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Mi sento impotente.

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Avete mai riflettuto sulle possibilità (e suoi benefici) dati dalla capacità di poter controllare il nostro ambiente o il nostro spazio? (sia esso mentale o fisico).

Ricerche condotte su animali mostrano che i cani tenuti in gabbia (cui viene insegnato che non hanno possibilità di sottrarsi alle scosse elettriche), diventano sempre più passivi fino a rinunciare alla possibilità di sfuggire a tali scosse; i cani inoltre rinunciano alla possibilità di sfuggire ad una punizione, anche in condizioni diverse da quella appena citata (voglio sottolineare che prendo le distanze da qualsiasi tipo di esperimento che veda come soggetto/oggetto un animale).

I cani – invece- che apprendono il controllo personale, riuscendo a evitare le prime scosse, si adattano con maggiore facilità a nuove situazioni.

Martin Seligman notò alcune somiglianze di impotenza appresa nelle persone depresse; le persone depresse o oppresse, diventano passive perché credono continuamente che i loro sforzi siano inutili “tanto me lo merito”; cani ridotti all’impotenza e esseri umani depressi soffrono entrambi di paralisi della volontà, di rassegnazione passiva e apatia.

Le persone – tuttavia- possono ottenere enormi benefici, allenando i muscoli dell’autocontrollo, così come evidenziato dagli studi di Megan Oaten e Ken Cheng (2006) presso la Macquarie University di Sidney.

Gli studenti impegnati nell’esercizio dell’autocontrollo mediante esercizio quotidiano, ad esempio attuando uno studio regolare e una gestione del proprio tempo (tempo scelto e tarato sulla base delle proprie esigenze/necessità), mostrano più autocontrollo anche in situazioni sperimentali altamente stressanti.

Ellen Langer e Judith Rodin (1976) hanno messo alla prova l’importanza dell’autocontrollo trattando i pazienti di una casa di riposo.

Con un gruppo, le assistenti degli anziani evidenziavano l’importanza della loro responsabilità, somministravano i farmaci ai pazienti svolgendo un ruolo talmente attivo da rendere altamente passivo e “deresponsabilizzato”, quello degli anziani. Tre settimane dopo, la maggior parte di questi pazienti venne giudicata da loro stessi, dagli infermieri e dai familiari come maggiormente debilitata.

L’altro gruppo di anziani fu invece lasciato libero di poter scegliere: scegliere cosa mangiare a colazione, quando andare al cinema, l’orario in cui andare a letto o come rifarsi il letto. Inoltre questi pazienti prendevano quotidianamente piccole decisioni e svolgevano piccolo compiti non particolarmente gravosi. Nelle tre settimane seguenti il 93% dei soggetti mostrò un incremento nel senso di felicità, nell’attivazione generale e nella prontezza di riflessi (fisici e psichici).

Studi mostrano inoltre che:

. I detenuti a cui viene offerto un minimo di controllo del proprio ambiente (spostare le sedie, accendere la televisione, accendere le luci) sperimentano meno stress, meno problemi di salute e attuano meno atti vandalici (Ruback et al, 1986)

. I residenti istituzionalizzati a cui viene concesso un minimo di libertà di scelta (cosa mangiare offrendo più alternative, quando andare al cinema, e così via), vivono più a lungo e mostrano maggiori emozioni positive (Timko e Moos, 1989).

. I senza dimora che percepiscono il proprio scarso potere decisionale in merito a quando mangiare, dove dormire, sperimentando un controllo nullo sulla propria privacy, mostrano maggior atteggiamento passivo di fronte alla possibilità di trovare un alloggio o un posto di lavoro (Burn, 1992).

. In tutti i paesi studiati, le persone che percepiscono se stesse come dotate di potere decisionale, sperimentano maggiore soddisfazione nella vita.

L’impotenza, l’insoddisfazione e la paura, una volta sperimentate vanno contraccambiate attuando delle piccole risposte (che via via cresceranno, in difficoltà), con cui (analogamente al bambino che prima è sempre in braccio, poi gattona, poi lentamente barcollando e cadendo diviene autonomo, camminando), ci si abituata – di nuovo- ad essere autonomi e padroni del proprio tempo e del proprio spazio.

La paura o il senso di insoddisfazione non possono essere completamente abbandonati perché congeniti (in un certo senso) nell’essere umano; sono forze che spingono – invece- a trovare sempre nuove strategie e nuovi modi per modellarsi alla realtà che è in continuo mutamento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’apatia

Con il termine Apatia (termine di origine greca) intendiamo impassibilità, insensibilità, assenza di passioni ( a – pàthos ). In psicologia con apatia si indica un’indifferenza affettiva per situazioni che normalmente susciterebbero interesse o emozioni.

L’apatia è frequente nella depressione, dove generalmente c’è un’ impossibilità di gioire e una generale difficoltà a proiettarsi nel futuro ottimisticamente. L’apatia può essere presente nella schizofrenia dove la persona, assorta dai propri fantasmi, non riesce a reagire adeguatamente agli stimoli del mondo esterno.

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L’apatia può però anche manifestarsi in persone che non soffrono di gravi disturbi psichici, ma che vivono un forte frustrazione; una usurante condizione di vita routinaria; un forte stato d’ansia; una grave crisi affettiva o in persone che hanno passato un lungo periodo in condizioni di assenza e privazione di scambi con gli altri e con il mondo (ospedalizzazioni, lockdown, quarantena, prigione).

L’apatia potrebbe derivare da una valutazione patologica dei benefici, la sensazione personale che ogni proprio sforzo o gesto sia completamente inutile e che nulla abbia più valore. Ciò comporta un’assenza di motivazione a provare ad agire.

L’apatia, in tal senso, potrebbe essere connessa anche ad una valutazione patologica dei costi. La persona apatica ha una stima del “costo” (mentale e fisico) dei propri sforzi eccessiva. Tale condizione scoraggerebbe la persona a proseguire e a impegnarsi a modificare il proprio atteggiamento e quindi comporterebbe una riduzione dell'”impegno” e dello sforzo prodotto.

Sicuramente è possibile uscirne fuori e tornare ad assaporare la “sensibilità” alle emozioni e recuperare le passioni perdute. Non è però un lavoro facile e richiede uno sforzo enorme. Ma è una sfida che si può vincere. In genere un lavoro di psicoterapia è essenziale e dà ottimi risultati, ma nei casi in cui vi è presenza di disturbi psichici più gravi in comorbilità con l’apatia (depressione o schizofrenia, ad esempio) è necessario fare anche una terapia farmacologica insieme alla psicoterapia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Night eating Syndrome (Sindrome da Alimentazione Notturna)

La Sindrome da Alimentazione Notturna è stata descritta per la prima volta nel 1955 da Albert Stunkard.

Questa sindrome è ormai riconosciuta come un Disturbo del Comportamento Alimentare ed è inserita nel DSM IV (come disturbo alimentare non altrimenti specificato) e più recentemente nel DSM V (nella categoria “Other Specified Feeding or Eating Disorder”).

Nello specifico questo disturbo è caratterizzato da una perdita del controllo sul cibo durante le ore notturne (iperfagia serale) e un alimentazione quasi nulla durante le ore diurne. Che significa generalmente, scarso appetito durante il giorno e anoressia mattutina. In genere la quantità di cibo consumata di sera e di notte è tra il 25% e il 50% dell’introito energetico giornaliero.

Questo Sindrome può essere associata anche a disturbi del sonno. Infatti, chi ne soffre, si sveglia durante le ore notturne per consumare grandi quantità di cibo calorico (snack, patatine, gelato..). Spesso vengono consumati cibi ricchi di carboidrati e dolci. Vengono quindi consumati per lo più cibi di conforto e ipercalorici.

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Le persone con questo disturbo hanno spesso problemi di sovrappeso o di obesità. Le loro abbuffate notturne sono caratterizzate da vissuti di tensione, stress, ansia, paura e sensi di colpa, quando finiscono di mangiare. Descrivono inoltre un grande senso di inadeguatezza, sconforto, angoscia, disgusto per se stessi e rimorso per il loro comportamento. Provano vergogna a riferire dei propri problemi e tendono a nascondere il cibo che consumano, agli altri.

Questo disturbo del comportamento alimentare è speso collegato con disturbi legati allo stress e alla depressione, ma anche a immagine di sé negativa, perfezionismo e preoccupazione per il proprio peso e per la propria forma. Il cibo è come se venisse usato come “automedicazione”; una sorta di “ristoro” emotivo dopo giornate passate a rimuginare su pensieri negativi o vissuti d’ansia, stress e depressione.

Secondo il National Istitute of Mental Health questo problema tocca circa l’ 1,5% della popolazione, senza differenza di genere e circa il 6/16% dei soggetti obesi.

Come per altri disturbi alimentari, un trattamento efficace per la Sindrome d’Alimentazione Notturna richiede in genere un approccio multidisciplinare.

In genere si inizia informando i pazienti sulla loro situazione, poi lavorando sulla consapevolezza e sugli aspetti emozionali e psicologici, si può procedere attraverso una sorta di rieducazione ai modelli alimentari corretti. Questo lavoro necessita ovviamente di un approccio multidisciplinare con lo Psicoterapeuta e il Nutrizionista (o Dietologo). A questi interventi può essere molto utile affiancare anche una “riabilitazione fisica”, attraverso l’introduzione di esercizio fisico. Ovviamente nei casi in cui vi è una comorbidità con altri disturbi psichiatrici può essere necessaria anche una terapia farmacologica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psicopatologia in Pillole: Disturbo Fittizio.

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Capita – non di rado- che medici (soprattutto nell’ambito della medicina generale), si trovino a dover curare persone che lamentano di continuo, un qualche disturbo.

Si assiste, in sostanza, a pazienti che pur senza una reale causa, una patologia conclamata, si sottopongono a continui trattamenti e cure. Probabilmente il motivo è ottenere un qualche vantaggio secondario..

Proviamo insieme ad analizzare la questione.

Il disturbo fittizio comporta la messa in atto, da parte del soggetto coinvolto, della riproduzione e/o finzione di sintomi fisici per il desiderio di assumere il ruolo di paziente. Il disturbo fittizio è conosciuto anche come Sindrome di Munchausen (ne ho parlato in passato ma nella versione per procura).

I soggetti con disturbo fittizio spesso esagerano i loro sintomi per dare l’impressione di avere una vera malattia; usano lassativi con lo scopo di provocarsi gravi sintomi intestinali, usano farmaci per provocarsi emorragie, si auto procurano febbre, e così via. Uno studio condotto su pazienti con “febbre misteriosa”, evidenziò che il 9% di loro aveva un disturbo fittizio (Feldman at al., 1994).

Questi soggetti mostrano una conoscenza stupefacente della medicina e arrivano persino a sottoporsi a interventi chirurgici. Quando messi innanzi alla patologia inesistente, negano magari firmano il foglio di dimissioni dell’ospedale per poi andare a ricoverarsi (nello stesso giorno), presso un’altra struttura.

Il disturbo è maggiormente presente tra le donne, ma i casi molto gravi sono maggiormente presenti negli uomini.

I disturbi fittizi sono maggiormente diffusi tra i bambini che sono stati sottoposti a cure prolungate per problemi di salute; tra coloro che provano risentimento verso la professione medica; coloro che hanno lavorato come infermieri, tecnici di laboratorio o supporto medico.

Molti hanno uno scarso sostegno sociale o comunque poche relazioni sociali.

A oggi non si conoscono ancora le cause specifiche che portano a questo disturbo e un grande problema concerne la stima circa la reale entità/presenza di un disturbo fisico su quello psicologico; si ha in sostanza difficoltà a stimare se sia primario il disturbo psichico o eventualmente uino fisico.

La comorbilità è con la depressione, scarso sostegno genitoriale durante l’infanzia e estremo bisogno di sostegno sociale non disponibile.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio