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Dottore, mi amputi il braccio: alla scoperta del BIID.

Fonte Immagine Google.

L’approfondimento di oggi vuole presentare un disturbo piuttosto complesso (nella sua descrizione e comprensione). Il post sarà diviso in due parti al fine di rendere più scorrevole e meno pesante, la lettura.

Che cos’è il BIID?.

Nel 2013 in un’aula dell’ospedale di Zurigo, si stava tenendo un convengo internazionale a cui stavano prendendo parte tutta una serie di persone affette da body integrity identity disorder o BIID.

Alcune di queste persone non avevano un braccio o una gamba; altre erano sedute sulla sedia a rotelle paralizzate dalla vita in giù e altre ancora avevano gli arti così tanto fasciati da renderne praticamente impossibile l’uso.

“Finalmente mi sento bene, oggi, dopo una vita di sofferenze” dice M.B. La signora qualche mese prima aveva compiuto un viaggio in una località sconosciuta per farsi amputare un arto sano; quell’arto che ogni volta che mostrava al neurologo – dal gomito in giù- veniva indicato come estraneo, carne morta appesa al proprio corpo.

M.B percepiva infatti l’estraneità di quella che doveva essere parte e suo stesso corpo. Finalmente un qualche chirurgo aveva assecondato il suo bisogno (desiderio?) di vedersi amputare quella parte morta; l’unica difficoltà era mostrare un minimo di sofferenza davanti a familiari e amici (ai quali era stato detto di essere stata vittima di un incidente stradale), visto che lei era ancora giovane e molto bella.

Questo genere di disturbo un tempo era indicato come apotemnofilia (desiderio di amputazione) o xenomelia (odio per un arto) ed era annoverato tra le patologie psichiatriche. Attualmente gli scienziati hanno iniziato a guardare al disturbo in un’ottica diversa indicandone uno sconvolgimento delle mappe corporee ovvero dell’immagine del proprio corpo così come è rappresentata sulla corteccia cerebrale.

Brugger all’incirca nel 2013, pubblicò sulla rivista Brain, un primo studio con risonanza magnetica che conferma l’esistenza di un’alterazione neurologica della aree cerebrali che ospitano la mappa corporea.

In sostanza il BIID rappresenta solo la punta dell’iceberg di una serie di patologie provocate da una discrepanza tra ciò che l’individuo percepisce come proveniente dal proprio corpo (sensazioni tattili e propriocettive che dalla periferia arrivano al centro, al cervello) e la sua rappresentazione sulla corteccia. Siccome il cervello non ama essere confuso, quando riceve informazioni che non sa come collocare, agisce di conseguenza ovvero, determina una sensazione di estraneità o fa credere all’individuo che il corpo sia diverso da come è nella realtà.

A rendere il tutto più complesso, concorre il fatto che questi pazienti non desiderano semplicemente che un arto sia amputato oppure di essere paralizzati, ma che si percepiscono come handicappati, quando in realtà non lo sono.

Altre forme di BIID comportano che la persona desideri di essere cieca oppure viva alterazioni sensoriali varie il che indica, che non si tratta di un disturbo che implica (soltanto) il non sentire gli organi come propri, ma anche le funzioni.

Ciò che appare evidente è che (secondo le neuroscienze) vi sia una stretta relazione tra la rappresentazione del corpo nel cervello e l’immagine di sè o coscienza della propria identità personale. Mappe corporee disturbate (come quelle dei pazienti con BIID) influenzano la personalità, modificano i comportamenti dell’individuo o rendono impossibile far convivere l’immagine interiore e l’aspetto esteriore.

Una sorta di google maps del nostro corpo che non riconosce più la posizione fino a provocare un mancato orientamento nello spazio – diventato ormai estraneo- dei confini del proprio corpo. Corpo che per sentirti (con) tenuto ha bisogno di essere spezzato e frammentato.

E’ nella distruzione che queste persone trovano costruzione; nella mancanza di un arto o di una funzione, trovano -finalmente- esistenza.

Se non c’è, esisto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Prima i colori o il linguaggio?

Fonte Immagine Google.

Per molti anni i ricercatori hanno sostenuto l’importanza rivestita dal linguaggio circa la percezione del mondo.

La centralità del ruolo (primario) rivestito dal linguaggio stesso, è stata messa in dubbio in seguito a uno studio pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” da Jiale Yang e colleghi, della Chuo University.

I ricercatori hanno dimostrato una tesi opposta a quella sostenuta da molti linguisti, riferendo in particolare al tema ampiamente dibattuto sul modo in cui (e se) il linguaggio influenzi la percezione dei colori.

Alcuni studi provano che le categorie di colori presenti in lingue della stessa famiglia sono più simili di quelle appartenenti a famiglie linguistiche diverse; esistono – d’altra parte- categorie percettive fondamentali comuni a tutte le lingue il che fa supporre l’universalità dei colori.

Un esperimento condotto su 24 bambini dai 5 ai 7 mesi, conferma la seconda ipotesi.

L’esperimento è stato condotto con la tecnica della spettroscopia nel vicino infrarosso (tecnica non invasiva che misura il flusso ematico del cervello); i ricercatori hanno osservato l’attività della corteccia visiva dei bambini mentre osservavano l’alternarsi di figure geometriche di colori diversi (blu e verde) o dello stesso colore ma con sfumature diverse.

La spettroscopia ha evidenziato cambiamenti nella risposta neuronale agli stimoli solo quando si passava da un colore all’altro, dando prova del fatto che il cervello sia capace di distinguere tra colori con attributi percettivi diversi.

Per i ricercatori, l’esperimento mostra che alcune categorie di colori “esistono” nel cervello ancora prima del linguaggio; ciò che il linguaggio e il lessico faranno in un secondo momento, è rafforzare e raffinare queste categorie già preesistenti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.