di un lavoro che mette a dura prova la capacità di tenuta del clinico stesso; in queste situazioni è molto difficile saper tollerare la frustrazione e la confusione generate dalla possibilità che questi bambini o ragazzini ti tirino giù verso un vortice buio da cui è difficile uscire.

La difficoltà di muoversi tra il desiderio di aiuto e di contenimento e l’impossibilità di arrivare al dolore celato, è forte.

Anne Alvarez (1992) afferma come talvolta si può sentire il bambino come terribilmente lontano tanto da avere la sensazione di dover attraversare distanze enormi. Soprattutto nei casi più gravi (ad esempio gravi nevrosi fino ad arrivare a quadri autistici o borderline), è importante saper usare una funzione di richiamo che sappia destare curiosità e interesse.

E’ inoltre importante sapersi presentare come un momento in cui si offre al piccolo paziente un contenimento tale da saper dare forma, contenuto e soprattutto parola ai pensieri.

Il lavoro con bambini e ragazzini (fino all’adolescenza) è bello ma intenso e difficile. Ci si muove continuamente lungo un continuum che va dal desiderio di dare protezione fino all’odio per un ambiente che non ha saputo accogliere (ma talvolta) ha solo saputo agevolare il disagio.

Anche il clinico vive la difficoltà di dover mettere da parte preconcetti personali per saper tendere una mano che tuttavia non necessariamente riceverà, dall’altro capo, risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Mio figlio non mi ascolta…

Immagine Personale: “La mia famiglia”.

“Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare ad occuparsi dei genitori”.

John Bowlby.

Capita sempre più che i genitori arrivati presso una consultazione, lamentino un “mancato ascolto” da parte dei propri figli “Mio figlio non mi sente”.. dice la signora M… “sta sempre con la testa da un’altra parte”.. sostiene L…

Giovanna, 45 anni, chiama presso il Consultorio dell’Asl in una fredda mattinata di Dicembre. Dal tono della voce si evidenzia subito uno stato di urgenza e ansia; si percepisce inoltre spavento e angoscia per una situazione che non “riesce più a controllare”.

“Mio figlio”, dice, “è un disastro, si ribella di continuo non segue i nostri ordini e le direttive familiari; fa sempre di testa sua è scontroso e aggressivo. Da poco ha cominciato a girare con un coltellino in tasca e io non so più cosa fare”.

Michele ha 13 anni ed è il classico pre adolescente. Alla ricerca della propria identità in divenire (come in divenire è il momento della vita che si trova a vivere, essendo l’adolescenza una fase di passaggio in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno ancora adulti), sperimenta con l’abbigliamento (giudicato dai genitori inopportuno) e sfidando l’autorità (rispondendo male e in maniera provocatoria) “chi sono”.

Senza entrare nel dettaglio della storia (i cui nomi è bene sottolineare, sono di fantasia), già dal primo colloquio è emerso che la situazione familiare appare piuttosto caotica, rigida e “mortificante”.

Il padre di Michele è un esponente delle forze dell’ordine: appare rigido e fermo sulle sue posizioni che sono “sempre giuste e sicure” : “a casa comando io”.

La madre è una casalinga che vive costantemente soggiogata dalle decisioni prese da un marito “freddo e che non è mai stato partecipe della vita familiare”, in sostanza il marito non c’è mai ma pretende che le sue decisioni siano legge.

La sorella di Michele di 3 anni più piccola, è trattata come una bambolina/trofeo; oggetto d’amore della madre viene costantemente riempita (fino a strabordare) di proiezioni, dimenticando che anche lei – Valentina- ha una sua personalità in costruzione. Riempita fino all’orlo di proiezioni materne Valentina ha smesso di mangiare: troppo piena di cose altrui per riempire lo stomaco di cibo; ha inoltre cominciato da poco a vomitare (il surplus emotivo) ciò che non riesce più a contenere con il suo esile corpo.

Il breve estratto del caso citato, vuole evidenziare come spesso ci soffermiamo sulle problematiche dei bambini, degli adolescenti o dei giovani adulti dimenticando l’importanza del contesto in cui loro sono (stati) calati : la famiglia.https://ilpensierononlineare.com/2019/06/26/pavor-nocturnus-terrore-notturno-e-bambini/ https://ilpensierononlineare.com/2019/09/26/leta-in-divenire-ladolescenza-come-terra-di-mezzo-tra-linfanzia-e-la-vita-adulta/

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

LO SAPEVO GIA’! A CHE SERVE LA PSICOLOGIA?

Fonte Immagine “Google”

Lo so da sempre: la psicologia è semplice senso comune o c’è qualcosa in più?

E’ spesso capitato – da chi scrive o dai suoi colleghi- di leggere o sentire provenire dall’opinione comune, tutta una serie di “idee” in merito ad alcune ricerche o studi condotti dall’ambiente “psy”. La maggior parte dei luoghi comuni si divide tra chi immagina che gli psicologi siano essi stessi i primi ad aver bisogno di una terapia “sicuramente quel dottore è pazzo!” e tra chi suppone che in tutti gli esperimenti condotti, venga fatto uso delle scosse elettriche (che sadici questi psy!). La carrellata di idee, supposizioni e affermazione su questa bizzarra figura che è lo psicologo ahimè, non terminano qui. Un’altra delle ipotesi -per meglio dire bias- che colpisce il senso comune, risiede invece nel pensare che la maggior parte dei fenomeni studiati e indagati, fossero già noti… in sostanza: “lo sapevo già! non c’era mica bisogno della psicologia per sapere ciò!”.

C’è da dire che gran parte dei processi studiati in particolare dalla psicologia sociale sono presenti nella quotidianità delle persone. Il legame con qualcosa di così concreto e vicino alla quotidianità, potrebbe trarre in inganno tanto da far supporre che gli studi condotti, siano in realtà densi di banalità. Questi atteggiamenti che- badate bene- potrebbero essere interpretati come una sorta di difesa o fantasia messa in atto, traggono spunto un pò da quella che è la storia circa l’indagine “dell’animo umano”. In sostanza già nel corso dei secoli, poeti o filosofi hanno provato a definire e descrivere l’essere umano incorrendo, nel tempo, in una sorta di bias che vede “l’uomo” come qualcosa di facilmente e rigidamente etichettabile in una qualche categoria sia essa umana, diagnostica e così via.

Il problema è che già strizzando l’occhio all’etimologia della parola psicologia, scopriamo che la psiche è tutto fuorché “qualcosa” di etichettabile. Psiche significa infatti “soffio vitale” e presso i Greci designava l’anima che in origine veniva identificata con quel respiro. Nella psicologia moderna invece, specie in quella che è la psicologia sociale, si parla maggiormente dello studio scientifico, pertanto di come le persone e i gruppi percepiscono e pensano gli altri, li influenzano e vi si pongono in relazione.

Le difese messe in atto (il lettore mi perdonerà, ma da psicologa non posso non interpretare la chiusura che spesso vedo verso la mia professione, come una meccanismo di difesa) si allacciano con uno dei fenomeni indagati proprio dalla psicologia sociale.

Il filosofo Kierkegaard sostenne che “la vita è prima vissuta e dopo compresa” ed è un pò quello che accade dopo che alcune ricerche vengono diffuse. Si tratta di ciò che prende il nome di “bias della retrospezione” o “fenomeno dell’io lo so da sempre” ovvero la tendenza ad esagerare, dopo che si è verificato un evento, la propria abilità nell’averlo previsto come qualcosa che si sarebbe verificato. Questo fenomeno può avere effetti sorprendentemente nefasti. Siccome le conseguenze degli eventi sembrano spesso predicibili, spesso si commettono errori di comprensione, interpretazione, presa di decisione e scelta del comportamento da mettere in atto.

Ammetto di essermi un pò lasciata andare, e di aver provato a scherzare con il lettore irritando (probabilmente) qualche collega, ma senza rischi e senza tentativi, nella vita si resterebbe statici, fermi su se stessi.

Ecco.. questo è un pò quello che succede nel momento in cui si decide di procedere con un percorso di supporto psicologico o con una psicoterapia. Si sceglie.. si sceglie di non restare più fermi su se stessi e magari.. nonostante il perdurare di iniziali difficoltà o resistenze messe in atto, si decide di rischiare e provare. La passione che continuo a sentire per questo lavoro risiede un pò in tutto questo, nella possibilità offerta dalla psicologia di modificarsi scegliendo se restare se stessi o cambiare forma; nella possibilità di sperimentarsi e sperimentare.

https://ilpensierononlineare.com/2018/09/16/nelle-stanze-della-psicologia-a-colloquio-con-lo-psicologo/

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.