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Frustrazione.

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Il termine Frustrazione è stato introdotto la prima volta, nel 1923 per opera di Freud. Il concetto è stato successivamente ampiamente trattato sia in ambito clinico che di ricerca giungendo al suo uso, seguendo tre possibili accezioni diverse.

La frustrazione può pertanto essere intesa come: situazione, stato e reazione dell’individuo a eventi frustranti.

Diversi autori evidenziano inoltre come, tra le caratteristiche fondamentali della frustrazione, vi sia l’insolubilità di una data situazione, o l’impossibilità nel trovare nuove strategie di problem solving.

In ambito cognitivo comportamentale si sottolinea, inoltre, come per definire una certa situazione come frustrante, sia importante considerare la questione del rinforzo che può situarsi come assente (mancato rinforzo o inadeguato rinforzo/premio a seguito di una certa situazione) o un fallimento dopo un successo anticipato con il pensiero e il ricevimento (invece) di una punizione.

In generale Yates sostiene che la definizione univoca sul cosa sia la frustrazione è “una condizione in cui viene a trovarsi l’organismo quando è ostacolato, in modo permanente o temporaneo, nella soddisfazione dei propri bisogni o nel raggiungere uno scopo”.

Le cause che possono portare a uno stato di frustrazione sono molteplici e possono riguardare diversi aspetti contestuali: fisici, sociali, familiari e personali.

Lo stato di frustrazione viene pertanto definito come il grado di intensità e tolleranza nell’attitudine alla sopportazione di situazioni frustranti.

In letteratura gli studi sull’argomento si intrecciano e abbracciano la prospettiva (psicodinamica) che studia i meccanismi di difesa usati dall’individuo per fronteggiar situazioni interne/esterne vissute come frustranti e dall’altro lato, il concetto di coping, inteso come strategie coscienti per fronteggiare eventi stressanti.

Bisogna inoltre sottolineare la differenza tra la frustrazione e lo stress.

Lo stress comporta una anche una reazione fisiologica e un esaurimento o crollo del comportamento di adattamento; infatti mentre lo stress è la risposta a un cambiamento, la frustrazione è legata alla processualità che implica il mancato raggiungimento di una meta.

Molti autori, in seguito a studi sperimentali, hanno evidenziato l’importanza di gestire i processi frustranti nella costituzione degli schemi mentali (pertanto dell’intero apparato psichico), questo perché l’eccessiva frustrazione mal gestita o mal sopportata, sembra portare a stati psicopatologici.

L’esperimento di Barker:

Lo sperimentatore condusse uno studio che consisteva nella riproduzione di due stanze giochi allestite; una stanza presentava giochi comuni e banali mentre la seconda aveva giochi molto allettanti e interattivi. I bambini venivano lasciati giocare liberamente nella prima stanza poi venivano condotti nella seconda. Nella fase sperimentale successiva, i bambini veniva invitati, nuovamente, a giocare nella prima stanza con l’impossibilità di accedere nella seconda che restava tuttavia visibile ai bambini. Questa situazione produceva un evento stressante a cui i bambini rispondevano con comportamenti come pianto estremo, fuga, tentativo di avvicinarsi ai giocattoli; inoltre le reazioni erano molto più elevate nei bambini che erano apparsi da subito molto coinvolti e felici di poter giocare.

Dagli esperimenti è inoltre emerso che se il livello di frustrazione supera una certa soglia, l’individuo tende a mettere in atto meccanismi di difesa inadattivi e inefficienti come: regressione, aggressione, proiezione, fissazione, diniego, acting out…

Un uso massiccio di difese che sono ormai all’ordine del giorno..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Quando (anche) i giovani professionisti si stancano.

Una paziente – qualche giorno fa- ha avuto un profondo attacco di panico. La donna, sofferente di ipocondria, ha avuto un crollo in seguito ad una certa vicenda.

La sua ipocondria è aumentata a dismisura a causa delle continue, incessanti, pressanti, logoranti e nauseanti notizie messe in circolo per tutto ciò che concerne il vaccino.

L’attacco di panico peggiore che abbia mai visto (ha battuto anche quello di una persona di cui già parlai qualche mese fa), è stato talmente forte da lasciare ombra persino su noi psy.

Sono molto stanca.

Ho pensato.. ragionato..

Nessuno di noi può sapere, in una settimana, mese o anno quanti eventi fortuiti (negativi) possono accadere ad una persona; nessuno (perché prima della pandemia questi dati a noi non interessavano minimamente) sapeva quanta gente (giovani o meno giovani, in salute o meno), fosse morta all’improvviso senza alcun sintomo o malattia.

Hai presente Eriksen?

Un calciatore che a pochissimi minuti dall’inizio di una partita cade a terra (più morto che vivo) con il cuore che si ferma.

Bum.

Stop.

Controlli su controlli, allenamenti, alimentazione sanissima, vita regolare.

Eppure accade.

A me non interessa entrare nel merito delle polemiche: sono stanca ed è difficile contenere ogni giorno un disagio che a momenti, si fa tuo (sì.. gli studi sono pieni di gente che ha paura di morire e parlare della morte, continuamente, non ha nulla di affascinante o poetico).

Mi rendo conto che la logica ha abbandonato ogni sua logicità intrinseca e come dico sempre “ognuno con le sue scelte si rende libero” (però, la persona, deve avere il coraggio di portare avanti al 100% la sua scelta senza vomitare sull’altro, a mo’ di scarica pulsionale, miliardi di motivazioni).

Vi saluto dallo studio, col “bavaglio”..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Di Mascher(in)a in mascher(in)a: il volto che ritorna.

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Qualche giorno fa, l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, attraverso la sua consigliera la psicologa psicoterapeuta Giulia Cavallari, ha cominciato a dirigere l’attenzione su una questione che fin dallo scoppio della pandemia aveva attirato la mia attenzione (e l’ira di qualcuno).

Mesi fa, portavo all’attenzione e alla riflessione del lettore, la questione della mascherina sul volto: la barriera (necessaria) che ormai si adagia sul nostro volto, fino a fondersi con esso (l’ipotesi di portare il dispositivo di sicurezza sul volto per pochi mesi, è infatti diventata lentamente certezza che per qualche anno, la mascherina sarebbe rimasta sul nostro viso).

Da professionista che guarda all’umano e all’attuale, mi sono subito chiesta cosa potesse accadere nella percezione del mondo e dell’estraneo/straniero, specie nei più piccoli, in quelli – nuovi nati- che si trovavano ad interagire per la prima volta, con l’altro.

La Cavallari evidenzia come (nonostante la fiducia nella capacità di adattamento dell’essere umano), alcuni potrebbero vivere dei momenti di disagio dovuti alla transizione e alla sensazione di essere scoperti in volto “come quando alla fine dell’inverno si tolgono i capi più pesanti e alcune parti del corpo iniziano ad essere più in mostra”.

Ciò che i colleghi dell’Emilia Romagna evidenziano è la possibilità di poter sviluppare (o intensificare, se già precedentemente sofferenti), ansia sociale; non è infatti inusuale vedere persone sole nella propria auto, chiusi dentro completamente bardati, sigillati, con tanto di mascherina sul volto.

Sembrano infatti aumentate le richieste di supporto psicologico dovute a fenomeni di ansia, panico o irritabilità generalizzata.

Sempre la consigliera dell’Ordine dell’Emilia Romagna, evidenzia proprio il punto che mi sta più a cuore: quello dei più piccoli.

Ricordo di essermi abbandonata a riflessioni molto profonde e piuttosto malinconiche quando, con un nipote nato in piena pandemia, mi sono resa conto che il bambino, fin dalla nascita, si è trovato immerso in un mondo di maschere.. Maschere tutte uguali, per niente incisive, magari bianche; maschere che coprivano celando ogni minima espressione.

I bambini non hanno potuto toccarci in volto; non hanno potuto osservare il giocattolo più bello, plastico, colorato ed emozionale che hanno a disposizione: il volto umano.

Quando mesi fa ho mosso queste piccole riflessioni, sono stata accusata (come ormai è prassi), di inviare messaggi errati.

Il mio lavoro di prevenzione del benessere psicologico mi impone di procedere con l’attività di prevenzione, diagnosi, abilitazione e riabilitazione per la persona, il gruppo, gli organismi sociali e la comunità, ergo.. non potevo non preoccuparmi della questione maschera sulla maschera.

Ho pensato, abbandonandomi all’ironia, che forse chi accusava me (o colleghi) di qualcosa.. altro non stesse facendo che proiettare la propria fragilità dovuta ad un uso massiccio di maschere (e non quella che ci salva dalla diffusione del covid).. ma questa.. è altra storia..

Per concludere i colleghi dell’Emilia Romagna (e anche qui, condivido in pieno), sostengono l’importanza di non forzarsi verso scelte nette, cercando di vivere per forza la vita “come prima”.

In caso di eccessiva ansia è bene ricorrere precocemente al supporto di un esperto psicologo psicoterapeuta; nel frattempo è inutile sforzarsi di uscire troppo se non ci si sente sicuri, così come.. se lo si ritiene opportuno va bene tenere la mascherina anche se le norme vigenti non obbligano più a tenerla in volto (da lunedì 28 giugno), all’aperto.

Per quanto concerne i bambini poi, cerchiamo di aumentare tutte quelle attività a contatto (diretto o meno) che stimolino molto anche la comunicazione non verbale, la mimica degli occhi, il gesto e il tono della voce.

Creiamo un clima caldo e accogliente cercando di non sovrapporre troppe maschere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Paura di morire nei bambini.

A partire dall’inizio di quest’anno ho avuto diverse richieste più o meno simili da parte di genitori allarmati per i propri figli. Queste richieste di aiuto avevano, nella loro diversità, un denominatore comune tra tutti i bambini: la paura di morire. Tutti i bambini avevano all’improvviso incubi, disturbi del sonno e pensieri più o meno brutti legati alla morte e alla paura che potessero morire.

Ovviamente per bambini e ragazzini dai 6 ai 14/15 anni è una cosa abbastanza inusuale pensare alla morte, specialmente se non vi sono state esperienze dirette e indirette di lutti e tragedie familiari. E se pure vi fossero questi pensieri legati alla morte non sarebbero così frequenti e a tratti ossessivi e preoccupanti.

Cosa sta succedendo a questi bambini?

Probabilmente questa “paura della morte” può avere un collegamento diretto con l’evoluzione della pandemia, con l’incertezza e con l’insicurezza sociale indotta da questo stato di emergenza ormai lunghissimo.

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Infatti anche secondo Watson molte paure possono essere indotte dall’osservazione, dall’imitazione e dall’esperienza diretta. Il fatto di essere stati per quasi un anno e mezzo immersi letteralmente in una “bolla” di emozioni, notizie, parole, situazioni con una enorme carica ansiogena e dai messaggi confusivi, allarmistici e a tratti terrorifici, ha decisamente abbattuto certezze e sicurezze. Una persona ed in particolare un bambino che per un lungo periodo vive sotto una minaccia terribile, sconosciuta e invisibile, anche al solo sentire la sirena di un’ambulanza può provare paura. “Il processo di associazione infatti consente il formarsi di catene di paure che nella loro parte terminale sono costituite d timori e ansie anticipatorie, lontane dagli stimoli originari” (A. Oliviero Ferraris).

Secondo Freud una delle fonti principali della paura è il senso di impotenza psichica contro l’insorgere della stimolazione pulsionale. Ciò vuol dire che le paure dei bambini possono essere considerate degli stati emotivi conseguenti al timore di perdere il loro “oggetto libidico” (la madre e il padre), su cui normalmente vengono proiettate le tensioni interne, che normalmente vengono “digerite” e rese tollerabili da quegli oggetti “contenitori”. La paura di perdere il proprio oggetto d’amore è intollerabile per un bambino.

I bambini sono inoltre dei grandi osservatori e sono delle vere e proprie “spugne emotive” e la loro paura della morte può derivare quindi anche da ciò che Bowlby definiva come uno degli “indizi di pericolo” che possono scatenare la paura negli esseri umani. Gli indizi (di pericolo) culturali, che possono essere appresi mediante l’osservazione del comportamento degli adulti o degli altri bambini. Il bambino, in questo caso, non fa altro che reagire con la paura a situazioni – stimolo e ad eventi che prima venivano considerati neutri o non interessanti. La paura, attraverso questi indizi appresi, viene elaborata e interpretata come rischiosa.

La paura diventa razionale (perché pensata e osservata negli altri), ma può essere esasperata e amplificata e arrivare a diventare irrazionale perché non ben definita ed interpretata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi