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Tempo per il Tempo.

Immagine Personale.

Stamattina guardando questa piccola agenda, un pensiero si è affacciato alla mente. Un anno intero racchiuso in una piccolissima agenda..

Quanto sembra piccolo un anno?

Quanto può essere piccolo il tempo?

La relazione Uomo/Tempo è sempre stata problematica, aprendo alla questione di chi dei due prenda il sopravvento o diriga i giochi: ” sono io uomo a definire te, tempo o sei tu tempo a scandire la mia esistenza?”.

La psicoanalisi ha considerato la questione della rinuncia una tappa fondamentale dello sviluppo della maturità psichica; rinuncia a lasciare qualcosa andare e ad accettare, di converso, che il tempo scorre, comportando – talvolta- l’abbandono di sogni tramutati poi in illusioni.

La vita giunge in soccorso facendo sperimentare noi alcuni eventi che sembrano collocarsi al di fuori, lungo i margini dei confini del tempo, ridefinendone permeabili confini che si muovono quasi come su una lavagna magnetica, lungo le linee del con e senza: scrivo, cancello “mi innamoro; le persone care muoiono; io invecchio..”.

La rinuncia però non basta; l’essere umano ha deciso di credere (non in maniera assoluta in quanto non tutti sposano la causa del credo), in una religione che postula l’esistenza di un “dopo” o in un leader carismatico che aiuti a vivere nella pesante realtà.

Nell’ambito della clinica, l’analista bioniano si approccia al setting “senza desiderio e senza memoria” attuando uno spazio oltre, isola del tempo; di converso colui che si approccia alla terapia dovrà attuare la rinuncia del tempo “non ho più controllo del passato e del futuro”.

Ciò che diviene necessario è lo spazio di illusione che porta a spingerci oltre la semplice rinuncia; uno spazio che diviene possibilità e speranza distanziata dalla realtà, atto di devozione e impegno da parte della coppia analitica.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Desideri

Tutti abbiamo dei desideri.. e con la fine di questo brutto anno e l’inizio del nuovo, i desideri diventeranno tanti. Desiderare non costa nulla e fa bene alla mente.

Facciamo di tutto, lottiamo fino in fondo per far avverare i nostri desideri.

“Tutti abbiamo dei desideri che preferiremmo non svelare ad altre persone e desideri che non ammettiamo nemmeno difronte a noi stessi”

Sigmund Freud
Giardini Reali – Reggia Vanvitelliana di Caserta – (immagine personale)

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Riflessioni sparse tra Lacan e Chopin.

Nella visione Lacaniana desiderio e godimento non possono coesistere nel soggetto in quanto o si desidera o si gode.

Il desiderio è sempre desiderio dell’Altro (alterità) in quanto sorge dal divieto – in particolare- dall’interdizione paterna al godimento di natura incestuosa, con e della madre. L’effetto dell’Edipo e l’abolizione del godimento incestuoso instaurano la legge del desiderio.

L’umano, entrando nel linguaggio perde il suo essere cosa ed entrando nel registro del simbolico, arriva a costituire il desiderio come domanda rivolta all’Altro.

Il godimento tende a cercare la scarica nell’immediato, è infatti funzione dell’ES; secondo Lacan il godimento “inizia come solletico e finisce come incendio”, ecco perchè siamo portati a legare sempre il godimento a qualcosa.

L’unica strada in cui godimento e desiderio si alleano, è l’amore.

Il desiderio arriva, bussa, prova e il godimento acconsente. Il desiderio però, per poter chiedere al godimento deve passare attraverso la nostra rinuncia al godimento stesso (paradosso); rinuncia che porterà all’incontro con l’amore vero.

Con l’amore il godimento non è mai perduto del tutto; l’amore sa essere uno. Il godimento che può invece essere di tanti e potenzialmente insensato e senza limiti può portare a perdere per sempre il desiderio e dunque l’amore.

L’arte e nello specifico ancor di più, la musica, è sempre stata amore puro e fluido: godimento senza fine. Il mio godimento innanzi alla musica ha consentito al desiderio di procedere, di farmi studiare pianoforte.. di abbandonarmi alle note del canto.. di piangere e provare i brividi innanzi ad una composizione.

Nell’amore per la musica vivo il mio paradosso: godo sapendo di perdere il mio godimento ogni volta che una composizione termina ma, rimpinguando il desiderio di ascoltare, di emozionarmi e conoscere, vivo ogni giorno l’amore per le sette note. Senza limiti. Senza freni.

Senza fine.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La raccolta differenziata del corpo.

Immagine Personale.

Quello che mi piacerebbe fare oggi, con voi, è cominciare una serie di approfondimenti riguardanti il corpo. Non so bene quanti articoli, pensieri o approfondimenti ho intenzione di dedicare a tale tema; non sono mai stata una persona schematica, rigida o dai tempi prestabiliti.. vorrei piuttosto lasciare che le idee e le sensazioni restino in un vortice di condivisione dove noi tutti, siamo i primi attori/spettatori di una” circolazione di idee” sempre più ampia.

Il corpo è qualcosa che ha sempre avuto fascino, per me. Sono sempre stata attratta dal suo uso, abuso, dal suo sentirsi fuori posto, lontano dal tempo presente o di converso troppo vicino alla realtà vigente. Mi sono spesso chiesta cosa potesse spingere (dal punto di vista psicodinamico) le persone a modificare il proprio corpo, a costringerlo o a correggerlo con e nella chirurgia estetica. Il mio pensiero non è di chi va contro coloro che decidono di ricorrere alla chirurgia plastica (riconosco il grande potere che in certi casi ha, il ricorrere a tali modificazioni corporee) e per quanto non ne farei mai uso, trovo che ognuno sia assolutamente libero di fare, della propria “tela natale”, ciò che vuole.

Uno dei primi spunti di riflessione riguarda proprio questo ultimo punto. Un giorno.. seguendo l’ennesimo documentario (ne fagocito di continuo) sulla fotografia, fui colpita da una fotografa asiatica impegnata a imprimere su pellicola i momenti in cui si dedicava all’autolesionismo. L’artista evidenziò come in Asia la questione del corpo sia “qualcosa di estremamente serio”.. “non si è padroni del proprio corpo in quanto donato dai propri genitori.. Il corpo è pertanto proprietà dei tuoi genitori che te lo hanno donato e se tu, non ne hai cura, sei irrispettosa verso i tuoi genitori”. Il corpo pertanto – mi verrebbe da dire- diviene qualcosa che si ospita e che non si abita.

Buona lettura.

Il corpo in quanto questione.

La questione del corpo è piuttosto difficile da riassumere poichè reca con sè aspetti sociali, culturali e individuali. Nessuno nasce in un corpo de-storificato, lontano dalla cultura socio culturale in cui il futuro essere umano si troverà calato. Prima della nostra venuta al mondo, infatti, noi siamo stati pensati, detti e parlati; siamo stati anticipati. Questa anticipazione che per la Aulagnier (1975) prende il nome di “ombra parlata” ed indica quello spazio in cui l’Io del futuro nascituro “può avvenire” si presenta come una sorta di legatura di valore musicale che sommando il -prima desiderio- (materno e della coppia genitoriale) di bambino unisce, raddoppia e (forse) salda, la soggettività materna e quella del nuovo nascituro.

La questione qui si fa complessa e di ardua esemplificazione. In un certo senso, quando noi veniamo al mondo, troviamo un “già lì”, un qualcosa – come dicevamo- che prima di noi ci ha parlato, detto e accolto. Cosa potrebbe tuttavia accadere se, nel momento in cui veniamo al mondo e proseguendo nel corso della nostra vita, troviamo incoerenza tra ciò che ci è stato detto/imposto e ciò che sentiamo come nostro? Cosa accade al nostro corpo se sentiamo che Io non sono come tu mi vuoi? Ma soprattutto.. chi è questo Io se tu mi hai detto chi sono? Allora forse : Io è un Altro!

Freud nel 1928 sostenne che “L’Io è innanzitutto entità corporea” e successivamente dirà che “L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venir considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo”.

E’ ciò che successivamente Winnicott evidenziò quando parlando delle funzioni materne, ne chiarificò 3 in particolare:

  • holding: tenere in braccio pertanto sostenere e contenere; in termini psichici, il risvolto che tale contenimento fisico sarà poi l’inizio dell’integrazione
  • handling: indica la manipolazione intesa come lavare, toccare o accarezzare il bambino. E’ il processo che porta l’infante a comprendere i confini del proprio corpo; sarà il presupposto dal punto di vista psichico per la personalizzazione
  • object presenting: la presentazione dell’oggetto che porterà l’infans (il bambino non ancora dotato di parola) a diventare baby (il bambino che comincia a gattonare poi camminare) alla potenzialità offerta da una relazione oggettuale.

Giunti a questo punto del discorso, direi che possiamo momentaneamente fermarci e provare a vedere insieme, se qualche dubbio o curiosità emerge da quanto detto. Ciò che ho provato ad evidenziare è che se noi, in quanto esser umani che siamo stati prima immaginati e pensati (mi riferisco ad esempio a quello che da giovani facciamo quando immaginiamo un nostro futuro figlio.. a chi somiglierà? che lavoro farà? come si chiamerà?) troviamo discordanza, in un successivo momento della nostra vita con questa storia che ci ha anticipato (pensiamo ad esempio a tutti quei ragazzi che decidono di non voler fare la scuola e il lavoro scelto dai genitori) bene.. è possibile che tutte queste questioni possano in una certa fase della nostra vita, essere legate e messe in scena sul proprio corpo?

E’ in definitiva possibile che un Io che sente incongruente la storia che la propria famiglia gli ha fornito, decida di modificare il proprio corpo, di riempirlo di silicone o botox; decida di svuotarlo con la liposuzione oppure decida di travestirlo innestando impianti sottocutanei, per cominciare a scrivere una storia nuova… per cominciare a scrivere un romanzo sulla propria vita che cominci con un :” Io sono”.

Vedremo in seguito qualche possibile risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Desidero dunque sono.

Immagine Personale.

Dal latino de- siderare: cessare di contemplare le stelle a scopo augurale.

L’origine della parola restituisce una senso negativo del termine in quanto indica il venir meno di un’attesa e la percezione di un’assenza. Riguarda – in un certo senso- ciò che gli antichi in passato facevano, ovvero contemplare e leggere le stelle per scovarne messaggi e notizie circa il loro destino/futuro.

Desiderando non mi attendo più che qualcosa “tra le stelle” mi indichi, mi dica o compaia. De- siderare è smettere di attendere dall’alt(r)o ciò che voglio o spero di.. ma cominciare a cercarlo per conto proprio. Cominciando a cercare “da me”, volgendo lo sguardo sul mio desiderio attuo una spinta verso l’esterno e pertanto mi pongo verso l’altro.

Spostandomi verso l’altro mi sposto verso di me: verso me come soggetto di un desiderio.

Buon desiderio a tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sogno per sognare o Sognare per un sogno?

Immagine Personale: ” Vienna, Berggasse 19″, Casa di Freud. Quando” mi sognavo” psicologa

L’essere umano ha costituzionalmente da sempre avuto bisogno di manipolare quel che non poteva fisicamente manipolare. Miti, favole e leggende hanno accompagnato lo sviluppo dell’uomo che, tramite l’ausilio di questi “mezzi”, provava a spiegare e indagare fenomeni che non poteva (con altri mezzi più concreti), manipolare. Analogamente a ciò, nel corso dello sviluppo umano il materiale onirico ha destato sempre interesse, paura, timore o fascino.

Ciò che oggi vorrei fare con voi, è provare ad indagare l’origine e lo sviluppo di tutto ciò che in ambito psicanalitico è stato il sogno. L’approfondimento sarà diviso in almeno due parti iniziando dalle origini e lo sviluppo del concetto tanto caro a Freud e alla psicanalisi stessa.

Buona lettura.

Il sogno: Appagamento di un desiderio.

Partendo dall’autoanalisi Freud comprese l’importanza del materiale onirico; fu infatti nel 1898 che Freud scrisse “L’interpretazione dei sogni”, nato per interpretare e metabolizzare il lutto per il padre. Nel testo Freud comincia ad utilizzare per lo più i propri sogni intuendo come i sogni stessi non appaiano solo come assurdi e insensati. Da quel momento Freud comincerà a formulare l’ipotesi che il sogno sia “l’appagamento di un desiderio” (citazione apparsa nella nota lettera a Fliess del 1895). Il sogno comincia così a diventare materiale scientifico ai fini dell’indagine del mondo inconscio.

Già nel Progetto di una psicologia (1895), una prima idea di Freud indicava il sogno come una scarica dell’apparato psichico dovuta all’impossibilità per lo stimolo a percorrere la via motoria, dato lo stato di sonno (banalmente vuol dire che, se non ho possibilità di muovermi visto lo stato di sonno, non posso attuare una scarica immediata di un certo impulso). Successivamente, con l’Interpretazione dei sogni, Freud aggiungerà alla teoria del sogno come scarica, quella del sogno come mezzo per conoscere il mondo interno del soggetto. Pertanto il sogno e la sua interpretazione, divengono la via regia che porta alla conoscenza dell’inconscio nella vita psichica.

L’idea che Freud comincia a coltivare, è quindi che il sogno sia l’appagamento di un desiderio il che, tuttavia, non vuol dire che tutti i sogni abbiano una natura sessuale. Nell’adulto, il sogno, preserva il sonno ma solo perchè vi è una censura che maschera il desiderio rimosso che sarebbe altrimenti così eccitante, da provocare il risveglio. La censura a sua volta, vero organizzatore del lavoro onirico, va a determinare la vera organizzazione del lavoro onirico stesso.

Freud pertanto giungerà alla formulazione della legge del sogno .“Il sogno è l’appagamento (mascherato) di un desiderio (rimosso), sottolineando che ai fini della conservazione del sonno si tratta di velati appagamenti di desideri rimossi.

Ora.. come possiamo vedere da quanto appena scritto, il sogno è ben lontano dall’essere un semplice “se, allora”. Le spiegazioni che la tradizione popolare ci ha spesso fornito, sono piuttosto inconsistenti dal punto di vista dello sviluppo psicodinamico del soggetto. L’appagamento mascherato di un desiderio (rimosso), implica l’andare a scartavetrare un contenuto che a noi appare tale (come vederemo, la scena onirica, il sogno), e andare ad analizzare tutte quelle che sono le equivalenze simboliche.

Quali materiali utilizza l’apparato psichico? Da dove nasce il sogno?

1)Materiale recente e indifferente: si tratta di residui diurni, ovvero materiale più o meno indifferente del giorno prima che può fungere da stimolo al sogno o fornire materiale che serve a dar forma espressiva al sogno. In ogni sogno è possibile trovare un collegamento con le vicende del giorno precedente.

2)Elementi infantili: in ogni sogno dovrebbe essere rintracciato un elemento inerente ad un desiderio infantile rimosso. Bisogna sempre rimarcare che i desideri inconsci rimangono sempre attivi ed è questa, una caratteristica dei processi inconsci: rimanere indistruttibili.

2)Fonti somatiche: da distinguere in stimoli sensoriali esterni (oggettivi) come rumori, tuoni ; stimoli sensoriali interni (soggettivi) dovuti ad eccitamenti interni degli organi di senso; stimoli corporei interni (organici) dovuti a stato di eccitamento (o malattia) degli organi interni che possono dare anche sensazioni dolorose.

Le fonti possono poi essere distinte in:

1)un impulso dell’Es (un desiderio inconscio rimosso o proveniente da un eccitamento somatico in atto)

2)una catena di pensieri conflittuali preconsci

3)un desiderio dell’Io (desiderio diurno) rafforzato da un elemento inconscio

4)un desiderio del Super- Io, come ad esempio accade nei sogni di punizione.

Il nostro piccolo approfondimento continuerà in un prossimo articolo dove, andremo a conoscere da più vicino il lavoro onirico; come il sogno si forma e quali sono i meccanismi di difesa utilizzati dal nostro apparato psichico.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Madre.

Fonte Immagine “Google”.

Bisognerebbe anche non dimenticare l’attesa della madre e il suo volto come specchio del mondo.

Bisognerebbe non confondere la madre con il seno, non confondere la soddisfazione dei bisogni con il dono del segno d’amore, non confondere le sue cure con una tutela senza ossigeno.

Bisognerebbe non pensare solo alla sua onnipotenza oscura, ma anche alla sua mancanza.

Bisognerebbe provare a essere giusti con la madre e riconoscere nelle sue mani un’ospitalità senza proprietà di cui la vita umana necessita.

Bisognerebbe rintracciare nel suo dono del respiro la possibilità che la vita abbia un inizio e che possa ogni volta ricominciare.

Massimo Recalcati, Le mani della madre, Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, p., 184, 2015 , Feltrinelli Editore.

“Devo averti, anche se non mi servi”.. Che cos’è lo shopping compulsivo.

Black friday… Natale alle porte.. compleanno o semplicemente voglia di premiarsi, sono queste alcune delle situazioni in cui si sente il bisogno di concedersi un premio materiale (acquistare make-up, borse, scarpe o videogiochi). L’idea di concedersi un premio, un regalo, non è di per sé errata (specie se arriva dopo un lungo periodo di desiderio della cosa), ma in alcuni casi il meccanismo che regge la diade “desiderio/bisogno”, che per loro natura non coincideranno mai, viene sovvertito.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

Lo shopping compulsivo (sindrome da acquisto compulsivo), è un disturbo del controllo degli impulsi, caratterizzato dal desiderio compulsivo e incontrollabile nel fare acquisti. Colui o colei che ne sono affetti, sperimentano un impulso irrefrenabile nel fare acquisti che (anche se) riconosciuti come superflui, eccessivi o inutili, vengono ugualmente compiuti. Questa difficoltà a tenere sotto controllo l’impulso e il ripetersi forte e continuo degli episodi di acquisto compulsivo,comporta ingenti danni dal punto di vista economico, psicologico, sociale e familiare.

Le statistiche raccontano di un fenomeno che riguarda tendenzialmente le donne tra i 20 e i 40 anni (che hanno raggiunto l’indipendenza economica), anche se non sono esclusi gli uomini (di qualsiasi età), con una percentuale in aumento. Inizialmente queste persone sono acquirenti “normali”, intendendo con ciò il fatto che acquistino beni che realmente servono loro. Successivamente però, subentra uno stato di ansia (incontrollabile) sempre più forte tale da obbligare la persona ad acquistare qualsiasi cosa; una volta compiuto l’acquisto, però, segue un crescente senso di colpa innescato dal prendere una sorta di momentanea coscienza derivante dal vedere quanti soldi (per l’ennesima volta) sono stati spesi, proprio a causa della mancanza di controllo che ha portato all’agito compulsivo.

Dai racconti degli shopper compulsivi, viene spesso evidenziato come vi sia un bisogno (urgente e totalizzante) di ottenere “quella determinata cosa”, tanto da essere costretti a passare all’atto perchè questo bisogno è percepito come irrefrenabile. Questa spinta all’acquisto (definita buying impulse), si presenta pertanto come una spinta invalidante e distruttiva che preme per essere soddisfatta, motivo per cui i compratori compulsivi hanno l’urgenza di acquistare continuamente beni (questa spinta tuttavia, non sarà mai pienamente soddisfatta, pertanto l’acquisto sarà continuamente perpetrato).

Tale disturbo è annoverabile per somiglianze, ad altre forme di dipendenza e presenta pertanto elementi come il craving (l’incapacità di controllare l’impulso) o l’astinenza (le crisi sperimentate quando si è impossibilitati a compiere l’acquisto).

La pericolosità dello shopping compulsivo è (come accennato in precedenza) legata soprattutto alle ripercussioni che si hanno sulla vita economica, familiare, sociale e lavorativa. I continui problemi generati dall’incapacità nel controllo degli impulsi, oltre a comportare ingenti danni economici (questi soggetti possono tranquillamente arrivare ad indebitarsi, pur di continuare con i propri acquisti), sono legati anche all’ansia o alla depressione sperimentate quando ci si rende conto che si ha un problema nel controllare i propri impulsi.

Sarebbe pertanto d’uopo considerare piuttosto precocemente l’idea di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per comprendere le radici più profonde di un problema spesso sottovalutato; perchè abbiamo continuamente bisogno di riempirci di oggetti? perchè le cose non ci bastano mai? perchè non riesco a godere di quello che già ho e devo invece sostituirlo continuamente con qualcosa di nuovo? Di cosa sento bisogno/necessità?

Dott.ssa Giusy Di Maio