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Sull’importanza delle relazioni e delle emozioni in educazione

Educare è agire in vista di un cambiamento, di una trasformazione auspicata e possibile..” *

È il soggetto a costruire la realtà e a modificare l’oggetto in ragione della propria conoscenza, egli produce la propria realtà, “ogni cognizione è azione, costruzione in movimento, che non rappresenta, ma produce”.

La conoscenza si realizza come processo relazionale (porre a paragone) esprimendosi nella e attraverso la trasformazione e la costruzione. Le nostre conoscenze cognitive sono il frutto degli spostamenti tra figura e sfondo, fra prospettiva realizzata e punto di vista scelto; la conoscenza non è dominio autoreferenziale, scevro da passioni e interessi, bensì coinvolge la totalità del soggetto conoscente.

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Non possiamo credere di poter sradicare così facilmente la formazione e l’educazione dall’esperienza e dalla relazione. Credere di poter concepire il processo educativo come qualcosa che assomiglia più a uno sciorinamento a senso unico di nozioni e teorie.

Lo spazio della relazione generato dalla prospettiva istituita e lo spazio esperienziale, è uno spazio nel quale la realtà prende forma e nel quale vi è la possibilità di generare il nuovo e attribuire cose inedite. La percezione il cui risultato è la produzione di senso, produce il nostro mondo che quale insieme di relazioni, è il prodotto del nostro agire, delle nostre distinzioni.

Pensare di poter continuare a pensare alla possibilità di un’educazione per bambini e ragazzi, a distanza, filtrata dallo schermo dei nostri dispositivi digitali e da connessioni “discutibili” è, per usare un eufemismo, eccessivamente limitante per le nuove generazioni. Ad oggi il gap didattico – educativo e emotivo – esperienziale è già abbastanza preoccupante. Facciamo in modo che non diventi irrecuperabile.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
  • Rif. Biblio: “Epistemologie costruttiviste e modelli di formazione” (Vasco D’Agnese)

L’imbarazzo.

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“E’ meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.

Michel de Montaigne

Quando con il mio collega -con modi ed esempi diversi- parlavamo dei danni che la DAD stava silentemente (neanche poi così tanto), inducendo nei nostri bambini e giovani, di “nasi storti” ne abbiamo dovuti fronteggiare non pochi.

Un esempio su tutti: quelli del barrichiamoci in casa in eterno “tanto poi finisce”..

“Finisce male, direi”..

Con una bella dose di imbarazzo linko i risultati delle prove INVALSI 2021.

Durante l’anno ho avuto modo di seguire da molto vicino (il mio campo di indagine prediletto è quello dell’infanzia e adolescenza) il crollo totale e totalizzante dei bambini, ragazzini e ragazzi tenuti online per mesi interi.

Il risultato è – ora- sotto gli occhi di tutti.

Ho visto la regressione dei bambini; un boom di diagnosi di DSA, un aumento esponenziale di fobia sociale, ansia, panico, terrori; regressioni infinite sul piano relazionale; emotività appiattita.

La testa non ha bisogno di essere riempita (per l’istruzione non basta sedere dei corpi davanti un pc in attesa, quasi messianica, di imparare qualcosa).

La testa si fa, si forma, si modella nell’interazione, nell’errore, nell’incontro e nello scontro (con i pari e con l’autorità).

Ammetto – senza mezzi termini- che sono profondamente in imbarazzo e amareggiata.

Dott.ssa Giusy Di Maio.